TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 dicembre 2014

Inni orfici, una poesia per iniziati



Esce in Francia una edizione curatissima degli Inni orfici, poesie per iniziati che svelano i segreti della tradizione dionisiaca.

Armando Torno 

Inni orfici  


Negli ultimi decenni diversi documenti degli antichi Orfici – movimento religioso che influenzò la filosofia greca sin dalle origini – sono venuti alla luce. Innanzitutto, nel 1962, si scoprì il Papiro di Derveni (città della Grecia, presso Salonicco): prezioso testo in dialetto ionico, con elementi in attico, contenente una cosmogonia che principia da Zeus. Si rivolge ai soli "iniziati".

Sono poi state ritrovate nel 1978 le Tavolette in Osso di Olbia (sita sul Mar Nero), né sono mancate diverse acquisizioni di laminette su cui furono scritte istruzioni religiose utili al defunto per il transito nel l'Ade. Inoltre, nel 2004, lo spagnolo Aberto Bernabé ha dato una nuova edizione dei frammenti e delle testimonianze degli Orfici (Poetae epici Graeci, parte II, fascicolo I, Bibliotheca Teubneriana) che sostituisce quella di Otto Kern, risalente al 1922. Il cantore Orfeo, il mitico fondatore, suscitò dibattiti sin da Platone, filosofo che fece suo il dualismo corpo-anima di questa scuola; Aristotele, invece, nell'opera Sulla filosofia espresse dubbi sulla reale esistenza storica del personaggio.

Tra i documenti tardi dell'orfismo ci sono giunti 87 inni, preceduti da un proemio a Museo. Si tratta, per usare una definizione che prendiamo dall'edizione della Fondazione Lorenzo Valla dell'opera, curata da Gabriella Ricciardelli nel 2000, della più singolare raccolta di preghiere pagane. La loro datazione non trova concordi i filologi, ma è possibile situarla alla fine del II o all'inizio del III secolo della nostra era, in Asia Minore, forse a Pergamo.



Nascerebbe in seno a un gruppo di devoti a Dioniso: i fedeli credono che Orfeo abbia fondato i misteri del dio e preparano un libro a testimonianza. Ogni inno è dedicato a una divinità e le preghiere evocano profumi: il tutto senza sacrifici cruenti, ché il culto dionisiaco-orfico ha orrore del sangue versato. Gli dei moltiplicano i loro nomi, o meglio si assimilano ad altri: Dioniso può essere Eracle e Zeus, a sua volta Eracle è anche il Sole, Artemide diviene Ecate (dea alla quale era consacrata la Sibilla Cumana). Il processo di passaggio da un dio all'altro non esclude ricorsi alla filosofia, che in tal caso è sovente quella della tradizione stoica, altre volte si ricorre al neoplatonismo.

Gli Inni Orfici saranno apprezzati e studiati nel Rinascimento; anzi Marsilio Ficino e non pochi suoi contemporanei credevano fossero opera dello stesso Orfeo. Giovanni Pico della Mirandola in una delle Conclusiones Orphicae scrive: «Nell'ambito della magia spirituale non c'è niente di più efficace degli Inni di Orfeo, se si eseguono con il consenso di una musica adatta, di un'opportuna disposizione dell'animo e delle altre circostanze ben note al saggio». Anche se queste preghiere pagane sono diventate per noi un documento tardo, e non hanno per esempio la medesima valenza dei frammenti tramandatici da Onomacrito di Atene (fine VI secolo a.C.), contemporaneo di Pisistrato, restano utili per chi crede nei valori della tradizione. Non furono scritte da Orfeo ma ne testimoniano il messaggio religioso.



Ora Marie-Christine Fayant (Università di Valenciennes), nella collana dei classici greci delle Belles Lettres, offre una nuova edizione con tutti gli aggiornamenti possibili degli inni in questione: Hymnes Orphiques, con testo critico greco, traduzione francese e un formidabile apparato di note.

Ogni singola composizione è introdotta e dettagliatamente annotata. Chiude il lavoro un vasto saggio sulla teologia presente nei brevi componimenti scritti in esametri, rilevando i punti comuni della cosmogonia degli Inni e delle teogonie orfiche. La studiosa nota tra l'altro: «Sembra probabile che la raccolta sia l'opera di un solo autore» (introduzione, p. XXX). E ancora, richiamandosi alla Ricciarelli, la Fayant sostiene che tali Inni siano stati composti e riuniti per accompagnare i riti religiosi di un'associazione privata (in essi non vi sono allusioni a un culto ufficiale).

Orfici troppo poco per taluni, decisamente poco poetici per altri, questi incantesimi rivelano – al pari degli Inni omerici, di quelli di Callimaco o di Proclo – l'infinito sussurro mistico di un mondo abitato dagli dei. Litanie ferventi – le chiama la Fayant – seppur dotate di un certo formalismo, riflettono una dimensione divina che si apprestava a cedere spazio a un'altra rivelazione. Tra le liberalità religiose e le filosofie del mondo imperiale romano.

Il Sole 24 ore – 28 dicembre 2014