TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 17 dicembre 2014

Renzi, papa Francesco e l'8 per mille



Siamo sotto Natale. Tempo di presepi: ma la capanna, il bue e l'asinello sono ricordi del passato. Immagini vintage, come si dice adesso. Nel 2014 lo Stato italiano (nonostante la crisi) ha versato alla Chiesa oltre un miliardo di euro. Per fortuna che ora c'è un papa francescano. Pensate se ce ne fosse stato uno attratto dalle ricchezze mondane......


Marco Politi

Visite di Stato: Renzi dal papa
Alcol e omissioni (sull’8 per mille)


Negli annali vaticani, la visita del premier al pontefice rimarrà più per la burinata dei fiaschi portati in dono che per la profondità del messaggio. Presentare al Papa, peraltro astemio, una cassetta di vini è come portare un nocino alla regina Elisabetta o grappa al re dell’Arabia saudita. Puro folclore.

Folcloristico invece non è il silenzio di Matteo Renzi nel palazzo apostolico sull’unico tema che tocca da vicino il bilancio nazionale e che per una volta non avrebbe scaricato le esigenze di risparmio sulle spalle dei più deboli (lavoratori dipendenti, casalinghe e pensionati) e dei servizi essenziale della sanità e dell’istruzione. Il giovane premier, così intento a progettare grandi riforme, aveva ricevuto dalla Corte dei Conti il cortese invito a ragionare sull’abnorme distorsione dell’attribuzione dell’8 per mille alla Chiesa cattolica e di conseguenza a decidere di attivare la commissione bilaterale governo-Cei per rivedere il meccanismo di assegnazione dei fondi, che porta alla Chiesa oltre un miliardo di euro.

DI QUESTO avrebbe dovuto parlare Renzi con il segretario di Stato cardinale Parolin, preannunciandogli – alla luce del nuovo concordato firmato con la Santa Sede nel 1984
– l’apertura di trattative immediate con la conferenza episcopale italiana.

L’analisi della Corte dei Conti, resa pubblica a novembre, era stata infatti estremamente chiara. Per l’anno 2014 la Chiesa cattolica ha ricevuto un miliardo e 54 milioni di euro. Una cifra da capogiro, specialmente se paragonata alla constatazione che nel 1990 ne prendeva circa 200 milioni (l’equivalente, grosso modo, della cifra in lire stanziata per la congrua ai parroci). Agganciato all’Irpef, l’8 per mille porta nelle casse della Chiesa una somma cinque volte maggiore di quando fu firmato il concordato di Craxi senza che nel frattempo siano quintuplicati i sacerdoti. Anzi, se ne devono importare dall’estero.

Tutte cose che già si sapevano, ma che hanno acquisito nuova autorevolezza per il fatto che è la Corte dei conti a pungolare il governo a intervenire. Sia per la somma dei contributi “tali da non avere riscontro in altre realtà europee”. Sia per la necessità di una generale revisione della spesa. Sia per il meccanismo irrazionale per cui la Chiesa cattolica, ricevendo dai cittadini soltanto il 37,9 per cento delle opzioni, incassa l’82 per cento dei fondi grazie alla ripartizione delle opzioni non espressi (cioè di chi si astiene dal dichiarare una scelta). Meccanismo abnorme inesistente in qualsiasi nazione europea.

C’è da aggiungere che il sistema – ideato a suo tempo da Tremonti – colpisce ulteriormente le altre confessioni, che totalizzano pochi “voti”, mentre la lentezza o la cattiva volontà dei governi nel riconoscere l’8 per mille a ulteriori confessioni fa sì che, per esempio, un milione di fedeli musulmani siano privati degli stessi diritti che spettano a cattolici, valdesi o buddhisti. Si sa che Renzi non ama i cosiddetti organi tecnici, perché sono indipendenti e non possono essere comandati. D’altronde ha buttato nel cestino oltre venti proposte dettagliate di spending review, elaborate da un grande economista come Carlo Cottarelli, perché avrebbe dovuto prendere decisioni nel merito ed è più facile addossare tagli lineari a Regioni e Comuni, levandosi da ogni responsabilità personale.

NON MERAVIGLIA, dunque, il suo silenzio sull’argomento dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Meglio parlare al Papa dei disegnini dei figli o abbandonarsi in un “clima sereno e cordiale” a pensose riflessioni sull’occupazione giovanile, che ahimè soffre di “conseguenze negative” e sull’“importanza dell’educazione per promuovere il futuro delle nuove generazioni”. Riflessioni a costo gratis.

Se, invece, il premier volesse imparare qualcosa dalla Germania, potrebbe portare in Parlamento una legge facile facile, che subordini il pagamento di fondi pubblici per qualsiasi ente (Cei o diocesi) alla pubblicazione del bilancio completo: inclusi beni patrimoniali e immobiliari. Si scoprirebbe d’incanto che la riforma dell’8 per mille non farebbe male a nessuno e anche le scuole cattoliche potrebbero attingere ai patrimoni ecclesiastici invece di gravare con continue richieste su un bilancio statale allo stremo.

En passant il premier potrebbe anche rivedere la normativa piena di scappatoie


il Fatto – 16 dicembre 2014