TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 maggio 2014

Jorn Oltre la forma


Eunuchi al servizio del Signore o il matrimonio è un diritto anche per i preti? Abolire il celibato per il bene della chiesa



Proponiamo un articolo che ci è particolarmente piaciuto. Come ci era piaciuto Alberto Sordi, umanissima e dolente figura di prete in cerca di amore in un episodio di “Contestazione generale”, (bel film di Luigi Zampa). Era il 1972 e sono passati più di 40 anni, ma la solitudine dei sacerdoti resta a interrogare una Chiesa che non risponde.

Vito Mancuso

Il matrimonio è un diritto anche per i preti. Abolire il celibato per il bene della chiesa  

CHISSÀ come risponderà il Papa alla lettera indirizzatagli da 26 donne che (così si sono presentate) «stanno vivendo, hanno vissuto o vorrebbero vivere una relazione d’amore con un sacerdote di cui sono innamorate». Ignorarla non è da lui, telefonare a ogni singola firmataria è troppo macchinoso, penso non abbia altra strada che stendere a sua volta uno scritto. Avremo così la
prima epistula de coelibato presbyterorum indirizzata da un Papa a figure che fino a poco fa nella Chiesa venivano chiamate, senza molti eufemismi, concubine.

Dai frammenti della lettera riportati sulla stampa risulta che le autrici hanno voluto presentare la «devastante sofferenza a cui è soggetta una donna che vive con un prete la forte esperienza dell’innamoramento ». Il loro obiettivo, scrivono al Papa, è stato «porre con umiltà ai tuoi piedi la nostra sofferenza affinché qualcosa possa cambiare non solo per noi, ma per il bene di tutta la Chiesa».

Ecco la posta in gioco, il bene della Chiesa. L’attuale legge ecclesiastica che lega obbligatoriamente il sacerdozio al celibato favorisce il bene della Chiesa? Guardando ai due millenni del cattolicesimo, ritroviamo che nel primo il celibato dei preti non era obbligatorio («fino al 1100 c’era chi lo sceglieva e chi no», così scriveva il cardinale Bergoglio).

MENTRE lo divenne nel secondo in base a due motivi: 1) la progressiva valutazione negativa della sessualità, il cui esercizio era ritenuto indegno per i ministri del sacro; 2) la possibilità per le gerarchie di controllare meglio uomini privi di famiglia e di conseguenti complicate questioni ereditarie.

Così il prete cattolico del secondo millennio divenne sempre più simile al monaco. Si tratta però di due identità del tutto diverse. Un conto è il monaco il cui voto di castità è costitutivo del codice genetico perché vuole vivere solo a solo con Dio (come dice già il termine monaco, dal greco mònos, solo, solitario); un conto è il ministro della Chiesa che determina la sua vita nel servizio alla comunità.

Il prete (diminutivo di presbitero, cioè “più anziano”) esiste in funzione della comunità, di cui è chiamato a essere “il più anziano”, cioè colui che la guida in quanto dotato di maggiore saggezza ed esperienza di vita. Ora la questione è: la celibatizzazione forzata favorisce tale saggezza e tale esperienza? Quando i preti celibi parlano della famiglia, del sesso, dei figli e di tutti gli altri problemi della vita affettiva, di quale esperienza dispongono?

Rispondo in base alla mia esperienza: alcuni sacerdoti dispongono di moltissima esperienza, perché il celibato consente loro la conoscenza di molte famiglie, altri di pochissima o nulla, perché il celibato li fa chiudere alle relazioni in una vita solitaria e fredda. Ne viene che il celibato ha valore positivo per alcuni, negativo per altri, e quindi deve essere lasciato, come nel primo millennio, alla libera scelta della coscienza.















Vi è poi da sottolineare che la qualità della vita spirituale non per tutti dipende dall’astinenza sessuale e meno che mai dall’essere privo di famiglia, basti pensare che quasi tutti gli apostoli erano sposati e che il Nuovo Testamento prevede esplicitamente il matrimonio dei presbiteri (cf. Tito 1,6).

Se poi guardiamo alla nostra epoca, vediamo che veri e propri giganti della fede come Pavel Florenskij, Sergej Bulgakov, Karl Barth, Paul Tillich erano sposati. Se i nazisti non l’avessero impiccato, anche Dietrich Bonhoeffer si sarebbe sposato, ed Etty Hillesum, una delle più radiose figure della mistica femminile contemporanea, ebbe una vita sessuale molto intensa. Anche Raimon Panikkar, sacerdote cattolico, tra i più grandi teologi del ‘900, si sposò civilmente senza che mai la Chiesa gli abbia tolto la funzione sacerdotale.

“Non è bene che l’uomo sia solo”, dichiara Genesi 2,18. Gesù però parla di “eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli” ( Matteo 19,12). La bimillenaria esperienza della Chiesa cattolica si è svolta tra queste due affermazioni bibliche, privilegiando per i preti ora l’una ora l’altra. Penso però che nessuno possa sostenere che il primo millennio cristiano privo di celibato obbligatorio sia stato inferiore rispetto al secondo.

Oggi, a terzo millennio iniziato, penso sia giunto il momento di integrare le esperienze dei due millenni precedenti e di far sì che quei preti che vivono storie d’amore clandestine (che sono molto più di 26) possano avere la possibilità di uscire alla luce del sole continuando a servire le comunità ecclesiali a cui hanno legato la vita. La loro “anzianità” non ne potrà che trarre beneficio. Vi sono poi le molte migliaia di preti che hanno lasciato il ministero per amore di una donna (ma che rimangono preti per tutta la vita, perché il sacramento è indelebile) e che potrebbero tornare a dedicare la vita alla missione presbiterale, segnati da tanta, sofferta, anzianità.

La Repubblica – 19 maggio 2014

Vito Mancuso è docente di "Storia delle dottrine Teologiche" presso l'Università degli Studi di Padova. Dal 2009 è editorialista del quotidiano “la Repubblica”.



L’anima black dei poeti uniti d’America



Dai collettivi anni ’80 al boom di oggi: la letteratura nera in versi esce dal ghetto e diventa globale.

Jeff Gordinier

L’anima black dei poeti uniti d’America


Alla fine del 1987, due giovani poeti fecero una bella scarpinata fino a New York per prendere parte al funerale di James Baldwin. Emozionati dalla cerimonia, e addolorati dal fatto di non aver mai incontrato un gigante letterario afroamericano della statura di Baldwin, i poeti Thomas Sayers Ellis e Sharan Strange misero a punto un piano: avrebbero chiamato a raccolta giovani scrittori e artisti neri e offerto loro la possibilità di leggere ad alta voce le loro creazioni, per allacciare rapporti con i giusti mentori e per alimentare quel genere di spirito comunitario che in passato ha dato vita a più di un movimento culturale.

Chiamarono il gruppo Dark Room Collective , Collettivo della camera oscura. Gli studiosi affermano che da lì sbocciò la poesia afroamericana, che quasi certamente nel mondo letterario è tanto significativa quanto la Beat Generation. Influenzato da pionieri come Rita Dove, il lavoro di questo gruppo prese il via dal punto di vista stilistico da buona parte della poesia nera che l’aveva preceduto: più che con le lotte o l’identità razziale ebbe a che vedere con l’immaginazione che spicca il volo.



Nelle generazioni precedenti, molti poeti avevano utilizzato il loro lavoro «per combattere contro l’oppressione di vari generi», ha detto Charles Henry Rowell, il curatore dell’antologia del 2013 intitolata Angles of Ascent: A Norton Anthology of Contemporary African American Poetry .

Adesso, ha aggiunto, «c’è un privilegio unificatore, e quel privilegio consiste nello scrivere come considero opportuno scrivere ».

Anche se dopo una decina d’anni circa il Dark Room Collective chiuse i battenti, alcuni dei suoi affiliati perseverarono, diventando personalità letterarie di primo piano e ricevendo premi importanti. Forse la più famosa di tutti è Natasha Trethewey, che ha vinto il Premio Pulitzer per il suo libro del 2006 Native Guard , ed è stata insignita anche del titolo di “poeta laureato della Nazione”. Tra gli altri veterani vi furono Tracy K. Smith, che vinse il Pulitzer per Life on Mars nel 2012, e scrittori come Kevin Young, Carl Phillips e Major Jackson, tutte voci autorevoli della poesia americana.

Il collettivo ebbe anche un effetto a cascata. Nel 1996 Cornelius Eady e Toi Derricotte fondarono infatti Cave Canem, organizzazione che costituì una piattaforma di lancio per molti poeti, tra i quali Adrian Matejka, il cui libro del 2013 The Big Smoke è stato finalista sia per il Pulitzer sia per il National Book Award, e Terrance Hayes, che ha vinto il National Book Award nel 2010 con Lighthead .

Anche Nikky Finney, che ha vinto quello stesso premio nel 2011 con il suo Head Off & Split , aveva aderito a tutti gli effetti al gruppo. «Fu un fenomeno del tutto insolito — ha detto la Trethewey — la poesia nera non era mai stata mainstream. Di colpo, invece, non fu una sottospecie della poesia americana, bensì il cuore stesso della poesia americana».






















Nelle interviste, molti poeti della nuova guardia parlano della sensazione di liberazione, non hanno più bisogno per aderire a un insieme di norme su ciò che si presume debba essere la poesia nera. La loro arte poetica ha a che vedere con l’identità stessa. Matejka l’ha descritta come il passaggio dalla «modalità “sono un uomo di colore in America ed è dura” all’idea del “sei quel che sei, e quindi ciò farà sempre parte della poesia”», con l’aggiunta di «molto più spazio per una sublime sperimentazione linguistica ».

Un’opera può essere tradizionale o sperimentale, apertamente politica o appassionatamente privata, e contenere un vasto assortimento di riferimenti che possono includere Melvin Van Peebles, Jorge Luis Borges, David Bowie. Buona parte della poesia ha un’immediatezza che può risultare quasi cinematografica.

Ecco un esempio, tratto da Wind in a Box, (Vento in scatola) di Terrance Hayes: « Questo inchiostro. Questo nome. Questo sangue. Questo strafalcione. / Questo sangue. Questa perdita. Questo vento malinconico. Questo canyon ».

Ma c’è anche uno sforzo preciso, quello di rivendicare e ricontestualizzare episodi storici, famosi o dimenticati. Native Guard di Trethewey include l’angosciante saga di alcuni ex schiavi che combatterono nel reggimento nero Union durante la Guerra civile. The Big Smoke di Matejka illustra la vita del pugile peso massimo Jack Johnson.



«Si tratta di personaggi che furono spazzati via dalla narrativa dominante o immessi su un binario morto» ha detto Matejka in un’intervista. Young, professore all’Emory University, ha pubblicato varie antologie di poesia (tra cui raccolte sul cibo e il blues) e ha scritto libri in versi sulla rivolta della nave negriera Amistad ( Ardency), sul pittore Jean-Michel Basquiat ( To Repel Ghosts ), sulla lussuria, la violenza e il linguaggio dei film noir ( Black Maria).

Agli occhi di un poeta e mentore più anziano come Eady, questo senso di assenza totale dei limiti può essere fatto risalire proprio al Dark Room Collective — come pure quel senso di fraternità dei laboratori di Cave Canem. (il mito Dark Room è cresciuto al punto che i suoi membri nel 2012 e nel 2013 si sono messi in viaggio per una rimpatriata.)

«È bello vedere che servì da mezzo per far sbocciare le persone » dice Strange, anche se l’idea originaria era semplicemente quella di frequentarsi e stare un po’ insieme, dando vita a una comunità di scrittori che la pensavano nello stesso modo. «L’ambizione era quella di essere creativi. Non ci fu mai il proposito grandioso di partire alla conquista della letteratura americana ».

la Repubblica - 29 Maggio 2014


Sinistra: come ricominciare?



Non nascondiamo che la sconfitta dei fascistelli (a loro insaputa) del M5S ci abbia fatto piacere e che la vittoria di Renzi sia nel quadro attuale il male minore. Resta il fatto che, pur raggiungendo il quorum e dunque un risultato positivo, la sinistra abbia ancora perso voti (oltre 700 mila) rispetto alle politiche di un anno fa. Niente trionfalismi, dunque, ma una seria riflessione sul come ripartire per rilanciare la presenza anche in Italia di una sinistra alternativa ad una politica (PD) incapace di pensare l'esistente al di fuori della logica del capitale. I segnali che ci arrivano da SEL e PRC non ci paiono incoraggianti. Da un lato la tentazione dell'accodamento opportunistico al carro dei vincitori, dall'altro un massimalismo nostalgico e identitario del tutto privo di prospettive. Tacciamo, per pudore, dell'estremismo infantile da terzo periodo dei residuati groppuscolari tipo Rossa, PCL et similia. Importante invece il segnale che viene dai movimenti di cittadinanza attiva e da una parte del mondo intellettuale.

Alfonso Gianni

In Italia la sinistra ricomincia da quattro

 Il voto di dome­nica, richiama innan­zi­tutto una let­tura euro­pea che non si pre­sta a giu­dizi sem­pli­fi­cati. Per alcuni paesi, come il nostro o la Fran­cia si è trat­tato di un vero ter­re­moto; nel con­tempo, pur mar­cando inquie­tanti suc­cessi, le destre anti­eu­ro­pei­ste non tra­vol­gono i rap­porti di forza nel par­la­mento euro­peo, ove aumenta di con­si­stenza l’area di un euro­pei­smo cri­tico da sini­stra attorno a Tsi­pras. I popo­lari, pur restando primi, indie­treg­giano e non poco, la stessa cosa fanno i social­de­mo­cra­tici, sep­pure in misura minore.

Nel con­tempo per la prima volta dal 1979 la per­cen­tuale dei votanti non è scesa, se non di un deci­male, atte­stan­dosi sul 43%. In Ita­lia è invece dimi­nuita for­te­mente, del 7,7%, scen­dendo sotto il 60% per la prima volta in una ele­zione di carat­tere generale.

La strada delle lar­ghe intese sul modello tede­sco con­ti­nua a essere la più pro­ba­bile in quel di Stra­sburgo, anche se le figure di rife­ri­mento pos­sono cam­biare. Né Junc­ker né Schulz escono dalla con­tesa in grande salute ed è pos­si­bile che il ruolo di pre­si­dente della com­mis­sione possa andare ad altri. Mat­teo Renzi pro­getta di chie­dere il posto per qual­cuno dei suoi, in subor­dine di aspi­rare alla carica di mini­stro degli esteri, in sosti­tu­zione della scialba Ash­ton, o di avere il ricco por­ta­fo­glio dell’Agricoltura. Insomma il par­tito di Renzi si pre­para a con­tare di più in Europa, al di là del pros­simo seme­stre ita­liano. Men­tre il duo­po­lio Fran­cia – Ger­ma­nia su cui si era fon­data tutta la costru­zione poli­tica, eco­no­mica e isti­tu­zio­nale euro­pea da Maa­stri­cht in poi è tra­volto dal disa­stro francese.

Que­sti cam­bia­menti e nello stesso tempo il per­du­rare e il con­fer­marsi di vec­chie ten­denze, pro­du­cono un effetto di spiaz­za­mento anche nei giu­dizi di intel­let­tuali da sem­pre attenti alla dimen­sione euro­pea (si parva licet com­po­nere magnis). Ulrich Beck pro­clama la fine dell’austerità. E’ vero che la Mer­kel appare più sola nel con­te­sto euro­peo; soprat­tutto la Bce nella sua immi­nente riu­nione dei primi di giu­gno si appre­sta ad abbas­sare verso lo zero i già bas­sis­simi tassi di inte­resse e di ren­derli nega­tivi per osta­co­lare i depo­siti delle ban­che presso l’istituto di Fran­co­forte che ini­bi­scono il cre­dito alle imprese e alle per­sone; dun­que che qual­che misura con­tro la defla­zione e la reces­sione verrà presa.

Ma risulta dif­fi­cile pen­sare che una teo­ria come quella dell’austerità espan­siva, fal­si­fi­cata dall’evidenza dei fatti e delle cifre, possa essere supe­rata per auto­ri­forma, senza che com­paia a con­tra­starla una teo­ria almeno di uguale forza e capa­cità di attra­zione. Que­sta c’è, ma per ora vive solo nei pro­grammi che hanno por­tato all’affermazione le liste che face­vano rife­ri­mento a Tsi­pras e poco più. Quello che è vero, e le con­se­guenze sono ancora peg­giori, è che le teo­rie del rigore rivi­vono nella dimen­sione della pre­ca­rietà espan­siva, ovvero delle deva­stanti misure strut­tu­rali che pre­ca­riz­zano defi­ni­ti­va­mente il lavoro, su cui il nostro governo si è par­ti­co­lar­mente distinto con il decreto Poletti.

Dal canto suo Alain Tou­raine, prima invoca un sus­sulto repub­bli­cano in Fran­cia per con­te­nere l’ondata popu­li­sta dei Le Pen, poi con­si­glia di dare più poteri al primo mini­stro Manuel Valls, ovvero al più destrorso della scom­bic­che­rata com­pa­gine di Hol­lande, il che pro­vo­che­rebbe esat­ta­mente l’effetto oppo­sto se è vera la sua ana­lisi di una “con­nes­sione sen­ti­men­tale” fra il Fn e gli strati popolari.

In que­sto qua­dro assume una impor­tanza deci­siva l’affermazione di liste che fanno rife­ri­mento a Tsi­pras o che chie­dono di fare gruppo assieme — come “Pode­mos” la for­ma­zione elet­to­rale che trae ori­gine dal movi­mento degli indi­gna­dosspa­gnoli (che con il suo 8% ha eletto ben 5 depu­tati) – e natu­ral­mente il risul­tato di Syriza che lo con­ferma primo par­tito in Gre­cia. E’ dall’insieme di que­ste forze che biso­gna ripar­tire per met­tere seria­mente in crisi le poli­ti­che di auste­rità, evi­tare la loro cama­leon­tica ripro­po­si­zione e inver­tire la rotta verso poli­ti­che anti­ci­cli­che, soli­dali e occupazionali.

La vicenda ita­liana è con­tras­se­gnata dall’enorme balzo in avanti del Pd su livelli che solo la vec­chia Dc aveva toc­cato in un lon­tano pas­sato e dalla scon­fitta secca del M5Stelle che cede soprat­tutto voti all’astensione. Chi aveva pen­sato a un neo­bi­po­la­ri­smo Renzi-Grillo deve rive­dere le sue ana­lisi. Ver­rebbe da dire che dal bipar­ti­ti­smo imper­fetto di cui par­lava lo sto­rico Gior­gio Galli, basato sul duo­po­lio Dc-Pci (con la con­ven­tio ad exclu­den­dum nei con­fronti di quest’ultimo) si stia pas­sando a un mono­par­ti­ti­smo imper­fetto, fon­dato sul Pd e su un sistema di par­titi il mag­giore dei quali non rag­giunge che la metà dei suoi voti.

In que­sto qua­dro è evi­dente che l’espressione stessa cen­tro­si­ni­stra, con o senza trat­tino, ha perso ogni signi­fi­cato. Almeno per quanto riguarda il governo nazio­nale. Vel­troni non ha torto di gon­go­lare, anche se il par­tito a voca­zione mag­gio­ri­ta­ria che lui aveva pen­sato, man­dando in crisi di fatto il secondo governo Prodi e ria­prendo la strada a Ber­lu­sconi, si rea­lizza sotto un’altra stella. Chi, d’altro canto, parla di fare un par­tito unico con il Pd, finge di non accor­gersi di pre­di­care una sem­plice confluenza.

Il quo­rum de “L’altra Europa con Tsi­pras” ha inter­rotto la serie dei fal­li­menti elet­to­rali a sini­stra. E’ vero che è un risul­tato risi­cato e che il numero di voti con­qui­stati non fa la somma delle orga­niz­za­zioni che hanno dato il loro appog­gio alla lista. Ma que­sto segnala per l’appunto la per­dita di con­sensi di que­sti micro par­titi e la scelta vin­cente di dare vita a una lista di cit­ta­di­nanza.

Inter­rom­pere que­sta espe­rienza sarebbe un sui­ci­dio senza resur­re­zioni. Lo sarebbe anche per la demo­cra­zia ita­liana che vedrebbe ulte­rior­mente ristretta le pos­si­bi­lità di espres­sione e rap­pre­sen­tanza poli­tica, aprendo a nuove derive neoau­to­ri­ta­rie. Aprire una fase costi­tuente di una forza di sini­stra, dal basso e dall’alto, sul piano della pro­du­zione cul­tu­rale e dell’elaborazione poli­tica, come su quello della prassi nei movi­menti è il com­pito che ci spetta.


il manifesto - 31 Maggio 2014


Soggiorno a Zeewijk. Il Ponente rivelato di Marino Magliani



Ci sono luoghi che danno spessore agli incontri. Ieri alla fiera del libro di Imperia, mentre girellavamo per le vie della memoria , abbiamo incontrato Marino Magliani. Non ci sentivamo da tempo. Ci ha raccontato del suo ultimo libro e di come la malinconia si possa tradurre in geografie, forme di luoghi che in realtà sono le stanze più segrete del nostro cuore.


Vittorio Coletti

Soggiorno a Zeewijk il Ponente rivelato di Marino Magliani

Marino Magliani presenta in queste settimane il suo ultimo libro, "Soggiorno a Zeewijk", pubblicato da Amos con tenerissime illustrazioni del suo amico olandese Piet Van Bert. Magliani potrebbe essere un personaggio di Francesco Biamonti. Ligure di entroterra (è di Dolcedo), silenzioso e schivo, dai lavori precari e solitari, torna sempre alla terra antica dopo aver viaggiato mezzo mondo, dal Sud America, alla Spagna all'Olanda, dove attualmente vive facendo il traduttore dallo spagnolo.

Magliani ha però, di suo, una leggerezza e una mitezza ironica che non si trova negli ombrosi personaggi del suo maestro di S. Biagio della Cima e un gusto del racconto che gli viene da un'attitudine a osservare più gli altri che se stesso. I suoi romanzi, racconti e favole hanno il passo calmo e meditativo del ligure e una immediatezza e voracità narrativa sudamericana.

Questo "Soggiorno a Zeewijk" è una piccola perla: Zeewijk è un quartiere di Ijmuiden, sobborgo di Amsterdam, che Magliani percorre spesso pensando alla sua Liguria di Ponente, anche per una singolare somiglianza della topografia (disegnata nel libro) di quella provincia d'Olanda con la nostra regione. Scrivendo questo libro per una bella collana che invita scrittori a guardare luoghi, Magliani esplora con timidezza e curiosità le vie del quartiere dai nomi stellari (Andromedastraat, Planentenweg, Orionweg) e spia educatamente abitudini e stili di vita degli olandesi, in una sorta di diario in cui dialoga col suo amico pittore e tenta un'improbabile seduzione parlando a cartelli in neerlandese elementare con una sconosciuta dietro i vetri.

I tragitti olandesi sono interrotti periodicamente da ritorni della memoria al borgo ligure natio, così diverso e lon- tano, in cui i luoghi si chiamano, con asciutta funzionalità, Case sottane o Case soprane. La piantina urbana e umana del popolare e nuovo quartiere olandese, in cui non c'è edificio che, dopo una decina d'anni, non venga demolito e sostituito con un altro, si sovrappone così alle vecchie e inalterabili mappe catastali della Liguria, in cui tutto, case e campagne, resta inalterato per secoli e l'unica innovazione è data dall'avanzata inesorabile dei rovi e delle erbacce negli orti trascurati e nelle case sfondate.

Ci sono pagine deliziose in questo libro, pieno di una curiosità gentile e senza rancori per il mondo, rallegrato da un italiano pidgin, mescidato (vi si mescolano spagnolo, olandese e dialetto ligure), che a volte traballa con la soavità di una leggera ebbrezza, restando però sempre miracolosamente in piedi.

La repubblica – 16 maggio 2014

Marino Magliani
Soggiorno a Zeewijk
Amos, 2014
14 euro




Marino Magliani

Soggiorno a Zeewijk



Cosa fanno gli abitanti di Zeewijk quando non riescono più a essere indipendenti, come succederà tra non molto a Piet?

Il luogo si chiama bejaarden huis. Ce ne sono almeno tre. Sono a rotazione, anch’essi, come ogni cosa di Zeewijk: ora costruiscono il ricovero in un posto e fra vent’anni in un altro. In questo modo, l’abitante di Zeewijk non riesce mai a identificarsi con un luogo, ma solo con l’idea di un ricovero. Questa destinazione vagamente ignota mette addosso una certa apprensione, si passeggia tra le costellazioni e si indaga, sarà qui sulla piazzetta dell’Acquarius, sarà in cima alla Pegasus?

Di solito questi ricoveri sono molto ben curati, un giardino minuscolo di modo che l’anziano non fatichi, giusto l’angolino di verde “privato”, un premio alla carriera, e la vetrata dalla quale guardare il passaggio della vita. I vecchi dei bejaarden huis sono sereni, possiedono il loro monolocale e là dentro hanno tutto: l’infermiera che passa a sorvegliare, la cucina, il bagno con le maniglie alle quali appoggiarsi, e persino la vista sui ciliegi in fiore.

Li trovo a giugno, seduti sulla sedia di plastica, fuori, alla brezza nordica. Sembra che controllino le ciliegie verdi e raggrinzite, in attesa che maturino, ma non maturano mai perché siamo in Olanda e i vecchi lo sanno. Chissà cosa pensano questi vecchi.

Forse, ci ha ragionato Piet, è come da voi in Liguria, là, in quel posto dove sei nato, che era un ospedale e dove ora la gente anziana seduta sulle sedie bianche guarda con un po’ di desiderio i grappoloni di datteri che non maturano mai.

Non lo so, ho detto a Piet. Non gli parlo mai troppo volentieri o a lungo dell’idea di un ricovero. Non sono la persona adatta, lo confesso, discorrere di un inizio e della fine mi confonde. Vorrei vedere voi se foste nati in un posto che ora ospita il tramonto.

(Da: Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk)


giovedì 29 maggio 2014

Luciana Bertorelli, Terra Madre



Secondo Jung l'archetipo della grande madre rappresenta “la magica autorità del femminile, la saggezza e l'elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l'istinto o l'impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile”. In una parola il simbolo della vita come sintesi degli opposti (a partire dal principio femminile e di quello maschile). Luciana Bertorelli nella sua ricerca testimonia di come l'arte sia una via privilegiata alla comprensione di questa verità primordiale.

Terra Madre
Mostra di sculture ceramiche
di Luciana Bertorelli

A cura di Catia Monacelli

Chiesa Monumentale di San Francesco, Gualdo Tadino (Pg)
2 giugno 2014, ore 17.00


2 – 29 giugno 2014
Venerdì, sabato e domenica
10.00 – 13.00 / 15.00 – 18.00






Luciana Bertorelli

Terra Madre ( Pangea)


TERRA MADRE è un'installazione composta di 6 sculture ceramiche di grande dimensione che rappresentano la Terra, intesa come nostra Madre.

L'idea è nata a Gubbio nel settembre 2013 da una proposta di Catia Monacelli che guardando la mia Pangea rossa mi ha detto: ” Vedo nella Chiesa di S.Francesco una serie di Pangee che vanno dalla più grande alla più piccola ...”

Quest'immagine della Pangea Rossa, una donna seduta con i gomiti posati sulle ginocchia, che porta sulle spalle la sua creatura e si copre il volto con le mani, in un gesto istintivo di difesa, di abbandono ma anche di dolore... un grido silente di dolore...io l'ho meditata a lungo dentro di me ed alla fine è uscito questo progetto dedicato alla Terra.

Terra Madre. E anche Pangea perchè ho voluto rappresentarla com'era all'origine...delle sculture quasi primordiali.

La Terra è malata , china su se stessa, porta sulla schiena  il fardello pesante dell'Uomo, con infinito Amore ci dona ricchezze incalcolabili di bellezza e generosità e noi dobbiamo ricambiare questo Amore: prenderci cura di Lei e rispettarla ...se non ci prendiamo cura della Terra la distruggiamo e se la distruggiamo essa distruggerà noi stessi. Non è nostra proprietà e ancor meno è proprietà di alcuni di noi, non dobbiamo pensare solo a sfruttarne le ricchezze ma preservarle per il futuro e per la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Si comincia da PANGEA ROSSA, la più piccola, h.cm 40, al centro di tutto...la figura è modellata in modo essenziale, con le mani al volto, e porta sulla schiena un sacco dentro il quale appare un bimbo, l'Uomo.

Il rosso è un grido di dolore , il colore del veto, il colore del sangue, della violenza... ma soprattutto dell'Amore.



Poi viene PANGEA FUOCO, h.cm 60, che nel vulcano appoggiato sulla schiena che sprizza lapilli e lava, rappresenta la ricchezza incalcolabile racchiusa nelle viscere della Terra..oro, argento, platino, pietre preziose e fuoco inestinguibile che vengono ghermite senza rispetto.I colori partono dal nero, sfumano nell'ocra e trionfano nell'oro.

PANGEA ACQUA h.cm 8o è una fanciulla che ha sulle spalle, al posto del sacco, una grande anfora dentro la quale finiscono i lunghi capelli a formare una fluente cascata....acqua, mare, fiumi..in una gamma di azzurri, turchesi, blu e verde acqua. Gli alluci dei piedi entrambi alzati danno un tocco di leggerezza e sensualità.

PANGEA PETRA h. cm 80, ha il colore rosato e cangiante delle pietre di fiume dove appare il rosso sbiadito insieme ad una patina di muschio leggero...il sacco è gonfio delle pietre che pesano e formano una massa scultorea.

PANGEA FLORA h. cm 100, ha le mani sul volto come tutte ma una mano è nascosta da un fiore che la copre quasi totalmente .Porta nel suo sacco fiori e foglie che sembrano scavate nella roccia, ingentilite dai rossi ed arancioni accesi che balenano sulla superficie, alcuni scivolano lungo il collo ad ingentilire una figura dove predomina la scultura essenziale

PANGEA ARIA che le domina tutte è alta 120 cm ed è la più ieratica di tutte. Le gambe unite e le ginocchia appaiate, solo l'alluce dx è rialzato a dare una sensazione di slancio verso l'alto, di movimento che viene ripreso dalla testa asimmetricamente inclinata verso sx.

I piedi sono grandi, importanti, posati saldamente a terra, differenti solo in alcuni particolari. La crocchia di capelli, presente in tutte le sculture, qui ha un movimento leggero e modulato di veli che nascondono un fruscio di uccelli che si susseguono incessantemente.

Così come i fori delle orecchie , presenti in tutte le sculture grandi, permettono di guardare dentro la figura in un gioco di pieni e di vuoti .

PANGEA ROSSA, PANGEA FUOCO, PANGEA ACQUA, PANGEA PETRA, PANGEA FLORA, PANGEA ARIA , tutte nella stessa posizione, sedute con le mani a coprirsi il volto e sulle spalle un sacco che cambia di volta in volta ricco dei doni che la Terra offre incessantemente agli uomini.

E' un grido di dolore che parte dalla Terra e merita di essere ascoltato!



Rito e Mito come porte del sacro



In una serie di scritti, finalmente disponibili anche in Italia, Károly Kerényi (1897–1973) si interroga sul rapporto fra l'uomo e le manifestazioni del sacro (termine che decisamente preferiamo a “divino”). Per il grande studioso il rito (e il mito) diventano il mezzo con cui l'uomo rende accessibile e gestibile l'esperienza del sacro, altrimenti devastante o incomprensibile. Una tesi, che abbiamo già trovato negli scritti di Eliade, e che ci convince. Quanto alla fede, crediamo si tratti di un percorso individuale e conscio, dunque molto diversa dell'esperienza del sacro che è invece insita nell'inconscio collettivo (archetipale) della specie.

Giorgio Montefoschi

La lezione di Kerényi: senza rito non c’è fede 

«Tutto ciò che è religioso — scrive Károly Kerényi (1897–1973) in Rapporto con il divino e altri saggi — presuppone il divino, nessun elemento religioso è concepibile senza la rivelazione di qualcosa di divino». Dio è il prima, l’origine, il Tutto. Ed è impensabile e non rappresentabile. L’uomo, però — ed è questa la verità altrettanto luminosa e innegabile — può entrare in contatto con il divino, addirittura trasformarsi nel divino: e in tal modo superare la tragedia della impensabilità di Dio.

Questo è possibile attraverso il rito. Il rito (il sacrificio), è il momento nel quale l’uomo che pensa e annaspa nel pensiero va oltre se stesso ed entra in una dimensione nella quale lo spazio e il tempo scompaiono, perché anche il rito va oltre se stesso: «Verso qualcosa che può contenere allusivamente solo come un frammento o una ripetizione di qualcosa di più grande».

Tutto il resto — l’immenso corpo delle religioni e del mito — è il dopo. È interpretazione. Racconto. Kerényi cita Martin Buber: «Dio parla all’uomo nelle cose e negli esseri che gli invia nella vita, e l’uomo risponde, proprio attraverso la sua azione nei riguardi di queste cose e di questi esseri. Ma c’è un pericolo, che si distacchi qualcosa dal lato umano di questa relazione e lo si renda autonomo, ponendo questo qualcosa al posto della relazione reale».



Questo «qualcosa» cui accennano Buber e Kerényi è il «pericolo delle religioni»: il pericolo di una narrazione che si limiti a una rappresentazione gratificante o terrificante, inquietante o consolatoria, distesa nel nostro tempo, umana in defintiva, e dimentichi il «momento vero». Che è fuori del tempo. Nel quale è Dio la «materia».

Fondamentale, per vivere il rapporto con il divino — spiega convintamene Kerényi — è l’atteggiamento interiore di chi si accosta al divino. Di nuovo si può descriverlo solo con parole comprensibili in senso figurato: è il suo porsi immediato davanti all’assoluto. Perché ciò possa accadere, l’uomo deve presentarsi purificato nel suo corpo terreno, e nudo. L’atteggiamento esteriore, spia di quello interiore, è altrettanto importante a quel punto. Nel merito, Kerényi rilegge W.F. Otto: «Il portamento umano è il primo testimone del mito; compare qui non nella parola, ma nell’erigersi proprio del corpo.

Il significato religioso di altri comportamenti, in uso da tempo immemorabile, ci è ben noto. È ad esempio il caso dello stare in raccoglimento, del sollevare le braccia e le mani o, all’opposto, del piegarsi fino ad inginocchiarsi o gettarsi a terra, del congiungere le mani e di tanti altri, che non occorre menzionare. Questi comportamenti non dipendono, nella loro natura originaria, da un sapere o da una fede ricompresi in parole, né sono l’espressione di una indicibile commozione: sono il mito rivelato, il mito stesso».



Silenzio, raccoglimento, intonazione del canto, intonazione e intensità della preghiera, misura dei gesti, significato dei gesti e delle parole, luce e buio: la stolta, meccanica, vuota liturgia occidentale ha dimenticato da tempo immemorabile tutto ciò, convinta che la liturgia debba stare al passo con i tempi e, dunque, sia quasi un suo obbligo strizzare l’occhio alle liturgie televisive (così la gente, questa è l’idiozia sovrana, andrà più numerosa in chiesa).

Per ritrovare quel «portamento umano» tanto povero e semplice quanto denso di significati, bisogna oggi inerpicarsi nelle montagne, attraversare la neve e il ghiaccio, e raggiungere i conventi benedettini più sperduti e lontani. Oppure, bisogna approdare alle rive incontaminate del Monte Athos, svegliarsi nel cuore della notte e, dai lunghi corridoi dei monasteri ormai semideserti, scendere nella chiesa così oscura che i monaci non si distinguono negli scranni.

«Il sacrificio — scrive Sylvain Lévi in un libro famoso, La dottrina del sacrificio nei Brahmana (Adelphi), dedicato a quanto anticamente avveniva in India e avviene ancora oggi — è un’operazione magica; la fede non è che la fiducia nella virtù dei riti; il passaggio al cielo è una ascensione per gradi; il bene è l’esattezza rituale».

Se il bene è l’esattezza rituale, come mai, si domanda Roberto Calasso nella introduzione al volume, molti antropologi moderni (a differenza, diciamo noi, di quanto fa Kerényi nel libro pubblicato da Bompiani) vorrebbero segretamente dimenticare il sacrificio (il rito) ed espellerlo dalla comunità degli studi? Forse — scrive Calasso — lo fanno «per evitare di essere risucchiati nel vortice sacrificale. Forse anche perché obbliga — quel vortice — a pensare troppo. O, avrebbero detto i ritualisti brahmanici, a pensare tutto».


Il Corriere della sera – 25 maggio 2014



Károly Kerényi
Rapporto con il divino e altri saggi
Bompiani, 2014
euro 35

mercoledì 28 maggio 2014

Il vero rottamatore si chiama Mr. Capitale




Ogni tanto qualcuno dei vecchi giornalisti dell'Unità si ricorda di aver in gioventù leggiucchiato Marx. Non è molto, ma di questi tempi non può che farci piacere.

Bruno Gravagnuolo

Il vero rottamatore si chiama Mr. Capitale




Il patto tra le generazioni è indispensabile. Non solo alla sinistra, ma alla vita e alla civiltà. E ha ragione Zagrebelski, nel suo intervento a Dialoghi sull’uomo, a denunciare i rischi di giovanilismo e rottamazione. Che lacera genitori e figli, innovazione e tradizione. Non si può fare tabula rasa e ricominciare senza pregiudizi e basta: illusione infantile. Che condanna i novatori a rivivere senza saperlo le tragedie del passato: populismo, totalitarismo, mitologie purificatrici di massa. Tragedie che tornano in forma di farsa: vedi il protagonismo comico e distruttivo di Berlusconi e Grillo.

Forme di fascismo light. Dove autoritarismo e carnevale si mescolano. I giovani si mangiano il totem dei genitori, diventano peggio di loro, e finiscono manipolati. Sicché il passato va rielaborato e anche superato. Ma scegliendone la parte vitale: che per la sinistra è il riscatto dei subalterni. La speranza tradita, lasciataci da chi non c’è più.

Bene, ma oggi chi è il gran giovanilista? Il vero rottamatore che divide vecchi e giovani? Nessuno dei leader a cui pensate. È Monsieur Capitale, come lo chiamava Marx e abita ovunque nel mondo. Compone, scompone, delocalizza, smaterializza. Rende cose e persone fantasmi. È invisibile, irresponsabile, inafferrabile. Vuole gente flessibile e prona. Bilanci all’osso per le persone. E prodighi per finanza creativa e fisco dei ricchi. È onnipotente e austero. E in Europa comanda rigore e fiscal compact: per fare i suoi comodi. Magari alleandosi col populismo per bene delle nazioni più organizzate, tipo Germania.

Saprà Renzi, forte del consenso attuale, rilanciare questo tema cruciale e far cambiare verso a Mr. Capitale? Saprà raccogliere il buono del passato, eliminare lo statalismo privato nostrano, e fare davvero un partito di massa e non personale? Ha un’occasione storica davanti. Altrimenti il giovanilismo farà trionfare «di nuovo» i fantasmi distruttivi del passato. E la disillusione sarà cocente.



l’Unità – 28 maggio 2014


Brescia 1974-2014. Noi non dimentichiamo



Brescia. Nell'anniversario della strage di piazza della Loggia molte iniziative in città. Mentre ricomincia il processo per due degli imputati assolti in primo e secondo grado. Vedremo se la desecretazione degli atti servirà a qualcosa.


Andrea Tornago

Brescia quarant’anni dopo, strage ancora senza un colpevole

Quarant’anni. Un tempo suf­fi­ciente a veder pas­sare due gene­ra­zioni. Nelle scuole, nei par­titi, nei sin­da­cati, in città. E ancora per la magi­stra­tura non c’è un col­pe­vole per la strage del 28 mag­gio 1974. Quella bomba nasco­sta in un cestino, esplosa in Piazza della Log­gia men­tre era in corso una mani­fe­sta­zione anti­fa­sci­sta, fece otto morti e più di cento feriti. E fu forse l’attentato più gra­vido di impli­ca­zioni della sta­gione delle stragi: colpì al cuore il movi­mento dei lavo­ra­tori, nella città con il fer­mento sin­da­cale più temi­bile in Ita­lia, sul cri­nale degli anni ’70.

Le Poste Ita­liane hanno deciso di dedi­care un fran­co­bollo al qua­ran­te­simo anni­ver­sa­rio della strage di Piazza Log­gia, men­tre nelle aule giu­di­zia­rie rico­min­cia — come dispo­sto lo scorso 21 feb­braio dalla Cas­sa­zione — il pro­cesso a carico di due degli impu­tati assolti in primo e secondo grado: il capo dell’organizzazione neo­fa­sci­sta veneta Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il col­la­bo­ra­tore del Sid, l’allora ser­vi­zio segreto mili­tare, Mau­ri­zio Tramonte.



Nei loro con­fronti, ha sta­bi­lito la suprema corte, si è veri­fi­cato «un iper­ga­ran­ti­smo distor­sivo della logica e del senso comune» che ha por­tato a con­clu­sioni «illo­gi­che e apo­dit­ti­che» da parte dei giu­dici della corte d’Assise d’Appello di Bre­scia, che il 14 aprile 2012 aveva assolto tutti gli impu­tati. Tra­monte (la «fonte Tri­tone» del Sid), con­si­de­rato infor­ma­tore ed infil­trato dei ser­vizi negli ambienti della destra ever­siva, era un per­so­nag­gio troppo interno ai neo­fa­sci­sti veneti e «non rac­con­tava al mare­sciallo Felli — scri­vono i giu­dici di Cas­sa­zione — tutto cio’ che sapeva o aveva fatto».

Men­tre nei con­fronti di Maggi, medico vene­ziano e capo indi­scusso di Ordine Nuovo, sareb­bero stati svi­liti nume­rosi indizi, come il soste­gno allo stra­gi­smo ever­sivo di destra e il fatto che «l’ordigno esplo­sivo sia stato con­fe­zio­nato uti­liz­zando la geli­gnite di pro­prietà di Maggi e Digi­lio», neo­fa­sci­sta esperto di esplo­sivi — quest’ultimo — legato ai ser­vizi sta­tu­ni­tensi, morto nel 2005.

Ma ormai le prove che dove­vano spa­rire sono spa­rite (la piazza fu «lavata» imme­dia­ta­mente dopo l’attentato) e le infor­ma­tive che non dove­vano arri­vare non sono arri­vate. Come quella inviata dai ser­vizi segreti dal cen­tro di Padova a Roma, indi­riz­zate all’allora capo del Sid, Gia­na­de­lio Maletti, e riguar­dante la riu­nione in cui si sarebbe deciso l’attentato: «Maletti su una di que­ste infor­ma­tive scri­verà: “Noti­zia impor­tante, pas­sare alla magi­stra­tura” — ricorda Man­lio Milani, pre­si­dente dell’associazione fami­gliari delle vit­time della strage di Piazza Log­gia — Ma alla magi­stra­tura non arri­ve­ranno mai».














Omis­sioni e depi­staggi che hanno accom­pa­gnato tutta la sto­ria delle inda­gini sulla strage del ’74: «Quando Maletti nell’agosto del 74 viene inter­ro­gato dalla magi­stra­tura, dirà che in quel momento — pro­se­gue Milani — i ser­vizi segreti non sape­vano asso­lu­ta­mente nulla. Tiene nasco­sto l’appunto. Nel 2010 abbiamo sen­tito l’ex gene­rale in video­con­fe­renza (Maletti è tut­tora in Suda­frica) la rispo­sta è stata che non si ricor­dava più di quell’aspetto».

Al di là delle trame e dei con­tatti asso­dati tra i ser­vizi e gli estre­mi­sti di destra «l’ultima sen­tenza — spiega ancora Milani — ha fis­sato alcuni ele­menti impor­tanti: è asso­dato che tra il ’69 e il ’74 ha ope­rato un unico gruppo neo­fa­sci­sta facente capo a Ordine Nuovo. E che colui che ha costruito l’ordigno por­tato in Piazza Log­gia, Carlo Digi­lio, era già stato con­dan­nato per la strage di Piazza Fon­tana del 12 dicem­bre 1969. Que­sto cer­ti­fica la con­ti­nuità di quel progetto».

Accanto all’infinita vicenda giu­di­zia­ria, da tempo ormai la memo­ria della strage di Bre­scia per­corre binari pro­pri. Una memo­ria che ha ela­bo­rato — fin da subito — la con­sa­pe­vo­lezza di dover sepa­rare la verità sto­rica dalle inda­gini della magi­stra­tura. Il 28 mag­gio ’74 a Bre­scia mori­rono otto per­sone. Tra di loro c’era un gruppo di inse­gnanti, che si era riu­nito intorno alla colonna dove scop­piò la bomba, che in que­gli anni ave­vano con­tri­buito a fon­dare le sezioni sin­da­cali della scuola: Giu­lietta Banzi, Livia Bot­tardi, Alberto Tre­be­schi, Cle­men­tina Cal­zari e Luigi Pinto inse­gna­vano nei licei e nelle scuole medie della città. Insieme a loro mori­rono due lavo­ra­tori, Vit­to­rio Zam­barda e Bar­to­lo­meo Talenti, ed Euplo Natali, ope­raio in pen­sione.



E se l’anniversario del 28 mag­gio è rima­sto vivo fino ad oggi, forse, lo si deve anche alle scuole. Da quarant’anni, i col­le­ghi degli inse­gnanti caduti il 28 mag­gio e gli stu­denti di allora — diven­tati a loro volta docenti — ten­gono viva la memo­ria della strage insieme ai fami­gliari delle vit­time. «La città ancora una volta sente la voglia e la neces­sità di ritro­varsi, lo dimo­stra la miriade di ini­zia­tive che ci saranno oggi» spiega ancora Man­lio Milani.

A ricor­dare la strage di Bre­scia oggi alle 11,30 saranno pre­senti in città, insieme alle auto­rità locali, anche il sin­daco di Milano Giu­liano Pisa­pia e il sin­daco di Bolo­gna Vir­gi­nio Merola, due città a loro volta dura­mente col­pite dalle stragi. Nel pome­rig­gio, come ogni anno, la piazza si colo­rerà di ini­zia­tive pro­mosse dal comi­tato «Piazza di Mag­gio», con un inter­vento del fon­da­tore di Libera, Don Ciotti. Nel salone Van­vi­tel­liano, la sala di rap­pre­sen­tanza del Comune, è stata alle­stita la mostra «Sguardi sospesi» di Albano Morandi e Ken Damy, con i volti dei mani­fe­stanti negli istanti suc­ces­sivi alla strage, foto­gra­fati allora pro­prio da Ken Damy e dal col­let­tivo foto­gra­fico La Comune.


il manifesto - 28 Maggio 2014  


Addio a Walter Peruzzi


Dopo Vittorio Rieser, se ne è andato anche Walter Peruzzi. Esce di scena la generazione che ha preparato il '68. Ci mancheranno.

Gian­luca Paciucci e Anna­ma­ria Rivera

Addio a Walter Peruzzi

Dome­nica 25 mag­gio ci ha lasciato Wal­ter Peruzzi, amico e com­pa­gno di tante bat­ta­glie di pen­siero e di azione, intel­let­tuale lucido e radi­cale, pro­fon­da­mente laico, comu­ni­sta, anti-imperialista. La sua atti­vità di pro­fes­sore e di pub­bli­ci­sta ha per­corso i campi della rifles­sione teo­rica e della lotta per la costru­zione di un mondo fon­dato sull’uguaglianza. Molte le rivi­ste cui ha col­la­bo­rato, da “Adesso” a “Riforma della scuola”; molte quelle da lui dirette, dal “Bol­let­tino del Cen­tro d’Informazione” (1961-‘67) a “Lavoro Poli­tico” (1967-’69), fino a “Marx 101” (1990-’95). E, ancor oggi, il perio­dico “Guerre&Pace”, che fondò nel 1993 con Franco For­tini, Erne­sto Bal­ducci e altre/i, allo scopo di pro­porre una con­tro­in­for­ma­zione rigo­rosa e mili­tante sulla Prima guerra del Golfo.

Nell’ultimo ven­ten­nio ha dedi­cato il suo impe­gno a stu­diare quel che lui stesso ha chia­mato Il cat­to­li­ce­simo reale (Odra­dek, Roma 2008) e ad ana­liz­zare le radici “nere” della Lega nord, come testi­mo­nia il suo Sva­stica verde (Edi­tori Riu­niti, Roma 2011), cui volle chie­derci di col­la­bo­rare.

E’ ancora Odra­dek ad aver pub­bli­cato, nel 2013, la sua ultima fatica, scritta con Clau­dio Cor­na­glia, Filippo D’Ambrogi e con i dise­gni di Maria Tur­chetto, Oca pro nobis. Con­tro­sil­labo gio­coso e irri­ve­rente, in cui egli è riu­scito a toc­care per­fino l’intoccabile Ber­go­glio. Ove il con­for­mi­smo sfio­rava e sfiora il ser­vi­li­smo, là Wal­ter si met­teva al lavoro per scar­di­nare il mec­ca­ni­smo del con­senso e delle com­pli­cità.

Super­fluo è dire che ci man­cherà infi­ni­ta­mente e che lo sen­ti­remo sem­pre con noi. Uno a uno, i pro­ta­go­ni­sti della straor­di­na­ria sta­gione inau­gu­rata nel bien­nio 1968-’69 se ne stanno andando: fra gli ultimi, Vit­to­rio Rie­ser e, l’altro ieri, Walter.

Se a nulla serve il gioco del cosa resta, uti­lis­simo è quello del che cosa è stato. E sono stati anni e anni di testardo riba­dire le ragioni di un per­corso e di una fiu­mana - Quarto e Quinto Stato, fino ai/alle migranti e oltre- che ha sfio­rato più volte la rea­liz­za­zione dei sogni di una e più cose, e che in parte l’ha otte­nuta in luo­ghi libe­rati dall’orrore capi­ta­li­sta. Le sedi, a Milano, della reda­zione di “Guerre&Pace”*, le riu­nioni e le mani­fe­sta­zioni del movi­mento paci­fi­sta, un arti­colo, un dos­sier, un ‘libro bianco’ sui cri­mini dell’imperialismo (degli impe­ria­li­smi) sono stati alcuni di que­sti luo­ghi: vedervi Wal­ter al lavoro e su que­sti temi è una lezione che non pos­siamo né vogliamo dimenticare.

“Pro­teg­gete le nostre verità”, è un indi­men­ti­ca­bile verso di Franco For­tini: que­sto pro­ve­remo a fare, custodi di un mondo che è stato e che sarà. Pro­teg­ge­remo anche le verità di Wal­ter, e la sua straor­di­na­ria voglia di comu­nità, di con­di­vi­sione, di pro­getto comune.

Alla moglie Mil­via e al figlio Ariele va il nostro abbraccio.

Il Manifesto - 26 maggio 2014


martedì 27 maggio 2014

Dal Passo della Teglia al Passo della Mezzaluna alla ricerca di menhir e pietre sacre



Giorgio Amico

Dal Passo della Teglia al Passo della Mezzaluna alla ricerca di menhir e pietre sacre

Oggi siamo saliti al Passo della Teglia da dove le Alpi si specchiano nel mare. Forse non è la giornata giusta per salire fino a qui, il cielo è plumbeo, ma il panorama resta bellissimo. Da un lato le Marittime ancore coperte di neve, dall'altro grige nella luce caliginosa del mattino le case di Arma di Taggia.















Lasciamo l'auto e proseguiamo a piedi sul sentiero che attraverso la faggeta sale al Passo della Mezzaluna. Avanziamo lungo un cammino millenario, attraversando quello che resta del grande bosco di Rezzo, terra del lupo e del cinghiale.



Di qui salivano le greggi ai pascoli alti, al Passo della Mezzaluna alle falde del Monte Monega. Transumanze millenarie di cui restano tracce indelebili al Sotto di S. Lorenzo (1379 m.)



Su questa pietra i pastori si spartivano gli alpeggi, ma prima sacrificavano un agnello al dio della montagna.



Ancora ben visibile la coppa destinata a raccogliere il sangue della vittima che poi colava al suolo a fecondare terra e greggi.



I ruderi della chiesetta di S. Lorenzo testimoniano del tentativo di cristianizzare questo luogo magico.



Pochi ruderi, ma in alto, al Passo delle Porte, ancora svetta verso il cielo il menhir eretto in età immemorabile a celebrare la sacralità del luogo.



E ancora avanti, sul sentiero, verso il Passo della Mezzaluna, mentre dal Monega scende una nebbia sempre più fitta. Tra gli alberi filtrano suoni di campanacci, l'atmosfera è carica di magia. Avvolte della nebbia mucche al pascolo ci guardano passare.



Per un attimo la caligine si squarcia e un pallido sole ci svela la bellezza della fioritura.



Ma scende di nuovo la nebbia e ci costringe a tornare indietro. Lasciamo i pascoli e rientriamo nel bosco. Sopra di noi il dio della montagna avvolto in una coltre di nubi.


Siamo sospesi in un'atmosfera senza tempo.



Terzani, il senso del viaggio è sempre un ritorno a casa




La grandezza, le emozioni e le ossessioni di un viandante per vocazione, alla ricerca del suo destino.

Angela Terzani Staude

Terzani, il senso del viaggio è sempre un ritorno a casa

 «Ognuno, ma proprio ognuno, è il centro del mondo» dice Elias Canetti, e io non sono d’accordo con lui. Capisco quel che intende dire, ma io stessa non mi sono mai sentita il centro di niente. Mi sono vista invece come la viaggiatrice nel sidecar di una motocicletta — «si-de car» si diceva nel Dopoguerra a Firenze e ancora oggi mi viene da pronunciarlo così — in quel carrozzino, insomma, attaccato al lato di una moto degli anni Quaranta guidata da un uomo in tenuta da viaggio. 

Avevo trovato un motociclista con un’idea precisa di dove voleva andare — un’idea di destino, forse? —– e poiché la sua meta era molto più lontana e originale della mia, m’incuriosiva accompagnarlo per vedere dove sarebbe arrivato. La sua passione per il viaggio e l’avventura erano tali da garantirmi che sarebbe finito in posti nuovi, insoliti, affascinanti — e io con lui. 

In tutti i quarantacinque anni che ho vissuto accanto al mio guidatore, accompagnandolo in qualsiasi direzione volesse andare, senza mai mettere in dubbio le sue destinazioni o semplicemente la sua voglia di partire, non mi sono mai annoiata né tantomeno pentita della mia prima, istintiva decisione. E ancora oggi che lui non c’è più, continuo a viaggiare su quello stesso trabiccolo guidato da lui, come viaggiatrice a latere , come satellite. 

Non mi sento per questo da meno. Non credo di aver speso male la mia vita, di non essermi realizzata. Sono stata nel mio centro: anche i satelliti ne hanno uno. Nel corso degli ultimi decenni, quelli in cui le donne hanno preso coscienza di essere sempre state satelliti e mai pianeti, sempre viaggiatrici a latere e mai guidatrici in proprio, in molte mi hanno chiesto se non fosse l’ora che anch’io mi mettessi al passo coi tempi. Ma avendo fin da giovane identificato il mio ruolo nell’essere «accanto», anziché «al centro» di un destino, ho sempre insistito che era proprio questa mia, diciamo, «seconda scelta», del tutto commisurata alle mie forze, ai miei talenti, alle capacità della mia mente, a rendere ricca la mia vita e a darle un senso. 

Penso infatti che chiunque senta davvero d’essere «il centro del mondo» o, meglio, chiunque si avventuri in terre inesplorate cercando di «trovare un altro punto di vista», di «pensare nuovo», come diceva il mio motociclista, ha bisogno di avere al fianco qualcuno che crede in lui, perché sa bene che uscendo dai ranghi rischia grosso.



La solitudine degli innovatori è sempre stata così grande che nel Romanticismo tedesco, per esempio — e scusate se stasera ritorno talvolta alle mie origini — l’aver trovato den verstehenden Freund, l’amico che comprende, era considerata la più sublime delle conquiste. Basta ricordare l’Inno alla gioia di Beethoven nelle parole di Schiller – «wem der grosse Wurf gelungen eines Freundes Freund zu sein », chi è riuscito nella grande impresa d’essere l’amico di un amico — per capire quanto agognata era quella figura. 

Ogni persona, del resto, anche la meno ambiziosa, sogna la vicinanza di un amico che la comprenda — nella Cina classica lo si chiamava «colui che ti capisce come se stesso» — e io ho cercato di essere proprio questo per il pilota del mio si-de car. Si trattava di non imporsi ma di esserci sempre, d’essere raggiungibile in ogni frangente; altre volte di restare nell’ombra, allontanarsi, scomparire. 

Una cosa, però, la devo precisare: l’importante è non sentirsi mai vittime. La vittima si fa odiare perché ti fa sentire in colpa, e chi ha voglia di vivere sotto il peso di una colpa portata in spalla? Meglio in tal caso non avere nessuno a cui appoggiarsi, meglio cavarsela da soli. «Peggio del boia non c’è che la vittima», diceva Niccolò Tucci, un bravissimo scrittore oggi scomparso, mezzo russo e mezzo napoletano, cresciuto nella campagna toscana e sposato a una donna fiorentina, che negli anni Trenta emigrò negli Stati Uniti, continuando sempre a scrivere in italiano. Era un nostro grande amico di quando da giovani vivevamo a New York. Allora lui aveva sessant’anni e noi nemmeno trenta, ma la sua affascinante figura di media altezza, vestita come per la scena, è ancora davanti a me. 

E se mi chiedete se Tucci nella solitudine della sua attività di scrittore avesse almeno trovato «l’amico che comprende», vi dico di sì. Ma era una donna, era la moglie italiana da cui si era separato anni prima e che come lui era rimasta a vivere a New York. I due non si incontravano mai, ma ogni giorno che Dio metteva in terra lui dopo mezzanotte le telefonava e si parlavano per molte ore. Perché lei capiva. E quando lei morì, anche la vita di Niccolò Tucci in un certo senso finì. 



Era amicizia, quella? O era l’amore non-possessivo dei poeti sufi? Esiste un amore che vuole possedere l’altro, inchiodarlo, metterlo in catene per averlo sempre vicino ed è l’amore che schiavizza ed è a sua volta schiavo. E c’è quell’altro, che dà la libertà. 

Ma ora, per non parlare soltanto del passeggero nel si-de car senza dire del guidatore della moto, vorrei dire due parole su chi nella nostra coppia si è sentito il centro del mondo e in quel centro ci è voluto stare: non per darsi importanza ma, come appare dai suoi diari, per dare importanza alla meravigliosa occasione di poter vivere per alcuni anni su questa Terra: appena 66 nel suo caso. La sfida implicita in questa chance lui l’ha raccolta in pieno, senza mai desistere dall’usarla per vivere una vita intensa e originale, sempre cercando di scrivere di quel che gli era capitato e lo aveva fatto pensare.

Gli premeva comunicare con gli altri e venerava la parola scritta perché solo in quella resta traccia di una vita che passa e scompare, a meno che non la si fermi con la scrittura. In questo la pensava come i contadini cinesi d’una volta, che veneravano un pezzo di carta se sopra vi era scritto anche un solo ideogramma. Forse, per sentire la drammaticità del fatto che gli anni a nostra disposizione sono pochi e fugaci, bisogna avere fin da giovanissimi la consapevolezza della morte.

E lui, della morte, già a 19 anni, quando ci siamo conosciuti, ne parlava spessissimo. Mi regalava i versi di Pavese, «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», mi recitava «Alle cinque della sera», il lamento di García Lorca sull’amico ucciso. Nella prima lettera che ho ricevuto da lui, non firmata perché era sotto forma di racconto, un contadino diceva all’altro: «È morto Tiziano», e quasi ogni lettera successiva conteneva il dubbio se la vita gli sarebbe bastata per poter dare un segnale che testimoniasse che lui l’aveva vissuta e apprezzata. 

Quando arrivò a trovarsi là dove voleva essere — in Asia — e a fare ciò che voleva fare — scrivere, quest’angoscia si placò. Ma appena cominciò a rendersi conto di quanta poca presa facevano i suoi sforzi di influire sull’andamento del mondo, la preoccupazione per il volare del tempo si ripresentò. Nei suoi ultimi anni, già prima di ammalarsi, rientrando da una cena o un ricevimento mi chiedeva: «Quante ore mi restano da vivere: 33.924? Ebbene, tre le ho appena sprecate». 



Se c’era angoscia nella sua consapevolezza che il tempo scade, la sua gioia di essere «a giro» era di una intensità equivalente. Spaziava con delizia per la bella Saigon nei giorni della guerra, per l’immensa Cina fra i resti del comunismo, nei dimessi casinò sull’isola di Macao, fra gli dèi indiani che aleggiano attorno alle vette dell’Himalaya. Ma neppure questo gli sarebbe bastato se non avesse potuto scriverne per chi restava a casa. Sentiva forte la responsabilità di essere «gli occhi, le orecchie e il naso» dei suoi lettori, di dover riferire a chi non aveva le sue stesse opportunità di fare grandi esperienze, inclusa quella di aspettare la morte a occhi aperti per sette lunghi anni.

Di quella sua avventura, da lui definita la più interessante, ha voluto rendere conto minuto per minuto, quasi fino all’ultimo respiro. Le sue ultime conversazioni con il figlio sono state interrotte, per mancanza di forze, solo poche settimane prima che chiudesse gli occhi e se Folco ha intitolato il libro che le raccoglie La fine è il mio inizio è perché così — come un ritorno nell’infinito dello spirito di cui ugualmente siamo fatti — suo padre aveva inteso il concludersi della propria vita. 

Viaggiando nel mio si-de car accanto a lui, ho visto molto mondo anch’io. Bei paesaggi, destini drammatici, culture in trasformazione. E ho visto lui, forte e rapido nelle decisioni, ora amabile ora sprezzante, secondo il caso. Sempre però col controllo assoluto delle situazioni, perché prima di ogni altra cosa era uno che sapeva viaggiare. 

L’ho visto anche ritornare a casa dove, se la vita si faceva ripetitiva e a volte noiosa, si metteva a ordinare le sue collezioni di tappeti, le gabbie dei grilli e soprattutto i suoi libri: se li faceva spedire dai librai antiquari di Londra, gli dava la cera, li timbrava, li sistemava negli scaffali. Poi studiava i nuovi cataloghi e ne ordinava ancora. Imparava sempre. E se non c’era altro con cui svagarsi, come in Giappone, si inventava mete oscure, ormai dimenticate da tutti, come le isole Curili, scoprendo che nelle nebbie fitte e basse di quel gelido, piccolo arcipelago si era nascosta la flotta giapponese prima di partire all’attacco di Pearl Harbour: e così lo rimetteva sulla carta geografica. Oppure andava in cerca di indovini... 

Ha avuto alcuni grandi amici, rapporti intensi centrati su interessi comuni, oppure — e quelle erano le amicizie vere — sulla passione per la vita stessa. Due anni prima di morire, ha conosciuto un uomo più vecchio di lui, un indiano che abitava nei monti dell’Himalaya, e insieme, lui col Vecchio e il Vecchio con lui, hanno goduto di una gioiosa intesa che non è durata moltissimo, ma è stata così perfetta da rendere felici entrambi. 



Ha avuto varie vite, il guidatore del mio si-de car. Molte le conoscevo, alcune le vivevamo insieme. Poi c’era quell’altra, sotterranea, che faceva paura persino a lui, tanto era dirompente. Era lì, in quel drammatico sottosuolo portato alla luce dai suoi diari, che nasceva tutto. Avendo lui, però, un forte senso della forma e della misura, ed essendo anche un fiorentino consapevolissimo della necessità di fare «bella figura», un attore che sapeva benissimo recitare se stesso, quel sottosuolo lo teneva per sé.

Leggere i suoi diari, quindi, mi ha fatto capire ancora di più quanta sofferenza ha accompagnato le sue battaglie. Era in quella stiva che covava il fuoco che ha finito per consumarlo: prima con una inaspettata tendenza alla depressione, poi con la precoce malattia. In questo senso i diari completano, per me, l’idea che avevo della sua persona: sono lo yin rispetto allo yang, il buio che accompagna la luce. 

Spesso il mio motociclista partiva da solo, con il si-de car vuoto. Era attratto dalle lontananze, dai mondi oltre i consueti orizzonti. Sentiva la curiosità per terre e modi di vivere diversi dai nostri, e che più diversi erano più lo stimolavano a viverci in mezzo. Era guidato da una vivida Sehnsucht — ancora una parola tedesca — una «brama di vedere», come anche dal suo opposto: la nostalgia di casa.

Si era fatto una famiglia proprio per non impazzire di solitudine, per avere sempre un porto al quale riportare la sua nave. Perché se non avesse avuto casa, dove avrebbe messo la preda, il leone che aveva appena catturato? Somigliava a quei primati di milioni di anni fa che, come ho letto in un bel libro di Luigi Zoja, riuscivano a ricordare il luogo da cui erano partiti in cerca di qualcosa da mangiare, e a ritornarci ripercorrendo la stessa strada. 

Con questo saper tornare a casa è cominciata la storia dell’uomo. È da allora che ci interessano soltanto i viaggiatori che tornano a casa, non quelli che si perdono, i vagabondi, i senza meta. Ci interessano quelli che ritornano con qualcosa da raccontare.

Lui partiva, come gli antichi, a caccia di conoscenza, e tornava ogni volta con le valige piene. Riportava stoffe leggere, colbacchi di pelo di cane contro il freddo, sandali di rafia, sciarpe con cui asciugarsi il sudore, pararsi dal sole o fasciarsi una ferita. C’erano anche belle stuoie su cui sedersi o dormire, tappeti con cui rendere accogliente una yurta, incensi e statue di idoli, buddha in pose tranquille che sarebbero vissuti fra le nostre cose. E soprattutto tornava con tante belle storie. 

Ogni suo ritorno sembrava il ritorno dal paese delle meraviglie. Tutti insieme disfacevamo le sue valige e aggiungevamo nuovi pezzetti di storia alla nostra casa. Poi lui si metteva a scrivere e a chiarirsi le nuove mete. Per la sua vivida immaginazione, la sponda del fiume sulla quale si trovava era sempre quella sbagliata. Dopo un po’, invariabilmente, agognava di trovarsi sull’altra… e ripartiva.

Dall’ultimo viaggio non è tornato e io, da allora, viaggio da sola. Parto per brevi tragitti, prendo strade che ricordo sperando di non sbagliarmi, vado a racimolare quel che lui strada facendo aveva seminato — o nascosto nei suoi diari — e lo riporto a casa. 


Il Corriere della Sera - 27 Maggio 2014