TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 dicembre 2014

Anni Settanta. Lotta armata e uscita dal terrorismo



Anni Settanta. In due libri, a firma di Monica Galfrè e Gabriele Donato, la lotta armata e l’uscita dal terrorismo. Come la guerra allo Stato divenne una «possibilità» e come se ne uscì dopo un decennio di sangue.

Andrea Colombo

Oltre la fine dell’innocenza


Ita­lia, 1969–1972: di armi ne par­lano in molti. Mino­ranze, certo, ma signi­fi­ca­tive e per nulla esi­gue. La que­stione tiene banco nel vasto movi­mento rivo­lu­zio­na­rio che, nato nelle uni­ver­sità del 1968, si è a sor­presa esteso l’anno suc­ces­sivo nelle fab­bri­che. È argo­mento cen­trale nella discus­sione e nella ela­bo­ra­zione dei prin­ci­pali gruppi della sini­stra extra­par­la­men­tare.

Non si tratta di un gene­rico dibat­tito sulla legit­ti­mità o meno dell’uso della vio­lenza. Quella, almeno sulla carta, è rico­no­sciuta da tutti: costi­tui­sce il vero e prin­ci­pale discri­mine con la sini­stra isti­tu­zio­nale. Si tratta invece di un ben più con­creto que­stio­nare sulla neces­sità di un imme­diato ricorso alle armi. Subito, non in un indi­stinto futuro rivoluzionario.

Ita­lia, 1980–1987: quelle armi, a par­tire dai primi ’70, qual­cuno le ha impu­gnate dav­vero. Una mino­ranza anche que­sta, ancor più che nel decen­nio pre­ce­dente, ma non tra­scu­ra­bile. Nep­pure in ter­mini nume­rici: una decina di migliaia di per­sone armate o fian­cheg­gianti, un’area con­ti­gua dop­pia o tri­pla, un bacino di sim­pa­tiz­zanti che Sabino Acqua­viva sti­mava sulle 300mila per­sone. Se il movi­mento rivo­lu­zio­na­rio dei primi ’70 aveva dato vita al con­flitto sociale più aspro e pro­lun­gato in un paese avan­zato nel dopo­guerra, quello armato (che ne costi­tui­sce la coda) ha segnato nella stessa area la prin­ci­pale espe­rienza di lotta armata dopo l’Irlanda del nord, caso molto spe­ci­fico e non comparabile.



I conti con una generazione

Alla fine del 1980 e poi per tutto l’anno suc­ces­sivo i feri­menti, le ucci­sioni si ripe­tono ancora a sca­denza quo­ti­diana, ma è già chiaro che si tratta di una fase ter­mi­nale. La par­tita è chiusa. Si affac­cia così, pur in mesi tra­ver­sati da vio­lenze d’ogni sorta da parte sia delle orga­niz­za­zioni armate che dello Stato, un que­sito fino a pochi mesi prima inim­ma­gi­na­bile: come uscire dall’emergenza. Come chiu­dere il conto con una intera gene­ra­zione poli­tica e con un ciclo che ha visto vio­lare su tutti i fronti le regole fon­danti dello Stato demo­cra­tico. Il tema si impone sem­pre più via via che la scon­fitta dei gruppi armati si pro­fila come totale e irre­ver­si­bile. La discus­sione, sen­tita da tutti come dram­ma­tica e deter­mi­nante, segnerà l’intero decen­nio ’80.

All’inizio e alla fine di quella sto­ria, oggetto ormai di una biblio­gra­fia masto­don­tica, sono dedi­cati due libri arri­vati insieme nelle libre­rie. La lotta è armata. Sini­stra rivo­lu­zio­na­ria e vio­lenza poli­tica in Ita­lia (1969–1972), di Gabriele Donato (Deri­veAp­prodi, pp. 380, euro 23) e La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal ter­ro­ri­smo 1980–1987, di Monica Gal­fré (Laterza, pp. 252, euro 22). Entrambi ottimi. entrambi utili non solo per com­pren­dere la genesi e l’epilogo del feno­meno armato ma anche, forse soprat­tutto, per il qua­dro della sto­ria ita­liana recente che resti­tui­scono.

Donato riporta e ana­lizza il dibat­tito di allora sull’uso imme­diato della armi lavo­rando sui docu­menti e sui testi invece che su una memo­ria­li­stica gio­co­forza infe­dele. Dimo­stra così, tra l’altro, l’inconsistenza della tesi, spesso ela­bo­rata a poste­riori, secondo cui la scelta armata sarebbe dipesa dalla strage di piazza Fon­tana, con annessa «fine dell’innocenza». Il lavoro di Donato dimo­stra invece che quella pos­si­bi­lità ini­zia, sì, a essere con­si­de­rata rea­li­sti­ca­mente alla fine dell’autunno del ’69, ma molto più in con­se­guenza dell’esito dell’autunno caldo che non della strage del 12 dicem­bre.

Nella pri­ma­vera di quello stesso anno, nelle grandi fab­bri­che e soprat­tutto alla Fiat, le lotte ope­raie auto­nome ave­vano messo fuori gioco i sin­da­cati, tagliati fuori da un ciclo con­flit­tuale che non ave­vano pre­vi­sto, voluto e tanto meno gestito. Nel corso dell’autunno, con­tra­ria­mente alle attese della sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, i sin­da­cati ave­vano saputo rin­no­varsi pro­fon­da­mente sino a recu­pe­rare e anzi aumen­tare il con­trollo sulla mobi­li­ta­zione ope­raia.

E’ que­sto recu­pero da parte del sin­da­cato, a fronte di un livello altis­simo di forza ope­raia nelle fab­bri­che, che con­vince i gruppi più radi­cali (il Col­let­tivo poli­tico metro­po­li­tano di Milano da cui nasce­ranno le Br, Potere ope­raio, il Gap di Fel­tri­nelli e Lotta con­ti­nua) della neces­sità di spo­stare lo scon­tro sul piano poli­tico, quello della guerra con­tro lo Stato, gra­zie all’azione for­te­mente sog­get­tiva dell’avanguardia armata. e dun­que affi­dan­dosi alle armi, pena una scon­fitta ope­raia di por­tata sto­rica. Le bombe del 12 dicem­bre com­ple­tano l’opera, con­vin­cendo molti, nella sini­stra rivo­lu­zio­na­ria ma anche in quella isti­tu­zio­nale, della pos­si­bi­lità immi­nente di una dra­stica svolta auto­ri­ta­ria.

Secondo alcuni, come Gap e Cpm, la con­trof­fen­siva si svi­lup­perà col golpe, secondo Po, invece, imboc­cherà una via oppo­sta, inglo­bando «i rifor­mi­sti» nelle mag­gio­ranze di governo. Ma il punto di par­tenza, l’obbligo di por­tare il con­flitto armato fuori dalle fab­bri­che è comune. Le ipo­tesi stra­te­gi­che che si svi­lup­pano di qui sono diverse, spesso oppo­ste. Vanno dal par­tito clan­de­stino e del tutto svin­co­lato dalle lotte di massa delle Br a una sorta di dop­pio livello teo­riz­zata da Po fino a una sorta di «inter­nità armata» ai con­flitto sociali su cui punta in alcune fasi Lc.



Fuori dall’emergenza

Donato non fa sconti ai teo­riz­za­tori del con­flitto armato. Ne evi­den­zia i limiti, i mador­nali errori, le pre­sun­zioni, a volte i vaneg­gia­menti. Però non riduce mai quel dibat­tito all’immagine cari­ca­tu­rale e demente che viene da decenni dipinta. Quei temi erano del tutto interni alla logica del movi­mento comu­ni­sta del secolo e si misu­ra­vano, senza riu­scire a risol­verlo, con un dilemma reale. La temuta scon­fitta ope­raia, in effetti, si è poi pun­tual­mente veri­fi­cata. In forme più schiac­cianti di quanto nes­suno potesse allora pre­ve­dere.

Il libro di Monica Gal­fré, altret­tanto denso anche se neces­sa­ria­mente meno spe­ci­fico, tira invece le somme di una fase di gran­dis­sime spe­ranze e poten­zia­lità. Parte dalla sin­go­la­rità di una situa­zione nella quale, all’inizio degli ’80, il mas­simo di repres­sione (con tanto di tor­ture e vio­la­zioni gravi dei diritti costi­tu­zio­nali) si accom­pa­gna ai primi sprazzi di «desi­stenza», alla presa di coscienza di dover pre­sto uscire dall’emergenza.

Pro­se­gue det­ta­gliando una discus­sione a tutto campo quale oggi sarebbe let­te­ral­mente inim­ma­gi­na­bile sulla fun­zione della pena, la riforma car­ce­ra­ria, la neces­sità di coniu­gare le neces­sità della sicu­rezza con quelle dell’umanità, l’urgenza di ripor­tare la magi­stra­tura nei con­fini del pro­prio ruolo, ampia­mente var­cati nel corso dell’emergenza.

È un dibat­tito a cui par­te­ci­pano tutti, par­titi, gior­nali, Chiesa, magi­stra­tura, e in cui le posi­zioni mutano nel tempo, come nel caso del Pci, ini­zial­mente con­tra­rio poi favo­re­vole alla legge sulla dis­so­cia­zione. Il per­corso della legge in que­stione sino alla sof­ferta appro­va­zione (in ver­sione però molto diversa da quella ori­gi­nale) e in gene­rale il per­corso delle aree omo­ge­nee sono la colonna ver­te­brale della nar­ra­zione, ma non la esau­ri­scono affatto. Intorno a quella legge si arti­co­lava una quan­tità di temi molto più ampi gene­rali e profondi.

Non è vero che quella sta­gione è pas­sata senza lasciare trac­cia: il rap­porto con la pena deten­tiva è cam­biato allora, la parola «riso­cia­liz­za­zione» ha smesso di essere un bal­bet­tìo privo di senso e, sia pur per vie tra­verse e ipo­crite. lo Stato ha cer­cato nel decen­nio seguente una via per chiu­dere l’emergenza ma senza doverla rin­ne­gare o anche solo ripensare.

Riper­cor­rendo oggi quelle discus­sioni è dif­fi­cile evi­tare un para­gone scon­for­tante con la mise­ria delle rifles­sioni del pre­sente. Ma forse pro­prio quel dibat­tito, se ci fosse stato il corag­gio di por­tarlo fino sino in fondo invece di affi­darsi all’eterna ipo­cri­sia del potere ita­liano, rap­pre­sentò l’ultima occa­sione per evi­tare la dege­ne­ra­zione in cui, subito dopo, l’Italia post-emergenziale è precipitata.


il manifesto - 20 Dicembre 2014