TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 29 dicembre 2014

La vita plurale di Fernando Pessoa



Esce la biografia dello scrittore portoghese firmata dal poeta spagnolo Ángel Crespo. Ne emerge la figura di un uomo (e di uno scrittore) ben inserito negli ambienti culturali di Lisbona a partire dai circoli esoterici.


Andrea Colombo

Per sempre qualcun altro. Le mille vite di Pessoa


«Prima sorprende. Poi si manda giù». Lo slogan pubblicitario, coniato da Fernando Pessoa per la Coca Cola nel 1925, non ebbe molta fortuna. Preoccupati del fatto che la bevanda potesse avere effetti «stupefacenti» i burocrati del ministero della Sanità portoghese la misero al bando. Per colpa dell’infelice battuta del poeta portoghese la bibita gassata sarà introdotta nel Paese solo negli Anni Settanta del secolo scorso.

Lo slogan sfortunato è solamente una delle tante disavventure (commerciali, politiche, letterarie) che segnarono la sua vita, puntualmente riportati nella monumentale biografia scritta dal poeta spagnolo Ángel Crespo nel 1988 e appena ripubblica da Bietti (La vita plurale di Fernando Pessoa, con molte note che aggiornano il testo a cura di Brunello N. De Cusatis, pp 600, € 26).

Tra i vari aneddoti e vicende che hanno contraddistinto la vita di Pessoa emerge un ritratto di un personaggio lontano da quello che la vulgata in Italia ha voluto far credere: il poeta non era un emarginato, con tendenze omosessuali, costretto a lavorare in oscuri uffici commerciali, un frustrato dalla personalità scissa che nascondeva i suoi scritti in un baule. Al contrario, Pessoa era ben inserito nei circoli culturali di Lisbona e agiva da protagonista nelle polemiche letterarie e politiche del suo tempo.

Inoltre era fidanzato con Ofélia de Queiroz, diresse riviste, pubblicò innumerevoli articoli, poesie, saggi, sia con il suo nome, sia con i celebri eteronomi, il vertiginoso gioco letterario di costruzione di personaggi di fantasia che davano voce ai tanti aspetti di questa complessa e contraddittoria personalità. Certo fu un animo inquieto, divorato dall’alcolismo (morì infatti di cirrosi epatica nel 1935 a 47 anni): ma il suo spirito curioso lo portò ad occuparsi dei più svariati argomenti: dall’esoterismo all’economia, dalla politica alla pubblicità appunto.

Fernando Pessoa nasce a Lisbona nel 1888 ma ben presto si trasferisce in Sud Africa dove, con la madre, trascorre gran parte della gioventù e dell’adolescenza. Cresce quindi nella colonia britannica. Rimarrà sempre legato alla cultura anglosassone. Grazie alle sue conoscenze linguistiche e internazionali intraprende la carriera commerciale: non fu certo un semplice impiegato bensì un imprenditore dalle alterne fortune.



Dopo il Sud Africa

Tornato in Portogallo il giovane Pessoa si getta subito nella mischia dei salotti letterari scossi dall’eco delle avanguardie europee (futurismo in testa) che negli Anni Dieci del ’900 infiammano l’Europa. Crespo lo descrive come un cordiale, seppure eccentrico, giovane scrittore, assiduo frequentatore dei bar del centro di Lisbona. Nel 1912 con una serie di articoli apparsi sulla rivista A Águia abbraccia il saudosismo (da saudade, lo stato d’animo nostalgico tipico dei portoghesi), corrente poetica a cavallo tra tardo romanticismo e simbolismo.



Il secondo Camões

Pessoa sognava un «rinascimento straordinario, un risorgimento stupefacente» che avrebbe rinnovato il Portogallo, in concomitanza con la «prossima apparizione di un supra-Camões». Luis Vaz de Camões era il poeta che, nel XVI secolo, cantò le gesta eroiche di Vasco da Gama: una sua «seconda venuta» aveva per Pessoa il sapore messianico delle grandi opere alchemiche trasfigurate a livello letterario-politico. Il 1915 è l’anno in cui vede la luce la sua rivista, Orpheu. Scrive inoltre una Teoria della repubblica aristocratica: rigetta la democrazia basata su maggioranze «necessariamente ignoranti e incolte» e sposa l’idea tecnocratica dell’«accesso al potere degli uomini più competenti a esercitarlo». E’ «l’oligarchia dei migliori». Nello stesso periodo però scrive: «Non ho principi. Oggi difendo una cosa e domani un’altra. Giocare con le idee e con i sentimenti mi è sempre parso il destino più bello». Così si definisce «creatore di anarchie.

L’intelligenza disintegra e l’analisi intristisce». Non a caso le sue idee politiche mutano in continuazione: negli anni Venti difende la dittatura militare con un pamphlet (che poi rinnegherà), poco dopo si schiera contro il regime fascista nascente di Salazar. Tutti i suoi scritti suscitano un’enorme eco, sulla stampa e nei palazzi del potere, e non solo in Portogallo. Pessoa si diverte infatti a provocare reazioni, e così in varie testate pubblica ora articoli in cui ridicolizza i monarchici, ora interventi in cui se la prende con i tassisti. Sarebbe vano trovare una linea comune nei suoi scritti.



L’occultismo

Persino la sua passione per l’occultismo è attraversata da dubbi e ripensamenti. Oppure, come nella frammentazione della personalità dei suoi eteronimi, anche i misteri del sovrannaturale rientrano nel gioco della sua «vita plurale». Forse deve alla sua lontana origine ebraica l’interesse per la Cabala e l’esoterismo. E così tutte le sue riflessioni su un ipotetico (e molto immaginario) rinascimento portoghese sono intrecciate con elementi alchemici, magici, religiosi, messianici: il risultato è un bizzarro nazionalismo mistico. Il suo esoterismo si sviluppa al di fuori delle conventicole teosofiche o massoniche.

Anche in questo Pessoa si mantiene fedele al suo multiforme individualismo: strutturalmente incapace quindi di prendere parte a un’organizzazione, sia pure eterodossa e iniziatica. Pure nel suo incontro con Aleister Crowley, nume del satanismo moderno, avvenuto nel settembre del 1930, mantiene il suo britannico distacco. Accolse il gran maestro della Golden Dawn, in fuga dai creditori, tra lo spaventato e il divertito.

Pessoa d’altronde include nel suo mondo molteplici credenze: si definisce, di volta in volta, neo pagano, cristiano gnostico, ebreo errante alla perenne ricerca di una verità che non riesce ad afferrare, tanto che fa dire a uno dei suoi eteronimi, l’ingegnere navale Álvaro de Campos: «Non mi si parli di morale! Portatemi via di qui la metafisica! Se avete la verità, tenetevela!». Mentre al filosofo razionalista e classicista António Mora, un’altra creatura prediletta della sua natura «moltiplicata», fa scrivere: «Gli dèi non sono morti: quel che è morto è la visione che abbiamo di loro. Non se ne sono andati: abbiamo smessi di vederli».



Con i grandi

Pessoa muore cieco il 30 novembre 1935. I suoi resti verranno traslati 50 anni dopo nel Cemitério dos Prazeres al Mosteiro dos Jerònimos, la cui chiesa ospita le tombe di Vasco de Gama e del vate Camões. Scrive Crespo: «I resti di Fernando furono deposti in un tumulo, in cui figurano, accanto al suo, i nomi degli eteronimi Caeiro, Reis e Campos, a testimonianza della magica pluralità della sua vita».


La Stampa – 29 dicembre 2014