TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 26 dicembre 2014

"Come cavalli che dormono in piedi". I soldati italiani dell'esercito austroungarico



Nell’agosto del 1914, più di centomila trentini e giuliani vanno a combattere per l’Impero austroungarico, di cui sono ancora sudditi. Muovono verso il fronte russo quando ancora ci si illude che “prima che le foglie cadano” il conflitto sarà finito. Invece non finisce. Una pagina della storia della Grande Guerra dimenticata, come se a quei soldati fosse negato il diritto alla memoria. Ora Paolo Rumiz dedica un libro a quegli italiani che combatterono per l'Austria, partendo dalla storia del nonno. La Repubblica ne ha anticipato qualche pagina.

Paolo Rumiz

A mio nonno che combatté con l'Impero

«Non sono morto qui, ma qui ritorno perché ho lasciato pezzi di me stesso in questo fortilizio di sventura. Son figlio del Trentino e son sepolto sui monti da cui vedi Adige e Sarca: per questo il nome mio non troverai sopra nessuna croce di Galizia. Tu cerchi il tuo antenato tra i milioni: impresa quasi eroica, figlio mio, per questo ti ho voluto trattenere sul limitare di questa boscaglia. Non potevo lasciare che tu errassi ramingo e senza aiuto in questa piana. E adesso ascolta bene ciò che dico: son Giacomo Beltrami da Nomesimo, fervente patriota Ka und Ka, soldato veterano dell'Impero. Io l'ho incontrato il tuo vecchio, ed è stato mentre si andava d'agosto col treno lungo la piana magiara infinita.

Estate del ‘14, tremenda: metà dei nostri perduti in due mesi. Non so a che reggimento appartenesse, 97 oppure 27, so solo che lo vidi alla stazione di Szolnók sulla strada dei Carpazi. La mensa era strapiena di soldati bloccati da un ingorgo di tradotte, e lì passammo insieme una giornata che fu davvero l'ultima di gioia. Aveva tre stellette, era sergente, Zugsführer con fischietto e baionetta, molto elegante, nastrino e medaglia, e con la bottoniera inappuntabile. Mangiai con lui un Gulasch di patate che ci incendiò la bocca con la paprika: era tremendo e ridemmo alle lacrime. Ricordo il lampo azzurro dei suoi occhi e i witz che scodellava senza sosta. Che bello fu sentire la mia lingua lì tra croati, boemi e ungheresi, in mezzo agli ufficiali che abbaiavano comandi in un tedesco incomprensibile.



Tuo nonno mi ricordo, improvvisò tutto da solo un po' d'avanspettacolo: c'era una folla pazzesca a sentirlo, parlò in dialetto, tedesco e sloveno, "Alè", gridava, "kommen Sie hinein! Vegnì, briganti, tuti qua a sentir!" e poi come un perfetto imbonitore rappresentò un serraglio di animali, scimmie, serpenti, oranghi e coccodrilli riuscendo a diventare, te lo giuro, scimmia, serpente, orango e coccodrillo. Ricordo tutto come fosse ieri: "El crocodil", ringhiava, "che xe come la sariandola ma non xe sariandola...", poi annunciava "el serpente boia de forza stremendissima", diceva, "le pantegane vecie de do ani e po' el simioto, e ancora l'orso bianco che magna solo scorze de patate"... Ma quello che faceva più da ridere era "el magnaformìgoli" e cioè il formichiere "col rochel per lingua".

Era un portento, un attore mancato, teneva su il morale a tutti quanti: io mi pisciai addosso dal gran ridere, c'era un polacco paonazzo che aveva un contagioso singhiozzo, e i ruteni mezzi ubriachi che si sbellicavano. Ghignavano finanche gli ufficiali picchiando gli stivali sul selciato; si sganasciavano pure i magiari, di solito un po' ostili con i nostri, anche i croati corsero a vedere, insieme ai camerati della Bosnia. Insomma, forestiero, devi credermi: si scompisciava l'intera stazione. Sazi eravamo, allegri e ben "bevuti": fu quella una giornata memorabile, e allora non sapevo che l'avrei ricordata per mesi nella tenebra orrenda di questa catacomba, di cui rammento solo freddo e fame. Come eravate diversi da noi trentini, contadini generati da un duro patriarcato di montagna, voi di Trieste bravi a far baldoria!

Ci separammo dopo poche ore, io proseguii sul fronte di Leopoli e lui fu dirottato su Tarnovo con altri treni giunti da Trieste. Oltre i Carpazi già bianchi di neve, il nostro battaglione giunse al fronte in mezzo a una palude sterminata — il suo nome dannato è RawaRuska — dove sentimmo per la prima volta tuonare i grossi calibri a distanza, colpi tremendi, rimbombi e boati... Non sai che cosa siano le granate: locomotive infuocate fischiavano sopra le nostre teste, treni interi ci sorvolavano in un lungo sibilo e andavano a schiantarsi nei burroni. Tutto volava, anche i nostri corpi, vedemmo carne umana e di cavallo, talvolta corpi inverso teri, appesa agli alberi come sui ganci di uno scannatore.

E quando il cielo tacque finalmente si videro i cavalli del nemico percuotere il terreno, e fu il terrore, venivan come pazzi allo scoperto, colbacco di traverso e con le sciabole che roteavano, di noi, poi venne un mare di uomini a piedi, non ne ho mai visti tanti in vita mia, formicolava tutto l'orizzonte di teste, baionette e di fucili. Vidi infilzare un compagno da un russo, io ne ferii un altro col fucile, quello chiese pietà e alzò le mani, occhi sbarrati e bocca spalancata, ma io ero cane idrofobo e ficcai la baionetta in fondo alla sua gola. Fummo rapidamente circondati: non c'eran più comandi, gli ufficiali non si trovavano. Soli eravamo, allo sbaraglio, in un mare di fuoco.



E venne il grido "Si salvi chi può" lanciato da qualcuno e poi, ti giuro, non ci rimase altro che la fuga, tre giorni di passione e amaro in bocca, dormendo nelle buche e raccogliendo il pane duro dei morti ammazzati. Giunsi qui a Przemysl in cerca dei miei. Metà del reggimento era perduto, ma ebbi la sorpresa di trovare molti ufficiali sazi e riposati, senza un graffio, in taverna a far baldoria. Per loro noi si era solamente ciò che si dice "carne da cannone".

Fu lì che vidi in faccia con paura la fine dell'impero con due teste. L'attacco era imminente, si sapeva: per questo tutto intorno alla città, nei boschi di betulla e nei faggeti, cantavan le mannaie per spianare il terreno alle nostre artiglierie. Ma adesso, tu che stai su quel roveto, sporgendoti sull'acqua, ascolta un po' cosa successe il 15 settembre: in mezzo a un pandemonio di soldati, sperduta tra carriaggi e salmerie, si vide per le strade una straniera. Portava un sacco e due grosse valigie. Veniva da Trieste, ci fu detto, ed era lì per cercare suo figlio, acquartierato con l'Ottantasette. Indomita era, bruna e molto bella, parlava con la lingua di tuo nonno. Bussò senza paura alla caserma, si conquistò l'intera guarnigione, portò maglioni e calze in lana grezza, grappa, salsicce e formaggio sott'olio. Rimase dieci giorni a far la calza e a rammendar la nostra biancheria, perché sentiva tutti figli suoi.

"Mamma", le chiesi un giorno, ripensando al vecchio incontro, "dimmi, tu conosci un triestino di nome Ferruccio, piccolo, dall'occhio azzurro-acciaio, capace di portare il buonumore come nessuno?", e allora lei rispose che era il fidanzato di sua figlia... che dunque era... tua nonna, se non sbaglio. E adesso tu mi guardi stupefatto! Non ne hai motivo. Impara, il mondo è piccolo: persino in mezzo a schiere e a reggimenti due anime si posson ritrovare. Ah già, dimenticavo, la tua vecchia: Virgilia si chiamava, e se ne andò due giorni soli prima che l'assedio chiudesse la città in una tenaglia. Saltò sull'ultimo treno per l'Ovest ma prima fece in tempo — mi commuovo ancora a ripensarci — a sferruzzarmi due carape di lana per l'inverno, che mi salvarono i piedi dal gelo».

La Repubblica – 26 novembre 2014


Paolo Rumiz
Come cavalli che dormono in piedi
Feltrinelli, 2014
euro 18