TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 14 dicembre 2014

San Brendano e Carlo Magno in viaggio tra pericoli e fantasie



Riferimenti classici e ricerca di Dio nella Natura: due grandi «Odissee» del Medioevo


Pietro Citati

San Brendano e Carlo Magno in viaggio tra pericoli e fantasie 


La navigazione di San Brendano (Edizioni del Galluzzo) è uno dei testi più divertenti e incantevoli del Medioevo, che deve la sua grazia alla equilibrata follia della mente irlandese. Quasi certamente è stato scritto in Irlanda verso la fine del settimo secolo: nutrito di materia popolare irlandese e di tradizione biblico-cristiana — la agiografia, gli apocrifi, oltre che dell’amatissimo Romanzo di Alessandro.

Come dice il titolo, La navigazione di San Brendano è un libro di navigazione. Il monaco si lascia dietro le spalle il convento e ogni luogo fermo, ed esplora sempre più a lungo le profondità dell’oceano, le tempeste e le maree, che gli permettono di capire la propria ricerca di perfezione, e di inseguire quel punto di fuga che è Dio.

Tutto ciò che esprime il viaggio e il vagabondaggio per mare è affascinante e bellissimo. Come nell’Odissea, tutto profuma di mare. Soprattutto le isole: i luoghi fuori dal tempo e chiusi nel silenzio, ricercati dall’instancabile vagabondaggio; isole che, nel mare d’Irlanda, sono moltissime, ora distanti ora prossime l’una all’altra.



Chi guida il viaggio è un monaco, San Brendano, «uomo di grande austerità», nato nel Kerry, nel sudovest dell’Irlanda, che secondo la leggenda sarebbe stato anche in Scozia e nel Galles. Come tutti gli asceti cristiani, si nutre di pochissimo cibo, solo frutta e prodotti vegetali, che quasi sempre sono un dono divino, come l’acqua. Fa miracoli: ha il dono della preveggenza, che gli permette di raccontare ai monaci e al narratore, fin nei minimi particolari, tutto ciò che accade nel tempo a venire. Il futuro, la sua abitazione prediletta, lo fascia amorosamente come un nido o una culla.

Mettendo mano agli attrezzi, Brendano e i suoi compagni fabbricano una barca molto leggera, con le coste e le traverse di legno di tasso, e la ricoprono di pelle bovina conciata con corteccia di quercia: all’esterno dell’imbarcazione spalmano tutte le giunture della pelle col grasso; e mettono all’interno le provviste per quaranta giorni, il grasso con cui trattare le pelli, l’albero a vela e gli strumenti necessari per la vita di ogni giorno.

Lasciano la terra; e vanno di isola in isola. San Brendano è il nuovo Mosè che cerca di penetrare nella terra di Canaan: o Adamo che ritorna nell’Eden; solo che Canaan e l’Eden cambiano, per lui, nome e luogo, secondo le isole sulle quali posa ogni volta il piede. Non vede che cielo e terra: il mare è così limpido, che può vedere tutto ciò che sta sul fondo: gli sembra di poter toccare con la mano gli animali di razza diversa, che nuotano o strisciano sotto la barca.



Un’isola porta il nome di paradiso degli uccelli: rocciosa, con pochi alberi; essa è in realtà, come Dio rivela a San Brendano, un animale mostruoso, mobile e vivente. Tutti gli uccelli cantano con una sola voce: «La salute si deve al Dio nostro, che siede sul trono, e all’agnello». Fanno risuonare a lungo le voci e le ali. Un uccello siede sulla cima di un albero, con le ali distese, che vibrano come un grande organo.

Vedono balene, che gettano spuma dalle narici, solcando le onde ad altissima velocità: uccelli giganteschi che tendono rami di un albero sconosciuto, che ha in cima un grosso grappolo di uva straordinariamente rossa. Altre isole sono perfettamente pianeggianti, al punto che appaiono simili al mare, prive di alberi e vegetazione. Schiere di fanciulli, di giovani e di anziani cantano inni sacri.

Una di queste isole viene avvolta a un tratto da una nube di meravigliosa luminosità, così fitta che San Brendano non può vedere ciò che ha scorto fino a allora. Su un’altra isola, dimora un sant’uomo, Paolo, un vecchissimo eremita spirituale, che non si nutre di nessun cibo e vive di niente. L’isola dell’inferno emette un gran fuoco dalla vetta ed è velata da nebbie. Una folla di diavoli trascina un monaco verso i tormenti, precipitandolo nelle fiamme.

Nel mondo idilliaco delle isole dei viaggi sono rare le apparizioni del male. Gli uccelli dell’isola del paradiso erano stati guidati da Lucifero: vennero esclusi dalle creature fedeli al Signore; eppure contemplano la presenza di Dio. Anche la creazione malvagia fa dunque parte della creazione buona. Tutto è bello, puro, innocente. La voce che racconta la navigazione di San Brendano e dei suoi monaci cancella ogni traccia di pericolo e di sciagura e trascina i monaci, beatamente, di isola in isola, fino all’isola ultima.



La Vita Karoli (Edizioni del Galluzzo) è la più famosa biografia del Medioevo. Noi, oggi, siamo abituati (come, del resto, era abituato Plutarco) a cercare in ogni personaggio i lineamenti più particolari, cancellando tutti gli altri tratti. Certamente Eginardo racconta, con il suo acuto sguardo da testimone oculare, i momenti singolari della vita di Carlo Magno. Ma questa fedeltà all’esistenza non gli basta: egli trasforma Carlo Magno nell’Augusto di Svetonio; vede Carlo in Augusto e Augusto in Carlo, con un incantevole gioco di riflessi e di specchi. Così il suo testo breve e concentrato non crea un carattere, ma quasi un mito: il mito della grande figura regale che illumina di sé tutto il Medioevo.

Come Svetonio, Eginardo divide la vita di Carlo Magno in due sezioni: una è dedicata all’uomo di Stato e alle sue imprese e un’altra al suo carattere. Non parla volentieri delle imprese militari.
Ciò che sopratutto lo interessa è la «energia» di Carlo Magno: la sua incrollabile, inflessibile determinazione, sia nella cattiva sia nella buona sorte: egli è sempre uguale a se stesso; oppone sempre la stessa volontà a tutti gli eventi della vita. Non è violento ma mite, non frammentario ma continuo. È un re cristiano: quando combatte contro i Sassoni, si propone di condurre alla nostra religione «quei selvaggi dediti al culto dei demoni, fino a quando impone loro i sacramenti della fede e della religione cristiana». Quando scende a Roma passa i suoi giorni «in venerazione dei luoghi sacri, sopratutto la chiesa di san Pietro». Come re architetto, fa costruire la basilica della Santa Madre di Dio ad Aquisgrana e lì vive negli ultimi anni.

Il Corriere della sera – 12 dicembre 2014