TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 19 dicembre 2014

Jimmy's Hall. Per Ken Loach la rivoluzione è un passo di danza



L'ultimo film di Ken Loach. Una ballata malinconica su una Irlanda poverissima e ingiusta dove la rivoluzione nazionale ha vinto, ma quella sociale è ancora di là da venire. Un film da vedere.

Cristina Piccino

Per Ken Loach la rivoluzione è un passo di danza


Ken Loach, prima di pre­sen­tarlo allo scorso Festi­val di Can­nes, dove era in con­corso, aveva annun­ciato che sarebbe stato il suo ultimo film, inten­zione che il regi­sta inglese ha poi accan­to­nato, almeno per ora. Non sarà dun­que il titolo finale della sua fil­mo­gra­fia que­sto Jimmy’s Hall, scritto come sem­pre da Paul Laverty (insieme a Donal O’Kelly), e ispi­rato alla figura sto­rica poco cono­sciuta di James Gral­ton (sullo schermo Barry Ward). Irlan­dese, mili­tante repub­bli­cano, in prima linea nella guerra di indi­pen­denza con­tro gli inglesi, e poi nella guerra civile, Gral­ton era stato costretto a lasciare il Paese quando l’Ira nazio­na­li­sta aveva accet­tato la divi­sione dell’isola rinun­ciando alla repub­blica. Lo man­de­ranno a New York, dove tor­nerà ancora una volta, e di nuovo esi­liato senza pro­cesso né colpe, negli anni della Grande Depres­sione, diven­tando un lea­der sin­da­cale tra i com­bat­tivi wobblies.



Il film ini­zia col ritorno di Gral­ton in Irlanda nel 1932. La madre è ormai anziana, ed è rima­sta sola a badare alla fat­to­ria, lui vuole pren­der­sene cura e dal resto, cioè dalla lotta poli­tica, ha pro­messo a sé stesso di tenersi lon­tano. Non ci cre­dono però i poli­tici della con­tea, e tan­to­meno il prete, molto allar­mati da que­sto ritorno, e nel pro­fondo non ci crede nep­pure lui. Che infatti nono­stante gli sforzi rico­min­cerà a essere un rife­ri­mento per chi vuole che qual­cosa cambi, a comin­ciare dalle gio­vani gene­ra­zioni sof­fo­cate da bigot­ti­smo, oppres­sione sociale della chiesa cat­to­lica, pri­vi­legi feu­dali dei pro­prie­tari ter­rieri. E cosa di più potente, e desta­bi­liz­zante di un music hall dove inse­gnare Marx, la lotta di classe, il dise­gno, a ritmo di ballo — e sono quelle anche le scene madri del film.

La sto­ria è bel­lis­sima, e la figura di Gral­ton appare per­fet­ta­mente sin­to­niz­zata con l’universo del regi­sta di Terra e libertà: comu­ni­sta, dalla parte dei deboli, lucido nelle sue scelte e con la bel­lezza dell’utopia nel cuore. Eppure anche se si parla di libertà e di ribel­lione il film appare invece piut­to­sto con­ven­zio­nale, privo della sgan­ghe­ra­tezza di una pro­le­ta­ria di verità. Tutto pro­cede come la scrit­tura — pre­vede: scon­tri, entu­sia­smi, tra­di­menti, «cita­zioni» for­diane e un eccesso di sen­ti­men­ta­li­smo tra vite man­cate come gli amori, e occa­sioni per­dute si intrec­ciano senza nes­suno spa­zio vuoto, nes­sun mar­gine pos­si­bile di ruvida conflittualità.



Loach ha già rac­con­tato la sto­ria poli­tica dell’Irlanda e la sua guerra con­tro l’Impero bri­tan­nico in Il vento che acca­rezza l’erba (con cui ha vinto la Palma d’oro), dove però la dis­sa­cra­zione dell’inglese, lui stesso, tirava fuori la rab­bia e l’ambiguità della Sto­ria. Jimmy’s Hall si svolge invece in una sorta di «schema» del film impe­gnato in cui tutti i per­so­naggi — e gli attori sono molto bravi, pec­cato che il pub­blico ita­liano li vedrà per lo più dop­piati per­dendo così, come sem­pre nel nostro mer­cato, una buona metà del film — sono rigi­da­mente inqua­drati nel loro ruolo, e per­sino lui, il rivo­lu­zio­na­rio Gral­ton, bello e irruento, non sem­bra avere dalla regia le armi per sfug­gire, almeno un poco, a sé stesso.

Il film,applauditissimo sulla Croi­sette, si fa tra­sci­nare dalla musica gae­lica, si immerge nei pae­saggi verde sme­raldo, ina­nella lane grosse e caschetti anni Trenta, ammicca alla nar­ra­zione emo­tiva e però non sem­bra tro­vare un con­trap­punto, un con­ro­campo, qual­cosa in cui lo spet­ta­tore non venga sem­pre asse­con­dato e sod­di­sfatto nella sua indi­gna­zione (anche se per­sino la chiesa farà un po’ ammenda del suo ope­rato). Non restano dubbi, si sa subito da che parte stare e sarebbe impos­si­bile il con­tra­rio. Detto que­sto la figura di Gral­ton meri­tava comun­que di essere rac­con­tata, Loach ne fa l’eroe di una bal­lata malin­co­nica, un po’ amara ma con tenerezza.


Il Manifesto – 17 dicembre 2014