TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 aprile 2014

La famiglia Freud.... Incontro con Jane McAdam Freud



La famiglia Freud....
Incontro con Jane McAdam Freud

6 maggio 2014
alle ore 18.00
Segreteria Palazzo Ducale - Genova

L'artista inglese, figlia del grande pittore Lucian Freud e bisnipote di Sigmund Freud riflette sul rapporto con le proprie radici culturali e parentali e in special modo con il padre e il bisnonno. Attraverso le sue opere, sculture, fotografie e lavori su carta, ha costruito la ricerca della propria identità: On Identity infatti è il titolo della personale dell’artista che inaugura il 7 maggio alle ore 18 alla galleria Martini & Ronchetti di Genova. Nel corso dell’incontro, presentazione del volume Intanto rimaniamo uniti. Lettere ai figli di Sigmund Freud (Archinto, 2013).


Intervengono: Jane McAdam Freud , Nicola Davide Angerame , filosofo e critico d’arte, Viana Conti , critico d’arte e giornalista, Luca Trabucco , psichiatra. Introducono: Luigi Maccioni , psichiatra e Giovanni Battista Martini.


In collaborazione con International Association for Art and Psychology e Galleria Martini & Ronchetti   


Veneto. I confini della Piccola Patria



Cinema. In sala il bell’esordio di Alessandro Rossetto, racconto attuale del nordest nelle sue contraddizioni. Una geografia emozionale dei luoghi e dei corpi che li attraversano.

Cristina Piccino

I confini della Piccola Patria


Lasciamo da parte per ora quello che Ales­san­dro Ros­setto, un po’ scher­zo­sa­mente, chiama il «fat­tore D». Ovvero il docu­men­ta­rio con cui si è alle­nato all’immagine «totale» — è uno dei pochi regi­sti ita­liani che sta anche in mac­china — riu­scendo a sca­vare tra le crepe sot­tili dei males­seri evi­denti nel nostro paese. Senza enfasi, anzi quasi sot­to­tono, per met­tere al cen­tro le sfu­ma­ture più che le cesure vio­lente, il rito quo­ti­diano più che i grandi eventi, quelle cose ordi­na­rie ma indi­spen­sa­bili per non arri­vare stu­pe­fatti di fronte alle grandi esplo­sioni.

Il suo punto d’osservazione è il nor­dest, luo­ghi che cono­sce bene, lui pado­vano emi­grato a Bolo­gna, Parigi e Roma, vi è sem­pre tor­nato (o quasi) nei suoi film — da Bye Bye One (99) a Chiu­sura (2002) — che ce ne rac­con­tano l’anima invi­si­bile, la «pan­cia» di oggi e di ieri a volte peri­co­lo­sa­mente vicine.

Pic­cola patria — in sala e in tour ita­liano, non lo per­dete è tra i migliori film dell’anno — ci porta di nuovo lì, in un nor­dest dai con­fini incerti e dai malu­mori stru­men­tal­mente fissi in cui si agi­tano i furori sepa­ra­ti­sti del Veneto insi­nuanti e dif­fusi più di quanto non dica l’attualità di que­sti giorni. Siamo in una zona di con­fine dove cam­pa­gna e città coz­zano senza entrare l’una nell’altra. Un hotel con piscina, un maneg­gio, capan­noni, casali agri­coli lasciati in abban­dono, le strade diritte che tagliano l’orizzonte senza fuga.

Qui vivono due ragazze, Luisa e Renata a cui danno vita Maria Rove­ran e Roberta Da Sol­ler. E apriamo una paren­tesi: sono bra­vis­sime, Maria Rove­ran è anche musi­ci­sta, è lei che ha com­po­sto e che inter­preta alcune delle can­zoni del film, rivi­si­tando anche i cori di ispi­ra­zione popo­lare. Reci­tano in dia­letto, coi per­so­naggi fanno vivere un corpo a corpo pieno di suspense e di verità.

Lo stesso vale per gli altri attori, da Lucia Mascino nel ruolo di mamma molto o troppo poco «imper­fetta», a Vla­di­mir Doda e Diego Ribon, che Ros­setto accom­pa­gna in un movi­mento d’improvvisazione sem­pre con­trol­lata. Così come la sua regia che cerca di far affio­rare un sen­ti­mento sco­stante, e un approc­cio fisico alle zone d’ombra, spiaz­zando e la sce­neg­gia­tura (scritta dal regi­sta insieme a Cate­rina Serra e Mau­ri­zio Braucci). O meglio con­tro l’idea che uccide molto cinema ita­liano secondo cui il film deve esserne più o meno l’illustrazione.



Cosa accade allora in que­gli spazi geo­me­trici resi quasi immoti dalla calura estiva? Uno scon­tro tra ado­le­scenti, le due ragazze e il loro amico alba­nese, e gli adulti come la madre di Luisa che le grida die­tro: «Ma giri sem­pre in mutande» cri­ti­cando le gambe al vento della figlia. O il padre con pistola e peri­co­lose attra­zioni sepa­ra­ti­ste, o il tipo che sbava die­tro a entrambe (Ribon), tutti chiusi in sogni e scon­fitte che li hanno resi agri, raz­zi­sti, pieni di ran­cori a cui è facile dare fuoco.

Le ragazze lavo­rano nell’hotel brutto ma con piscina, Renata, che di Luisa è pos­ses­si­va­mente gelosa e quasi amante, ha messo in piedi un ricatto a uno degli uomini del paese, con cui ha avuto una rela­zione. Foto e fil­mini ero­tici che le ragazze minac­ciano di fare vedere in giro, coi soldi le due vogliono scap­pare via da quel buco. Però suc­cede che Luisa si inna­mora del ragazzo alba­nese «uti­liz­zato» per il ricatto, e dei soldi non le importa nulla …

Meschi­nità gelo­sie, silenzi, chiac­chiere e pet­te­go­lezzi cat­tivi, il gusto amaro di una rab­bia sorda, cre­scono fino a diven­tare incon­te­ni­bili. La «realtà», certo, e le sue epi­fa­nie improv­vise come il comi­zio di Gian­luca Busato, teo­rico del movi­mento indi­pen­den­ti­sta veneto. O la festa coun­try di vino e malin­co­nia. E soprat­tutto i luo­ghi, pro­ta­go­ni­sti in sé come se nell’aria ferma di caldo e umi­dità que­gli umori cat­tivi vi si con­den­sas­sero prima che nel cuore.


Il Manifesto – 11 aprile 2014

Uomini e comandanti di Giulio Questi. La Resistenza come non era mai stata raccontata prima.



Di Giulio Questi ricordiamo un grande film (Se sei vivo spara) con Tomas Milian. Era il 1967 e per vedere qualcosa di simile dovemmo aspettare Quentin Tarantino. Oggi, a 90 anni compiuti, pubblica un libro di racconti partigiani capace di descrivere la Resistenza senza cadere mai nel didascalico o nella retorica.

Alberto Crespi

Il caso letterario. La mia Resistenza

Fra un anno esatto il 25 Aprile «compirà» 70 anni, e chiunque abbia combattuto nella Resistenza sarà vicino ai 90, se non oltre. L’idea di scoprire, oggi, una nuova voce capace di raccontare quei giorni accoppiando la profondità della memoria alla forza dello stile potrebbe sembrare pura utopia. Eppure è successo. Il volume di racconti Uomini e comandanti, pubblicato in questi giorni da Einaudi (190 pagine, 18 euro), è a tutti gli effetti una rivelazione, forse «la» rivelazione letteraria dell’anno. Lo scrittore ha, appunto, 90 anni ed è venuto allo scoperto solo ora. Ma dal punto di vista, diciamo così, «esistenziale» la rivelazione è tale solo per chi non lo conosceva.

Giulio Questi –di lui stiamo parlando – è un regista cinematografico e televisivo che i lettori dell’Unità conoscono bene. Ha diretto tre lungometraggi (Se sei vivo spara, La morte ha fatto l’uovo, Arcana), una consistente mole di telefilm (alcuni sceneggiati con una ex firma di questo giornale, David Grieco) e alcuni cortometraggi, raccolti nella silloge By Giulio Questi (dvd edito da Ripley) che nel tempo sono diventati veri e propri oggetti di culto. È stato anche, in casi isolati e abbastanza eccentrici, un attore: lo si vede in La dolce vita di Fellini (è il nobile che balla guancia a guancia con Nico, futura cantante dei Velvet Underground) e in Signore e signori di Germi.



Gli amici sapevano da sempre che Giulio, da ragazzo, aveva militato in diverse formazioni partigiane sulle montagne sopra Bergamo, la città dov’è nato e cresciuto. Alcuni di loro avevano sentito i suoi racconti orali su quell’esperienza; e pochissimi, più cari di altri, avevano avuto l’onore di leggere alcuni racconti scritti nel corso degli anni e «pubblicati» in un’edizione squisitamente casalinga.

«Ho cominciato a scrivere sulla Resistenza subito dopo la fine della guerra – ci dice Questi – e nel ’47 un mio racconto, La cassa, fu pubblicato sul Politecnico di Vittorini. Ho continuato nel corso degli anni, ma solo per mantenere viva la memoria dentro di me: scrivevo per me stesso. Quei due inverni in montagna, tra i 19 e i 20 anni (Questi è del ’24, ndr), sono stati il mio romanzo di formazione: ho sempre sentito il bisogno di non perdere quei ricordi. Poi, un giorno, ho scoperto il computer».

Piccolo passo indietro: Questi non ha mai smesso di essere un esploratore, nell’arte e nella vita. L’altro suo romanzo di formazione, dopo la guerra partigiana, è stato il periodo in Colombia, dove ha conosciuto Gabriel García Marquez (in Uomini e comandanti è protagonista dell’ultimo racconto, intitolato Caribe) ed è vissuto tra gli indios, in condizioni estreme che gli ricordavano proprio gli inverni trascorsi in montagna. Come regista, è rifiorito con la scoperta della videocamera digitale.

Il computer, per lui, è invece un prezioso strumento mnemonico: «Potevo tenere i racconti tutti insieme, modificarli, impaginarli, stamparli. Sono diventato un virtuoso del copia & incolla. Le prime copie dei racconti le ho fabbricate letteralmente io, con tanto di colla riga e taglierino, e le ho regalate. Una è finita all’Istituto della Resistenza di Bergamo, diretto da uno storico che poi è diventato mio amico, Angelo Bendotti (firma la postfazione del libro, ndr). L’hanno letta prima Giovanni De Luna, poi Sergio Luzzatto. È stato lui a portarli da Einaudi, gliene sarò sempre grato, lo ringrazio pubblicamente anche se non ho ancora avuto modo di incontrarlo, succederà. Il giorno che mi hanno telefonato da Einaudi per propormi la pubblicazione pensavo ad uno scherzo».

Giulio Questi













Altro che scherzo: il libro ora esiste, ed è un libro straordinario. Non solo per la vivida forza degli eventi raccontati, quasi tutti visti e vissuti di persona. Ma per lo stile. Questi scrive benissimo, con una limpidezza scabra degna di Calvino (e lontana, per immediatezza, dallo stile espressionista di Fenoglio, che pure adora). Di più: Questi scrive meglio oggi di allora.

Il racconto che apre il volume– Il roccolo – è del 1990 ed è incredibilmente più potente di La cassa (1947) o di Tre volontari(1949), i più antichi. Il «roccolo» – i non lombardi sono autorizzati a non saperlo – è una struttura costruita per l’aucupio, che a sua volta è la caccia a uccelli di piccola taglia con uso di richiami detti «zimbelli». Solitamente è una sorta di piccola torre, circondata da alberi e posizionata in una radura. Nel brevissimo racconto (9 pagine) è l’estremo rifugio di un partigiano in missione, che vi si rifugia per la notte credendolo disabitato. Invece vi trova un montanaro selvaggio che vive assieme a una quantità industriale di uccelletti chiusi in gabbia (i richiami, appunto).

La mattina dopo, prima che il partigiano se ne vada, l’uomo mette in atto la sua strategia: cattura un nugolo di storni, un altro di crocieri; scende nella radura, li toglie dalle reti e in modo metodico, come espletando un compito ancestrale, li uccide uno per uno schiacciando loro la testa con le dita. Disgustato da tanta brutalità, il giovane partigiano riparte e porta alla brigata la triste missiva di cui è latore: la condanna a morte di tre (presunti?) traditori.

«Sì, pietà era morta, da quelle parti»: con questa citazione dalla famosa canzone scritta da Nuto Revelli, Questi chiude un racconto che è narrato come un horror e costruito come la potentissima metafora di una guerra senza quartiere. È ufficiale: l’Italia ha un nuovo, grande scrittore, anche se la definizione – quanto quella di «regista» – a Questi non piace: «Detesto le professioni. Chi si definirebbe “scrittore” sulla carta d’identità?».

l’Unità – 29 aprile 2014

Giulio Questi
Uomini e comandanti
Einaudi, 2014
18,00

Da leggere. Sei come sei di Melania Mazzucco


Proponiamo un libro che non abbiamo letto e che dunque non sappiamo se ci piacerà davvero. Non si dovrebbe fare e infatti solitamente non lo facciamo, ma non ci piace vedere i libri bruciati in piazza. Un vecchio vizio caro a nazistelli e cattolicume integralista.

Fabio Geda

Sei come sei” la famiglia omosex di Melania Mazzucco

Facciamo un gioco. Io vi descrivo due personaggi e voi mi dite chi sono. Uno è severo, stabilisce quello che la figlia deve o non deve fare perché lui stesso da bambino ha ricevuto un’educazione formale che - dice - nella vita si è rivelata utile; l’altro, invece, è accogliente, più fragile sul piano del contenimento, la figlia sa che può ottenere da lui cose che non otterrà dal personaggio precedente.

Uno è rilassante, coerente e protettivo; l’altro, invece, è eccentrico, imprevedibile e, in presenza dei compagni di classe, può risultare imbarazzante (ma la figlia, che lo ama tanto quanto il personaggio precedente, non ha il coraggio di dirglielo). Uno è convinto che la maestra della figlia sia eccessivamente nozionistica e ligia al programma ministeriale, e avrebbe voluto iscriverla in una scuola montessoriana; l’altro, invece, è un fanatico fautore della scuola pubblica - «una delle poche istituzioni meritorie dello stato italiano» -, afferma che l’istruzione gratuita e l’uguaglianza rappresentano per lui valori non negoziabili, e vuole che la figlia cresca tra bambini di ogni estrazione sociale, razza e provenienza.

Sì, sono due genitori. Un padre e una madre. O forse no. Forse sono due madri. O forse due padri. Be’, ma che importanza ha? Sono due adulti che si amano, che vivono insieme e che hanno scelto di dedicarsi alla cura e all’educazione di un bambino. Questo è quanto. Potrebbero anche essere due nonni, o due zii, o due vicini di casa. Quella che chiamano figlia potrebbe anche non essere davvero figlia loro. Perché i figli sono di chi li ama e li cresce, non di chi li fa.

Sei come sei di Melania Mazzucco è un elogio delle radici dell’amore, o piuttosto un indagine sulle proteine che compongono il Dna degli affetti famigliari; di una famiglia potenzialmente normale - qualunque cosa questo voglia dire - che non lo è a causa delle nostre leggi - dei nostri pregiudizi.  
Giose e Christian sono una coppia omosessuale ed Eva, quindi, una bambina con due genitori che hanno la peculiarità di essere entrambi maschi. La qual cosa, tra l’altro - dice lei - è di gran lunga preferibile ad averne uno di un sesso e uno dell’altro ma separati, con un papà che vedi a ore, o ogni quindici giorni, come i carcerati.

Giose è un ex cantante punk-rock. A volte gira con un cappello da pescatore, il giubbotto attillato di pelle bordeaux, la sciarpa di seta scarlatta che gli svolazza intorno al collo, e in mezzo alle madri trafelate, alle nonne e alle dimesse baby-sitter dei compagni di Eva, spicca come un papavero sul prato. Quando muore Christian - il suo compagno, il padre naturale di Eva - Giose viene dichiarato dal Tribunale dei Minori un tutore inadeguato.

Eppure è stato proprio lui, Giose, contemplando al Museo delle Belle Arti di Budapest il San Giuseppe con Gesù di Francisco de Herrera the Elder a riconoscere in se stesso il desiderio della paternità. Davanti a quel Giuseppe ancora giovane, con i capelli lunghi e la barba scura, e al figlio, riccioluto e biondo. Un bambino che non gli somiglia per il semplice fatto che non è suo figlio, ma che Giuseppe tiene in braccio come se lo fosse, con tutta la dolcezza e l’urgenza che solo un genitore può provare.

I pittori italiani - dice il narratore di Sei come sei - non hanno trovato colori e sentimento per la paternità degli uomini. Il loro Giuseppe è spesso un vecchio casto e canuto; e con il bambino in braccio c’è sempre la Madonna. È la maternità che celebrano e che li commuove. Francisco de Herrera, pittore spagnolo, capace di celebrare la paternità, strappa il cerotto dalla ferita di Giose. Lo costringe ad ammettere che niente gli sembra più sconvolgente e desiderabile che tenere un giorno anche lui, fra le braccia, un figlio. «Un figlio che magari non sarebbe stato suo - come Gesù non era di Giuseppe» e che anche lui avrebbe amato «di un amore visibile come la firma di Francisco de Herrera, capace di illuminare l’oscurità del bosco».

Sei come sei è un romanzo che scava gallerie profonde nelle emozioni e nella consapevolezza con cui alle emozioni ci rapportiamo. Narrato con la lingua precisa e composita e lo sguardo avvolgente e colto cui Melania Mazzucco ci ha abituato. Una lettura preziosa perché mette in scena la vocazione alla genitorialità riconducendola all’essenziale, riconnettendola alla sostanza - nei gesti, nell’accudimento, nelle parole - e sganciandola dalla forma. Un proverbio africano dice che per educare un bambino ci vuole un villaggio. Sei come sei ci dice che per educare un bambino serve qualcuno nei cui occhi il bambino possa rispecchiarsi e nel cui affetto ritrovare se stesso e la propria storia, e che la famiglia è un luogo da declinare al plurale. E - cosa importante - che è ora che l’Italia diventi Europa anche in questo.

La stampa/Tuttolibri – 6 novembre 2013

Melania Mazzucco
Sei come sei
Einaudi, 2013
17,50

La libertà delle mistiche



Nella nuova edizione del libro di Luisa Muraro «Le amiche di Dio» spicca la figura di Margherita Porete, religiosa, teologa e scrittrice vissuta sotto Filippo Il Bello e poi condannata al rogo per eresia.

Alessandra Pigliaru

La libertà delle mistiche

Nell’ambito della mistica cri­stiana la pre­senza fem­mi­nile è sem­pre stata rile­vante. Basta ricor­dare i nomi di Angela da Foli­gno, Giu­liana di Nor­wich, Hadewi­jch d’Anversa ma anche Matilde di Mag­de­burgo e Teresa D’Avila, per ren­dersi da subito conto che si tratta di una scena gene­rosa dotata di splen­dore. Que­ste donne hanno fatto della pro­pria espe­rienza spi­ri­tuale una ricerca ine­sau­sta e sor­pren­dente con deci­sive rica­dute sulle pra­ti­che quo­ti­diane e sulla rela­zione con il divino.

La nuova edi­zione del libro di Luisa Muraro, Le ami­che di Dio. Mar­ghe­rita e le altre (Ortho­tes, pp. 262, euro 17), a cura di Clara Jour­dan e ampliata in appen­dice da un sag­gio di Blanca Garí, è il rilan­cio di una scom­messa ini­ziata ormai oltre vent’anni fa. Si col­loca in un corol­la­rio di testi e inter­venti pub­blici pre­cisi, alcuni dei quali apparsi anche nelle pagine di que­sto gior­nale dalla fine degli anni Ottanta. Da libri impor­tanti come lo stu­dio dedi­cato all’eresia fem­mi­ni­sta diGuglielma e Mai­freda (1986), a Lin­gua materna scienza divina (1995) fino ad arri­vare a Il Dio delle donne (2003), il punto è sem­pre anche poli­tico, trat­tan­dosi di un’esperienza di dif­fe­renza e dun­que di un sim­bo­lico fem­mi­nile che la sostanzia.

Le ami­che di Dio attiene al gran­dioso affre­sco della mistica fem­mi­nile euro­pea vista come risorsa di libertà. Cen­trale nel volume di Muraro è Mar­ghe­rita Porete, beghina vis­suta durante il regno di Filippo il Bello. Il suo per­corso spi­ri­tuale audace e fuori dal comune le costò l’accusa di ere­sia, pro­cu­ran­dole infine la morte sul rogo il 1° giu­gno 1310 a Parigi, in place de Grève. Le parole con­te­nute nel suo capo­la­voro Lo spec­chio delle anime sem­plici hanno cir­co­lato in Europa, sep­pure ano­ni­ma­mente, per sette lun­ghi secoli fino a quando nel 1965, gra­zie a Romana Guar­nieri, al testo viene resti­tuita la sua legit­tima autrice.



Un mondo intero e deci­sivo si muove già den­tro quelle parole che vanno a creare una vera e pro­pria teo­lo­gia in lin­gua materna. Que­sta teo­lo­gia nata nel XIII secolo, su cui si con­cen­tra Muraro, è sto­ria di uno scam­bio, un con­ti­nuum che esor­bita dal tra­di­zio­nale rap­porto dell’uomo con Dio.

Cono­scere e far cono­scere la scrit­tura della mistica signi­fica dare conto di una mol­ti­tu­dine di saperi, pra­ti­che e desi­deri, e insieme della sco­perta di un tesoro da un punto di vista let­te­ra­rio, poe­tico spi­ri­tuale e poli­tico. Le espe­rienze, le scrit­ture e le sto­rie ripor­tate da Muraro bucano l’ordine sociale così come i codici lin­gui­stici della tra­di­zione cri­stiana, in rap­porto ai quali non stanno con­tro ma oltre.

Per Mar­ghe­rita Porete l’autorizzarsi a una let­tura libera delle Sacre Scrit­ture (di cui tratta spe­cial­mente Blanca Garí) pro­cede per un iti­ne­ra­rio che le supera andando nella dire­zione di una man­canza che segna il rap­porto con il divino. Una man­canza che è un non bastarsi ori­gi­na­rio e che viene a risco­prirsi come gua­da­gno. Pen­sato e tra­dotto come un per­corso di luci e cadute, Lo spec­chio delle anime sem­plici sta fuori dal discorso ascen­sio­nale della mistica cri­stiana per rac­con­tare che il pas­sag­gio attra­verso quella man­canza, quando accet­tata, crea e attiva per poi far fluire un potente varco d’amore.

Diver­sa­mente da altre misti­che, per esem­pio Ilde­garda di Bin­gen, Porete non è visi­tata da nes­suna voce di auto­rità esterna. L’unica media­zione rico­no­sciuta tra l’essere finito (que­sto mondo) e l’assoluto (Dio) è il pas­sag­gio abi­tato dalle cosid­dette anime annien­tate, ovvero le dames che nelloSpec­chio appa­iono come le Signore che nes­suno cono­sce tranne Dio. L’annientamento di ogni facoltà, cir­co­lante in tutta la scrit­tura mistica, si accom­pa­gna però in lei, e potremmo dire nel beghi­nag­gio in gene­rale, ad una pra­tica quo­ti­diana e di impe­gno nei con­fronti del mondo, una con­di­zione che non implica pas­si­vità alcuna.

Il muta­mento radi­cale che viene agito passa per la rela­zione con Dio, ma in Porete così come in tutta la mistica fem­mi­nile l’essere donna è diri­mente per­ché quell’amore è la pos­si­bi­lità – del tutto con­tin­gente – che Dio capiti a que­sto mondo. Una dif­fe­renza senza ter­mini di con­fronto e impren­di­bile che non dice la libertà di Dio ma delle misti­che. L’amicizia con Dio non fa infatti di que­ste donne delle serve né delle rap­pre­sen­tanti ma, appunto, delle ami­che, sostan­zian­dosi in una spor­genza del desi­de­rio che oltre­passa la realtà visi­bile e già data, fino a con­ce­pire l’infinito.



La domanda che ci si può porre è: in che modo il discorso sulla mistica inter­lo­qui­sce con la rifles­sione poli­tica delle donne? In che modo cioè può essere un gua­da­gno per il pre­sente? In que­sto senso va accolta l’inaugurazione espli­cita della rubrica della rivi­sta Via Dogana che dal dicem­bre scorso si occupa appunto di «Impa­rare poli­tica dalla mistica». Ma non sarebbe suf­fi­ciente se non si desse conto di un tra­gitto più lungo che rac­conta di un gua­da­gno indi­scu­ti­bile nel fare la cono­scenza di que­ste donne e delle loro parole.

«Quella che le scrit­trici misti­che met­tono in parole, per quanto ciò sia pos­si­bile, è la verità dell’esperienza, gua­da­gnata dal vivo del loro vivere, lot­tando con le parole». E con i pro­pri corpi. Anche quando di que­ste vite sap­piamo poco, come per Mar­ghe­rita Porete la cui bio­gra­fia è rin­trac­cia­bile solo nei docu­menti sul suo pro­cesso per ere­sia. Anche in que­sto caso un corpo vivente, ses­suato, è stato al mondo rac­con­tan­doci la pro­pria rela­zione con la libertà, resti­tuen­doci l’essenziale della pro­pria espe­rienza.

Per dire la con­tin­genza di Dio, nel senso indi­cato sopra, e che il desi­de­rio passa per ciò che si scrive ma anche per il rifiuto, netto e sicuro, oppo­sto agli inqui­si­tori che esi­ge­vano da lei un giu­ra­mento di sot­to­mis­sione. Dagli atti del pro­cesso, risulta sia andata a morire serena. Vogliamo imma­gi­narla come un’amica esi­gente e inna­mo­rata, di Dio (lui o lei che sia) ma soprat­tutto di un ori­gi­nale quanto straor­di­na­rio cam­mino di verità che ce la rende prossima.



il manifesto - 29 Aprile 2014  



Luisa Muraro
Le ami­che di Dio. Mar­ghe­rita e le altre 
Ortho­tes, 2014
euro 17

martedì 29 aprile 2014

Il giovane Mussolini in mostra a Predappio



Una mostra ricca di documenti d’archivio nella casa restaurata. Esposte le carte sugli anni socialisti di Mussolini. Lo scopo? Liberare finalmente Predappio dalla colpa di aver dato i natali al fascismo

Vittorio Emiliani

Il giovane Mussolini


È trascorso ormai un secolo dalla prima guerra mondiale che lacerò profondamente il movimento operaio e socialista internazionale fra neutralismo pacifista e interventismo dalle varie connotazioni (democratico, rivoluzionario, nazionalista), eppure le riflessioni storiche continuano, utilmente. Per approfondire le ragioni strutturali di quel conflitto che, al di là delle varie interpretazioni, cambierà in modo diverso ma radicale l’Europa. In Italia e in Germania la profondissima crisi della prima democrazia a suffragio universale maschile sarebbe sfociata a destra anziché a sinistra.

L’occasione della guerra viene cavalcata con esiti opposti da Lenin in Russia e da Mussolini in Italia, quest’ultimo partito da posizioni sovversive. E «Il giovane Mussolini» è il tema di una bella, documentata mostra che il Comune di Predappio (amministrato prima e dopo il fascismo dalle sinistre) ha organizzato nella casa natale del futuro duce acquistata e restaurata dall’amministrazione locale. Per il sindaco Giorgio Frassineti e per l’assessore alla cultura, Francesco Billi, essa rappresenta un punto di partenza. Il suo scopo? Liberare finalmente un Comune democratico e progressista «dalla colpa di aver dato i natali a Mussolini e quindi al fascismo» (che invero nasce a Milano, finanziato largamente dalla grande industria, dalla finanza e dalla banca, nonché dall’agraria padana).

Mostra resa particolarmente interessante dalla ricca documentazione d’archivio del collezionista e ricercatore Franco Moschi (la cui preziosa collaborazione, mi auguro, proseguirà col Comune), curatore dell’esposizione con lo storico e docente universitario Mauro Ridolfi. Del giovane Mussolini, socialista e rivoluzionario, tesserato al Psi fra 1901 e 1914, lo storico Roberto Balzani sbozza subito nell’introduzione i tratti fondamentali: in pieno giolittismo, nel cuore del riformismo municipale e della politica dei «blocchi popolari», «il percorso di Mussolini è del tutto al di fuori di questa traiettoria», lui «s’iscriverà fra gli irregolari, gl’imprevedibili, i marginali potenziali e reali», miscelando «la retorica estremista e la costruzione di una “carriera”, l’ambizione sfrenata e il bisogno di carisma», per uscire dal borgo rurale in cui è nato, ben descritto da Mario Proli.



Tornato a Forlì, dopo il soggiorno in Svizzera fra rivoluzionari, il suo esordio in piazza nel 1909, per manifestare contro la fucilazione del pedagogista libertario Francisco Ferrer, è incendiario: «Tutti al Vescovado!» per invaderlo e, come ripiego, per abbattere la colonna votiva della Madonna del Fuoco. Il disegno di Mussolini - nota lucidamente Ridolfi - allorché sarà poi direttore di successo dell’Avanti! e, in pratica, leader del partito è quello di ridefinire «in senso centralistico e militante il Psi inteso come punta di diamante e polo di riferimento di tutti i “sovversivi”». Centralismo politico e milizia partitica che saranno i pilastri del «mussolinismo » fascista. Così come l’insistenza retorica ossessiva su se stesso come «l’uomo nuovo».

Nel catalogo edito da Neriwolff (277 pagine, 28 euro), Ridolfi ridisegna bene anche lo stile giornalistico e oratorio del futuro duce in una regione di grandi comunicatori di piazza, fortemente influenzato dal sindacalismo rivoluzionario, con Filippo Corridoni in particolare, caduto in trincea dopo essersi peraltro pentito (lo provano le sue lettere dal fronte) di aver optato per l’intervento. Alle politiche del 1913 Mussolini perde contro l’uscente repubblicano Gaudenzi a Forlì (dove dirige Lotta di classe e, con grande autonomia, la Federazione), stravince a Predappio con 393 voti a 8,ma soprattutto pone le basi per la grande popolarità fra i giovani quando svolterà per l’intervento in guerra, fondando, coi denari degli industriali, il suo Popolo d’Italia.

Leader lo è sin dal tempo delle Magistrali di Forlimpopoli dov’è preside Valfredo Carducci, fratello del poeta. A volte si ritira a leggere sul campanile della vicina chiesa alternando Marx a Bakunin, ma ancor più a Nietzsche e a Stirner. «La più nobile aspirazione dell’uomo è di essere un capo», scrive un giorno sulla lavagna. Ora, siamo alla vigilia delle scelte decisive, Benito non è più il «Benitouscka» dell’esilio svizzero in mezzo ai russi, scrive con enfasi sul primo numero del suo Popolo d’Italia: «Gridare: non potrebbe essere - allo stato dei fatti - molto più rivoluzionario che gridare “abbasso”?» Raccontano che Lenin, dopo la scissione di Livorno (che Trotzki sarà poi incaricato, invano, di ricucire), accolse la prima delegazione del Pcd’I, guidata dal romagnolo Antonio Grazia dei, col sorprendente rimprovero: «Avevate un leader, Mussolini, che vi avrebbe fatto vincere, e l’avete perduto». Ma Benito nel 1921 era già da tutt’altra parte.


l’Unità – 29 aprile 2014


Ippopotami e sirene



Il viaggio come specchio dell'esistere. Davvero Omero aveva già detto tutto quello che c'era da dire. Quello che è venuto dopo è stato solo una variazione sul tema.

Nuccio Ordine

I Greci e noi, in viaggio per scoprire



«Pensa a Itaca, sempre,/ il tuo destino ti ci porterà./ […]Non sperare ti giungano ricchezze:/ il regalo di Itaca è il bel viaggio,/ senza di lei non lo avresti intrapreso./ Di più non ha da darti./ E se ti appare povera all’arrivo,/ non t’ha ingannato./ Carico di saggezza e di esperienza/ avrai capito un’Itaca cos’è»: questi bellissimi versi di Constantinos Kavafis mostrano, a distanza di secoli, come il mito di Itaca e di Ulisse continui ancora a far vibrare le corde del cuore di poeti e di lettori.

Certo, le peregrinazioni dell’eroe omerico narrate nell’Odissea hanno rappresentato uno dei modelli costitutivi della letteratura occidentale: metafora della conoscenza, dell’esplorazione dell’ignoto, dell’incontro con l’«altro», dell’autonomia della coscienza, dell’autodeterminazione, della sfida del limite, della punizione divina, il viaggio — attraverso il movimento continuo delle strutture linguistiche e narrative — ha finito anche per diventare esso stesso immagine della scrittura letteraria.

Alle avventure cantate da Omero e alle esplorazioni «antropologiche» di Erodoto, ha dedicato recentemente un bel libro Eva Cantarella (Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto , Utet). Studiosa di fama internazionale, i suoi saggi sul mondo antico sono stati tradotti in varie lingue, ci offre ora, con la sua consueta chiarezza, un affascinante itinerario in sette capitoli, dove l’Odissea e le Storie vengono analizzate alla luce dei numerosi racconti elaborati dai due grandi autori, l’uno padre dell’epica e l’altro della storiografia.

Alla lettura comparata dei due testi, balzano subito agli occhi le differenze. Omero fa del viaggio uno strumento per marcare il divario tra la civiltà greca e la barbarie degli altri popoli: Polifemo rappresenta una socialità pre-politica, priva di valori religiosi, dove mancano leggi e assemblee e dove è assente l’agricoltura; Circe e Calipso (entrambe dedite al canto e alla tessitura) incarnano modelli femminili negativi fondati sull’inganno, che nulla hanno a che vedere con le virtù greche della moglie, della madre e della sorella; i Lotofagi esemplificano il rischio di perdere nei paesi stranieri la memoria della propria patria (mangiare il loto significava, infatti, «scordare il ritorno»).



Per Erodoto — nato in Asia Minore, probabilmente da padre persiano e madre greca — il viaggio diventa, invece, occasione di confronto con l’«altro» (con coloro che Greci non sono), senza aver paura di riconoscere i «debiti» contratti con le culture vicine: le descrizioni di Babilonia, per esempio, o le riflessioni sulla regina Nitocri o su Artemisia mostrano una sincera simpatia per alcuni aspetti della vita politica di questi popoli stranieri; le pagine dedicate agli animali conosciuti (i gatti) o a quelli sconosciuti (coccodrilli e ippopotami) rivelano un’attenzione per le tradizioni locali e per gli stretti legami intessuti con i riti religiosi; e, perfino, nella vendita all’asta delle mogli, l’autore riesce a cogliere gli aspetti positivi di una legislazione che pensava anche alla sopravvivenza delle donne brutte e storpie (i soldi ricavati, infatti, dalla vendita delle future consorti più belle andavano in dote a coloro che sposavano quelle destinate a restare senza marito).

Dal raffronto tra i testi omerici e le Storie , insomma, appaiono due cartografie diverse dei viaggi: Omero, lasciando da parte le tanto discusse questioni sui possibili riferimenti a luoghi del Nord Europa, naviga in Occidente, tra la Sicilia e le coste tirreniche dell’Italia, e in Oriente, lungo le coste dell’Anatolia; mentre Erodoto esplora i territori dell’Iran orientale, del nord del Mar Nero, il basso Nilo e l’Africa. Ma appaiono, soprattutto, due concezioni pedagogiche opposte dell’ignoto: se per l’epos l’avventura tra popoli sconosciuti è destinata a compiersi nel «ritorno» (nostos), per il racconto dello storico si concretizza, al contrario, in acute riflessioni sulla grandezza del mondo e sulle diverse culture delle genti che lo abitano.

Le pagine di Eva Cantarella invitano, a loro volta, a far viaggiare il curioso lettore tra luoghi reali e immaginari. E solo alla fine del libro si capirà che altri viaggi ci aspettano perché, come ricordava T. S. Eliot, ogni «finire è cominciare».

Il Corriere della Sera – 29 aprile 2014

Eva Cantarella
Ippopotami e sirene
UTET, 2014
14 euro

Antonio Tabucchi tra Lisbona e Parigi



Sessanta quaderni manoscritti di appunti, pensieri, sceneggiature e perfino bozze di romanzi non pubblicati. Questo il ricchissimo archivio Tabucchi lasciato alla Bibliothèque Nationale de France. Una ulteriore conferma della assoluta mancanza di credibilità delle nostre istituzioni culturali.

Fabio Gambaro

Archivio Tabucchi

Un tesoro. Un vero e proprio tesoro. Quello che Maria José de Lancastre, la vedova di Antonio Tabucchi, ha deciso di lasciare alla Bibliothèque Nationale de France. Dall’inizio dell’anno, infatti, un bel pezzo dell’archivio privato dello scrittore scomparso il 25 marzo del 2012 è preziosamente conservato nel grande edificio di Tolbiac, sulle rive di quella Senna che allo scrittore italiano piaceva tanto. «Tabucchi era uno scrittore europeo. Ha vissuto tra l’Italia a il Portogallo, ma era anche molto legato alla Francia. 

Non a caso aveva una casa Parigi dove veniva molto spesso», spiega Bruno Racine, il presidente della BNF, che aggiunge: «Certo, questa donazione avrebbe anche potuto trovare una destinazione in Italia o al limite in Portogallo, patria d’adozione dello scrittore, ma la nostra è un’istituzione con un’ambizione europea. Le carte di Tabucchi saranno conservate accanto a quelle di molti altri scrittori, a cominciare da Victor Hugo, che per primo lasciò qui i suoi manoscritti immaginando che questa un giorno sarebbe diventata la biblioteca degli Stati Uniti d’Europa. Un’idea a cui l’autore di Notturno indiano sarebbe stato certamente sensibile».



A Parigi sono dunque stati depositati moltissimi documenti, tra cui spiccano sessanta quaderni scritti a mano al cui interno si alternano appunti, note di lettura, pensieri, progetti, abbozzi di racconti, impressioni di viaggio, minute di lettere, nonché le diverse stesure dei principali libri pubblicati dallo scrittore, da Piccoli equivoci senza importanza a Sostiene Pereira, di cui sono sono conservate due diverse versioni. Tra le carte donate alla biblioteca parigina figurano poi diversi materiali legati al cinema e al teatro (testi teatrali, sceneggiature, recensioni giornalistiche eccetera), ma anche due romanzi inediti. 

Il primo è Lettera al capitano Nemo, un romanzo del 1977 che era già pronto per la stampa, ma all’ultimo momento Tabucchi decise di non pubblicare, riducendolo più tardi a un semplice racconto, inserito con il titolo Capodanno nella raccolta L’angelo nero. Il secondo, intitolato Perdute salme, è del 1981, ma venne interamente riscritto qualche anno dopo per diventare Il filo dell’orizzonte. «Non appena avremo finito l’inventario e la catalogazione, tutto questo ricchissimo archivio verrà messo a disposizione dei ricercatori», precisa la responsabile del fondo, Marie-Odile Germain, che annuncia anche una mostra dei preziosi manoscritti che si terrà nei locali della biblioteca il prossimo autunno.



Per Maria José, decidere di lasciare l’archivio di Tabucchi a Parigi non è stato facile, alla fine però si è lasciata convincere dall’entusiasmo dei francesi e dal loro attaccamento all’opera dell’autore di Tristano muore. «Soprattutto ha contato il grande rispetto per la cultura e per gli scrittori presente da sempre in Francia. La capitale francese è al centro dell’Europa. Lì l’archivio di Antonio sarà protetto, valorizzato e facilmente accessibile per tutti gli studiosi che avranno bisogno di consultarlo. Certo, anche l’Italia era interessata, ma quando si è fatta avanti mi ero ormai messa d’accordo con l’istituzione francese», racconta la vedova che a casa sua, a Lisbona, conserva ancora tutta la corrispondenza del marito e un’altra quarantina di quaderni, al cui interno non mancano le pagine inedite (alcune delle quali pubblichiamo qui di fianco in esclusiva). 

Tra i testi ancora in suo possesso, figurano i primi racconti di Tabucchi, un breve romanzo giovanile, testi teorici di letteratura e politica, diversi collage quasi surrealisti e alcuni racconti più recenti, come ad esempio quello su Walter Benjamin, intitolato Il piccolo Gobbo, sul quale lo scrittore stava lavorando gli ultimi giorni della sua vita. Proprio un frammento di quel racconto rimasto incompiuto è stato da poco pubblicato nell’ultimo numero della rivista francese Genesis, (n°37, 2013).

Anche questo materiale alla fine verrà donato alla BNF, non appena Maria José avrà finito di metterlo in ordine: «Per Antonio, la Francia e la cultura francese hanno sempre avuto un significato particolare. La prima volta che andò a Parigi, fu subito dopo il liceo, quando decise di passare un anno all’estero prima di iscriversi all’università. Fu per lui un’esperienza fondamentale, perché grazie a quel soggiorno si aprì al mondo e alla cultura». 



Per altro, fu proprio grazie a Parigi che Tabucchi decise di dedicarsi allo studio della letteratura portoghese: «Alla fine di quell’anno entusiasmante, poco prima di salire sul treno che lo doveva riportare in Italia, acquistò da un bouquiniste sulla Senna una copia di Tabaccheria di Pessoa. Lo lesse durante il viaggio e gli piacque talmente tanto che quando scese dal treno aveva deciso d’imparare il portoghese».

La cultura francese però è sempre rimasta un punto fermo per il romanziere che amava moltissimo Céline e gli autori dell’illuminismo: «Aveva conosciuto il Portogallo di Salazar, quindi sapeva cosa significava vivere sotto una dittatura. Per questo riteneva importantissimi i valori di libertà e tolleranza dei diritti dell’uomo nati dalla Rivoluzione Francese». Insomma, conclude Maria José de Lancastre, «nonostante tutto il suo amore per il Portogallo, a Parigi si sentiva benissimo, soprattutto negli ultimi anni quando non riconosceva più l’Italia che aveva amato. Di conseguenza, credo che sarebbe contento di sapere che il suo archivio verrà conservato all’ombra della torre Eiffel».


La repubblica – 27 aprile 2014

lunedì 28 aprile 2014

Banditi a Milano. La grande rapina di via Osoppo (1959)



Via Osoppo 1958: la “rapina del secolo”, portata a termine senza sparare un colpo, rivive nel libro di uno dei suoi autori. Il “come eravamo” di un’Italia e di una mala diversissime da quelle di oggi.


Michele Brambilla

Quando Milano tifava per i banditi della “ligera”


Forse perfino qualche giovane avrà sentito parlare della rapina di via Osoppo a Milano. Era il 27 febbraio 1958, e il 27 di ogni mese, nella tradizione popolare, è detto San Paganino perché giorno di paga. Sette uomini travestiti con tute blu da operai assaltarono un furgone portavalori della Banca Popolare di Milano e, senza sparare un colpo, portarono via 614 milioni di lire, di cui 114 in contanti. Fu un colpo sensazionale che cambiò d’un tratto la percezione non solo della malavita, ma anche di quello che stava succedendo nel nostro ancora povero Paese. 

La «rapina del secolo», come fu definita, è ora raccontata in un libro scritto (insieme con il giornalista Matteo Speroni del Corriere della Sera) da uno degli autori di quel celeberrimo colpo, Arnaldo Gesmundo detto Jess il bandito, oggi ottantaquattrenne. S’intitola Il ragazzo di via Padova (ed. Milieu, pp. 287, € 14,90).  



Naturalmente è molto più del racconto di una rapina. È un «come eravamo». Come eravamo a Milano, in Italia, nella polizia e nella magistratura, nella delinquenza e nel giornalismo, nelle case popolari e nella borghesia. Arnaldo Gesmundo nasce per strada, in piazzale Loreto, il 28 maggio 1930. I suoi abitavano lì vicino, in via Beretta, oggi via Arquà, una delle strade che collegano via Leoncavallo e via Padova. La quale via Padova non era il turbolento melting pot che è adesso, ma era comunque zona di povera gente, case di cortile e cesso in comune; quasi campagna, ma là dove c’era l’erba stava crescendo una città. Il 27 novembre 1909, lì in fondo a via Padova, aveva preso il volo il primo dirigibile italiano, il Leonardo da Vinci costruito dall’ingegner Enrico Forlanini. Fu da quel mito di progresso che prese nel quartiere una voglia di volare, cioè di lavorare, che avrebbe poi attirato, specie nel primo dopoguerra, tanta immigrazione. 

I genitori di Arnaldo Gesmundo sono gente che lavora: papà alla Breda, mamma all’Alfa Romeo. Operai, s’intende. Soldi guadagnati con fatica. Usciti dal disastro della guerra, tanti ragazzi sognano invece il guadagno facile. Arnaldo finisce così a frequentare i balordi del quartiere, quella che a Milano si chiamava la «ligera», cioè malavita leggera, che non fa uso di armi e non si sporca di sangue ma campa di truffe, furti, borseggi. Nei bar e nelle osterie della «ligera» Arnaldo incontra «il Luna», «il Pedivella», «il Pinin», «il Lunghett», «el Quatrocch», «el Bagiana». Lui stesso viene ribattezzato: «il Tato». Ognuno ha poi una propria specialità: il borsaiolo è «lo scarparo», lo sfruttatore di puttane «il ricottaro» o «magnaccio», e così via. 

Leggendo la cronaca nera e guardando i film americani, questi personaggi cominciano a studiare i colpi per evitare di dover tirare la lima. Alcuni fanno carriera. Come Joe Zanotti, il capo della Banda Dovunque. O come Ezio Barbieri «Pugno proibito», nato a Baggio ma poi diventato il Bandito dell’Isola, quartiere oggi di gran moda. Un’altra zona allora malfamata, e adesso cuore della City, tra via Torino e piazza Affari, è «le cinque vie»: un crocicchio nel quale confluiscono le vie Sant’Orsola, Santa Marta, Del Bollo, Bocchetto e Santa Maria Fulcorina. 

Gesmundo frequenta simili ambienti e simili personaggi, così a diciotto anni fa il suo primo ingresso «al due» di piazza Filangieri, cioè a San Vittore, vero inferno allora e vero inferno pure oggi. Jess esce e rientra un po’ di volte, intervallate da buoni propositi di mettersi a lavorare da bravo cristiano. Fino a quando incontra quelli giusti per il colpo giusto: la rapina di via Osoppo. Lui è uno dei pochi con la patente e viene incaricato di rubare la macchina che deve sbarrare la strada al furgone: e per dire com’era la mala di una volta, Jess «il Tato» in quel periodo lavora, e per andare a fare il furto chiede un regolare permesso in ditta. 

Alle nove di mattina i sette banditi sono all’incrocio tra le vie Osoppo e Caccialepori, pronti a colpire. Uno di loro, Arnaldo Bolognini, nell’attesa entra in un negozio e si compra un po’ di pane e taleggio per chiudersi il buco che il nervoso gli sta scavando nello stomaco. Poi è un attimo. Alle 9,15 l’autista, il commesso e il poliziotto che sono sul furgone vengono immobilizzati sotto la minaccia del mitra. Da un balcone dell’ottavo piano del palazzo di via Osoppo 7 il signor Enzo Saino grida «Ai ladri! Ai ladri!»; una signora esce dal fruttivendolo e urla «Andate a lavorare, brutta gente!». Alle 9,25 è già finito tutto. 



Il Paese è scosso. La polizia mobilita cinquemila uomini. Arnaldo Gesmundo, con uno dei suoi complici, va a Cortina in un grande albergo per cominciare la nuova vita da signore. Ma durerà poco. Il ritrovamento delle tute blu, imprudentemente gettate nell’Olona che poi va in secca, e forse una soffiata di qualche informatore, portano in breve agli arresti. Il 6 aprile 1958 Indro Montanelli scrive sul Corriere della Sera: «Ufficialmente sì, tutti scrivono e proclamano che sono contenti (…). Ma, sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori (…). I rapinatori di via Osoppo ci avevano dato l’illusione che l’Italia stesse uscendo da questo stadio arcaico. Nel campo del delitto, d’accordo. Ma cosa conta da dove si comincia? L’importante è cominciare, pensava la gente. Da cosa nasce cosa». 

I «sette uomini d’oro», come furono chiamati, ebbero condanne che, al confronto di quelle di oggi, fanno impressione: Luciano De Maria 20 anni e 8 mesi; Enrico Cesaroni detto «il droghiere», la mente del colpo, 18 anni e 4 mesi; Ugo Ciappina (che ispirò il soprannome «Ciapina» per il centravanti del Milan Paolo Ferrario, bravo nei «gol di rapina») ebbe 17 anni e 2 mesi; Arnaldo Gesmundo 14 anni e 3 mesi; Arnaldo Bolognini 12 anni e 6 mesi; Eros Castiglioni 11 anni e 10 mesi; Ferdinando Russo 9 anni e 8 mesi. In carcere, Gesmundo terrà una fitta corrispondenza con Franco Di Bella, allora cronista di nera del Corriere, di cui poi diventerà direttore. 

Altri tempi. La mala a Milano diventerà poi quella della rapina in largo Zandonai della banda Cavallero, con morti e feriti tra i passanti; quindi Vallanzasca, Turatello, l’intreccio tra mafia e finanza. L’Italia della «ligera» non c’è più, è cambiata, un po’ in meglio, e un po’ in peggio. 


La stampa - 27 aprile 2014

Enrico Baj, Ricordo di Asger Jorn



Cento anni fa nasceva Asger Jorn, iniziamo a ricordarlo riprendendo questo bell'articolo di Enrico Baj apparso su OCRA nell'ottobre 1986.

Enrico Baj

Ricordo di Asger Jorn



Il vichingo arrivò a Milano il 28 marzo 1954 a mezzogiorno. Proveniva da uno chalet, "Il Bucaneve", di Villars Chésières ove si trovava per riposo e per curarsi i polmoni. Di là mi aveva scritto una prima volta cinque mesi avanti, il 31 ottobre, data per me capitale. Ci scambiammo subito dei documenti e delle lunghe lettere. Ho tutto un pacco di corrispondenza scritta a mano o un romanzo a due: infatti ho anche copia delle mie lettere dopo che la Asger Jorn Foundation me le ha fatte avere dalla Danimarca.

Io ero entusiasta delle attività e dello sperimentalismo di CoBrA, il famoso gruppo di artisti nordici attivo fra il '48 e il '50. 

Contrariamente a quanto se ne potrebbe dedurre a prima vista quel nome, Cobra, non proveniva da una comune volontà di Appel, Alechinsky, Corneille, Constant, eccetera di mescolarsi a reminiscenze serpentine; né stava a significare la velenosità mortale dei loro attacchi contro i locali passatisti; e nemmeno alludeva, quel nome, alla volontà di identificarsi a quel colubride protoroglifo del genere naia e della sottofamiglia degli elapini, la cui peculiare caratteristica consiste nella capacità di dilatare il collo a guisa di disco, quasi incappucciandosi. Velenosissimi. Eppure veneratissimi, portati in casa, addirittura in famiglia da Indù e Birmani, che li tengono al riparo dentro a ceste di paglia. Questi, come ogni altra specie di ofide, non fanno né paura né ribrezzo, e non inducono - alla vista, allo striscio, al sibilo - brividi, pelle di cappone o altre manifestazioni enteriche negli astanti, siano essi degli Indù o degli Africani. Al contrario l'uomo bianco e l'europeo in specie, è subito reso affranto da un minimo "orbetto", che tra l'altro manco ci vede e persino, talvolta, é impaurito da una leggiadra lucertola o da una magnifica salamandra. La salamandra non solo é animale antichissimo, che potrebbe, se vocalmente ammaestrato, raccontarci storie d'Iguanodonti e Brontosauri giurassici in lotta duecento milioni d'anni fa per il territorio, mentre un ranforinco li osserva dall'alto; ma almeno, se non fosse così perseguitato dalla stupidaggine popolare che lo vuole pericoloso, ci verrebbe incontro di frequente adornandoci la vista coi suoi splendidi colori, oltre che con le sue mosse, direi addirittura con le sue moine.



CoBrA non veniva quindi dal nome del noto colubride, serpente stupido ed ignaro dei movimenti dell'avanguardia nordica; ma più semplicemente era l'acrostico risultante dall'unione delle iniziali di tre capitali: Copenhagen, Bruxelles, Amsterdam, ove era contemporaneamente sorto.

Agli artisti di Cobra io e Dangelo mandavamo i nostri cataloghi "nucleari": quando il vichingo li vide pensò che la nostra attività corrispondesse alla loro, ne fosse una prosecuzione, e me lo scrisse. E venne a Milano, armi e bagagli, con zaino, tenda da campo e un violino. Il violino lo dimenticò in treno, per cui, accortosene, nel pomeriggio si dovette tornare all'Ufficio Oggetti Smarriti, ove fortunatamente fu ritrovato, il che lo dispose favorevolmente verso di me e l'Italia. 

Jorn amava la musica e davanti alla numerosa famiglia, per Santa Lucia e in altre speciali occasioni, suonava e suonava. Io non sono specialmente un melomane: non arrivo però agli estremi dei surrealisti che si otturavano ostentatamente le orecchie al suono di una qualunque melodia. Le sviolinate di questo nordico, che ad Albisola aveva raggiunto il Mediterraneo - e quale Mediterraneo, vicino al porto di Savona, specialista in carbone e petroli - seguendo l'ancestrale cammino degli avi, mi piacevano.



Quando non aveva ancora una dimora, s'era accampato con la tenda vicino alla casa di Aligi Sassu, che a quei tempi stava da quelle parti. Poi tutti gli diedero una mano, da Lucio Fontana, a Agenore Fabbri, a Tullio Mazzotti, che lo invitò a lavorare la ceramica nei suoi forni. Nell'estate di quello stesso '54, ad Albisola, Jorn, che a far terrecotte s'era già impratichito al Nord, organizzò degli incontri internazionali attorno al tema della ceramica. Si lavorava tutti da Tullio e vennero anche Appel, Corneille, Matta, i poeti Edouard Jaguer, che conobbi in quella occasione, Roland Giguère e Théodor Koenig. Gli italiani oltre a me erano Dangelo, Fontana e Scanavino. 

Più tardi esponemmo tutti insieme le nostre ceramiche alla decima Triennale di Milano, in seno alla quale si teneva un congresso "Industrial Design nella Società", con la partecipazione di Enzo Paci, Luciano Anceschi e Max Bill. Si iscrissero a parlare sia Fontana che Jorn. Lucio Fontana attaccò il significato e la ragione stessa dei congresso in nome dello Spazialismo. L'uomo spaziale, sostenne, ha prospettive e intuizioni rmai esorbitanti dalle limitatezze del funzionalismo e dell'estetica razionalista. Andò poi alla lavagna e disegnò con un gessetto bianco la terra, la luna, i punti di fuga, il sole e l'uomo. Uno show riuscitissimo, che diede modo, e tempo, a Jorn di prendere appunti (battendoli a macchina, ché lo scandinavo frequentissimamente girava con zaino, violino e portatile Olivetti) per un suo successivo intervento contro Max Bill. 

Bill aveva preso la parola dopo Fontana. La sua esposizione era lunga e metodica: non demordeva, non finiva più, per di più con precisione tutta svizzera. Jorn nell'attesa di essere chiamato a parlare aveva avuto modo di scriversi una valanga di appunti. 

L'occasione era storica, visto che proprio Jorn, io, Appel, Corneille, Alechinsky, il tedesco K.O. Goetz e lo svedese Österlin avevamo fondato alla fine del '53 il Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista contro il Bauhaus Immaginario. Bauhaus immaginario, ma esistente, era per noi la scuola che nel 1950 Max Bili aveva aperto ad Ulm, col proposito di ricreare l'antico, glorioso Bauhaus degli anni venti. Noi si era per l'immaginazione: al potere? no, grazie. Anche se "l'immaginazione al potere" del '68 fu la filiazione ultima di quelle nostre posizioni, filtrate poi attraverso il lettrismo ed il successivo situazionismo, cui Jorn diede notevole impulso. Penso che né io né Jorn, nemmeno nel profondo, si ambisse mai a posizioni di potere. L'unico potere al quale tendevamo era il potere di immaginazione, che é certo agli antipodi del potere derivante dalla occupazione di un posto, di un grado burocratico-politico e/o politico-mafioso. Si era dunque per l'immagine contro la funzione, per l'espressione contro l'utile, il concreto, il razionale, eravamo decisamente contro l'elvetizzazione dell'arte. In altri termini eravamo per l'espressionismo astratto e immaginista allo stesso tempo e detestavamo il dominio dell'angolo retto, della linea dritta (sì, in fondo molto meglio storta), della geometrizzazione forzosa. 



L'attacco di Jorn a Bill fu frontale, irruente, pieno di logica e di riferimenti metodologici. Solo un nordico avrebbe potuto così bene e con tale precisione preparare e attuare la dovuta strategia oratoria. Secondo Jorn ormai geometria, logica e filosofia classiche erano state ribaltate, mentre nella scienza il vecchio sistema causale era stato sostituito con quello probabilistico. Conseguentemente, venendo rimessi in questione tutto il sapere e tutta la realtà, lo sperimentalismo diveniva ipso facto una nozione comune ad arte e scienza: "Se il dubbio scientifico si esprime con l'analisi, quello artistico si esprime con l'azione, cioè con la sperimentazione". Delle tre caratteristiche di un oggetto - tecnica, funzionale, estetica - il terzo fattore, quello estetico, deve essere considerato il primo. E l'estetica di un oggetto non é armonia formale, ma la sua comunicazione, il suo effetto immediato sui nostri sensi senza tenere conto della sua utilità o del suo valore strutturale: "Deve svegliare la nostra curiosità, la nostra intelligenza, sorprenderci". Come possiamo, si chiedeva alla fine Jorn, difendere la libertà e la sperimentazione nelle nuove condizìoni storiche, per evitare un automatismo tale e la trasformazione della nostra intelligenza in riflesso standardizzato? Quello di Jorn non era un intervento contro il relatore che l'aveva preceduto: era un manifesto!

Arrivato in Italia Jorn ebbe un primo collezionista nell'avvocato Paride Accetti. Cominciò che Jorn venne con me ad un party dell'Accetti, che allora abitava in via Durini sopra l'appartamento di Wally Toscanini. S'era portato dietro un piccolo quadretto dal titolo: "Donna incinta e cane ubriaco" e glielo regalò. Il quadro poi mi piaceva tanto che anni dopo l'Accetti me lo regalò. Dopo l'Accetti cominciarono ad interessarsi di Jorn Carlo Cardazzo, che regolarmente gli comprava dei quadri, e Paolo Marinotti, che di Jorn credo era il più grande collezionista. Contemporaneamente Jorn cominciava a vendere anche all'estero: in Germania, in Inghilterra e in Danimarca; mentre in Francia la Galleria Rive Gauche l'avrebbe poi rappresentato a lungo.

Jorn mi consigliava spesso di andare a Parigi, dove lui, agli inizi del '55 s'era comprato, attraverso difficoltà incredibili, una modestissima casa in Rue du Tage, vicino alla Place d'Italie. A Parigi Jorn era a casa da sempre, avendovi già lavorato alla fine degli anni trenta nello studio di Fernand Leger. Quando, nel novembre del 1954 gli mandai i primi numeri di Potlach, bollettino d'informazione del gruppo francese della Internazionale Lettrista ne fu interessato e ne parlammo a lungo. E finalmente nel 1955 gli mandai il primo numero della nostra nuova rivista il Gesto.

Ne fu entusiasta e mi scrisse subito "Mio caro, ecco una sorpresa piacevole. Il Gesto è una pubblicazione viva... Rimpiango soltanto la mancanza di Appel. A mio avviso è la pubblicazione più viva in Europa dai tempi di Cobra. Ciò mi dà un piacere enorme e dico a me stesso: ecco che si ricomincia. E' formidabile. Complimenti!".

Uso frequentemente il verbo "mandare" perché in effetti io e Jorn ci vedevamo pochissimo, ma ci scrivevamo moltissimo. Il nostro fu letteralmente un "amore letterario", per lettera. Le ultime missive sono datate del 1961. Poi lo vidi ancora qualche volta a Milano nel 1963 all'epoca della mostra Visione-Coloree nel '66 a Parigi. Moriva alcuni anni dopo nella sua Aarhus nel 1973. I polmoni erano il suo tallone d'Achille, come pure di Christian Dotremont, il poeta belga assieme al quale aveva fondato Cobra. Agli inizi degli anni '50 tra stenti e fatiche contrasse la tisi: Pontus Hulten mi riferì che durante un soggiorno a Stoccolma, Jorn dormiva sotto i ponti: non aveva un centesimo. Vent'anni dopo, raggiunta da poco una reputazione internazionale, doveva essere l'innominabile male a soffocargli ogni possibilità di respiro. Non fu fortunato. Aveva 59 anni.


http://web.tiscalinet.it/ocra/baj.html


domenica 27 aprile 2014

Pino Bertelli, Etiopia



La fotografia, quando è grande, esprime il ritratto di un’epoca. Non evoca nulla. Mostra una parte per il tutto. In ogni forma d’arte ciò che è importante è fare una scelta, elaborare una sintesi, escludere l’inutile e il troppo facile. Si tratta di tagliare le fronde dell’opulenza descrittiva per lavorare nel rizoma del segno rovesciato. Dietro ogni grande fotografia c’è un criminale o un poeta dell’anima bella, sempre. 

La ritrattistica degli esclusi è legata al pudore, al rispetto, alla dignità dei volti, dei corpi, delle situazioni che fuoriescono nell’istante preso ai fotografati e, secondo una visione antropologica dell’immagine, dove la persona è interprete di una memoria storica/politica di antica forza e profonda importanza per un intero Paese. Il fare-fotografia degli ultimi è consacrato a precisare, affinare, aggiungere, dire ciò che i mutamenti della società esigono... “non c’è mai disperazione senza un po’ di speranza” (Pier Paolo Pasolini) e i fotoracconti, i ritratti ambientati, i tagli figurativi (anche quelli un po’ sgrammaticati) degli esclusi figurano l’odore del vero di uomini, donne, ragazzi deposti in un sudario amorevole verso la comunità che viene.

La fotografia degli esclusi coniuga l’uomo e il mondo in punta di fotocamera e ricostruisce la vita quotidiana del proprio tempo. Il fotografo può essere innocente, la fotografia mai! La fotografia così fatta mette a nudo il cuore suo e quello dei ritrattati e riporta la loro presenza all’innocenza di un esistere sovente faticoso o ingiusto, tuttavia è un frammento di realtà che si fa storia. È là dove avviene la nascita della fotografia autentica che nascono i desideri di una vita migliore (Pino Bertelli).


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Sette torri del diavolo per sfidare il cielo



Una pagina affascinante dell'esoterismo islamico dove si racconta di come Shaitan eresse sulla terra sette torri per sfidare i sette cerchi che reggono i cieli.

Pietrangelo Buttafuoco

Sette torri del diavolo per sfidare il cielo


L’oscurità non è poi così in ombra se le palme della spiaggia di Lattakia, e perfino gli ombrelloni dei lidi, osservati dalla fortezza di Yabroud, in Siria, prendono vita. È il buio della luce. In pieno giorno. Ogni tronco, ogni palo, è un soldato di Abu Sakkar, comandante dei “Khatiba Farouq”, ovvero i “mangiatori di fegato”. Ogni foglia diventa una lama. Ogni pertica si trasforma in un lanciarazzi e ogni torre in una sfida al cielo.

Un incubo remoto, quell’esercito. Sciama fin dentro i cortili del castello che fu conteso dal Saladino ai Crociati, ne fa avamposto e ammazzatoio. Tutto è fumo e sangue. Le stazioni satellitari macinano la scena tra le news. Vladimir Putin, disgustato, diffonde un video: un uomo di Abu Sakkar, un “ribelle”, squarta un militare siriano e ne addenta il cuore e le viscere. Come un cannibale. Al castello, dicono a Damasco e a Homs, postando sui social foto e filmati, accade qualcosa di peggio: «La Mezzaluna è stata coricata sul fango, a simboleggiare le corna di Shaitan, il Diavolo».

Mappa delle Sette Torri



















E le torri non fanno più muro ai venti improvvisi, ma oltraggio al cielo. Bestie “al servizio della Bestia”, quei mangiatori di fegato. Gli ufficiali di Assad discutono con gli agenti russi, perlopiù nati negli ultimi giorni dello Stato Sovietico. Soldati di un’epoca inedita, quella del post-materialismo, si compiacciono di una notizia: l’esercito regolare di Siria, il 22 marzo scorso, ha riconquistato il Castello dei Crociati. Il possesso delle mura è stato preso aggirando i bastioni. Quelli che ai loro occhi sono orde di Gog e Magog vengono ricacciati negli inferi. Ogni torre è stata restituita. Alla luce. Al cielo, dunque. «A disposizione della notte e del giorno; del sole e della luna» recitano gli imam nel sermone del venerdì, a Damasco. Per concludere: «in ciò vi sono segni per quelli che comprendono ». È la Sura delle Api, (XVI, verso 12 del Corano).

E le torri sono Le Sette Torri del Diavolo, capitolo tra i più sorprendenti dell’esoterismo islamico di cui, attualmente, si ha una letteratura frammentaria ma con un sentimento diffuso presso l’intero continente euro-asiatico e radicato nell’angoscia del male considerato inevitabile nell’esito terreno. Il mito – antecedente alla religione di Muhammad, sconfinante nell’induismo e nella paganitas greco-romana – riconduce ad Alessandro Magno.




Le Torri sono i luoghi simbolici il cui tracciato di segni – speculare alle costellazioni delle Orse, la Maggiore e la Minore, però capovolta nella mappa celeste – ripercorre sul globo un combattimento antico presente nelle cronache degli attuali sommovimenti geopolitici. È un percorso che dall’abbacinante nitore della Siberia, transitando nell’area centroasiatica – quindi nella Mesopotamia, poi in Siria, in Egitto – arriva fino al nereggiare del Sudan e in Nigeria. È un tragitto in cui, oltre al contrasto alchemico cromatico è facile riconoscere il racconto dei conflitti internazionali e dell’istante storico «che inghiotte il mondo», per dirla con Pascal Bruckner ne Il Fanatismo dell’Apocalisse ( Guanda).

Segni. Per coloro che comprendono. Il 30 giugno del 1908, una cometa si abbatte su Tunguska, in Siberia. Il cielo si spacca in due, si leva un gran fuoco, quindi un boato fa richiudere le nubi lasciando a terra, polverizzati, milioni di alberi. I convogli della Transiberiana – quasi a mille chilometri di distanza – deragliano. E quel mattino, nella città di Kamen sull’Ob (un altro dei luoghi delle Torri indicati dalla tradizione), uno sciamano recante in mano “braci di ombre strappate alla cometa” bussa alla porta del convento di San Michele. Un laboratorio a cielo aperto per l’Urss prima, per la Russia oggi.

L’ombra balugina di brace funesta. La Carta di Hereford, la Mappa mundi medievale, fino all’atlante di Umberto Eco, la Storia delle terre e dei luoghi leggendari, testimoniano quanto l’immaginario occidentale abbia flirtato con questa mappa se il film per eccellenza, con Satana protagonista, L’esorcista, comincia proprio a Ninive, in Iraq, dove viene rinvenuta una statuetta di Pazuzu, il demone dei venti improvvisi. L’ombra ha un’ombra oltre il buio.

Nella tradizione islamica fa testo ciò che scrisse René Guénon, recensendo Aventures en Arabie, un libro di William Seabrok. «Malgrado ciò che ha visto», scrive, «Seabrok si rifiuta di crederci». L’esploratore americano, reporter del New York Times e dedito al cannibalismo, riferisce di una torre presso gli Yezidi, gli awliya esh-Shaitan, i santi di Satana individuati dal filosofo francese leggendo, appunto, il libro dell’americano pubblicato nel 1934 da Gallimard. «Costoro, attraverso la costituzione di questi sette centri» – si può leggere in Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, Adelphi – «pretendono di opporsi all’influenza dei sette Aqtab o Poli terrestri subordinati al Polo supremo».

In un altro libro, Il regno della Quantità e il segno dei Tempi, Adelphi, Guénon scrive: «In una regione del Monte Nuba, in Sudan, si ha un’organizzazione segreta alla quale si dà nome Società del Leopardo dove certe forme di licantropia giocano un ruolo predominante ». Quella della Società è una setta politica le cui cronache generarono ampia narrazione nei giornali europei. Assassini spietati la cui caratteristica era far trovare le carcasse delle proprie vittime dilaniate da protesi taglienti applicate alle dita.

René Guénon























Ancora una volta, un segno: il cannibalismo. Segni, tutti, dal catalogo degli orrori. Sciamani alle prese con mammut ibernati nei ghiacci, nomadi che si accompagnano ai vampiri, banditi della tundra dediti alla licantropia, e poi, senza però cedere alla criminalizzazione – anzi, celebrati come adepti di una tra le più suggestive religioni – gli Yazidi, donne e uomini grati a Lucifero. Il loro segno è Melek Taus, il pavone, un angelo le cui lacrime di pentimento spengono il fuoco dell’inferno. La loro religione è il segreto. Nei pressi di Mossul, in Iraq, nella valle di Lalis, si radunano intorno alla tomba dello sceicco Adi Ibn Mustafa e i tetti conici degli edifici sembrano ribaltare l’allegoria dell’imbuto che inghiotte l’angelo caduto, il «torreggiare dei giganti» cui diede voce Dante nella Commedia.

Torri, dunque, contro i Sette cerchi che reggono i cieli. Sono i centri di proiezione satanica contrapposti ai fortilizi dei santi di Dio, i sette pilastri della sapienza che si trovano a corrispondere a sette giacimenti del Maligno, la cui energia è sempre “infera” e la cui fuoruscita è sempre accompagnata dal tanfo, dal nereggiare del petrolio: il liquame di putrefazione delle viscere della terra, perché il male, infine, pur contenuto da una Muraglia che fa argine alle orde e, al contempo, reintegra l’ordine contro ogni degradazione dell’umano, è ineliminabile.


La repubblica – 16 aprile 2014