TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 22 dicembre 2014

Da leggere: Forse Esther di Katja Petrowskaja



Un commovente ritorno alle proprie radici attraverso i drammi e la complessità del Novecento. Un libro da leggere subito, nei giorni di Hanukkah.

Furio Colombo

Il gusto di vivere nella famiglia di Ester


Katja Petrowskaja è nata quasi all’improvviso nella scrittura di una signora ucraina di lingua russa che, vivendo in Germania, si è messa a scrivere in tedesco. E, come in un esperimento mediatico, è andata alla ricerca di ciò che, forse, poteva essere accaduto alcuni decenni e tre lingue prima (perchè c’entrano anche l’ebraico e l’yddish, oltre al polacco). Il libro della Petrowskaja ha il bellissimo titolo Forse Ester (Adelphi editore). E ad Adelphi va dato il merito di avere pubblicato il libro per primo (mentre se lo contendono molti editori del mondo) e della eccellente traduzione di Ada Vigliani.

Il libro ha un tono lieve, elegante, quasi spensierato e questo rende ancora più teso il racconto, che è un vero thriller. Nient’altro che la storia di una famiglia, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale e un domandarsi come su un pianerottolo: Ma lo zio quando è morto? Non era a Varsavia? I bambini erano qui o li hanno portati via in quei treni degli orfani? “Non mi ero mai accorta che Lida avesse qualcosa di ebraico e in effetti non aveva nulla di ebraico, se non che cucinava quei piatti cui ho potuto dare una attribuzione solo dopo la sua morte.

“Attraversare il libro - che diventerà fatalmente un culto anche perchè è un libro lento, quasi placido, che racconta di scomparsa e di morte, ed è irrorato dal gusto di vivere, e devi leggerlo alla velocità un po’ affannata di uno straordinario romanzo a chiave - è come vivere in una stanza varie volte ridipinta, un colore sull’altro, e dove ogni colore ha lasciato traccia. Ecco che siamo nella Germania contemporanea a cui la Petrowskaja benevolmente spiega e chiarisce dettagli altrimenti incomprensibili di tempi immensamente diversi che sono (quasi) lo stesso tempo.

Il mondo sovietico-comunista colora di patriottismo l’Ucraina che ci viene descritta e nella quale passano treni che vengono e vanno da qualcosa che potrebbe essere il fronte, ma anche solo una mite emigrazione interna, come andare a rifugiarsi in una ammirata e amata Polonia come se fosse la terra promessa. E intanto, se scrosti le varie vernici, ci sono ebrei dentro l’ermetico contenitore sovietico. Ebrei ukraini, sovietici e scomparsi, ma non ci sono nè cimiteri nè lapidi e quasi nessuno ricorda.

Forse Ester è l’indagine di un reticolato di vite strettamente o vagamente connesse che si sono ritrovate altrove, per morire, senza conoscersi, senza sapere o capire dove e perchè. O salvi e frastornati, in Israele o nei vecchi paesi, con legami perduti e memorie gravemente danneggiate dai fatti. Uno dei fatti, in questo memorabile libro, è che tutti coloro di cui ci si può ricordare, in questo albero genealogico semi-perduto, insegnavano a bambini orfani e sordomuti. Sarebbe stato impossibile trovare una metafora più bella, più tragica. Detta con una narrazione lieve che ti fa pensare di essere in viaggio che, nonostante tutto, continua.



il Fatto – 22 dicembre 2014