TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 agosto 2014

Ripensare Togliatti dimenticando Stalin (e Turati)



Oggi il Manifesto dedica nel cinquantenario della scomparsa il paginone centrale a Palmiro Togliatti. Gli articoli, pur nella loro diversità, sono accomunati dalla rimozione (in perfetto stile rossandiano-magriano) di tutto ciò che anche alla lontana richiami lo stalinismo e i suoi crimini (di cui Togliatti fu per decenni partecipe consapevole e attivo). Altrettanto rimosso è il dato relativo al riformismo socialista (da Costa a Turati) il cui obiettivo era l'integrazione delle classi subalterne nello Stato e la loro trasformazione da plebi informi a cittadini. In questa capacità di fondere mito rivoluzionario (l'URSS) e concreto presente riformistico (socialismo municipale compreso) in una narrazione capace di coinvolgere le grandi masse  sta la grandezza politica di Togliatti e al tempo stesso le sue profonde contraddizioni. “Il Migliore” ne era consapevole, i suoi eredi (in particolare Berlinguer) no. Da qui la rapida rovina di un patrimonio politico accumulato in decenni. E che larga parte della sinistra guardi ancora a quel passato come possibile modello per l'oggi mostra solo la profondità della crisi di un pensiero incapace di ripensare criticamente (e dunque superare) la propria storia.

Fulvio Lorefice-Tommaso Nencioni

Togliatti e l’ospite inatteso della democrazia progressiva


«Sono vent’anni che si com­batte, in Ita­lia. Vent’anni che due forze avverse, l’una di pro­gresso e rivo­lu­zione, l’altra di con­ser­va­zione e rea­zione, si affron­tano e misu­rano». Così ini­ziava Pal­miro Togliatti uno dei suoi più cele­bri scritti, l’editoriale per la nuova serie di Rina­scita, inau­gu­rata nel ’62. Dall’avvio della Resi­stenza, su su fino all’alba del centro-sinistra, era in corso di svol­gi­mento un con­flitto dalle radici anti­che. L’allora segre­ta­rio comu­ni­sta, di cui oggi cade il cin­quan­te­simo anni­ver­sa­rio della scom­parsa, indi­vi­duava tut­ta­via un dato di pro­fonda cesura rispetto alla tra­di­zione della lotta poli­tica ita­liana.

Se nel 1848, poi sul finire del secolo XIX, e più ancora nel primo dopo­guerra con l’avvento del fasci­smo, le forze «di con­ser­va­zione» ave­vano potuto distor­cere il pieno dispie­garsi del con­flitto in base a solu­zioni sco­per­ta­mente rea­zio­na­rie, a par­tire dalla guerra di Libe­ra­zione non era stato più pos­si­bile, per le classi diri­genti tra­di­zio­nali, ricor­rere a simili ricette. Cosa era acca­duto? Era inter­ve­nuto – pro­se­guiva lo scritto – «un fatto che non può più e non potrà mai essere can­cel­lato».

E cioè che «le classi popo­lari sono diven­tate, in un momento deci­sivo della sto­ria nazio­nale e della vita dello Stato ita­liano, pro­ta­go­ni­ste di que­sta vita e di que­sta sto­ria».

Con la Resi­stenza, insomma, i ceti subal­terni ave­vano fatto irru­zione per la prima volta nella sto­ria del Paese da pro­ta­go­ni­sti. E i par­titi di massa, in spe­cial modo quelli del movi­mento ope­raio, ave­vano poi fatto sì che que­sta irru­zione avve­nisse «dal basso», e costi­tuisse la linfa per l’edificazione di un sistema demo­cra­tico plu­ra­li­sta. L’esatto con­tra­rio di quanto era avve­nuto col fasci­smo, che aveva pie­gato la «mas­si­fi­ca­zione» alle esi­genze di edi­fi­ca­zione di un pro­getto pas­sivo, ver­ti­ci­stico e tota­li­ta­rio.

La potenza dell’affresco trat­teg­giato da Togliatti in quell’ormai lon­tano edi­to­riale può ancor meglio esser com­presa, per così dire, post res per­di­tas. Il legame tra irru­zione delle masse popo­lari nella vita e nella sto­ria dello Stato e pro­gresso dell’intera nazione ci appare del tutto evi­dente oggi: con quelle stesse masse popo­lari espulse dallo sce­na­rio poli­tico, ridotto a gioco a somma zero tutto all’interno dei gruppi diri­genti, pro­getti di ridu­zione degli spazi demo­cra­tici e di paral­lela ridu­zione delle con­qui­ste dei ceti subal­terni hanno pro­ce­duto di pari passo, più o meno indi­stur­bati.

Rap­pre­senta dun­que un eser­ci­zio rico­sti­tuente, a distanza di più di cinquant’anni, rileg­gere le parole di Togliatti. Viviamo una fase in cui si è pen­sato di poter sop­pe­rire con l’hap­pe­ning dome­ni­cale delle pri­ma­rie allo sfa­ri­na­mento di un intero «blocco sto­rico»; di poter fare inver­tire la rotta a coa­li­zioni poli­ti­che carat­te­riz­zate da un ben deter­mi­nato imprin­ting sociale con un po’ di «nar­ra­zione»; di poter far «cam­biare di segno» alle poli­ti­che restrit­tive varate dalla tro­jka con elu­cu­bra­zioni vaga­mente key­ne­siane – sarebbe come chie­dere la Repub­blica a Luigi XVI, è la bat­tuta che cir­cola tra gli eco­no­mi­sti ete­ro­dossi più avve­duti.

Ma si è perso com­ple­ta­mente di vista il dato cen­trale ben pre­sente a Togliatti, quello dell’essenzialità della pres­sione dal basso da parte delle classi subal­terne in vista della con­qui­sta e della sta­bi­liz­za­zione di nuovi spazi di demo­cra­zia e di avan­za­mento sociale. Una pres­sione, giova sot­to­li­neare, che veniva a dispie­garsi sulla scorta di un’analisi con­creta della strut­tura della società, nelle sue diverse arti­co­la­zioni economico-ideali, e di un pre­ciso dise­gno poli­tico pro­gres­sivo. Il rigo­roso esame dei rap­porti di forza politico-sociali, che tra­lu­ceva dalla dina­mica sto­rica della lotta di classe, ne era quindi il neces­sa­rio com­ple­mento.

Alla leg­ge­rezza del carat­tere nazio­nale, da cui con­se­guiva la faci­lo­ne­ria e il dilet­tan­ti­smo che ridu­ce­vano la poli­tica a «momento pas­sio­nale» e «meschina mostra di abi­lità», Togliatti oppose un approc­cio scien­ti­fico e quindi peda­go­gico che dav­vero poco spa­zio lasciava al fidei­smo odierno per il lea­der. La cono­scenza, nel suo essere stru­mento di con­sa­pe­vo­lezza e coscienza cri­tica della realtà, era eman­ci­pa­zione. L’erudizione stessa di cui spesso dava sfog­gio risuo­nava a riven­di­ca­zione della pos­si­bi­lità, per il movi­mento ope­raio, di impos­ses­sarsi della parte migliore del patri­mo­nio cul­tu­rale nazio­nale. Attra­verso que­sta capil­lare opera di accul­tu­ra­zione, i ceti subal­terni si pre­pa­ra­vano a diven­tare «classe diri­gente». La poli­tica, intesa come stu­dio, lavoro, lotta, ed anche sacri­fi­cio, andava quindi a col­lo­carsi al ver­tice delle atti­vità umane.

Uno dei pecu­liari con­tri­buti crea­tivi di Togliatti risiede pro­prio nel prin­ci­pio — oggi disap­pli­cato — della poli­tica come scienza. Un prin­ci­pio che il mar­xi­smo aveva con­tri­buito a fon­dare, e del quale oggi la sini­stra, in preda agli irra­zio­na­li­smi del pri­mi­ti­vi­smo poli­tico, sem­bra avere ancor più biso­gno. Della feconda ere­dità poli­tica ed intel­let­tuale di Togliatti par­rebbe oggi persa ogni trac­cia, ben­ché sia stato uno degli sta­ti­sti che più a fondo, con mag­giore auda­cia, e mag­giore lun­gi­mi­ranza, hanno inter­pre­tato le aspi­ra­zioni di eman­ci­pa­zione e pro­gresso dei ceti subal­terni italiani.


Il Manifesto – 21 agosto 2014