TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 22 agosto 2014

Sulle strade del blues. Per un pugno di polvere



Da Oxford a Vicksburg, passando per la tana di William Faulkner e la sub town di Natchez, un tempo scandalosa e pericolosa. Il viaggio nell’America del "deep south" prosegue tra i bagliori delle grandi lotte antirazziste e le luci dei casinò galleggianti.

Giuliano Malatesta

Per un pugno di polvere

Prima ancora di Rosa Park, la sarta di Mont­go­mery che un bel giorno si rifiutò di cedere il pro­prio posto a un bianco su un mezzo di tra­sporto pub­blico, o di mostri sacri come Mar­tin Luther King e Mal­colm X, un posto d’onore nel varie­gato pal­ma­res degli eroi della lotta anti­raz­zi­sta in Ame­rica spetta di diritto a Wil­lie Reed, il gio­vane mez­za­dro che nel 1955 testi­mo­niò in uno dei pro­cessi sim­bolo della bat­ta­glia per i diritti civili della comu­nità afro-americana: quello agli assas­sini di Emmett Till, il quat­tor­di­cenne rapito, tor­tu­rato e lin­ciato nel 1955 in una cit­ta­dina del Mississippi.

Il suo corpo, sfi­gu­rato e legato con il filo spi­nato, fu get­tato nel fiume e ritro­vato dopo tre giorni. Era stato giu­di­cato col­pe­vole di aver fischiet­tato a una ragazza bianca all’interno di una dro­ghe­ria, un affronto mor­tale in una zona degli Stati Uniti dove i neri non ave­vano il per­messo di pren­dere l’iniziativa e rivol­gere per primi la parola a un bianco, né tan­to­meno di guar­darli negli occhi.

Reed, che all’epoca aveva 18 anni e faceva il mez­za­dro, vide Emmett poche ore prima della sua morte, men­tre lo por­ta­vano via. Ebbe la forza di pre­sen­tarsi a sor­presa al pro­cesso e pun­tare il dito con­tro gli impu­tati, tutti bian­chi, rischiando la vita. Gli accu­sati furono assolti, in una delle pagine più nere della giu­sti­zia ame­ri­cana, men­tre Reed fu costretto a cam­biare nome e per 60 anni rimase nasco­sto in uno sco­no­sciuto pue­blo dell’Illinois.



Spe­cia­lità della casa

Leggo della sua morte, avve­nuta all’età di 76 anni, il giorno del mio arrivo a Oxford, una delle più raf­fi­nate small town d’America, ele­gante énclave uni­ver­si­ta­ria con una sto­ria tur­bo­lenta alle spalle. Seduto alla Bot­tle­tree bakery, prin­ci­pale luogo di ritrovo degli stu­denti uni­ver­si­tari, tutti dili­gen­te­mente in fila in attesa di pro­vare la spe­cia­lità della casa, sublimi e sof­fici bagle far­citi in oltre 50 modi, sfo­glio i gior­nali locali. Reed viene ricor­dato con ammi­ra­zione, in un momento in cui le ten­sioni raz­ziali sem­brano tor­nare d’attualità. La sua sto­ria è più volte salita alla ribalta negli ultimi tempi e da alcuni para­go­nata a quella di Tray­von Mar­tin, il ragazzo afroa­me­ri­cano disar­mato ucciso in Flo­rida da un colpo di pistola spa­rato da una guar­dia volon­ta­ria, suc­ces­si­va­mente assolta.

Nono­stante la sua atmo­sfera libe­ral, le ariose libre­rie dalle ampie vetrate che affac­ciano sulla piazza e le sofi­sti­cate serate con­cer­ti­sti­che che ani­mano il wee­kend, Oxford, così chia­mata dai coloni nella spe­ranza che vi fosse costruita l’università, ha un pas­sato legato alla que­stione dei diritti civili dif­fi­cile da dimenticare.

Nel 1962 un gio­vane nero uscito a pieni voti dal col­lege si iscrisse all’Università del Mis­sis­sippi, dopo aver vinto una causa per discri­mi­na­zione raz­ziale davanti alla Suprema Corte con­tro la stessa uni­ver­sità, che si era oppo­sta al suo ingresso. Non era la prima volta che un afroa­me­ri­cano veniva ammesso in un col­lege o in altre uni­ver­sità per bian­chi del Sud, ma qui ad “Ole miss”, come tutti chia­mano que­sta uni­ver­sità fon­data nel lon­tano 1848, nes­suno aveva mai ipo­tiz­zato di poter subire una simile umi­lia­zione. Così il giorno in cui Mere­dith si pre­sentò al cam­pus dell’University of Mis­sis­sippi si trovò a sbar­rar­gli la strada un gruppo com­po­sito di 2mila stu­denti oltre a buona parte di una popo­la­zione infe­ro­cita.

Per sedare le con­te­sta­zioni J.F.Kennedy fu costretto a spe­dire ad Oxford gli agenti fede­rali, ma la rivolta pro­vocò la morte di 2 gior­na­li­sti, oltre cento arre­sti, molte pole­mi­che e una crisi isti­tu­zio­nale tra lo Stato del Mis­sis­sippi e il Governo Fede­rale. Le con­ti­nue ten­sioni però non impe­di­rono al ragazzo di finire il suo per­corso di studi e diven­tare un pic­colo eroe locale, come dimo­stra una sta­tua di ferro in suo onore eretta all’interno del cam­pus. Oggi l’Università del Mis­sis­sippi conta poco meno di 20 mila iscritti e le mino­ranze rap­pre­sen­tano quasi un quarto del corpo stu­den­te­sco. Qui, non a caso, nel 2008 fu orga­niz­zato uno dei 3 dibat­titi pre­si­den­ziali tra il futuro pre­si­dente Obama e l’allora can­di­dato repub­bli­cano, John McCain.



L’altro motivo del mio pas­sag­gio a Oxford si chiama Wil­liam Faul­k­ner. L’abitazione fami­liare dove lo scrit­tore ame­ri­cano amava rifu­giarsi di ritorno da Hol­ly­wood, «un posto dove un uomo può venire pugna­lato alle spalle men­tre sale una scala», è in posi­zione cen­trale ma nasco­sta all’interno di un sedu­cente bosco di cedri. Rowan Oak, que­sto il nome dell’elegante dimora di due piani, è una tipica resi­denza del vec­chio Sud con il colon­nato can­dido e il giar­dino pieno di alberi, aperta agli spa­ruti visi­ta­tori incu­rio­siti di osser­vare vezzi e abi­tu­dini casa­lin­ghe di un Pre­mio Nobel. Come in altre case di cele­bri per­so­naggi, tutto è rima­sto immo­bile nel tempo: dalla mac­china da scri­vere Under­wood del 1940, ai fucili di cac­cia in camera da letto fino alla teca di vetro al cui interno si trova ancora una bot­ti­glia di Four Roses bourbon.

Impla­ca­bile sudi­sta, fero­ce­mente con­tra­rio alla segre­ga­zione raz­ziale, defi­nita la «ver­go­gna» del Sud, ma al tempo stesso pronto a com­bat­tere con­tro nuovi ten­ta­tivi di mora­liz­za­zione da parte delle forze nor­di­ste, Faul­k­ner ha avuto lo straor­di­na­rio merito di riu­scire a descri­vere in maniera tra­gica il declino dell’aristocrazia, e il ten­ta­tivo di sca­lata dei nuovi ceti sociali bor­ghesi, attra­verso la vicenda di un remoto e oscuro angolo del Sud. «Mostrare il ter­rore in un pugno di pol­vere», avrebbe detto T. S. Elliot. Eppure da que­ste parti la gran­dezza dell’autore non è mai stata apprez­zata fino in fondo. Volendo dare ascolto ai pet­te­go­lezzi più anti­pa­tici, ha scritto l’etnomusicologo Alan Lomax di pas­sag­gio a Oxford, si potrebbe soste­nere che Faul­k­ner «non era nem­meno lo scrit­tore più dotato in fami­glia» e che suo fra­tello John fosse molto più raf­fi­nato di lui. Pet­te­go­lezzi a parte, non si può dire che Wil­liam Faul­k­ner sia entrato nel cuore della comu­nità locale.

A Oxford l’idolo indi­scusso si chiama Archie Man­ning, per 3 anni, dalla fine dei Ses­santa agli inizi dei Set­tanta, quar­ter­back dell’amatissima squa­dra uni­ver­si­ta­ria Ole Miss. «Il miglior quar­ter­back che il col­lege abbia mai visto», ripe­tono in coro. Tal­mente amato che nel cam­pus il limite di velo­cità è fermo a 18 miglia, il numero che Man­ning por­tava die­tro la maglia.



Per diri­germi nel deep south, il pro­fondo Sud degli Stati Uniti, da Oxford seguo la Nat­chez Tra­vel Par­k­way, una magni­fica sce­nic road che con­giunge Nash­ville a Nat­chez col­le­gando il Mis­sis­sippi River con il fiume Cum­ber­land. Prima dell’avvento dei bat­telli a vapore que­sta era la prin­ci­pale via di comu­ni­ca­zione che col­le­gava l’Est agli avam­po­sti del Mis­sis­sippi. La prima sosta è a Vick­sburg, un luogo che pro­fuma di ari­sto­cra­zia e pater­na­li­smo, ele­ganti dimore otto­cen­te­sche e anti­chi loca­li­smi. Qui tutto rimanda a un pas­sato che non esi­ste più. «Vick­sburg is the key» ripe­teva insi­sten­te­mente Abramo Lin­coln, primo pre­si­dente Repub­bli­cano della sto­ria degli Stati Uniti, a suoi col­la­bo­ra­tori, con­sa­pe­vole dell’importanza stra­te­gica di que­sta pic­cola cit­ta­dina fon­data nel 1811 e posi­zio­nata su un alto pro­mon­to­rio che affac­cia sul Mis­sis­sippi; dun­que essen­ziale per gli Unio­ni­sti, che ave­vano biso­gno di con­qui­stare l’intero corso del “Grande Fiume” e tagliare in due il Sud. A Vick­sburg si svolse una delle bat­ta­glie cru­ciali della Guerra di Seces­sione ame­ri­cana, che mise la parola fine al sogno indi­pen­den­ti­sta degli Stati con­fe­de­rati. La città capi­tolò il 3 luglio del 1863, dopo un duris­simo asse­dio durato ben 43 giorni, al ter­mine del quale le truppe sudi­ste si arre­sero alla stra­po­tere nemico e all’intelligenza mili­tare della cam­pa­gna ideata del gene­rale Grant.

In que­sta zona eco­no­mi­ca­mente depressa gran parte del turi­smo ruota intorno a que­sto evento, a comin­ciare dal Natio­nal Mili­tary Park, immenso pol­mone verde cit­ta­dino tra­sfor­mato in un parco mili­tare dove gli appas­sio­nati di sto­ria accor­rono per riper­cor­rere le tappe chiave dell’assedio. Da un punto di vista stret­ta­mente finan­zia­rio, però, la spe­ranza di restare a galla è legata al busi­ness dei casinò, gra­zie a una legge del 1992 che ha auto­riz­zato il gioco d’azzardo sull’acqua. Nel solo Mis­sis­sippi si con­tano 34 case gal­leg­gianti, che danno lavoro a 23mila per­sone e hanno un giro d’affari di 3 miliardi di dol­lari (2012). Nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi si tratta di squal­lide strut­ture che fanno il verso ai vec­chi casinò sui bat­telli flu­viali a ruota che si pos­sono tro­vare nei romanzi di Mark Twain; solo che nel XXI secolo sono gestiti da grandi gruppi immo­bi­liari e da società spe­cia­liz­zate che si sono fatte le ossa a Las Vegas.



Il fami­ge­rato catfish

Dopo aver assag­giato il fami­ge­rato cat­fish, uno dei vanti della gastro­no­mia locale, per la verità dal leg­gero retro­gu­sto fan­goso, riprendo la Nat­chez Trace Par­k­way fino a Nat­chez, una sofi­sti­cata cit­ta­dina abi­tata da una folla cosmo­po­lita che tiene insieme intel­let­tuali libe­ral e con­ser­va­tori repub­bli­cani, entrambi atti­rati da quella sou­thern hospi­ta­lity che qui è molto di più di uno stile di vita. In poche altre parti degli Stati Uniti sarete infatti accolti in una splen­dida dimora otto­cen­te­sca da tanto entu­sia­smo e da uno zuc­che­rato bic­chiere di whi­skey, da sor­seg­giare in tutta tran­quil­lità in un superbo patio con vista sul Mis­sis­sippi men­tre il padrone di casa prova a spie­garti, in un inglese incom­pren­si­bile, l’antica sto­ria della sua man­sion. Una delle quasi 700 dimore pre-war, che ren­dono Nat­chez un posto spe­ciale, sopra­tutto per gli amanti dell’architettura Greek Revi­val, lo stile più spesso asso­ciato con il Sud prebellico.

Curiosa è la sto­ria di Nat­chez, che è anche il più antico inse­dia­mento sul Mis­sis­sippi. Ori­gi­na­ria­mente fon­data dai coloni fran­cesi nel 1716, per molti anni, a cavallo tra ‘700 e ‘800 Nat­chez è stata la capi­tale com­mer­ciale dell’industria del cotone, la città dell’aristocrazia fon­dia­ria e mer­can­tile, il posto dove vive­vano più milio­nari che in qual­siasi altra parte di Ame­rica. Paral­le­la­mente a que­sta sofi­sti­cata città sulla col­lina se ne svi­luppò un’altra lungo la riva del fiume, più popo­lare e alla mano, per usare un eufe­mi­smo.

Cono­sciuta con il nome di «Nat­chez under the hill», que­sta sub town si gua­da­gnò pre­sto la fama di essere uno dei posti più peri­co­losi di tutto il Mis­sis­sippi, ter­reno pre­di­letto per gam­blers, con­trab­ban­dieri e bari di ogni sorta. «Nat­chez under the Hill fun­zionò da camera di com­pen­sa­zione per la cul­tura popo­lare del fiume — spiega Mario Maffi in Mis­sis­sippi - luogo di rac­colta e disper­sione prima dell’arrivo nel grande labo­ra­to­rio di New Orleans, in cui l’universo dei bat­tel­lieri tro­vava modo di espri­mersi senza freni, dopo il lungo e arduo viag­gio giù per l’Ohio e il Mis­sis­sippi». Una città nella città, tal­mente scan­da­losa che per spaz­zarla via si rese neces­sa­ria tutta l’irruenza del Mis­sis­sippi, che intorno alla metà dell’ottocento si man­giò cen­ti­me­tro dopo cen­ti­me­tro tutta la riva del fiume.

Per­corro Sil­ver Street fino alla vista del fiume. Sullo sfondo le deboli luci al neon dell’immancabile casinò gal­leg­giante “Isola of Capri”. Dell’antica città del vizio non è rima­sto nulla, eccetto un mode­sto risto­rante e un saloon che ha quasi 300 anni e un aspetto vaga­mente tetro. Ma che resta il posto migliore per ordi­nare da bere e aspet­tare che uno degli avven­tori locali venga a rac­con­tarti, dopo un’iniziale dif­fi­denza, qual­che impro­ba­bile sto­ria. Come quella dei fra­telli Harpe, famosi nei primi dell’Ottocento per aver deru­bato e tor­tu­rato molti dei viag­gia­tori che si avven­tu­ra­vano lungo la Nat­chez Trace, il per­corso uti­liz­zato dai coloni che cer­ca­vano for­tuna all’Ovest. Uno dei due fra­telli, non è dato saper quale, venne in seguito cat­tu­rato e deca­pi­tato, e la sua testa fu appesa lungo la strada come monito per altri assas­sini. Ma pare che il suo spi­rito ogni tanto fac­cia ancora capo­lino da quelle parti.

(3 — con­ti­nua)

il Manifesto – 10 agosto 2014