TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 27 dicembre 2014

L'architetto corale

Recupero Area Venchi Unica Torino





















Un articolo interessante, ma ci resta il dubbio se sia davvero possibile una architettura “corale” in un universo dove la frammentazione e la separazione regnano sovrane. “Il nuovo urbanesimo, scrivevano nel 1954 su Potlach i giovani lettristi, è inseparabile da sconvolgimenti economici e sociali fortunatamente inevitabili”. Ma non sembra questo il punto di partenza della progettazione open source che ci ricorda invece quelle sperimentazioni carcerarie in cui i detenuti sono lasciati liberi di scegliere di quale colore tinteggiare i muri della propria cella.

Maurizio Giufrè

L'architetto corale

Si deve a Came­ron Sin­clair, il fon­da­tore di Archi­tec­ture for Huma­nity, l’avere per primo appli­cato l’open source in archi­tet­tura. Era il 1999 quando, per rispon­dere all’emergenza abi­ta­tiva dei rifu­giati del Kosovo, Sin­clair pensò fosse neces­sa­rio l’uso del web per gestire la pro­get­ta­zione a distanza e coor­di­nare così l’aiuto uma­ni­ta­rio dei suoi nume­rosi soste­ni­tori. Si deve invece a Carlo Ratti, inge­gnere, archi­tetto e docente al Mit, l’avere da noi intro­dotto nel 2011, su invito della rivi­sta Domus, i temi della «pro­get­ta­zione open source».

Le sue tesi sulle pagine online della rivi­sta mila­nese e il con­fronto con quelle di altri par­te­ci­panti hanno gene­rato un dibat­tito che è diven­tato l’oggetto del sag­gio Archi­tet­tura Open Source. Verso una pro­get­ta­zione aperta (Einaudi, pp. 142, euro 11). Scrive Ratti: l’«Osarc (acro­nimo di Open Source Archi­tec­ture, n.d.r.) sosti­tui­sce l’architettura sta­tica, fatta di forme geo­me­tri­che, con pro­cessi dina­mici e par­te­ci­pa­tivi, net­work e sistemi infor­ma­tici». Lo scopo è ambi­zioso: «tra­sfor­mare l’architettura tra­mu­tan­dola da un mec­ca­ni­smo pro­dut­tivo immu­ta­bile, dall’alto verso il basso, in un sistema eco­lo­gico tra­spa­rente, inclu­sivo, dal basso verso l’alto». Per inten­derci, un diverso e nuovo modo di pro­get­tare, con­se­guenza della rivo­lu­zione delle appli­ca­zioni digi­tali. Atti­vità svolte da desi­gner rac­colti in comu­nità o gruppi con­nessi in rete e che sono ormai una realtà dif­fusa che genera sistemi di auto­co­stru­zione.

Con l’arrivo delle stam­panti in 3D è sem­plice, infatti, otte­nere oggetti di design. L’autoproduzione fini­sce così per esten­dersi dai mobili alle pic­cole unità abi­ta­tive, come dimo­strano gli arredi di Fil­son e Rohr­ba­cher o il kit di costru­zione per una casa di Ala­stair Par­vin. I crea­tori di que­sti nuovi pro­dotti, non solo con­di­vi­dono con altri l’ideazione, ma gui­dano il com­pleto «pro­cesso gene­ra­tivo» per rea­liz­zarli: nuove forme di finan­zia­mento (fun­drai­sing), solu­zioni stan­dar­diz­zate di hard­ware, stru­menti e mezzi ido­nei per orien­tare la partecipazione.



Dopo Pro­me­teo

È ancora pre­sto per vedere come il nostro ambiente urbano e dome­stico sarà tra­sfor­mato dalle appli­ca­zioni dei pro­cessi open source. Un fatto è certo: sarà soprat­tutto il ruolo cen­trale che avranno i «para­digmi par­te­ci­pa­tivi» a sta­bi­lire un miglio­ra­mento della soste­ni­bi­lità nelle nostre città. Pur­troppo anche se abbiamo le tec­no­lo­gie e sono già una realtà le pra­ti­che open source in molti set­tori dell’industria, l’architettura resi­ste «erme­ti­ca­mente chiusa». È que­sto un aspetto che inte­ressa in modo par­ti­co­lare il sistema dell’informazione. L’architettura par­te­ci­pata, scrive Ratti, «è tenuta ai mar­gini da un mondo che ancora si aggrappa ai nomi e alle firme dei suoi geni crea­tori». I media sosten­gono l’archi­tetto pro­me­teico, quindi la qua­lità auto­riale, a disca­pito dell’archi­tetto corale, quello che sa imple­men­tare modelli aperti di pro­get­ta­zione. Sem­bra non esserci alter­na­tiva a que­sta rap­pre­sen­ta­zione che vede incon­ci­lia­bili i due ruoli.

È natu­rale però che la realtà sia più arti­co­lata e com­plessa di quella illu­strata da Ratti, come dimo­strano alcune vicende di pro­get­ta­zione par­te­ci­pata del pas­sato. Non tutti i pro­grammi d’inclusione prima delle pos­si­bi­lità offerte dalla rete hanno uti­liz­zato «stru­menti rozzi», così come non neces­sa­ria­mente la rispo­sta al for­ma­li­smo di molta archi­tet­tura con­tem­po­ra­nea sta nell’architettura senza archi­tetti.

Due saggi appena rie­diti da Elèu­thera, assenti da circa un decen­nio dalle libre­rie, pos­sono aiu­tarci ad appro­fon­dire meglio que­sto intrec­cio di temi che riguar­dano la dimen­sione sociale e civile del fare archi­tet­tura. Maria­nella Sclavi, etno­grafa urbana al Poli­tec­nico di Milano, ha rac­colto sotto forma di con­ver­sa­zioni la sto­ria di Avven­tura Urbana, la for­ma­zione di archi­tetti e urba­ni­sti che dagli anni ’90 hanno con­dotto dal basso il dia­logo tra cit­ta­dini e isti­tu­zioni per la rea­liz­za­zione di spazi pub­blici nella peri­fe­ria di Torino. Avven­ture urbane. Pro­get­tare la città con gli abi­tanti(pp.246, euro 16) è il dia­logo ser­rato nella con­creta realtà dei pro­blemi delle frange periur­bane di un mani­polo di con­vinti pro­fes­sio­ni­sti alle prese con i con­flitti gene­rati da disu­gua­glianze e gene­rali incom­pe­tenze.

Iolanda Romano, fon­da­trice del gruppo, Ser­gio Guer­cio, Andrea Pil­lon, Mat­teo Robi­glio e Isa­belle Tous­saint sono i pro­ta­go­ni­sti che con tena­cia hanno svolto, e ancora svol­gono, il com­pito di coin­vol­gere i cit­ta­dini nella pro­get­ta­zione del pro­prio ter­ri­to­rio. L’elenco dei loro inter­venti va dalla «nego­zia­zione crea­tiva» per due cen­tri com­mer­ciali nella peri­fe­ria ovest alla riqua­li­fi­ca­zione dell’area indu­striale Ven­chi Unica; dal recu­pero del quar­tiere di edi­li­zia popo­lare di via Arquata al «Pro­gramma di Recu­pero Urbano» (Pru) di Corso Gros­seto fino alla «con­cer­ta­zione par­te­ci­pata» per un ince­ne­ri­tore di rifiuti.

Espe­rienze dif­fi­cili dove si è cer­cato di appli­care gli stru­menti del Plan­ning for Real adot­tati dagli anni set­tanta nell’urbanistica nor­deu­ro­pea, che poi si sono dif­fusi in Spa­gna e in Fran­cia. Stru­menti da noi del tutto estra­nei a causa dello scarso inte­resse delle isti­tu­zioni, pas­sive nel com­pren­dere l’importanza del dia­logo con i cit­ta­dini per una mol­te­pli­cità di ragioni che il libro spiega molto bene nei par­ti­co­lari. Alla base c’è il nostro diverso sistema giu­ri­dico che a dif­fe­renza di quello anglo­sas­sone non per­mette alla pub­blica ammi­ni­stra­zione quell’autonomia nella riso­lu­zione dei con­flitti per come essa è «imbri­gliata» da norme e leggi.



Solu­zioni con­di­vise

Per­tanto, nella sua «impar­zia­lità», que­sta è inca­pace di pon­de­rare e mediare gli inte­ressi altrui, mal difesi e rap­pre­sen­tati pur­troppo anche dai par­titi. In con­tra­sto con l’astrattezza dell’amministrazione, l’esperienza tori­nese ha dimo­strato come — con la capa­cità di ascolto e l’interpretazione dei biso­gni e delle emo­zioni delle per­sone — si pos­sano indi­vi­duare solu­zioni con­di­vise, «mondi pos­si­bili», anche nelle situa­zioni più dif­fi­cili e com­plesse. Non occor­rono tec­ni­che ecce­zio­nali per­ché la pro­get­ta­zione par­te­ci­pata ottenga validi risultati.

Piut­to­sto, occorre ricer­care quei «mec­ca­ni­smi gra­zie ai quali la pro­get­ta­zione asso­mi­gli sem­pre meno a un pro­gramma pre­sta­bi­lito» (Sclavi) e poi biso­gna mol­ti­pli­care i pro­ta­go­ni­sti da met­tere in rete (auto-organizzazione) per­ché solo dalla «poli­fo­nia di inte­ressi» pos­sono sca­tu­rire solu­zioni intel­li­genti.

Di ciò ne era pie­na­mente con­vinto anche Gian­carlo De Carlo che, nella post­fa­zione al sag­gio, così scrive: «La par­te­ci­pa­zione impone di supe­rare dif­fi­denze reci­pro­che, rico­no­scere con­flitti e posi­zioni anta­go­ni­ste». Fidu­cia e con­fi­denza sono gli ingre­dienti per un’efficace comu­ni­ca­zione. Solo quando si rag­giunge que­sto livello di socia­lità «l’ambiente si scalda e ‘accade’ la par­te­ci­pa­zione, che è un evento non solo intel­let­tuale o men­tale, ma anche fisico, ali­men­tato da calore umano». De Carlo può essere con­si­de­rato un pre­cur­sore dell’architetto corale, anzi un suo «ante­nato», al pari di coloro che, dopo l’estinzione dei Con­gressi Inter­na­zio­nali di Archi­tet­tura Moderna, die­dero vita al Team X.

Gli anni vis­suti da De Carlo sono, però, quelli dei «pro­cessi ana­lo­gici» e non di quelli digi­tali nei quali «lo spa­zio si è ampliato»- come evi­den­zia Ratti – e «il tempo è col­las­sato». Eppure i risul­tati di quella par­te­ci­pa­zione attiva, fatta di «calore umano», ha pro­dotto risul­tati indi­scussi a Terni e a Urbino, men­tre l’odierna «co-creazione», affi­data allo scam­bio in Inter­net, deve ancora con­qui­starli.
In Con­ver­sa­zioni su archi­tet­tura e libertà (Elèu­thera, pp.255, euro 15) De Carlo spiega a Franco Bun­cuga, con molta chia­rezza, gli sforzi com­piuti sulla neces­sità non solo di coin­vol­gere gli abi­tanti nel pro­cesso par­te­ci­pa­tivo, ma anche su come cam­biare l’architettura affin­ché possa essere par­te­ci­pata. Le pagine nelle quali De Carlo rac­conta dell’involuzione dei prin­cipi del Movi­mento Moderno potreb­bero fun­zio­nare da monito su quanti con­fi­dano oggi nell’esclusiva «inte­grità dei mezzi», senza pre­oc­cu­parsi che gli inte­ressi eco­no­mici e poli­tici sono sem­pre scal­fiti quando il cam­bia­mento inte­ressa la città e il territorio.



Com­pro­messi mon­dani

Léger negli anni cin­quanta — ricorda De Carlo — avver­tiva gli archi­tetti dei rischi ai quali anda­vano incon­tro per­ché «sta­vano oltre­pas­sando i limiti dell’architettura leg­gera, quella delle case per gli amici, delle mostre e dei con­corsi». Si annun­ciava il «nuovo», ma cova­vano «i germi della com­pro­mis­sione e del pro­ta­go­ni­smo». La sto­ria a volte subi­sce una strana cir­co­la­rità e appare ripre­sen­tarsi con gli stessi dispo­si­tivi. La scena dell’architettura con­tem­po­ra­nea non sem­bra così cam­biata dagli anni nar­rati da De Carlo: siamo sem­pre più immersi in ogni genere di eclet­ti­smo in un «vor­tice di fatuità e mon­da­nità molto simile a quello che agita il campo della moda».

Quanto l’architettura open source saprà inver­tire una ten­denza lo vedremo negli anni a venire veri­fi­cando le con­crete tra­sfor­ma­zioni che avranno le nostre peri­fe­rie, i nostri cen­tri sto­rici, il nostro pae­sag­gio. Sap­piamo, però, fin da ora che occor­rerà «molto talento nella pro­get­ta­zione par­te­ci­pata», essere «ricet­tivi, pren­sili, agili, rapidi nell’immaginare, ful­mi­nei nel tra­sfor­mare un sin­tomo», come rac­co­man­dava l’architetto geno­vese. Tutte doti che agli archi­tetti non man­cano e che neces­si­tano solo di ascolto.


Il manifesto – 9 dicembre 2014