TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 22 agosto 2014

Raccontare l'orrore. La stanza enorme, di E. E. Cummings. Quel lungo racconto di guerra amato da Hemingway.



Uno dei pochi aspetti positivi dell'ondata di articoli (il più delle volte retorici e mistificanti) sulla prima guerra mondiale sta nella riscoperta di romanzi (colpevolmente dimenticati) che di quel gigantesco macello seppero descrivere l'orrore.

Simonetta Fiori

La stanza enorme, di E. E. Cummings. Quel lungo racconto di guerra amato da Hemingway.

Hemingway l’amava moltissimo. Nel 1923 scrisse che era «il più bel romanzo degli ultimi tempi». L’amava, ma forse ne temeva la concorrenza. Di certo E. E. Cummings era riuscito in un’impresa letteraria in cui pochi hanno successo: raccontare la guerra parlando d’altro. O, meglio, restituire l’orrore della tragedia bellica senza una parola sul sangue, le carneficine, l’ammazzamento di dieci milioni di uomini. 

A Cummings interessava raccontare un altro genere di assassinio che è quello della propria individualità. La guerra come un’enorme macchina militare e burocratica che annichilisce, tritura l’identità della persona in una putrefazione esistenziale anche più spaventosa della stessa morte. Non il lutto di massa, interessa Cummings. Non le stragi o il degrado quotidiano in trincea. Ma l’azzeramento della soggettività - della cultura, della sensibilità, perfino della personalità linguistica - in un universo concentrazionario che della guerra è potente metafora. Con un uso abbondante delle metafore 

Cummings costruì il suo romanzo, privilegiando in particolare la figura retorica che valorizza la parte per il tutto. Un esercizio che comincia fin dal titolo, The enormous room , la stanza enorme che rappresenta il campo di detenzione di La Ferté Macé, in Normandia, dove sul finire del 1917 l’autore venne internato per tre mesi. Anche i personaggi che lo popolano, i prisonnièrs provenienti da ogni angolo d’Europa, portano nomi evocativi in un proliferare di simbologie che allarga il significato di quella “stanza enorme” alla faticosa conquista di uno spazio interiore da parte dello scrittore. 



Realtà e immaginazione si confondono, in un processo narrativo per quei tempi all’avanguardia - il libro uscì negli Stati Uniti nel 1922. Anche lo stile del romanzo rompe gli argini della tradizione per l’invenzione linguistica e la sua straordinaria qualità pittorica (non sorprende che l’autore fosse anche un artista): le facce suine dei burocrati anticipano la critica sociale di Grosz e l’ossessiva architettura a gradini di La Ferté Macé sembrano ispirare gli incubi di Escher.

È certo una tragedia, quella narrata da Cummings, ma non priva di una sua vena ilare. Lo sguardo del narratore è pur sempre quello di un giovane intellettuale americano, cresciuto in una famiglia colta e brillantemente laureato ad Harvard. A ventitré anni, nel 1917, Edward Estlin Cummings decide di partecipare alla guerra mondiale, ma nell’unico modo possibile per il figlio di un’élite colta pacifista, ossia da conducente di ambulanze (come il protagonista di Addio alle armi). Spedito alla Section sanitaire XXI di stanza a Germaine, presto si rende conto che quella vita assai poco avventurosa non è tagliata per le sue ambizioni.

L’unica vera novità è l’incontro con William Slater Brown, studente di giornalismo alla Columbia University, che sarà poi la causa di tutti i suoi guai. Alcune lettere di Brown, sottoposte alla censura militare, indurranno a sospettarlo (ingiustamente) di spionaggio. Cummings, ritenuto colpevole per il solo fatto di essergli amico, sarà costretto a seguirlo a la Ferté Macé, dove vengono chiusi i delatori. E qui comincia la storia del prigioniero, letterariamente reinventata ne La stanza enorme con un piglio ironico che i recensori americani definirono witty: il sense of humour rivelatore della superiorità intellettuale dello studente di Harvard.



Prima rifiutato da Harcourt e da Harper’s, il libro sarebbe stato accolto da Lawrence d’Arabia come «il più bel romanzo sulla prima guerra mondiale». Ma oggi è assai meno conosciuto di altri racconti sullo stesso tema, e fa bene Baldini & Castoldi a riproporlo in questa edizione curata da Patrizia Collesi.

«La guerra? Un’apocalisse e una scoperta», scrisse Cummings al suo rientro. «Guerra vuol dire che tutti gli esseri irrealmente umani diventano veramente disumani». Questo era stato il motivo del suo romanzo, che nell’edizione del 1934 introduce un dialogo fittizio. «Quando fu pubblicato La Stanza enorme » , dice lo scrittore, «alcuni si aspettavano un libro di guerra; furono delusi». Non tratta veramente di guerra?, chiede l’intervistatore immaginario. Risposta: «Si serve della guerra per esplorare un’inconcepibile immensità che è tanto lontana da apparire microscopica». E questa cosa gigantesca e apparentemente minuscola altro non era che l’individuo, la “stanzaenorme”. La più grande di tutte.

La Repubblica – 6 luglio 2014



E.E. Cummings
La stanza enorme
Baldini & Castoldi, 2014
18 euro