TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 27 dicembre 2014

John Steinbeck nel tempo del furore



Finì decorato dal presidente Johnson per il suo sostegno patriottico all'intervento in Vietnam, come scrittore (nonostante il Nobel) aveva già chiuso da anni. Restano memorabili i suoi primi romanzi. Furore (The Grapes of Wrath) è il più bello.

Beatrice Cassina

Lo stato delle cose, dei campi abusivi e del gran “furore”.

E' forse un amaro para­dosso che oggi, nel set­tan­ta­cin­que­simo anni­ver­sa­rio del libro più sof­ferto dello scrit­tore John Stein­beck, Furore (Gra­pes of Wrath), ci si trovi di fronte, di nuovo, a con­di­zioni di lavoro che spesso non tene­gono conto dei minimi stan­dard di diritti umani.

Ci ritro­viamo di fatto in molte parti del globo – qual­cuna anche troppo vicina per essere igno­rata -, e dopo decenni di lotte per otte­nere pic­cole grandi con­qui­ste di lavoro e benes­sere, ci ritro­viamo rica­ta­pul­tati indie­tro, a quando chi aveva biso­gno di lavo­rare e scap­pava let­te­ral­mente da con­di­zioni di vita senza spe­ranza, era dispo­sto a soprav­vi­vere in con­di­zioni che si avvi­ci­na­vano dram­ma­ti­ca­mente a con­di­zioni di schia­vitù.

Già, pro­prio come nella Cali­for­nia rac­con­tata in Furore, in cui John Stein­beck scri­veva, e auto­ma­ti­ca­mente denun­ciava, lo stato delle cose. «Que­sti sono delitti che tra­scen­dono ogni denun­cia. Que­ste sono tra­ge­die cui il pianto non può ren­dere testi­mo­nianza; e‘ un fal­li­mento che annulla le più belle con­qui­ste dell’umanità». E John Stein­beck si era avvi­ci­nato e aveva cono­sciuto le ter­ri­bili con­di­zioni di vita degli immi­grati che erano arri­vati sulla costa west, nella sua Cali­for­nia, dopo la grande sic­cità degli anni trenta. Migliaia di fami­glie, e anche la fami­glia Joad nel romanzo, aveva lasciato l’Oklaoma, dopo che le col­ti­va­zioni erano state rovi­nate, distrutte dal Dust Bowl, cioè da quelle tem­pe­ste di pol­vere e sab­bia che col­pi­rono, tra il ’31 e il ’39, le Grandi Pia­nure ame­ri­cane.



In Cali­for­nia, ci rac­conta il libro, nono­stante la grande pub­bli­cità fatta per cer­care nuova mano­do­pera, le cose non sareb­bero state migliori. «Gli alberi stanno ritti e sani in fila, i tron­chi sono robu­sti, la frutta matura. Ma i bimbi muo­iono di pel­la­gra per­ché da un’arancia il col­ti­va­tore non può trarre pro­fitto; e il coro­ner scrive sull’atto di morte «morto per denu­tri­zione» per­ché con­viene lasciar mar­cire la frutta». E la rab­bia dun­que cre­sceva, come cre­sce sem­pre e ovun­que, in ogni essere umano che non abbia più altra scelta se non quella di ribel­larsi. La gente che rac­conta Stein­beck è gente che abita un romanzo, un lungo romanzo, ma è anche e soprat­tutto la gente che pro­prio lui, ini­zial­mente nel 1936 in veste di gior­na­li­sta per il San Fran­ci­sco News, aveva incon­trato.

Come repor­ter e testi­mone, Stein­beck aveva viag­giato nei campi di soc­corso nella con­tea del Kent. Aveva visi­tato, anche gra­zie all’aiuto dell’amico Tho­mas Col­lins, a cui il libro è dedi­cato e che lavo­rava per il Farm Secu­rity Admi­ni­stra­tion, il Sani­tary Camp di Arvin (nel romanzo chia­mato Weed­patch Camp). Que­sto campo era tra i 15 rea­liz­zati con i fondi del Governo, e sicu­ra­mente tra quelli che fun­zio­na­vano meglio. Ma aveva visi­tato con Tom anche quelli abu­sivi, dove le con­di­zioni erano dav­vero dif­fi­cili e dove lo squal­lore e la povertà si accom­pa­gna­vano a epi­de­mie, mal­nu­tri­zione, fame.

Nell’ottobre del 1936, il gior­nale pub­blicò quindi una serie di sei arti­coli inti­to­lati The Har­vest Gyp­sies. Ogni arti­colo era stato accom­pa­gnato dalle dram­ma­ti­che, silen­ziose foto­gra­fie di Doro­thea Lange, che lavo­rava per la docu­men­ta­zione delle situa­zioni dispe­rate dei migranti per il FSA — Farm Secu­rity Admi­ni­stra­tion — già dal 1935, e che incon­trò Stein­beck solo a libro pub­bli­cato. Pochi mesi dopo la rea­liz­za­zione di que­sti arti­coli e di que­ste espe­rienze dram­ma­ti­che, nel dicem­bre di quello stesso anno, Stein­beck aveva deciso e sapeva che il suo pros­simo libro sarebbe stato pro­prio una sto­ria sulla vita dei migranti.



Leg­gendo il libro Wor­king Days. The Jour­nal of Gra­pes of Wrath (Pen­guing Books), un dia­rio dei giorni di lavo­ra­zione del libro a par­tire dal mag­gio del 1938, si vede, si sente la grande sof­fe­renza di uno scrit­tore che era stato for­te­mente segnato dalle situa­zioni che aveva visto e di cui aveva scritto negli arti­coli per il San Fran­ci­sco News. Quasi non potesse capa­ci­tarsi che in Cali­for­nia, la sua Cali­for­nia, potes­sero suc­ce­dere certe ver­go­gne. E non poteva nep­pure far finta di non aver vis­suto in prima per­sona, nel feb­braio del 1938, l’orrenda espe­rienza dell’inondazione dei campi di Visa­lia e Nipomo.

Furore è pro­ba­bil­mente stato scritto anche a causa, come disse poi nel 1952 in un’intervista alla radio Voice of Ame­rica, dell’enorme rab­bia che lui stesso aveva pro­vato. Certe pagine non pos­sono evi­tare di rac­con­tare la realtà. «E gli occhi dei poveri riflet­tono, con la tri­stezza della scon­fitta, un cre­scente furore. Nei cuori degli umili matu­rano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della ven­dem­mia».

Que­sto libro, che fu pre­miato nel 1940 con il Pre­mio Puli­tzer e gra­zie anche al quale Stein­beck rice­vette, nel 1962, il pre­mio Nobel, ha ancora oggi tanto da dire e inse­gnare. A tutti e in ogni luogo.
Rico­no­sciuto come il più grande, corag­gioso e con­tro­verso libro di John Stein­beck, Furore era stato scritto, dopo molte prove e ten­ta­tivi, in una ver­sione finale a par­tite dal mag­gio del 1938. Ed è stato, forse soprat­tutto, un libro spesso rite­nuto popu­li­sta e rivo­lu­zio­na­rio che, in qual­che modo, pro­fe­tiz­zava un grande cam­bia­mento nelle con­di­zioni sociali dell’individuo.

La sto­ria alla fine aveva pre­miato le lotte per i diritti, sia dei lavo­ra­tori che delle fami­glie. Ma che la sto­ria si ripeta, acci­denti, è una verità incon­te­sta­bile, soprat­tutto quando i van­taggi otte­nuti non sono più tute­lati con rigore. Set­tan­ta­cin­que anni per arri­vare oggi a una spe­cie di un ultimo salto car­piato rove­sciato… che riporta a volte più indie­tro di quando si era par­titi.

Susan Shil­lin­glaw, inse­gnante di inglese e diret­trice del Cen­ter for Stein­beck Stu­dies all’Università di San Jose (che pos­siede la più vasta col­le­zione di mate­riale su Stein­beck al mondo) spiega come il libro venne attac­cato da più parti. «Parte dello shock ini­zial­mente fu nella resi­stenza di cre­dere che ci fosse quel tipo di povertà in Ame­rica. … Altri pen­sa­rono che Stein­beck fosse un comu­ni­sta e quindi non apprez­za­rono il libro» Anche il cam­bio di ottica dall’«io» al «noi» non era pia­ciuto. Per­ché era un attacco all’individualismo ame­ri­cano.



«Furore forse rap­pre­senta una sorta di mito senza tempo. Stein­beck aveva visto gli espro­pri come un tema e come una sto­ria molto più grande di quella solo cali­for­niana. …Tom Joad esce dal romanzo dicendo ‘ci sarò, ovun­que la gente ha fame…’ che è come se dicesse che, nel tempo, ci sarà ancora biso­gno di lui».

Leg­gendo pagine vec­chie 75 anni, e poi le pagine di cro­naca di qual­siasi quo­ti­diano, ci si rende conto che que­sta mito­lo­gia, con cir­co­stanze e per­so­naggi diversi, sem­bra restare sem­pre la stessa e ripe­tersi ancora. Una cro­naca che ci rac­conta di discorsi in piazza dei diversi Grillo e Sal­vini, che cer­cano di rela­zio­narsi con­fu­sa­mente al peri­colo del nemico-immigrato. Ed è anche quella cro­naca (Cor­riere della Sera, 23 otto­bre) che rac­conta di cen­ti­naia di gio­vani operaie-schiave rumene (dai 20 ai 40 anni) nei campi sici­liani del pomo­doro dat­te­rino e cilie­gino. Gio­vani donne che vivono e lavo­rano 11 ore al giorno per poche decine di Euro, in con­di­zioni, anche igie­ni­che, degra­danti e umi­lianti, e forse anche molto peg­giori dei campi immi­grati.

Ma le cose sono cam­biate, oggi. Oh, certo che sono cam­biate. Le tem­pe­ste di sab­bia e la sic­cità oggi si chia­mano guerre e bombe che pio­vono dal cielo e distrug­gono tutto. I car­roz­zoni cari­chi di fami­glie affa­mate – come quello dei Joad, con un gio­vane Henry Fonda nel film di John Ford – oggi sono le bar­che che troppo spesso anne­gano nel mare. La bella Route 66, che arriva fino alle coste dell’allora Terra Pro­messa Cali­for­niana, e che veniva per­corsa da chiun­que volesse scap­pare dalla pol­vere, dalla sab­bia e dalla fame per arri­vare al benes­sere dell’estremo West, oggi si chiama Mar Medi­ter­ra­neo. Nel libro e negli anni Trenta gli immi­grati si chia­ma­vano Okie, oggi invece si chia­mano – anche – siriani.

Il libro par­lava dell’Associazione degli Agri­col­tori Cali­for­niani – una delle orga­niz­za­zioni più aggres­sive nella sto­ria ame­ri­cana – in modo molto diretto. Ci rac­con­tava dei grandi pro­prie­tari ter­rieri che ave­vano atti­rato migliaia di migranti in Cali­for­nia, in modo da poter man­te­nere i com­pensi al minimo. Rac­con­tava un inim­ma­gi­na­bile livello di povertà, di mise­ria, di man­canza di abi­ta­zioni, di fame. Si rac­con­tava del potere, delle ban­che e dei pro­prie­tari ter­rieri, per­ché in Cali­for­nia i più deboli, dal punto di vista del potere, erano, forse da sem­pre, i migranti: cinesi, giap­po­nesi, filip­pini, mes­si­cani e sì, anche gli «Okie». Il libro di Stein­beck ren­deva evi­dente che il sogno ame­ri­cano della Cali­for­nia e del West era fal­lito tra­gi­ca­mente, con tutte le sue ombre. E oggi, nella bella Ita­lia, che sicu­ra­mente si è com­mossa leg­gendo le pagine di Stein­beck, be’, adesso in Ita­lia ci sono padroni che, anche, vio­len­tano le loro cosid­dette «dipen­denti» rumene.



Furore era per for­tuna stato difeso da Elea­nor Roo­svelt dopo che, appena uscito, aveva sca­te­nato tan­tis­sime pro­te­ste. La first Lady aveva scritto: «Devo dire che ho appena finito un libro che è un’esperienza di let­tura indi­men­ti­ca­bile. Furore, di John Stein­beck, attira e allon­tana. Gli orrori della scena così bene rac­con­tati, fanno temere di comin­ciare il capi­tolo seguente, ma non si può posare il libro e nean­che sal­tare una pagina. Ho visto cri­ti­che che dicono che que­sto libro è con­tro la reli­gione, ma non posso in nes­sun modo imma­gi­nare di pen­sare a mamma Joad senza allo stesso tempo pen­sare all’amore. Il libro è cat­tivo in certi punti, la vita a volte è cat­tiva, ma la sto­ria è bella quanto lo è la vita».

Il libro, tra i più amati nella let­te­ra­tura ame­ri­cana, è stato odiato, ban­dito, bru­ciato. Ban­dito dalle scuole ame­ri­cane — molto spesso anche per la scena finale (assente nel film di John Ford) di Rose of Sha­ron che, perso il figlio, offre il pro­prio seno e latte a un uomo che sta morendo di ine­dia –, era stato spesso giu­di­cato immo­rale, degra­dante, privo di ogni verità.

Ma per for­tuna resta comun­que il fatto che oggi, all’età di 75 anni, que­sto capo­la­voro ha ven­duto più di 15 milioni di copie, con­ti­nua a ven­dere più di 100 mila copie all’anno, ed è stato tra­dotto in quasi tutte le lin­gue del mondo. Sì, forse Furore ha dav­vero ancora qual­cosa da insegnare….


Il Manifesto – 22 novembre 2014