TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 agosto 2014

Scuola: bilancio di un disastro annunciato



Cambiano i governi, ma non cambia una politica scolastica fatta di regali alla Chiesa cattolica (è di questi giorni la notizia dell'assunzione di migliaia di insegnanti di religione per le scuole materne) e di tagli indiscriminati. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una scuola precaria destinata a sfornare generazioni di lavoratori precari.

Roberto Ciccarelli

La scuola italiana al microscopio di Giorgio Mele


Il Sacro Graal delle scuole e delle uni­ver­sità è diven­tato il lavoro ammi­ni­stra­tivo sulla «qua­lità». Moni­to­rag­gio, valu­ta­zione, misu­ra­zione della qua­lità attra­verso le clas­si­fi­che di Shan­gai, test Invalsi ele­vati a stru­menti della qua­lità intel­let­tuale degli stu­denti e delle capa­cità peda­go­gi­che dei docenti. Il nuovo dio che ispira le poli­ti­che dell’istruzione anche in Ita­lia è un dispo­si­tivo di con­trollo della vita della popo­la­zione ela­bo­rato nell’ultimo ven­ten­nio prima con la riforma Ruberti, poi da quella Berlinguer-Zecchino e svi­lup­pato con le riforme Moratti e Gelmini.

Pur con sfu­ma­ture diverse, legate ad una diversa con­ce­zione della scuola dell’infanzia e a una diversa cen­tra­lità della scuola pub­blica, l’accordo tra centro-sinistra e centro-destra è matu­rato sul ter­reno di un’adesione acri­tica ai prin­cipi quan­ti­ta­tivi, posi­ti­vi­sti ed eco­no­me­trici del neo­li­be­ra­li­smo oggi incar­nati nella cul­tura della «valu­ta­zione» e della meri­to­cra­zia. Que­sto è lo sfondo ideo­lo­gico a par­tire dal quale sono state costruite le «lar­ghe intese» che gesti­scono la crisi eco­no­mica e poli­tica dal 2011, nel ten­ta­tivo di isti­tuire una forma di demo­cra­zia auto­ri­ta­ria. Ancor prima dei patti poli­tici, l’istruzione è stato dun­que il campo di appli­ca­zione di un’intesa che mira a pro­fes­sio­na­liz­zare i saperi come anti­doto alla disoc­cu­pa­zione e alla pre­ca­rietà gio­va­nile e a liqui­dare i saperi com­plessi giu­di­cati inu­tili per la con­qui­sta di un’attività red­di­ti­zia nell’ambito delle professioni.

Ha ragione Gior­gio Mele, che ha da poco man­dato in stampa con Ediesse una lineare rico­stru­zione della sto­ria sulla scuola pub­blica dall’Unità alla riforma Gel­mini (Per la scuola di tutti. Breve sto­ria della scuola ita­liana, pp.151, euro 12), a giu­di­care que­sto lungo ciclo a par­tire dal legame tra poli­tica e società, e tra movi­menti sociali e stu­den­te­schi e riforme dell’istruzione. Se non lo avesse con­si­de­rato, infatti, oggi non si capi­rebbe la vio­lenta aggres­sione della destra ber­lu­sco­niana alla scuola pub­blica (taglio di 8,4 miliardi di euro alla scuola e di 1,1 all’università nel 2008), fina­liz­zata alla can­cel­la­zione delle tutele sociali e dell’uguaglianza delle oppor­tu­nità, due valori dello Stato sociale in cui è fio­rita la scuola di massa a par­tire dagli anni Ses­santa.



La sua rico­stru­zione per­mette inol­tre di spie­gare la sto­ria ano­mala di un paese che ha tagliato gli inve­sti­menti sull’istruzione e sulla ricerca negli anni in cui è esplosa la crisi glo­bale, men­tre i paesi Ocse deci­de­vano di raf­for­zare l’economia cogni­tiva. Per Mele que­sto è il risul­tato di una per­si­stente cul­tura clas­si­sta nelle destre italiane.

Que­sto approc­cio non per­mette tut­ta­via di spie­gare a fondo le ragioni che hanno spinto il centro-sinistra a pro­muo­vere con il primo governo Prodi la tra­sfor­ma­zione dell’istruzione pub­blica secondo i canoni della gover­nance neo­li­be­rale del «Pro­cesso di Bolo­gna». Mele regi­stra tut­ta­via il fal­li­mento di que­sto modello rap­pre­sen­tato dalla riforma dei cicli didat­tici, il cosid­detto «3+2»: un modulo che ha mol­ti­pli­cato gli inse­gna­menti pro­vo­cando un vistoso abbas­sa­mento qua­li­ta­tivo dell’insegnamento.

Un fal­li­mento anche dal punto di vista «pro­dut­tivo»: basti guar­dare le sta­ti­sti­che dei lau­reati e degli imma­tri­co­lati all’università. Una volta giunta al ter­mine di que­sta para­bola, la sini­stra potrà ancora riven­di­care acri­ti­ca­mente un ritorno alla scuola «pub­blica» senza rimet­tere in discus­sione la tra­sfor­ma­zione radi­cale di que­sto «pub­blico» in una gestione mana­ge­riale e pri­va­ti­stica dello Stato che fun­ziona da for­ni­tore di ser­vizi per l’impresa?

Il Manifesto – 22 agosto 2013



Giorgio Mele
Per la scuola di tutti. Breve sto­ria della scuola ita­liana
Ediesse, 2014
euro 12