TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 agosto 2014

Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia



La fortuna editoriale de «Le Capital au XXIe siècle» di Thomas Piketty sta nella denuncia delle disuguaglianze cresciute esponenzialmente in Europa e Stati Uniti negli ultimi decenni. Ma la sua teoria non è esente da critiche (e proprio in nome di Marx). Pubblichiamo alcuni stralci di un testo apparso sull’ultimo numero de «Le Monde Diplomatique»

Russell Jacoby

Thomas Piketty, il pragmatico dell’utopia light


Il sag­gio di Tho­mas Piketty Le Capi­tal au XXIe siè­cle è un feno­meno sia socio­lo­gico sia intel­let­tuale. Cri­stal­lizza lo spi­rito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Clo­sing of the Ame­ri­can Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denun­ciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle mino­ranze nelle uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi, oppo­neva la medio­crità del rela­ti­vi­smo cul­tu­rale alla ricerca dell’eccellenza asso­ciata, nello spi­rito di Bloom, ai clas­sici greci e romani. Ebbe pochi let­tori era par­ti­co­lar­mente pom­poso ma ali­men­tava il sen­ti­mento di una distru­zione del sistema edu­ca­tivo sta­tu­ni­tense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei pro­gres­si­sti e della sini­stra. Un sen­ti­mento che non ha affatto perso vigore. Le Capi­tal au XXIe siè­cle (Il Capi­tale nel XXI secolo) si inqua­dra nello stesso regi­stro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sini­stra e che la con­tro­ver­sia si è spo­stata dall’educazione al campo eco­no­mico. Anche in mate­ria di inse­gna­mento, il dibat­tito si foca­lizza ormai sul peso dei debiti di stu­dio e sulle bar­riere suscet­ti­bili di spie­gare le disu­gua­glianze scolastiche.

L’opera tra­duce un’inquietudine pal­pa­bile: la società sta­tu­ni­tense, come l’insieme delle società del mondo, par­rebbe sem­pre più ini­qua. Le disu­gua­glianze si aggra­vano e fanno pre­sa­gire un futuro gri­gio. Le Capi­tal au XXIe siè­cle avrebbe dovuto inti­to­larsi Le disu­gua­glianze nel XXI secolo.

Sarebbe ste­rile cri­ti­care Piketty per la sua inca­pa­cità di rag­giun­gere obiet­tivi che egli non si era dato. Tut­ta­via, tes­serne le lodi non è suf­fi­ciente. Molti com­men­ta­tori si sono inte­res­sati al suo rap­porto con Karl Marx, a quello che egli gli deve, e alle infe­deltà, men­tre occor­re­rebbe piut­to­sto chie­dersi in che senso quest’opera chia­ri­sca la nostra attuale mise­ria.

E, al tempo stesso, vista la pre­oc­cu­pa­zione rispetto all’uguaglianza, non è inu­tile tor­nare a Marx. Con­fron­tando que­sti due autori, si nota in effetti una diver­genza: entrambi con­te­stano le dispa­rità eco­no­mi­che, ma pren­dono dire­zioni oppo­ste. Piketty rimane nell’ambito dei salari, dei red­diti e della ric­chezza; vuole sra­di­care le disu­gua­glianze estreme e offrirci per paro­diare lo slo­gan della pri­ma­vera di Praga un capi­ta­li­smo dal volto umano. Marx, al con­tra­rio, si pone sul ter­reno delle merci, del lavoro e dell’alienazione: vuole abo­lire que­ste rela­zioni e tra­sfor­mare la società.

Piketty con­duce una requi­si­to­ria impla­ca­bile con­tro le disu­gua­glianze: È arri­vato il momento, scrive nell’introduzione, di met­tere la que­stione delle disu­gua­glianze al cen­tro dell’analisi eco­no­mica. Nell’esergo del libro, egli scrive la seconda frase della Dichia­ra­zione dei diritti dell’uomo e del cit­ta­dino del 1789: Le distin­zioni sociali non pos­sono essere fon­date che sull’utilità comune. (Peral­tro, viene da chie­dersi per­ché un libro così pro­lisso tra­scuri la prima frase della Dichia­ra­zione stessa: Gli uomini nascono e riman­gono liberi e uguali nei diritti.) Basan­dosi su una quan­tità di cifre e gra­fici, egli mostra che le disu­gua­glianze eco­no­mi­che aumen­tano e che i più for­tu­nati si acca­par­rano una parte cre­scente della ric­chezza. Alcuni si sono messi in testa di con­te­stare que­ste sta­ti­sti­che; egli ha rispo­sto punto per punto.

Piketty col­pi­sce con forza nel segno quando tratta dell’esacerbarsi delle disu­gua­glianze che sfi­gu­rano la società, in par­ti­co­lare quella sta­tu­ni­tense. Egli fa notare per esem­pio che l’educazione dovrebbe essere acces­si­bile a tutti e favo­rire la mobi­lità sociale. Ma il red­dito [annuo] medio dei geni­tori degli stu­denti di Har­vard è dell’ordine di 450.000 dol­lari [330.000 euro], il che li pone fra il 2% più ricco delle fami­glie sta­tu­ni­tensi. Egli con­clude la sua argo­men­ta­zione con que­sto eufe­mi­smo carat­te­ri­stico: Il con­tra­sto fra il discorso meri­to­cra­tico uffi­ciale e la realtà(…) sem­bra qui par­ti­co­lar­mente estremo.



Per alcuni a sini­stra, non c’è niente di nuovo. Per altri, stan­chi di sen­tirsi dire con­ti­nua­mente che è impos­si­bile aumen­tare il sala­rio minimo, che non biso­gna tas­sare i crea­tori di posti di lavoro e che la società sta­tu­ni­tense rimane la più aperta del mondo, Piketty è un alleato prov­vi­den­ziale. In effetti, secondo un rap­porto (non citato nel libro), i ven­ti­cin­que gestori di fondi d’investimento meglio remu­ne­rati hanno gua­da­gnato, nel 2013, 21 miliardi di dol­lari (16 miliardi di euro), ovvero più di due volte il red­dito totale di circa 150mila inse­gnanti di scuola materna degli Stati uniti. Se la retri­bu­zione finan­zia­ria cor­ri­sponde al valore sociale, allora un gestore di hedge fund vale quanto 17mila mae­stri… È pos­si­bile che geni­tori (e inse­gnanti) non siano d’accordo.

Tut­ta­via, la fis­sa­zione esclu­siva di Piketty sulle disu­gua­glianze pre­senta limiti teo­rici e poli­tici. Dalla Rivo­lu­zione fran­cese al movi­mento sta­tu­ni­tense per i diritti civili pas­sando per il car­ti­smo, l’abolizione della schia­vitù e le suf­fra­gette, l’aspirazione all’uguaglianza ha cer­ta­mente susci­tato diverse sol­le­va­zioni poli­ti­che. In una enci­clo­pe­dia della con­te­sta­zione, la voce rela­tiva occu­pe­rebbe diverse cen­ti­naia di pagine e riman­de­rebbe a tutte le altre voci. Ha gio­cato, e con­ti­nua a gio­care, un ruolo posi­tivo essen­ziale. Basti pen­sare, anche di recente, al movi­mento Occupy Wall Street e alle mobi­li­ta­zioni per i matri­moni omo­ses­suali. Lungi dall’essere scom­parso, que­sto tipo di riven­di­ca­zione ha tro­vato nuovo vigore.

Ma l’egualitarismo implica anche una parte di ras­se­gna­zione: accetta la società com’è, cer­cando solo di rie­qui­li­brare la ripar­ti­zione dei beni e dei pri­vi­legi. Gli omo­ses­suali vogliono otte­nere il diritto di spo­sarsi allo stesso titolo degli ete­ro­ses­suali. Benis­simo; ma que­sto non modi­fica affatto l’istituzione imper­fetta del matri­mo­nio, che la società non può far deca­dere né miglio­rare. Già nel 1931, lo sto­rico bri­tan­nico di sini­stra Richard Henry Taw­ney sot­to­li­neava que­sti limiti in un libro che peral­tro si schie­rava con l’egualitarismo (4). Il movi­mento ope­raio, scri­veva, crede nella pos­si­bi­lità di una società che dà più valore alle per­sone e meno al denaro. Ma quest’orientamento ha dei limiti: Al tempo stesso, aspira non a un ordine sociale diverso, nel quale denaro e potere eco­no­mico non saranno più il cri­te­rio della riu­scita, ma a un ordine sociale dello stesso tipo, nel quale il denaro e il potere eco­no­mico saranno ripar­titi un po’ diver­sa­mente.. Ecco il cuore del pro­blema. Accor­dare a tutti il diritto di inqui­nare è un pro­gresso sul lato dell’uguaglianza, ma non lo è certo per il pianeta.



Evi­tare di pagare troppo gli universitari

Marx non asse­gna alcun ruolo all’uguaglianza. Non solo non ha mai preso in con­si­de­ra­zione il fatto che i salari avreb­bero potuto aumen­tare in maniera rile­vante, ma anche se lo avesse fatto, ai suoi occhi il punto non era quello. Il capi­tale impone i para­me­tri, il ritmo e la defi­ni­zione anche del lavoro, di ciò che è van­tag­gioso e di ciò che non lo è. Anche in un regime capi­ta­li­stico di forme agiate e libe­rali, dove il lavo­ra­tore può vivere meglio e con­su­mare di più per­ché riceve un sala­rio migliore, la situa­zione non è fon­da­men­tal­mente diversa. Il fatto che l’operaio sia pagato meglio non ne cam­bia la situa­zione di dipen­denza, come un miglio­ra­mento nel vestire, nel cibo, nel trat­ta­mento, o l’aumento del pecu­lium non abo­li­vano il rap­porto di dipen­denza e sfrut­ta­mento degli schiavi. Un aumento dei salari signi­fica al mas­simo che la lun­ghezza e il peso della catena d’oro che il lavo­ra­tore dipen­dente si è for­giato da sé fanno sì che essa stringa un po’ meno.

Si potrà certo obiet­tare che que­ste cri­ti­che risal­gono al XIX secolo. Ma Marx ha almeno il merito di con­cen­trarsi sulla strut­tura del lavoro, men­tre Piketty non ne fa parola. Non si tratta di sapere chi dei due abbia ragione sul fun­zio­na­mento del capi­ta­li­smo, ma di cogliere la base delle loro rispet­tive ana­lisi: la ripar­ti­zione per Piketty, la pro­du­zione per Marx. Il primo vuole redi­stri­buire i frutti del capi­ta­li­smo così da ridurre lo scarto fra i red­diti più ele­vati e quelli più bassi, men­tre il secondo vuole tra­sfor­mare il capi­ta­li­smo ed eli­mi­narne il dominio.

Fin dalla sua gio­ventù, Marx docu­menta la mise­ria dei lavo­ra­tori: dedica cen­ti­naia di pagine del Capi­tale alla gior­nata di lavoro tipo e alle cri­ti­che che essa suscita. Anche su que­sto sog­getto, Piketty non ha niente da dirci, anche se evoca uno scio­pero all’inizio del primo capi­tolo. Nell’indice dell’edizione inglese, alla voceLavoro, si può leg­gere: Si veda “Divi­sione capitale-lavoro”. È com­pren­si­bile, per­ché l’autore non si inte­ressa al lavoro in sé, ma alle disu­gua­glianze che deri­vano da que­sta divisione.

In Piketty, il lavoro si riduce all’ammontare dei salari. Gli scoppi di col­lera che qui e là affio­rano nel suo scritto pren­dono di mira i ric­chis­simi. Egli fa notare ad esem­pio che la for­tuna di Liliane Bet­ten­court, ere­di­tiera dell’Oréal, è pas­sata da 4 a 30 miliardi di dol­lari (da 3 a 22 miliardi di euro) fra il 1990 e il 2010: Liliane Bet­ten­court non ha mai lavo­rato, ma que­sto non ha impe­dito alle sue ric­chezze di aumen­tare velo­ce­mente quanto quelle di Bill Gates. L’attenzione riser­vata ai più ric­chi cor­ri­sponde per­fet­ta­mente alla sen­si­bi­lità della nostra epoca, men­tre Marx, con la sua descri­zione del lavoro dei panet­tieri, degli imbian­chini e dei tin­tori pagati a gior­nata, fa parte del pas­sato. La mani­fat­tura e le catene di mon­tag­gio scom­pa­iono dai paesi capi­ta­li­sti avan­zati e si dif­fon­dono nei paesi in via di svi­luppo, dal Ban­gla­desh alla Repub­blica domi­ni­cana. Ma non neces­sa­ria­mente un argo­mento vec­chio è obso­leto, e Marx, foca­liz­zan­dosi sul lavoro, sot­to­li­nea una dimen­sione quasi assente nel Le Capi­tal au XXIe siècle.

Piketty docu­menta l’esplo­sione delle disu­gua­glianze, in par­ti­co­lare negli Stati uniti, e denun­cia gli eco­no­mi­sti orto­dossi, che giu­sti­fi­cano le enormi disu­gua­glianze nelle remu­ne­ra­zioni con le forze razio­nali del mer­cato. Egli rim­pro­vera i col­le­ghi sta­tu­ni­tensi che ten­dono spesso a rite­nere che l’economia degli Stati uniti fun­zioni piut­to­sto bene, e in par­ti­co­lare che ricom­pensi il talento e il merito con equità e pre­ci­sione. Ma, aggiunge, non c’è da stu­pirsi, visto che anche que­gli eco­no­mi­sti appar­ten­gono al 10% dei più ric­chi. Il mondo della finanza, al quale non di rado essi offrono con­su­lenze, alza i loro sti­pendi, ed essi mani­fe­stano unaten­denza incre­sciosa a difen­dere i loro inte­ressi pri­vati, dis­si­mu­lan­dosi die­tro un’improbabile difesa dell’interesse gene­rale.



Per fare un esem­pio che non si trova nell’opera di Piketty, un recente arti­colo pub­bli­cato nella rivi­sta dell’American Eco­no­mic Asso­cia­tion si pro­pone di dimo­strare, dati alla mano, che le forti disu­gua­glianze dipen­dono dalla realtà eco­no­mica. I red­diti più ele­vati hanno com­pe­tenze rare e uni­che che per­met­tono loro di nego­ziare a un prezzo forte il valore cre­scente del loro talento, con­clude uno degli autori, Ste­ven N. Kaplan, docente di eco­no­mia dell’impresa e della finanza alla School of Busi­ness dell’università di Chi­cago. Con tutta evi­denza, Kaplan ha biso­gno di miglio­rare la pro­pria con­di­zione eco­no­mica: una nota in fondo pagina ci informa che egli siede nel con­si­glio di ammi­ni­stra­zione di diversi fondi d’investimento e che è stato con­su­lente per società di inve­sti­mento in capi­tali di rischio. Ecco l’insegnamento uma­ni­sta del XXI secolo! Piketty spiega all’inizio del libro di aver perso le illu­sioni sugli eco­no­mi­sti sta­tu­ni­tensi inse­gnando al Mas­sa­chu­setts Insti­tute of Tech­no­logy (Mit), e che gli eco­no­mi­sti delle uni­ver­sità fran­cesi hanno il grande van­tag­gio di non essere né molto con­si­de­rati né paga­tis­simi: que­sto con­sente loro di tenere i piedi per terra.

Ma la con­tro­spie­ga­zione che egli pro­pone è quan­to­meno banale: le enormi dispa­rità di remu­ne­ra­zione dipen­de­reb­bero dalla tec­no­lo­gia, dall’istruzione e dalle abi­tu­dini. Le retri­bu­zioni stra­va­ganti dei super­qua­dri, un mec­ca­ni­smo potente di aumento delle disu­gua­glianze eco­no­mi­che, in par­ti­co­lare negli Stati uniti, non pos­sono essere spie­gate con la logica razio­nale della pro­dut­ti­vità. Riflet­tono le norme sociali attuali, le quali dipen­dono da poli­ti­che con­ser­va­trici che hanno ridotto l’imposizione fiscale sui più ric­chi. I pro­prie­tari di grandi imprese si attri­bui­scono sti­pendi enormi per­ché lo pos­sono fare e per­ché la società ritiene que­ste pra­ti­che accet­ta­bili, almeno negli Stati uniti e nel Regno unito.

Marx pro­pone un’analisi ben diversa. Più che pro­vare abis­sali disu­gua­glianze eco­no­mi­che egli cerca di sco­prirne le radici nell’accumulazione capi­ta­li­sta. Certo, Piketty spiega che le disu­gua­glianze sono dovute alla con­trad­di­zione cen­trale del capi­ta­li­smo: la disgiun­zione fra il tasso di ren­di­mento del capi­tale e il tasso di cre­scita eco­no­mica. Nella misura in cui il primo sopra­vanza il secondo, favo­rendo la ric­chezza esi­stente a sca­pito del lavoro esi­stente, si arriva a ter­ri­fi­canti disu­gua­glianze nella ripar­ti­zione delle ric­chezze. Su que­sto punto Marx sarebbe forse d’accordo, ma, ripe­tiamo, egli si inte­ressa al lavoro, per­ché lì si tro­vano l’origine e la mani­fe­sta­zione delle disu­gua­glianze. Secondo Marx, l’accumulazione del capi­tale pro­voca neces­sa­ria­mente disoc­cu­pa­zione, par­ziale, occa­sio­nale o per­ma­nente. Que­ste realtà, delle quali dif­fi­cil­mente si potrebbe con­te­stare l’importanza nel mondo attuale, sono total­mente assenti nell’opera di Piketty.

Marx parte, ovvia­mente, da un altro prin­ci­pio: è il lavoro che crea la ric­chezza. L’idea potrebbe sem­brare desueta. Ma indica una ten­sione irri­solta del capi­ta­li­smo: che ha biso­gno della forza lavoro e al tempo stesso cerca di farne a meno. I lavo­ra­tori sono neces­sari alla sua espan­sione, ma se ne sba­razza per ridurre i costi, per esem­pio auto­ma­tiz­zando la pro­du­zione. Marx stu­dia a lungo il modo in cui il capi­ta­li­smo genera una popo­la­zione ope­raia ecce­dente rela­tiva. Que­sto pro­cesso rive­ste due forme fon­da­men­tali: o si licen­ziano lavo­ra­tori, o si smette di incor­po­rarne di nuovi. Di con­se­guenza, il capi­ta­li­smo pro­duce dipen­denti eli­mi­na­bili o un eser­cito di riserva di disoc­cu­pati. Paral­le­la­mente all’aumentare del capi­tale e della ric­chezza, cre­scono sot­toc­cu­pa­zione e disoccupazione.

Cen­ti­naia di eco­no­mi­sti hanno ten­tato di cor­reg­gere o con­fu­tare que­ste ana­lisi, ma l’idea di un aumento della forza di lavoro ecce­dente sem­bra con­fer­mata: dall’Egitto al Sal­va­dor e dall’Europa agli Stati uniti, la mag­gior parte dei paesi sof­fre di livelli ele­vati o cri­tici di sot­toc­cu­pa­zione e disoc­cu­pa­zione. In altri ter­mini, la pro­dut­ti­vità capi­ta­li­sta eclissa il con­sumo capi­ta­li­sta. Per quanto spen­dac­cioni pos­sano essere, i ven­ti­cin­que gestori di hedge fund non arri­ve­ranno mai a con­su­mare i loro 21 miliardi di dol­lari di remu­ne­ra­zione annuale. Il capi­ta­li­smo è gra­vato da quel che Marx chiama i mostri della sovrap­pro­du­zione, sovrap­po­po­la­zione e iper­con­sumo. Da sola, la Cina può senza dub­bio pro­durre abba­stanza merci per ali­men­tare i mer­cati euro­peo, sta­tu­ni­tense e afri­cano. Ma che acca­drà alla forza lavoro nel resto del mondo? Le espor­ta­zioni cinesi di tes­sili e mobili verso l’Africa sub­sa­ha­riana si tra­du­cono in una ridu­zione di posti di lavoro per gli afri­cani. Dal punto di vista del capi­ta­li­smo, abbiamo un eser­cito in espan­sione, for­mato da lavo­ra­tori sot­toc­cu­pati e da disoc­cu­pati per­ma­nenti, incar­na­zione delle disu­gua­glianze contemporanee.

Poi­ché Marx e Piketty vanno in dire­zioni diverse, è logico che pro­pon­gano solu­zioni diverse. Piketty, pre­oc­cu­pato di ridurre le disu­gua­glianze e miglio­rare la distri­bu­zione, pro­pone un’imposta mon­diale e pro­gres­siva sul capi­tale, per evi­tare una diver­genza illi­mi­tata delle disu­gua­glianze patri­mo­niali. Egli rico­no­sce che quest’idea è uto­pica, ma la ritiene utile e neces­sa­ria: Molti respin­ge­ranno l’imposta sul capi­tale come una peri­co­losa illu­sione, pro­prio come poco più di un secolo fa acca­deva all’imposta sul red­dito. Quanto a Marx, non pro­pone nes­suna solu­zione vera e pro­pria: il penul­timo capi­tolo del Capi­tale allude alle forze e allepas­sioni che nascono per tra­sfor­mare il capi­ta­li­smo. La classe ope­raia inau­gu­rerà una nuova era nella quale regne­ranno la coo­pe­ra­zione e la pro­prietà comune della terra e dei mezzi di pro­du­zione. Nel 2014, anche que­sta pro­po­sta è uto­pica o redi­bi­to­ria, a seconda di come si valuta l’esperienza sovietica.

Non si tratta di sce­gliere fra Piketty e Marx. Per par­lare come il primo, si trat­te­rebbe piut­to­sto di chia­rire le dif­fe­renze. L’utopismo di Piketty, ed è uno dei suoi punti di forza, rive­ste una dimen­sione pra­tica, nella misura in cui egli parla il lin­guag­gio fami­liare delle impo­ste e della rego­la­zione. Egli si affida a una coo­pe­ra­zione mon­diale, e anche a un governo mon­diale, per l’applicazione di un’imposta anch’essa mon­diale che evi­terà una spi­rale di disu­gua­glianze senza fine. Pro­pone una solu­zione con­creta: un capi­ta­li­smo alla sve­dese, che ha dato prova di sé riu­scendo a eli­mi­nare le dispa­rità eco­no­mi­che estreme. Non si sof­ferma né sul lavoro ecce­dente, né sul lavoro alie­nante, né sul fatto che la società ha per moventi il denaro e il pro­fitto; al con­tra­rio, li accetta, e vor­rebbe che noi faces­simo lo stesso. In cam­bio, ci dà una cosa che cono­sciamo già: il capi­ta­li­smo, con tutti i suoi van­taggi e meno inconvenienti.

Thomas Piketty















La catena d’oro e il fiore vivente

In fondo, Piketty è un eco­no­mi­sta ben più con­ven­zio­nale di quanto si pensi. Il suo ele­mento natu­rale sono le sta­ti­sti­che rela­tive ai livelli di red­dito, i pro­getti di tas­sa­zione, le com­mis­sioni inca­ri­cate di esa­mi­nare tali que­stioni. Le sue rac­co­man­da­zioni per ridurre le disu­gua­glianze si rias­su­mono in poli­ti­che fiscali impo­ste dall’alto. Si mostra per­fet­ta­mente indif­fe­rente ai movi­menti sociali che, nel pas­sato, hanno potuto met­tere in discus­sione le disu­gua­glianze e potreb­bero nuo­va­mente gio­care que­sto ruolo. Sem­bra anche più pre­oc­cu­pato dell’incapacità da parte dello Stato di ridurre le disu­gua­glianze, che delle disu­gua­glianze pro­pria­mente dette. E, ben­ché egli evo­chi sovente, a giu­sto titolo, alcuni roman­zieri del XIX secolo come Honoré de Bal­zac e Jane Austen, la sua defi­ni­zione di capi­tale rimane troppo eco­no­mica e ridut­tiva. Egli non si occupa del capi­tale sociale, delle risorse cul­tu­rali e del saper fare cumu­lati, di cui bene­fi­ciano i più agiati e i loro discen­denti. Un capi­tale sociale limi­tato con­danna all’esclusione quanto un conto in banca vuoto. Ma anche su que­sto punto, Piketty non ha niente da dirci.

Marx ci dà al tempo stesso di più e di meno. La sua invet­tiva, ben­ché più pro­fonda e più vasta, non offre alcuna solu­zione pra­tica. Lo si potrebbe defi­nire un uto­pi­sta anti-utopista. Nella post­fa­zione alla seconda edi­zione tede­sca del Capi­tale, egli rim­pro­vera quelli che vogliono scri­vere delle ricette per le bet­tole del futuro. E, ben­ché dai suoi scritti eco­no­mici si deli­nei una visione, essa non ha grandi rap­porti con l’egualitarismo. Marx ha sem­pre com­bat­tuto l’uguaglianza pri­mi­ti­vi­sta, che si tra­duce in povertà per tutti e medio­crità gene­rale. Se rico­no­sce la capa­cità del capi­ta­li­smo di pro­durre ric­chezza, ne rifiuta il carat­tere anta­go­ni­sta, che subor­dina l’insieme del lavoro e della società alla ricerca del pro­fitto. Più egua­li­ta­ri­smo non farebbe che demo­cra­tiz­zare que­sto male.

Marx cono­sceva la forza della catena d’oro, ma rite­neva che fosse pos­si­bile spez­zarla. Che cosa sarebbe suc­cesso in que­sto caso? Impos­si­bile dirlo. La migliore rispo­sta che Marx ci abbia offerto si trova forse in un testo gio­va­nile dove egli se la prende con la reli­gione e, già allora, con la catena coperta da fiori imma­gi­nari: La cri­tica ha fatto cadere i fiori imma­gi­nari che ornano la catena, non per­ché l’uomo porti una catena senza sogno né con­so­la­zione, ma per­ché se la scrolli di dosso e rac­colga il fiore vivente.

* Rus­sell Jacoby è docente di sto­ria all’università di Cali­for­nia a Los Ange­les. Autore, in par­ti­co­lare, di The Last Intel­lec­tuals (1987), The End of Uto­pia (1999) e, più recen­te­mente, del sag­gio Les Res­sorts de la vio­lence. Peur de l’autre ou peur du sem­bla­ble?, Bel­fond, Parigi, 2014.

il Manifesto - 22 agosto 2014