TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 13 dicembre 2014

Pride. Gay e minatori uniti nella lotta



Un episodio di solidarietà nell'Inghilterra della Thatcher. Un film da vedere.

Natalia Aspesi

Pride. Gay e minatori uniti nella lotta

Pure in Gran Bretagna se ne erano quasi dimenticati: non certo del drammatico, interminabile sciopero dei minatori di trent'anni fa (marzo 1984 - marzo 1985), ma di quei "pervertiti", come li chiamavano allora, che fondando i gruppi LGSM (Lesbians and gays support the miners, Lesbiche e gay sostengono i minatori), riuscirono a raccogliere e a donare 20mila sterline agli scioperanti ridotti alla fame. Quell'episodio ha entusiasmato l'autore teatrale e sceneggiatore Stephen Beresford e il regista d'opera e teatro Matthew Warchus, che ne hanno fatto un film, dato al Festival di Cannes 2014 e diventato il massimo successo di critica e pubblico nel paesi anglosassoni. 

Pride è fatto benissimo, con grandi attori noti e no, capace di rievocare i forti sentimenti degli anni 80, come il senso dei propri diritti, compresa la tutela del lavoro e il rispetto della dignità individuale, ed è soprattutto un divertente e commovente inno a quella solidarietà che oggi pare troppo costosa da praticare.

Il valore del film è anche nella sua verità, raccontando una storia vera con personaggi veri, quella di uno tra gli undici gruppi LGSM, raccolto a Londra attorno alla libreria Gay's the World in Marchmont Street: che scelse di aiutare i minatori della valle di Dulais nel sud del Galles, seguendo l'entusiasmo del giovane Mark Ashton (Ben Schnetzer), morto nel 1987 di Aids, ricordato nella storia gay come un santo ed eroe. "Siamo due comunità, noi gay e i minatori, prese di mira dal governo, dalla polizia e dai tabloid. Dobbiamo aiutarci a vicenda".



Alla televisione Arthur Scargill, presidente del sindacato minatori, incita a non cedere, Margaret Thatcher, primo ministro conservatore, promette, o minaccia, di mantenere fino in fondo la linea dura, "contro il nemico interno", i minatori: arrivando a sequestrare i fondi del sindacato e tagliando il gas alle famiglie degli scioperanti per costringerli ad arrendersi per poi chiudere venti miniere di carbone e far perdere il lavoro a ventimila persone.

In Gran Bretagna l'omosessualità non era più un reato per i maggiorenni dal 1967, ma in quegli anni 80, come ovunque, l'omofobia imperava. Così ogni telefonata del LGSM di Londra per prendere contatto con i minatori del Galles, orrificati, viene da loro interrotta, "Froci di merda!". Finalmente l'incontro avviene: sei ragazzi e una ragazza (nella realtà furono 27), arrivano a Dulais con soldi cibo e allegria, accolti con gentilezza e timidezza dal minatore Dai Donovan (Paddy Considine), oggi sindacalista.

A poco a poco i due mondi, e le due generazioni, i ragazzi gay, gli uomini della miniera, si scoprono e si capiscono, e le più amichevoli sono le donne non più giovani, come Hefina (Imelda Staunton) che passa le giornate a spalmare margarina sul pane per le famiglie degli scioperanti, insieme all'elegante vecchio minatore Cliff (Bill Nighy). Una delle mogli dei minatori, Siân James (Jessica Gunning), madre e casalinga esemplare, viene incoraggiata a studiare dal gay, magnifico ballerino, Jonathan Blake (Dominic West), uno dei primi sieropositivi inglesi, che oggi ha 65 anni. La signora James durante lo sciopero preparava i pasti per 1000 famiglie ogni settimana: adesso è un membro del Parlamento per il Labour Party. Il solo personaggio inventato è il minorenne Joe (George MacKay), di buona famiglia conservatrice, che si trova per caso in mezzo al corteo del Gay Pride, si entusiasma alla solidarietà e scopre la propria omosessualità.



Il film inizia con alcune scene di un documentario artigianale d'epoca, in cui si vedono cariche di centinaia di poliziotti anche a cavallo e furenti bastonature sui manifestanti, che noi conosciamo ancora oggi. Ma Pride è un film positivo, se non per la cattiveria della Thatcher e di qualche passante che durante il Gay Pride grida "Disgustosi!". Buoni gay e lesbiche, buoni i minatori (non tutti), buoni anche i poliziotti e pentita qualche mamma cattolica che ha cacciato il figlio gay. Si sa che dopo un anno di miseria i minatori di tutta l'Inghilterra, non solo quelli del Dulais, dovettero arrendersi facendo vincere la politica antioperaia e privatizzante della Thatcher.

Ma oggi non è tempo di ricordare sconfitte passate del lavoro, visto la crudeltà e lo sperdimento del presente. I film, soprattutto quelli inglesi che privilegiano il mondo operaio, devono avere un finale che va oltre la realtà delle sconfitte, per non immalinconire lo spettatore. Così anche Pride lo si guarda come una specie di favola, anche se oggi tutte le miniere di Gran Bretagna non esistono più.


La Repubblica – 2 dicembre 2014