TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 giugno 2014

Franz Anton Mesmer (1734-1815). La febbre magnetica



Esponente di primo piano degli ambienti illuministici e massonici di fine Settecento, Franz Anton Mesmer contese a Cagliostro la fama di grande iniziato, depositario di misteriosi poteri. Nonostante l'uno fosse un medico e l'altro un avventuriero (spesso presentato come un ciarlatano) in realtà non erano poi così dissimili. Entrambi si muovevano sul terreno dell'inconscio, lasciando tracce che sarebbero poi state riscoperte dall'arte e dalla psicoanalisi. Sta proprio qui l'interesse che ancora rivestono per noi.

Riccardo de Sanctis

Franz Anton Mesmer (1734-1815). La febbre magnetica


Perché Mesmer? Perché occuparsi di un medico che ebbe successo a Parigi negli anni precedenti la rivoluzione, nonostante i suoi metodi fossero stati messi al bando dalla medicina e dalla scienza ufficiale? Solo interesse storico? Oppure una lezione ancora oggi attuale su metodi di cura non basati su prove scientifiche?

Franz Anton Mesmer (1734-1815) era nato in Svevia, ma sentendosi incompreso nella sua terra natale si era trasferito a Parigi nel 1778. L'anno successivo pubblicava a Ginevra una Mémoire sur la découverte du magnetisme animal. Sosteneva di aver scoperto l'esistenza in natura di un fluido vitale che veniva potenziato dai magneti e che aveva straordinari effetti curativi. Il suo pensiero era stato influenzato probabilmente dai lavori di Volta e Galvani e dal successo dell'elettro-fisiologia e dagli studi dell'abate Bertholon, suo coetaneo, sull'influenza del fluido elettrico sul corpo umano. Idee che risalivano a un'antica corrente di pensiero, quella dell'etere universale.

Si era laureato in medicina a Vienna con una tesi sull'influsso dei pianeti sui fenomeni fisiologici e patologici. Anche questa, una concezione fortemente radicata nella tradizione medica fin dal Medio Evo. Una teoria che all'epoca di Mesmer non doveva poi sembrare così strana, se si pensa alla fisica newtoniana trionfante che sosteneva l'interazione dei corpi e dei pianeti che si mantenevano reciprocamente in equilibrio grazie a una forza misteriosa: la gravità.

Il magnetismo naturale, conosciuto fin dall'Antichità, era stato adoperato da Paracelso per la cura con magneti di piaghe e ferite, e all'inizio del Seicento da un altro tedesco Rudolph Goclenius, autore di un Tractatus de magnetica curatione vulnerum.

Il famoso chimico e medico fiammingo Van Helmont (1580-1644) aveva sostenuto, oltre alla generazione spontanea, che l'influenza invisibile del magnetismo era un agente spirituale più che materiale che pervadeva e faceva vibrare l'intero universo. Fra le fonti di Mesmer non possiamo dimenticare il gesuita Athanasius Kircher e il suo Magnes, sive de arte magnetica del 1643. Né infine il discorso sulla polvere di simpatia pubblicato nel 1658 dal cavalier Kenelm Digby, uno stravagante inglese, filosofo, botanico e poeta, amico di Descartes.

Un secolo dopo, Mesmer crea un metodo di cura che ottiene un enorme successo. Nel suo lussuoso studio parigino pazienti si immergono in grandi recipienti di legno – i famosi baquets – con acqua acidulata e limatura di metallo, afferrano alcune sbarre di ferro e creano della catene magnetiche. È un gran successo nell'alta società. Uomini e donne fanno ricorso alle sue cure per ogni sorta di disturbi. Qualche dama cade in trance, è una vera febbre magnetica... Scoppia anche uno scandalo dalle tinte sessuali...

L'Accademia delle Scienze, la Società Reale di Medicina, la Facoltà di Medicina di Parigi condannano, dopo molte polemiche, i metodi di Mesmer ma le sue "cure" hanno un gran successo e nasce, fra i seguaci di Mesmer, la Società dell'Armonia Universale con forti legami col mondo massonico.

Questa, sommariamente, la vicenda di Mesmer che è un po' lo specchio delle contraddizioni dell'epoca dei Lumi. Al pensiero razionalista e critico e a una nuova concezione della medicina si oppongono ancora resistenze di tipo animista o vitalista.



Ma perché allora occuparsi di Mesmer oggi? Franz Anton Mesmer per anni è stato considerato un precursore della psicoterapia e molti hanno sostenuto che il concetto di inconscio nasce proprio con lui. Inoltre l'importanza del ruolo carismatico dello psicologo è sottolineata dal mesmerismo, più che la prassi o l'impianto teorico della cura.

Giuseppe Lago, medico psichiatra, direttore dell'Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata (Irppi) in un suo recentissimo libro L'illusione di Mesmer. Carisma e pseudoscienza nell'epoca dei Lumi, contesta e smonta punto per punto ambedue le assunzioni. Una ricerca, quella di Lago, documentatissima, che è stata realizzata grazie anche alla possibilità di consultare in rete, gratuitamente, l'intero archivio della Bibliothéque interuniversitaire de Santé (Bium) e quello della Biblioteca Nazionale francese. Lago ha consultato e messo a confronto una quantità enorme di documenti, lettere, appunti e testi talora inediti. Molti brani vengono pubblicati per la prima volta in italiano.

Il concetto di inconscio, sia nella sua dimensione "cerebrale", sia quella dinamica, poi legata al pensiero di Freud sono concezioni più tarde, «lontane dalle suggestioni esercitate da Mesmer nel corso dei suoi interventi terapeutici» come sottolinea nella prefazione Alberto Oliverio. Intento dichiarato di Lago, e mi sembra ben riuscito, è quello di lasciare Mesmer e la sua vicenda «fuori dall'impianto costitutivo della psicoterapia».

Nel momento attuale «in cui le neuroscienze e la psicologia scientifica producono evidenze non discutibili, dovremmo trovare il coraggio – scrive Lago – di fare pulizia nel background della psicoterapia, evitando collegamenti e assurdi riferimenti a impostazioni che hanno, invece, bisogno di una ricostruzione storica supportata dalle fonti, e non dall'entusiasmo deformante di coloro che ci presentano il "romanzo" di Mesmer, perpetuando l'illusione e il fascino che ha esercitato per tutto l'Ottocento fino a oggi».

Mesmer












Ed è proprio una ricostruzione storica, unica nel suo genere, quella che fa Giuseppe Lago distruggendo punto per punto una concezione "magica" del carisma in psicoterapia. Oggi, si augura Lago, non c'è più spazio per i «nuovi mesmer» gli «uomini qualunque» della psicoterapia.

Una certa dose di carisma fa parte di tutte le relazioni. Il compito di uno psicoterapeuta è quello di ridurre il carisma ai minimi termini. «Ciò che dovrebbe rimanere è l'autentica dimensione personale del terapeuta» insieme a professionalità ed esperienza.

«Se per altre discipline, come la medicina, la contaminazione con il principio carismatico appare scongiurata – almeno in parte, aggiungiamo noi – per quanto riguarda la cura della mente il rischio di commistione tra vecchi paradigmi prescientifici e modelli operativi è ancora pericolosamente attuale».

Il Sole24 ore – 29 giugno 2014


Giuseppe Lago
L'illusione di Mesmer
Castelvecchi, 2014
28,00



Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale



Ristampato il libro di Enzo Forcella e Alberto Monticone sulle fucilazioni di massa ordinate dai comandi italiani nella prima guerra mondiale. Ne emerge il quadro drammatico di una repressione sistematica e spietata di ogni forma di dissenso tra i militari. Ci ricorda come la “grande guerra” non fu un evento eroico da celebrare (come ancora oggi si fa) con sventolio di bandiere e retorica patriottica, ma un'immane catastrofe e un crimine contro l'umanità.

Raffaele Liucci

Le sentenze della Grande Guerra

I classici sono tali perché ci parlano anche del tempo in cui viviamo. È il caso di Plotone d'esecuzione, di Enzo Forcella (1921-99, giornalista con la passione della storia) e Alberto Monticone (storico ed esponente di spicco del cattolicesimo democratico). Uscito per la prima volta nel lontano 1968, più volte ristampato e ora riproposto da Laterza nel centenario del primo conflitto mondiale, questo libro offre una chiave ermeneutica inconsueta, forse provocatoria. 

Formalmente, è una scelta di 166 sentenze emesse dai tribunali militari in tempore belli. All'epoca, incrinò la mitologia della «guerra patriottica». Quelle carte giudiziarie svelavano infatti un mondo d'imboscati, disertori, ammutinati, disfattisti, autolesionisti, ribelli, codardi «in faccia» o «in presenza del nemico» (una questione di diritto sulla quale si decideva spesso il destino di un imputato). Le lettere intercettate dalla censura postale erano di tenore ben diverso da quelle riunite nella classica antologia di Adolfo Omodeo (Momenti della vita di guerra, 1934), in cui gli ufficiali di completamento sprizzavano spirito di sacrificio ed ethos risorgimentale.

«State pur certo che io non muoio per questa schifa d'Italia», scriveva invece un fante al padre, mentre un caporale, rivolgendosi alla moglie, paragonava i combattenti alle bestie: «si va al macello senza che tu te ne accorgi». Per non parlare di chi malediceva Cesare Battisti («hanno fatto il suo dovere a metterlo alla forca!») e dell'artigliere udito pronunciare queste parole: «Se a me toccherà di andare in trincea farò come per lo passato e cioè non farò giammai funzionare la mia mitragliatrice, e così i tedeschi verranno avanti e io mi darò prigioniero».



La Grande Guerra, insomma, è anche un campo di battaglia fra chi obbliga gli altri ad andare a morire e chi, per sottrarsi a quest'«onore», è disposto a tutto, anche a infierire sul proprio corpo. Timpani trapassati dai chiodi, mani stritolate sotto grosse pietre, occhi accecati dall'urina. Gli scartafacci processuali dischiudono un ricco inventario di pratiche automutilatrici. Ma per finire fucilati alla schiena bastava pronunciare qualche frase avventata: come era successo all'aspirante ufficiale che in una cena privata, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, aveva confessato ai colleghi di non poterne più e di bramare l'entrata vittoriosa degli Austriaci a Milano. Questa severità isterica (in parte sanata dall'amnistia del 1919) riflette l'inadeguatezza di un codice militare ancora ottocentesco, inadatto a gestire una guerra di massa.

Giungiamo così al secondo piano di lettura del libro, quello più attuale, imperniato sulla lunga introduzione, firmata dal solo Forcella e intitolata, quasi filosoficamente, Apologia della paura. Un invito a fare i conti, «senza paraocchi ideologici», con la realtà di quanti, di fronte alla guerra, a ogni guerra, manifestano distanza, insofferenza, fobia: ignorando l'«etica sociale del gruppo egemone», che prescrive il dovere di sacrificarsi in nome di un ideale superiore. Negli anni intorno al Sessantotto suonava quasi ovvio assegnare una patente politica a disobbedienti e vigliacchi, "sovversivi" in pectore. Invece, secondo Forcella, i contadini analfabeti condannati per diserzione e autolesionismo avevano semplicemente espresso il loro «no alla storia» e il loro diritto, «assoluto e inalienabile», a restare padroni della propria esistenza. In spregio ai «sanculotti di qualsiasi colore».



Certo, quando si affrontano questi temi non bisognerebbe mai confondere la parte con il tutto. Il pur significativo numero di condanne inflitte dai tribunali militari nel 1915-18 (circa 170mila, di cui 4mila a morte, 750 delle quali eseguite) fu infatti una goccia nel mare. In fin dei conti, la macchina della mobilitazione generale funzionò (oltre cinque milioni i chiamati alle armi), e la stragrande maggioranza della truppa restò fedele, sino alla vittoria finale. Un risultato di tutto rispetto, per uno Stato gracile e imberbe, com'era l'Italia del 1915. Eppure, questi minuscoli granelli di sabbia rinvenuti da Forcella e Monticone riverberano in nuce una tendenza connaturata alla modernità: ossia la crescente indisponibilità ad affidare a un'autorità esterna il diritto di decidere sulla propria vita e la propria morte. Dall'obiezione di coscienza al testamento biologico, il passo è più breve di quanto non sembri.

Non è tutto. Quest'apologo sulle "virtù" della paura tradisce un evidente richiamo autobiografico alla stagione in cui, nella Roma città aperta del 1943-44, lo stesso Forcella aveva scelto d'imboscarsi: «Sarei vissuto come quei monaci del medioevo chiusi nei loro conventi mentre la guerra divampava nei borghi e nelle campagne circostanti, e loro da tutto quel rumore non ricavavano nessuna suggestione esaltante, solo sgomento e paura», ricordava nella sua Testimonianza sull'attendismo (1974). Un'«arte della fuga» mai più rinnegata. Tanto che non mancherà di criticare, includendovi pure Cesare Pavese, quanti avevano viceversa espresso il rimorso per la «mancata prova virile» della guerra partigiana.

Pur collocandosi nell'alveo progressista, ma su scranni terzaforzisti, l'inquieto Forcella resterà sempre intriso di una «profonda, invincibile estraneità» all'oleografia della Storia ufficiale. Di qui le sue frequenti incursioni nelle praterie meno battute: dal movimento dei «Nonsiparte» (che nell'autunno '44 si ribellò alle cartoline precetto inviate dal Regno del Sud) alla Roma inerte e un po' infingarda immortalata nel suo libro postumo, La Resistenza in convento (1999). Dove lui stesso, non a caso, evoca lo «stato di atarassia» in cui visse Wittgenstein durante la Grande Guerra, quando nel fango delle trincee pose le basi del suo Tractatus.

Il Sole24 ore – 29 giugno 20414


Enzo Forcella e Alberto Monticone
Plotone d'esecuzione. I processi della Prima guerra mondiale
Laterza, 2014
13,00




domenica 29 giugno 2014

Il re è nudo. La crisi di SEL e il fallimento del progetto strategico di Vendola



In piena crisi il progetto di SEL e la riconferma di Vendola non è certo un segnale incoraggiante.

Piero Bevilacqua

La crisi di Sel nel quorum di Tsipras

La tem­pe­sta poli­tica che imper­versa all’interno di Sel ha almeno una causa fon­da­men­tale. Il pro­getto stra­te­gico di Ven­dola di costruire col Pd un nuovo centro-sinistra si è defi­ni­ti­va­mente esau­rito. Nel pieno della crisi, anni 2010–2011, con la segre­te­ria Ber­sani che tor­nava a dia­lo­gare con la sini­stra, Ven­dola e, per la verità, anche alcuni di noi videro nella con­ver­genza verso quel par­tito per un verso una neces­sità: impe­dire che si sal­dasse un’alleanza anche elet­to­rale tra il mag­giore par­tito del centro-sinistra e il cen­tro di Casini e poi di Monti.

Per un altro verso quella strada appa­riva come un per­corso respon­sa­bile per affron­tare le deva­sta­zioni sociali della crisi, raf­for­zando un pro­getto rifor­ma­tore di difesa e rilan­cio degli inte­ressi popo­lari. Com’è noto, le pri­ma­rie anda­rono male,(emerse allora la figura di Renzi), le ele­zioni del 2013 peg­gio, il Pd diede le peg­giori prove della sua breve sto­ria con il “tra­di­mento” dei 101, ren­dendo poi sta­bile la col­la­bo­ra­zione con Ber­lu­sconi e infine con Alfano.

Anche se da quella alleanza, biso­gna dire, men­tre tra­mon­tava il pro­getto poli­tico, Sel qual­cosa incas­sava: non solo la pre­si­denza Bol­drini alla Camera, ma anche un bel po’ di depu­tati e sena­tori (alcuni dei quali ora lasciano Sel) che pro­ba­bil­mente non sareb­bero mai entrati in Parlamento.



Dal fal­li­mento di quel dise­gno il gruppo diri­gente di Sel non ha saputo uscire tem­pe­sti­va­mente con un nuovo pro­getto capace di rin­ver­dire gli esordi inno­va­tori del par­tito (le “fab­bri­che di Nichi”, ecc.), men­tre la figura di Ven­dola è rima­sta schiac­ciata sotto le mace­rie della vicenda dell’Ilva di Taranto.

Per la verità, all’ultimo con­gresso, la scelta di appog­giare la lista Tsi­pras ha costi­tuito un punto di svolta: tar­divo per le vicende interne di Sel, ma non per la Sini­stra nel suo insieme. Ed è da que­sto ultimo punto che mi sem­bra impor­tante par­tire. Per il resto è pre­ve­di­bile che i tran­sfu­ghi saranno cen­tri­fu­gati in breve tempo. Chi pensa di con­ti­nuare quella espe­rienza esau­rita finge o non ha capito. Col Pd di Renzi si potrà dia­lo­gare su sin­goli punti, da lon­tano e da posi­zioni di forza.
La rifles­sione avviata da Alberto Asor Rosa (“Mat­teo Renzi, un lea­der post­de­mo­cra­tico”, il mani­fe­sto 17 giu­gno ) e i suc­ces­sivi inter­venti, tra cui quelli di Norma Ran­geri e Marco Revelli (il mani­fe­sto, 21 e 22. giu­gno) sta­bi­li­scono alcuni punti fermi sulla situa­zione ita­liana entro cui svol­gere ulte­riori appro­fon­di­menti.

Il primo ambito da pren­dere in con­si­de­ra­zione riguarda la vicenda della costi­tu­zione della lista “l’Altra Europa con Tsi­pras”. In que­sta espe­rienza (al di là di alcune man­che­vo­lezze ed errori gravi, soprat­tutto il trat­ta­mento riser­vato a Sel nella vicenda della can­di­da­tura Spi­nelli) si tro­vano inse­gna­menti pre­ziosi da cui sarebbe stolto pre­scin­dere. Come già altri hanno sot­to­li­neato, i comi­tati per la desi­gna­zione dei can­di­dati alle ele­zioni euro­pee hanno for­nito una prova di effi­cienza ope­ra­tiva fuori dal comune.

Certo, la geo­gra­fia dell’impegno e della capa­cità di mobi­li­ta­zione non è uni­forme su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale e i pro­blemi non sono man­cati. Ma la rac­colta di 150.000 firme in così poco tempo e il con­se­gui­mento del quo­rum alle ele­zioni man­dano a tutti noi un segnale: allor­ché si tratta di rag­giun­gere un obiet­tivo chiaro e cre­di­bile, dai ser­ba­toi latenti della nostra società scatta una ener­gia vitale incon­sueta, capace di supe­rare divi­sioni, debo­lezze, vec­chi e intra­mon­ta­bili indi­vi­dua­li­smi. Lo sape­vamo dai refe­ren­dum per l’acqua pub­blica, oggi lo riap­pren­diamo per un obiet­tivo più cir­co­scritto. L’ascolto dei biso­gni dei cit­ta­dini, nei loro ter­ri­tori, la loro par­te­ci­pa­zione è il seme da cui si genera la pianta vitale della demo­cra­zia politica.



Un altro inse­gna­mento riguarda il Comi­tato dei garanti. Pur fra tanti errori e defe­zioni scon­cer­tanti, abbiamo appreso una lezione impor­tante: un gruppo di per­so­na­lità intel­let­tual­mente auto­re­voli ha costi­tuito un punto di rife­ri­mento accet­tato pres­so­ché da tutti i pro­ta­go­ni­sti di una vasta area poli­tica. Dalla flui­dità cao­tica della sini­stra dispersa si è for­mato un coa­gulo solido che ha messo in moto la mac­china. Un prin­ci­pio d’autorità auto­co­sti­tui­tosi che ha avviato un pro­cesso col­let­tivo.

Que­sto signi­fica che in Ita­lia esi­ste un gruppo di per­so­na­lità rico­no­sciute e rispet­tate, (ovvia­mente più ampio di quello del Comi­tato) al di sopra di ogni sospetto, che può costi­tuire la garan­zia e il cen­tro di attra­zione, una sorte di “nucleo nobile di rap­pre­sen­tanza” di una nuova for­ma­zione poli­tica.

Con una avver­tenza: una stima pub­blica così ampia dovrebbe oggi for­nire a tali per­so­na­lità la misura di quali aspet­ta­tive di coe­renza e impe­gno, ricerca dell’unità esse creano nel vasto popolo della sini­stra. I suoi mem­bri ven­gono infatti a cari­carsi di una respon­sa­bi­lità poli­tica rile­vante, cui deve cor­ri­spon­dere una serietà di vin­coli e com­por­ta­menti uni­tari che ancora, per la verità, non si avvi­stano. Un comi­tato di garanti non risolve, però, un altro grave pro­blema che il pro­getto di una nuova for­ma­zione poli­tica ha di fronte: quello del leader.

Si tratta di una grande que­stione. Tutti pos­siamo osser­vare, soprat­tutto in Ita­lia, la regres­sione “seco­lare” della poli­tica, così come si imprime nella mor­fo­lo­gia e nella vicenda recente dei par­titi. Il Pd era l’unica grande for­ma­zione gover­nata da un gruppo diri­gente. Anch’esso è capi­to­lato: è diven­tato il par­tito di un capo. Avviene nei par­titi quel che mole­co­lar­mente opera nelle isti­tu­zioni sta­tali: si punta a con­cen­trare e ridurre il potere delle deci­sioni in poche mani, sop­pri­mendo gli spazi della demo­cra­zia e della discus­sione che ral­len­tano il ritmo delle deci­sioni. E dun­que sistemi elet­to­rali mag­gio­ri­tari, pre­si­den­zia­li­smo, ecc. Si è con­su­mata da tempo quel che Zyg­munt Bau­man ha defi­nito la «sepa­ra­zione tra poli­tica e potere», dove il potere è quello invi­si­bile e cosmo­po­li­tico del capi­tale.

Con ogni evi­denza, siamo di fronte alla rivin­cita sur­ro­ga­to­ria del ceto poli­tico. In una fase sto­rica in cui il potere è tra­smi­grato dallo Stato e dalla poli­tica alle imprese e alla finanza, par­titi e Stato cer­cano di ripren­dersi spazi di mano­vra ridu­cendo quelli della rap­pre­sen­tanza e della par­te­ci­pa­zione. Si rival­gono sui cit­ta­dini e sulla demo­cra­zia. Scen­dendo per li rami, osser­viamo come anche i cit­ta­dini che non diser­tano le urne affi­dano i loro voti non certo agli odiati e opa­chi par­titi, ma a un lea­der sal­vi­fico.

Dun­que, con­tra­ria­mente alle nostre aspet­ta­tive sto­ri­che e ideali, anche noi abbiamo biso­gno di un lea­der. Nella “Socio­lo­gia del par­tito poli­tico” (1912) Robert Michels defi­niva tale figura «una neces­sità tec­nica» nella vita dei par­titi. Sono pas­sati cent’anni e siamo ancora a que­sto punto.

Se non un capo, la nuova for­ma­zione dovrebbe avere la guida di un diri­gente di alto pro­filo in un col­let­tivo. Ale­xis Tsi­pras ci rap­pre­senta in Europa, ma non è la solu­zione dei nostri pro­blemi, che dob­biamo risol­vere in casa nostra con i nostri uomini e donne.



Altra vasta que­stione: come pro­ce­dere? Quali pro­grammi? Vor­rei ricor­dare pre­li­mi­nar­mente un aspetto misco­no­sciuto, coperto spesso dal dileg­gio della grande stampa. Io credo che mai come oggi le idee e i valori della sini­stra siano stati in così piena sin­to­nia con i biso­gni e le aspi­ra­zioni uni­ver­sali dell’umanità.

Dalla rina­scita dei valori dell’uguaglianza e della soli­da­rietà ai temi dell’accoglienza e del dia­logo inter­cul­tu­rale, dalla riven­di­ca­zione dei diritti indi­vi­duali in un campo amplis­simo di ambiti, ai temi dei beni comuni, dalla indi­ca­zione di nuove forme di eco­no­mia e con­sumo alle que­stioni della rige­ne­ra­zione delle risorse, della pro­te­zione della natura e del ter­ri­to­rio.

Dispersi in una costel­la­zione pul­vi­sco­lare di asso­cia­zioni e movi­menti que­sti temi fecon­dano la società e parte dell’immaginario nazio­nale, ma si muo­vono in una terra di nes­suno, senza un sog­getto poli­tico che se li inte­sti e li fac­cia diven­tare mate­ria di un pro­getto cul­tu­rale ege­mo­nico, vin­cente sul deserto ideale gene­rato dal capi­ta­li­smo contemporaneo.

Infine, c’è un pro­blema più grave oggi di fronte a noi della disoc­cu­pa­zione? Potremmo par­tire da quella gio­va­nile, la più grave forma di umana umi­lia­zione che un paio di gene­ra­zioni subi­sce oggi in Ita­lia. Ricordo che den­tro c’è anche la disoc­cu­pa­zione intel­let­tuale: il fiore fiore della nostra intel­li­genza, la futura élite diri­gente del paese è chiusa in un angolo.

Non abbiamo in mano grandi leve, ma potremmo avviare una vasta cam­pa­gna nazio­nale, impe­gnando alcuni mesi esclu­si­va­mente su que­sto tema, creando un vasto agorà media­tico in cui con­flui­scano i cahiers de doléan­ces dei nostri ragazzi, i sug­ge­ri­menti, le pro­po­ste, ren­dendo pro­ta­go­ni­sti i cit­ta­dini, facen­doci iden­ti­fi­care come la for­ma­zione poli­tica che rap­pre­senta la gio­ventù in un pas­sag­gio grave della sua sto­ria e non si fran­tuma in liti­giosi cor­renti, gruppi e gruppetti.


Il Manifesto – 28 giugno 2014


La luna e Samia. Opere di Rosanna La Spesa


Rosanna La Spesa

Opere in Vetrofusione e Ceramica

LA LUNA E SAMIA  opere di ROSANNA LA SPESA  

La mostra è dedicata  alle Vite di passaggio, ai migranti, in particolare a Samia l'atleta somala che a 17 anni ha partecipato alle Olimpiadi di Pekino, il cui sogno di arrivare a partecipare alle Olimpiadi di Londra" si è dissolto nelle acque del Mediterraneo al secondo tentativo di traversata.

ROSANNA LA SPESA presenta  composizioni di vetrofusioni e ceramica, che creano suggestioni drammatiche o lievi, il titolo della mostra nasce dalla descrizione che lo scrittore  Catozzella fa nel libro -Non dirmi che hai paura- ricostruendo la vita di Samia e descrivendo gli allenamenti notturni dell' atleta  Somala la cui unica compagna sicura è la luna, allenamenti notturni a cui Samia  è costretta non avendo la libertà come donna musulmana di accedere al campo sportivo in ore diurne.

INAUGURAZIONE MOSTRA:

Giovedi' 3 luglio 2014 nella storica location di Pozzo Garitta ad Albissola Mare e proseguirà sino al 18 luglio2014

Una mostra presentata al pubblico  da una performance musicale e letteraria a cura di : Federica Scarlino (pianoforte) e Maria Catharina Smits (soprano).

 eventi durante il corso della mostra :

- lunedi 7 luglio 2014, h.17.45  -Parliamo di Parole - con Maria Teresa Castellana  ( scrittrice e poeta)
- Giovedì 10 luglio 2014,  h.17.45 La Luna e Samia , libere letture di Jacopo Marchisio  attore della Compagnia Teatrale di   Savona  I Cattivi Maestri.

La mostra osserverà i seguenti orari di apertura sino al 18 luglio 2014: ore 18.00-19.30/ 20.00-23.00



La potenza delle relazioni. Carla Lonzi: la mia opera è la mia vita

Barbara Kruger, We are all that heaven allows (1984)























Carla Lonzi. Un saggio di Maria Luisa Boccia invita a fare i conti con l’eredità della teorica femminista e il possibile uso della sua elaborazione per «inventare» nuove forme della politica. Le pratiche femministe in una realtà dove è frequente l’olocausto della propria vita sull’altare del profitto.

Laura Fortini

La potenza delle relazioni

Fare della pro­pria vita la pro­pria opera è cosa com­plessa e mera­vi­gliosa, tanto più quando ciò assume il carat­tere di un taglio impre­vi­sto al punto di dive­nire poli­tica: è quanto accadde negli anni Set­tanta con il movi­mento fem­mi­ni­sta che mise al cen­tro della sfera pub­blica altre moda­lità di fare poli­tica, è quanto mise a fuoco con lucida auto­na­lisi Carla Lonzi, insieme al gruppo di «Rivolta fem­mi­nile»: a Carla Lonzi Maria Luisa Boc­cia dedica un libro che non vuole costi­tuire un ritorno alle ori­gini del pen­siero e delle pra­ti­che fem­mi­ni­ste, ma un col­lo­quiare con lei a par­tire dal pre­sente (Con Carla Lonzi. La mia opera è la mia vita, Ediesse, pp. 149, euro 12).



Dalla cri­tica d’arte mili­tante, infatti, al nodo ses­sua­lità e poli­tica, dall’ancora scan­da­loso «spu­tiamo su Hegel» alla donna cli­to­ri­dea, al «taci anzi parla» del dia­rio di una fem­mi­ni­sta, le que­stioni che Carla Lonzi affrontò nella sua scrit­tura sono tante e tali che ci si volge a lei oggi in cerca di ele­menti utili per tro­vare radi­ca­lità effi­caci per que­sto pre­sente in cerca di nomi­na­zione. Radi­ca­lità che sono anche radici di una crisi delle pra­ti­che poli­ti­che: si potrebbe osser­vare che que­sto libro è rivolto al senso della fine di un’esperienza per riba­dirne il con­ti­nuo ini­zio.

Maria Luisa Boc­cia volge infatti il pro­prio sguardo alla fine degli anni Set­tanta e con loro a Carla Lonzi per riba­dire la radice prima della poli­tica , che riguarda donne e uomini: lo aveva già fatto con il libro dedi­cato a Carla Lonzi nel 1990, L’io in rivolta (pub­bli­cato da Tar­ta­ruga e ripro­po­sto dalla stessa casa edi­trice nel 2011 con una nuova pre­fa­zione), e il libro allora aveva il sapore tes­suto e medi­tato di un ragio­na­mento che anti­ci­pava que­stioni che sareb­bero poi dive­nute nodali, come quello della cri­tica alle forme dell’agire poli­tico e quello dell’autocoscienza, su cui si torna in modo rin­no­vato come emerge dagli inter­venti dedi­cati a ciò dall’ultimo numero di Alfa­beta, che la rein­ter­roga attra­verso la nar­ra­zione di Daniela Pel­le­grini.

Più forte oggi la neces­sità di spez­zare la com­pli­cità fem­mi­nile con il potere, anche quando essa si palesa in ter­mini di com­pe­tenza e merito, parole molto usate nell’attuale dibat­tito pub­blico senza che ciò fac­cia la dif­fe­renza, anche quando si esprime sotto l’aspetto ingan­ne­vole dell’emancipazione.



Un dispe­rante eterno presente

Cen­trale la ten­sione alla libertà e al come farla pro­pria in un eser­ci­zio di pen­siero e di espe­rienza che rie­sca ad avere un carat­tere sim­bo­lico effi­cace per que­sto pre­sente: cosa niente affatto facile, se non si riper­corre come fa Maria Luisa Boc­cia, passo passo e con mano lieve ma assai ferma e deter­mi­nata, quanto allora venuto alla luce con Carla Lonzi.

Ovvero la neces­sità di mutare «vita in radice», insieme ad una pra­tica di scrit­tura come agire comu­ni­ca­tivo, inter­ro­ga­zione e osser­va­zione di sé e delle altre aperta all’interlocuzione sem­pre in dive­nire, forma essa stessa del pen­sare.

Il che signi­fica qual­cosa di dia­me­tral­mente oppo­sto all’astratto lin­guag­gio pub­blico, asser­tivo e pre­de­ter­mi­nato per come si pre­senta ancora attual­mente in una sorta di eterno pre­sente sto­rico dispe­rante, pure quando risulta vin­cente, tanto più quando appa­ren­te­mente lo è. All’astrattezza del lin­guag­gio poli­tico si con­trap­pone infatti, almeno super­fi­cial­mente, una poli­tica del fare che con­se­gna nelle mani di uomini e donne dell’apparato poli­tico isti­tu­zio­nale il fare della poli­tica. Rispetto la sover­chiante mate­ria­lità delle vite di donne e uomini il fare diviene mac­china di potere appa­ren­te­mente neu­tra e ogget­tiva: che cosa con­trap­porre alla crisi, alla reces­sione, alla man­canza di lavoro?

In realtà que­sti sono ter­mini appar­te­nenti a un ordine discor­sivo intriso di quell’olocausto di sé di cui scrive Rosa Luxem­burg in una let­tera a Leo Jogi­ches, fatta pro­pria poi effi­ca­ce­mente da Carla Lonzi nel corso della sua rifles­sione. Di fronte a un mer­cato capi­ta­li­stico che in maniera sem­pre più sel­vag­gia fa olo­cau­sto delle nostre vite, che cosa ci dicono Carla Lonzi e Maria Luisa Boc­cia che aiuti a tro­vare modi per vivere il pre­sente utili per deco­struirlo, cam­biarlo, modi­fi­carlo in modo radi­cale?

Se il cri­te­rio prin­cipe del potere è quello dell’efficacia dei fatti – e l’attuale governo, come per altro quelli pre­ce­denti, si ammanta in con­ti­nua­zione di ciò – cosa opporre ad un prin­ci­pio appa­ren­te­mente ogget­tivo e uni­ver­sale? La dif­fe­renza fem­mi­nile è taglio che sma­schera innan­zi­tutto l’universalità pre­sunta e ogget­tiva pro­prio a par­tire dalla fini­tezza della sin­go­la­rità di ognuno.

Il discorso pub­blico che agita l’oggettività dei fatti fa sì che ogni dif­fe­renza diviene mar­gi­na­lità da soc­cor­rere e quindi da con­te­nere col­lo­can­dola nel ruolo di vit­tima, ruolo che con­ferma l’astrattezza uni­ver­sale ed ogget­tiva del discorso pub­blico invece che rimet­terla in discus­sione.

Scom­porre l’identità ses­suale come fa Carla Lonzi, in altri ter­mini scom­porre il genere invece di farne cate­go­ria super­fi­cial­mente utile a ogni eve­nienza, per­mette di scar­di­nare e di far venire alla luce l’atto di cura fem­mi­nile, e anche maschile per­ché ormai attra­versa tutti i generi e le gene­ra­zioni, che sta sup­plendo in modo inno­mi­nato alla man­canza di cura pubblica.



L’obbligo alla cura

Se infatti pren­dersi cura delle vite è atto pro­pria­mente fem­mi­nile, occorre «ripu­lire lo spa­zio» – sono parole di Carla Lonzi – dall’atto di sacri­fi­cio di sé richie­sto in modo non poi tanto impli­cito a donne e uomini in Ita­lia come in Europa: rispetto a ciò varrà ripren­dere e discu­tere quanto scritto al pro­po­sito dal «Gruppo del mer­co­ledì di Roma su un’altra Europa» della cura, quando osserva che pen­sare alla «cura» è una pra­tica che ria­pre il con­flitto tra capi­tale e vita e che occorre sve­lare la dico­to­mia patriar­cale tra il buon padre che si prende cura di tutta la fami­glia e facendo ciò eser­cita potere e le donne il cui lavoro di cura diventa mero dato bio­lo­gico.

E come arti­co­lare ciò in un momento sto­rico in cui la dico­to­mia patriar­cale si rap­pre­senta come uomini e donne di governo che eser­ci­tano potere sulle vite di tutti in nome del buon padre di fami­glia e donne e uomini che si pren­dono cura della vita indi­vi­duale in vario modo, senza che ciò diventi pri­va­tiz­za­zione delle vite mate­riali?

Maria Luisa Boc­cia osserva come «pen­sare e nomi­nare, quindi pra­ti­care e vivere, altri­menti la realtà – è il primo, impre­scin­di­bile gesto di libertà. Si tratta insomma di andare non solo oltre i limiti di una con­di­zione impo­sta alle donne, ma anche oltre i limiti di una società, di una cul­tura, di una sto­ria domi­nate da uomini»: que­sto lo sguardo lucido, il taglio di Carla Lonzi e si può dire con cer­tezza che a que­sto sono stati dedi­cati il pen­siero e le rifles­sioni del fem­mi­ni­smo della dif­fe­renza, certo non essen­zia­li­sta se non nella misura in cui la donna – volu­ta­mente sin­go­lare nella scrit­tura di Maria Luisa Boc­cia così come in quella di Lonzi – diviene figura sim­bo­lica di un eser­ci­zio con­flit­tuale radi­cale che di fatto si è con­ge­dato da quanto ci ha por­tato fino a qui, ovvero il patriar­cato, le sue leggi astratte, il suo potere, il suo dover essere, appa­ren­te­mente ogget­tivo e indi­scu­ti­bile.

Ancora intatto nella sua capa­cità di signi­fi­care il pre­sente quanto scritto a pro­po­sito del lavoro nel Mani­fe­sto di Rivolta fem­mi­nile nel 1970: «Dete­stiamo i mec­ca­ni­smi della com­pe­ti­ti­vità e il ricatto che viene eser­ci­tato nel mondo dell’egemonia dell’efficienza. Noi vogliamo met­tere la nostra capa­cità lavo­ra­tiva a dispo­si­zione di una società che ne sia immu­niz­zata. La parità di retri­bu­zione è un nostro diritto, ma la nostra oppres­sione è un’altra cosa. Ci basta la parità sala­riale quando abbiamo già ore di lavoro dome­stico alle spalle? Rie­sa­mi­niamo gli apporti crea­tivi della donna alla comu­nità e sfa­tiamo il mito della sua labo­rio­sità sus­si­dia­ria. Dare alto valore ai momenti “impro­dut­tivi” è un’estensione di vita pro­po­sta dalla donna».

Sono ter­mini che rie­scono con pro­prietà ancora oggi a ribal­tare la for­bice schia­vi­stica del lavoro/non lavoro e che met­tono al cen­tro modi di pen­sare come stare al mondo e di pen­sarsi che scar­di­nano i ter­mini con cui si pre­senta la que­stione nell’opinione pub­blica: cosa signi­fica pre­ca­rietà eco­no­mica ed esi­sten­ziale per donne e uomini di tutte le età e come farne qual­cosa di diverso dal ruolo della vit­tima o del mar­gi­nale neces­si­tante di pub­blico soc­corso, un’emergenza sociale si usa definirla?



L’ordine del potere

Cosa signi­fica, alla luce delle parole del Mani­fe­sto di Rivolta fem­mi­nile, essere in cas­sa in­te­gra­zione, i con­tratti di soli­da­rietà, l’abbandono della forma iden­ti­ta­ria del lavoro per donne e uomini? Altre le moda­lità di fare poli­tica nell’esperienza fem­mi­ni­sta indi­vi­duate e per­se­guite da allora, indu­bi­ta­bil­mente diverse da quelle dei par­titi e della rap­pre­sen­tanza: quelle che appro­fit­tano della dif­fe­renza per farne atto crea­tivo, per «coniu­gare prin­ci­pio di pia­cere e prin­ci­pio di realtà», osserva Maria Luisa Boc­cia, notando come in assenza di auto­rità il «potere può fare male, molto male, ma non fa ordine»: que­sto si è potuto notare in mol­te­plici occa­sioni in que­sti anni e sta a noi fare ordine, per ripar­tire da un prin­ci­pio discor­sivo desi­de­rante che nell’emergenza della mise­ria mate­riale delle vite pare essersi smar­rito.

Ma vi è una forza che ha ori­gine dal pia­cere delle rela­zioni che hanno vita nelle occu­pa­zioni delle case abban­do­nate, nelle pro­te­ste in difesa del posto del lavoro con­di­vise, nella messa a tema di scac­chi anche ragio­nati ma non rimossi, gra­zie alla quale è pos­si­bile non smar­rire il senso d’un fare poli­tica che è tutto nelle nostre mani e che dalla dif­fe­renza fem­mi­nile può trarre solo che gua­da­gno e sostanza.


Il Manifesto – 28 giugno 2014

Corsica, addio alle armi dei separatisti



Il Fronte di liberazione nazionale corso annuncia la cessazione unilaterale del fuoco e l'abbandono della lotta armata. Sul modello basco e irlandese si annuncia un'uscita progressiva dalla clandestinità. E' una svolta importante, determinata tra l'altro dall'allentamento della pressione coloniale francese e dal riconoscimento, sanzionato anche dall'avanzata elettorale delle organizzazioni nazionali corse, di più ampi margini di autonomia. Restiamo però convinti che senza la lotta dei militanti del Fronte, molti dei quali ancora prigionieri dello Stato francese, l'obiettivo se non dell'indipendenza, almeno di una autonomia vera sarebbe rimasto allo stadio del folklore e della musica popolare, come nelle nostre valli occitane.

Anais Ginori

Corsica, addio alle armi dei separatisti


Un comunicato di quattordici pagine per mettere fine a trentotto anni di lotta armata. Il Front de Libération Nationale de Corse, Flnc, decide di avviare un «processo di demilitarizzazione e un’uscita progressiva dalla clandestinità». Un abbandono «senza preavviso né equivoci», scrivono i combattenti corsi, maturato negli ultimi mesi, dopo alcune «conquiste politiche» del movimento. Già in passato il Flnc aveva promesso delle «tregue», puntualmente non rispettate.

Ma è la prima volta che il gruppo che si batte da decenni per l’indipendenza della Corsica annuncia di voler deporre le armi. Una mossa a sorpresa accolta con prudenza da gran parte del mondo politico francese. «Prendiamo atto del messaggio, ma avremo bisogno di tempo per verificarne i contenuti» ha commentato a caldo il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, che qualche settimana fa è stato accolto sull’isola da una scarica di proiettili sulla caserma di Bastia.

Nulla lasciava supporre questo improvviso cambio di strategia. Il comunicato autentificato dalla rivista Corsica è stato diffuso mercoledì sera. Per spiegare la svolta il Flnc cita il recente voto dell’Assemblea locale che ha creato uno statuto di residente, dando la priorità agli abitanti dell’isola nelle compravendite immobiliari, un contenzioso che va avanti da decenni. 

Gran parte degli ultimi attentati erano infatti mirati contro proprietà di “forestieri” ed è proprio per il “diritto alla terra” che si è formato nel 1975 il Flnc, con l’assedio di una tenuta vinicola di Aleria acquistata da un francese a condizioni di favore, secondo gli indipendentisti. Nella prima operazione militare del Flnc morirono due gendarmi. Da allora ci sono stati 10.500 attentati in Corsica, di cui 4.700 rivendicati, e cinque tra i rappresentanti dello Stato.



Nel lungo testo, il gruppo corso cita l’esempio dei movimenti indipendentisti baschi e irlandesi che pure hanno abbandonato la lotta armata per cercare un dialogo con le istituzioni. L’Assemblea dell’isola, sottolinea ancora il Flnc, ha appena approvato l’uso della lingua corsa per alcuni atti ufficiali, affiancata sempre al francese. «Questi dibattiti su temi vietati per molti anni tracciano i contorni di una soluzione politica», continua il comunicato che non pone condizioni come la liberazione di «prigionieri politici », parla di «passo storico» e conclude con il motto: «A populu fattu bisogna marchija», il popolo sovrano sempre in marcia.

Dietro al clamoroso annuncio, si nascondono le divisioni interne al movimento e la “crisi di vocazioni” di giovani militanti anche a causa della guerra fratricida di quelli che i corsi chiamano gli “Anni di Piombo”. Tra il 1995 e l’inizio degli anni 2000 una ventina di combattenti sono rimasti uccisi in regolamenti di conti tra le varie faide. Da allora, il Flnc si è ritrovato indebolito, scavalcato nella violenza dal nuovo gruppo radicale “22 ottobre”.

È svanita anche la mitologia rivoluzionaria dei Ribelli, chiamati così in dialetto, sempre più legati alla criminalità organizzata.

La soluzione politica di cui parla il Flnc è cominciata già da tempo, attraverso giovani e scaltri leader che hanno ripreso nei loro programmi alcune battaglie del movimento. È così che alle elezioni locali di marzo ha vinto Femu Corsica, il partito autonomista che si oppone a quello indipendentista Corsica Libera di Jean-Guy Talamoni, fiancheggiatore del Flnc. Jean-Christophe Angelini, 38 anni, presidente degli eletti di Femu Corsica, è uno dei simboli del nuovo irredentismo pacifico.



«Abbiamo sempre convissuto con la violenza, fa parte del paesaggio. Non credo sia merito nostro se il Flnc depone le armi», mette le mani avanti Angelini. Un altro giovane leader autonomista è il sindaco di Bastia, Gilles Simeoni, avvocato di alcuni indipendentisti come Yvan Colonna, condannato per l’omicidio del prefetto Claude Erignac nel 1998. Simeoni è anche figlio di Edmond, uno dei padri del Flnc che guidava il famoso assedio di Aleria nel 1975. Da sempre, la Corsica è fatta di chiaroscuri, contraddizioni più o meno apparenti.

«Se il Flnc abbandona la lotta armata allora è davvero la fine del terrorismo in Corsica», commenta Gilbert Thiel, magistrato che ha guidato alcuni maxi-processi contro gli indipendentisti. Per ironia del destino, il giudice è andato in pensione proprio nel giorno in cui il Fronte ha deciso di uscire dalla clandestinità. «Bisogna solo sperare che questo annuncio non farà emergere un’ala più radicale, com’è accaduto in Irlanda durante il processo di pace ».

Nel comunicato, i dirigenti del Flnc avvertono: «Rigettiamo in anticipo qualsiasi futura azione militare sul territorio corso e francese». Un messaggio interno al movimento da cui dipende il futuro della svolta in Corsica.


la Repubblica - 27 Giugno 2014  

mercoledì 25 giugno 2014

A Capua alla ricerca dei luoghi di culto del Dio Mithra.



A Capua alla ricerca dei luoghi di culto del Dio Mithra.

Carlo Vulpio

Il toro, Spartaco, l’arcangelo




Non c’è pianta, albero, giardino, orto, frutteto, anche negli angoli più angusti e trascurati, che non sembri in preda a una perenne esplosione ormonale, a una vigorosa e continua manifestazione di esuberanza della vegetazione in tutte le sue varietà, un’eruzione di verde che è l’antitesi dell’eruzione di lava dal Vesuvio e che tuttavia non è meno vulcanica di quella e ha meritato alla parte di Campania tutt’intorno a Capua l’aggettivo felix : fertile, prosperosa, feconda, ubertosa.

Come la natura, così anche la storia, l’arte, la filosofia e le religioni di Santa Maria Capua Vetere, Capua, Sant’Angelo in Formis e Caserta Vecchia si addensano nella stessa area, si contendono lo spazio e la luce, ma alla fine ne emergono tutte vittoriose e inconfondibili. E anzi, l’una non può che rimandare all’altra, ognuna ha bisogno dell’altra per meglio definire se stessa.

Non si può non andare e venire tra le due Capua. Santa Maria Capua Vetere — che è la Capua Antica, «l’altra Roma» (Cicerone), le cui origini risalgono all’Età del Ferro, tra IX e VIII secolo avanti Cristo, e che duecento anni fa è stata chiamata anche Santa Maria per la presenza dell’omonima basilica del V secolo dopo Cristo — e l’attuale Capua, la città medievale rifondata dai Longobardi a metà del IX secolo, dopo la distruzione della città antica a opera dei Saraceni.

Mitreo, esterno























Né si può credere che salire e scendere tra i monti Tifatini e la pianura sia una fatica che non valga il godimento degli affreschi dell’abbazia benedettina di Sant’Angelo in Formis e del borgo medievale di Caserta (Casa Hirta ) Vecchia, che sta a 400 metri di altitudine, è monumento nazionale dal 1960 ed è «l’equivalente italiano di Les Baux, splendida e illustre città della Provenza abbandonata tra le rocce, con la differenza — ha scritto Guido Piovene — che Les Baux è celebrata in Francia mentre Caserta Vecchia è quasi ignota da noi».

Non si può non lasciarsi catturare e trascinare da un angolo all’altro di questo straordinario quadrilatero anche per un’altra ragione. Che possiamo riassumere in tre nomi: il dio persiano Mitra, il gladiatore ribelle venuto dalla Tracia, Spartaco, e l’Arcangelo Michele, il cui nome significa «chi è come Dio». Tre figure che, come vedremo, nonostante le vicende storiche e mitologiche che le separano, legano tra loro questi luoghi e le rispettive opere d’arte e sono legate l’un l’altra dall’aver tutte e tre usato la spada, il gladio, il pugnale: Mitra per sgozzare il toro bianco su ordine del dio Sole e così creare il mondo, Spartaco per guidare la rivolta contro Roma nel 73 avanti Cristo e dare una speranza di libertà agli schiavi, San Michele Arcangelo per sterminare i 180 mila assiri che assediavano Gerusalemme e poi, nello scontro finale tra Bene e Male, sconfiggere l’Anticristo.

Il Mitreo di Santa Maria Capua Vetere, l’ipogeo scoperto nel 1922 che a quattro metri sotto il livello stradale conserva l’affresco della Tauroctonia , in cui appunto Mitra con una mano afferra il toro per le narici e con l’altra lo sgozza, è senza dubbio il luogo più misterioso e affascinante.

Mitreo, interno

















Mitra era una divinità di origine persiana che assume un profilo ben definito, scrive il professor Alberto Perconte Licatese ne Il Mitreo di Capua (pubblicato in proprio), grazie a Zarathustra, «riformatore della religione dell’antico Iran, vissuto tra il 1000 e il 500 avanti Cristo, e fondatore dello zoroastrismo». Ma soprattutto, sottolinea lo studioso, «Mitra era il dio del patto concluso con l’umanità». Un aspetto, questo, che, nonostante il suo carattere iniziatico ed elitario, mise il mitraismo — introdotto in Italia dai gladiatori (barbari e nemici sconfitti) nella seconda metà del III secolo avanti Cristo — in concorrenza con il cristianesimo fino al 380 dopo Cristo, quando con l’editto di Teodosio la religione cristiana divenne «religione di Stato».

Quello di Capua Vetere — sostiene in un suo studio del 1971, purtroppo non ancora tradotto in italiano, lo scomparso Maarten Jozef Vermaseren, archeologo e docente all’università di Utrecht — è uno dei 137 mitrei sparsi nel mondo. Ma è uno dei pochi ad affresco ed è l’unico in cui è raffigurato l’intero ciclo di iniziazione degli adepti. I quali vengono ammessi al culto del dio in totale sottomissione, nudi, bendati e con le mani legate dietro la schiena.

Nella cripta in cui si svolge il rito, lunga dodici metri e larga tre, tutto è simbologia, dalle stelle a otto punte che decorano la volta e rappresentano il firmamento ai gradi di iniziazione, che sono sette (il sette è il numero-chiave del mitraismo), fino al grande affresco semicircolare in cui Mitra sacrifica il toro. Animale di somma importanza, che viene ucciso da Mitra affinché il suo sangue fecondi la terra e che ritroviamo nei miti del Minotauro, del ratto di Europa, della settima fatica di Eracle, nelle Taurilie — i giochi in onore degli Inferi —, nei nomi delle città di Torino e Taormina e dei monti Tauri in Asia minore, fino alla corrida, che risalirebbe ai misteri in onore di Dioniso (che era taurofago) praticati in Tracia.



Il mitraismo però trovò terreno fertile nell’Impero anche per un’altra ragione. «Mitra — sostiene Perconte Licatese — incarnava tutte le virtù che un soldato romano avrebbe potuto possedere: guerriero invitto, cacciatore astuto, abilissimo cavaliere e, soprattutto, un militare che seguiva un severo codice di autodisciplina, d’onore, di lealtà, di fedeltà». Quelle qualità da «soldato romano» che Giulio Cesare avrebbe ammirato proprio in Spartaco, il gladiatore trace la cui compagna era sacerdotessa di Dioniso e che in quegli anni era, con il re del Ponto, Mitridate (che derivava il nome dal dio Mitra) tra gli irriducibili nemici di Roma. Un’ammirazione che Spartaco si era guadagnato per aver saputo trasformare una massa di sbandati in esercito, anzi in un «esercito romano».

In un’Italia in cui «la rete di organizzazione schiavistica — scrive Aldo Schiavone in Spartaco. Le armi e l’uomo (Einaudi) — aveva consentito di raggiungere una ricchezza mai vista, distribuita in modo abissalmente diseguale», Spartaco si ribella. E dalla ricca Capua, proprio da quell’arena in cui aveva dovuto uccidere per non essere ucciso — che alla fine del I secolo dopo Cristo verrà abbattuta per far posto al grande anfiteatro da 60 mila posti e 44 metri d’altezza, secondo soltanto al Colosseo — Spartaco, che «metteva insieme scoperta geografica, rilevazione antropologica, disegno strategico e sicurezza tattica» (sempre Schiavone), entrerà direttamente nella storia e nella leggenda.

Oltre che nel cinema e nella tv. Spartacus di Stanley Kubrick, interpretato da Kirk Douglas, vinse quattro Oscar e un Golden Globe nel 1961, mentre negli Stati Uniti in questi ultimi tre anni sono state prodotte tre serie tv, tanto che nei corridoi del Museo archeologico dell’Antica Capua è in bella mostra un manifesto che celebra Andy Whitfield — l’attore che ha interpretato Spartaco nella prima serie, morto di leucemia appena concluse le riprese — e gli riconosce il merito di aver «contribuito a rendere il personaggio storico una figura amata anche dal pubblico contemporaneo».

Non aver rinchiuso nei recinti accademici Spartaco, Capua e il suo anfiteatro, ma al contrario, aver favorito una certa contaminazione tra cultura «alta» e «popolare» è servito a raggiungere un doppio risultato. Nei numeri, con 43 mila visitatori nel 2013, più del doppio dell’anno precedente; e nello stato dei luoghi, con l’anfiteatro, il Museo dei gladiatori e le strutture di accoglienza che sono stati restaurati e realizzati con fondi pubblici, senza stramberie e «buchi neri», e dove la gente ama trascorrere le serate primaverili ed estive. Una bella novità, che suscita un certo orgoglio in chi per anni ha lavorato a questo obiettivo, come la soprintendente Adele Campanelli e gli archeologi Francesco Sirano e Laura Del Verme.



Santa Maria Capua Vetere, abbiamo detto, venne distrutta dai Saraceni nell’841 e venne rifondata cinque chilometri più a nord dai Longobardi, i quali, nel processo di cristianizzazione che avevano intrapreso, «adottarono» come loro santo protettore l’Arcangelo Michele, il più simile al Wodan della mitologia nordica, che oggi è il patrono di Capua e, soprattutto, è il santo al quale sono intitolate la basilica di Sant’Angelo in Formis (in formis è il riferimento all’acquedotto romano che portava l’acqua dal monte Tifata a Capua) e al duomo di Caserta Vecchia.

La chiesa di Sant’Angelo sorge sulle rovine di un tempio di Diana, che fu poi soppiantato da un santuario cristiano dedicato dai Longobardi al santo guerriero «Mika-El» nel VI-VII secolo. Al posto del santuario infine, nella metà dell’XI secolo, sorse la basilica benedettina così com’è oggi, con i suoi meravigliosi affreschi che la decorano completamente e ne fanno un magnifico esempio di quella Biblia picta , o Biblia pauperum , che raccontava e faceva capire le Scritture agli analfabeti e alla gente semplice. E che papa Gregorio Magno, ben prima della furia iconoclasta dell’VIII secolo dovuta all’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico, caldeggiava per la loro utilità didattica.



Tutti gli affreschi meriterebbero di essere menzionati, ma quelli del Giudizio universale , che su cinque registri riempiono tutta la parete della controfacciata, con il Cristo Giudice racchiuso in una mandorla e tre angeli che separano i giusti («Venite benedicti ») dai malvagi («Ite maledicti »), sono di una potenza suggestiva unica.



Non meno fascinosa è Caserta Vecchia. Il suo duomo, del XII secolo, domina il borgo, con un campanile di 32 metri a pianta quadrata e un tiburio il cui esterno è considerato tra le più importanti testimonianze di decorazione architettonica arabo-normanna. All’interno, i preziosi mosaici (XIII secolo) del pulpito e del pavimento. Sul quale, purtroppo, abbiamo visto battere la pioggia che penetra dal tetto. L’Arcangelo Michele è un santo guerriero. Farlo arrabbiare non conviene.



Il Corriere della sera – 13 aprile 2014

Altro che No TAV, gli Elfi bloccano la costruzione di un'autostrada in Islanda



I lavori si bloccano davanti alle rocce “Lì da millenni vivono gli uomini invisibili”. Il governo cede, esultano gli ambientalisti

Paolo G. Brera

Islanda, niente ruspe nei luoghi del mito così gli Elfi fermano la nuova autostrada





HANNO vinto gli elfi. Giù le mani dalle nostre case di lava, dai silenzi della verde brughiera. Ferme le ruspe, spenti i caterpillar: la nuova superstrada che doveva collegare la periferia della capitale Reikjavik con la meravigliosa penisola di Alftanes, dove si trova la Casa Bianca del presidente Olafur Grimsson, si è improvvisamente arrestata davanti al “popolo invisibile”: «Dicono che gli elfi vivano in un gruppo di rocce lungo il percorso: dobbiamo rispettare questa credenza », ha spiegato il portavoce del Dipartimento stradale islandese Petur Matthiasson all’incredula inviata della Bbc , mostrando i puntini rossi della “Cappella degli elfi” e della “Chiesa degli elfi” sulla cartografia ufficiale del progetto.



Il braccio di ferro tra economia e fiaba andava avanti da mesi, e si è risolto a vantaggio dei miti del Grande Nord agitati come un vessillo dagli ambientalisti: un simbolo contro cui la ragion di stato ha abbassato la guardia e stralciato il progetto. Alla fine si è trovata una mediazione: la casa degli elfi è salva, le immense rocce della “Chiesa” e della “Cappella” di roccia lavica in cui la veggente Ragnhildur Jonsdottir assicura che gli “uomini invisibili” vivano indisturbati da millenni non saranno demolite per distendere l’asfalto della superstrada ma verranno accuratamente sollevate e spostate un po’ più in là, lasciando il tempo agli elfi di trasferirsi temporaneamente al sicuro per sopportare il trasloco. Un’operazione che costerà una fortuna, ma che rispetterà i gioielli disegnati dalla natura nei campi di lava di Galgahraun, la terra selvaggia abitata dagli elfi che la superstrada attraverserà.

Dicono gli studi (Università d’Islanda, 2007) che sei islandesi su dieci credano agli elfi, ma non è esattamente come credere a Babbo Natale: identificano negli elfi la personificazione della natura incredibile che in Islanda è intensa come uno schiaffo. Il canto dei ghiacciai in movimento, il tremito della terra schiantata dai vulcani, la magia delle aurore boreali...

«Qui la tua casa può essere distrutta da qualcosa che non vedi, i terremoti; il vento può sollevarti da terra, l’odore di zolfo ti avverte che il fuoco brucia non troppo lontano dalle tue suole», dice Terry Gunnell, docente di cultura popolare all’Università d’Islanda.



Dopotutto, «mi sono sposato in una chiesa con un Dio invisibile esattamente quanto gli elfi, quello che può sembrare assurdo in realtà è piuttosto comune in Islanda», spiegò l’ambientalista Andri Snaer Magnason a dicembre quando scoppio la protesta contro la superstrada e iniziò la sua battaglia combattuta fianco a fianco con la veggente amica degli elfi.

Per mesi, giorno dopo giorno una piccola folla di islandesi inferociti per una strada «inutile» che avrebbe «tagliato in due i campi di lava » creando «un danno ambientale immenso» ha assediato il cantiere tentando di fermare i lavori.

Alla fine, gli elfi hanno convinto il governo. Se c’è una cosa che non piace agli islandesi è sentirsi apostrofare come paesani creduloni. Ma gli elfi, quelli non si toccano: il mondo misterioso della natura non si offende, si rispetta.


La Repubblica – 21 giugno 2014

Marco Revelli, Sinistra, il nuovo soggetto da costruire



Basta con i pianti e i discorsi da bar. La politica è una cosa seria e come tale va trattata e dunque anche studiata e approfondita. Ma come in Italia tutti si sentono commissari tecnici della nazionale, così a sinistra tutti pensano di poter parlare di cose di cui spesso non sanno (e capiscono) assolutamente nulla. D'altronde, con l'eccezione del Manifesto e di pochi altri, chi negli ultimi anni ha fatto qualcosa contro il dilagare di un analfabetismo politico che è al tempo stesso causa ed effetto della passività sociale. Antonio Gramsci (come i vecchi riformisti) aveva ben chiaro che la battaglia per l'egemonia passava prima di tutto per l'educazione delle masse. Oggi, a parte le fumisterie televisive inconcludenti di leader di ben poco spessore, chi a sinistra si preoccupa davvero della formazione di una nuova generazione di militanti proprio a partire da un confronto chiaro sui temi di fondo? 

Marco Revelli

Sinistra, il nuovo soggetto da costruire

I tra­va­gli attuali di Sel hanno dato la stura a un fiume di tri­via­lità, spa­rate ad alzo zero in tutte le dire­zioni. Con­tro Ven­dola e Fra­to­ianni, tac­ciati di «arroc­ca­mento iden­ti­ta­rio», di resa al mino­ri­ta­ri­smo e alla mar­gi­na­lità. Con­tro Migliore e gli «scis­sio­ni­sti», accu­sati di tra­di­mento (gli «Sci­li­poti di Renzi», i «Razzi di sini­stra»…). Con­tro la sini­stra in gene­rale, rie­su­mando l’eterno e un po’ fru­sto man­tra della scis­sione come voca­zione e come destino («La male­di­zione della sini­stra più sini­stra» inti­to­lava scia­cal­le­sca­mente il quo­ti­diano ren­ziano Europa). Come se il gusto della sepa­ra­zione abi­tasse solo su que­sto ver­sante dello schie­ra­mento poli­tico in forma di malat­tia incapacitante.

In realtà non è così. Per­ché è vero che la tra­va­gliata vicenda sto­rica del socia­li­smo ita­liano è dis­se­mi­nata di scis­sioni, da quella sto­rica di Livorno del 1921, a quella di Palazzo Bar­be­rini del 1947 che separò nen­niani e sara­gat­tiani, a quella del 1964 che segnò la nascita del Psiup, fino alla rea­zione a catena seguita alla svolta della Bolo­gnina.

Ma è altret­tanto vero che nel campo libe­rale non si è stati da meno, a comin­ciare dal big bang che separò all’origine destra e sini­stra sto­ri­che, pas­sando per la con­trap­po­si­zione tra gio­lit­tiani e salan­drini, e dalla dis­se­mi­na­zione dei dif­fe­renti gruppi nota­bi­lari che impe­di­rono nel nostro Paese la nascita di un vero «par­tito della bor­ghe­sia». Per non par­lare della dia­spora a cui si è assi­stito recen­te­mente nel Pdl, scisso in mol­te­plici fram­menti, da Fra­telli d’Italia all’Ncd.

La verità è che in un con­te­sto poli­tico come il nostro, non carat­te­riz­zato da uno «stile di aggre­ga­zione prag­ma­tica» sul modello inglese strut­tu­ral­mente bipar­ti­tico (ma anche lì, come si è visto, le cose stanno cam­biando), la ten­denza alla scom­po­si­zione dei sog­getti poli­tici è fisio­lo­gica, in par­ti­co­lare in momenti di grande tra­sfor­ma­zione «di sistema», in cui le varie cul­ture poli­ti­che ten­dono a ripo­si­zio­narsi in rap­porto al muta­mento dell’insieme.

E que­sta è, appunto, una con­giun­tura poli­tica di tal genere. Non c’è dub­bio, infatti, che la nascita del Pd ren­ziano, e la deriva resa visi­bile dai suoi primi passi come sog­getto di governo, met­tono in evi­denza una muta­zione gene­tica insieme del par­tito e del sistema, che offre il segno di una discon­ti­nuità radicale.

Del Par­tito demo­cra­tico, in primo luogo, per­ché esso ha silen­zio­sa­mente, senza modi­fi­che sta­tu­ta­rie e per­sino senza una sen­sata discus­sione, mutato natura e struttura.

Il Pd è, oggi, di fatto, un’appendice del pro­prio lea­der. Da corpo orga­niz­zato in fun­zione della sele­zione e pro­mo­zione del per­so­nale di governo è diven­tato, alla velo­cità della luce, per effetto prima di una sca­lata «esterna» alla sua lea­der­ship, poi per il risul­tato elet­to­rale delle euro­pee, un «par­tito per­so­nale» a tutti gli effetti. Potremmo dire per­sino «dispo­ti­ca­mente per­so­nale», la cui discus­sione interna viene risolta a colpi di ulti­ma­tum (si veda il caso Mineo) e di tweet del capo, e il cui destino dipende sem­pre più, nel bene o nel male, dalle sorti del suo «uomo solo al comando».

Un par­tito, potremmo aggiun­gere, total­mente interno per pra­tica e per voca­zione, al para­digma neo­li­be­ri­sta, di cui accetta vin­coli (la linea Mer­kel), refe­renti (si pensi alle riforme coge­stite con Ber­lu­sconi e Lega!) e uomini (si veda il via libera a Junker).

Ma anche, dicevo, muta­zione gene­tica del sistema poli­tico nel suo com­plesso, per­ché il magnete ren­ziano lavora in tutte le dire­zioni, non solo sulla sua sini­stra, fran­tu­mando tutte le for­ma­zioni che gli stanno intorno, da Scelta civica a quel che resta della dia­spora cat­to­lica, e atti­ran­done i fram­menti a voca­zione mini­ste­riale (nel senso con cui Gae­tano Sal­ve­mini usava il ter­mine). E soprat­tutto per­ché la meta­mor­fosi ren­ziana del Pd segna la fine con­cla­mata anche dell’ombra rima­sta di ciò che era la vec­chia sini­stra (di cui, appunto, oggi non resta nep­pure più la memo­ria). Sull’ala sini­stra del nostro sistema poli­tico si apre una gigan­te­sca vora­gine, che attende di essere riempita.

Non pos­sono stu­pire, dun­que, i con­trac­colpi che tor­men­tano il per­corso di Sel, la for­ma­zione poli­tica che stava più a ridosso dell’area Pd, e che sul suo pre­ce­dente assetto e sulla sua, almeno dichia­rata, voca­zione di sini­stra aveva scom­messo. Così come non può stu­pire che il deto­na­tore di que­sta crisi sia stato costi­tuito dall’apparire della lista «L’Altra Europa con Tsi­pras» e dal suo (non da tutti spe­rato) supe­ra­mento della fati­dica soglia, a cui Sel ha con­tri­buito attivamente.

Non può stu­pire per­ché quel pro­getto embrio­nale di sog­get­ti­vità poli­tica alter­na­tiva, soprav­vis­suto (sia pur di misura) alla prova del quo­rum mette all’ordine del giorno, appunto, la costru­zione (non, si badi, la ri-costruzione, o l’esumazione, ma la rie­la­bo­ra­zione su basi nuove) di una sini­stra in Ita­lia all’altezza dei tempi.

Ha ragione Asor Rosa quando, su que­sto gior­nale, ci dice che il pro­getto deve neces­sa­ria­mente essere ambi­zioso. Che non può arre­starsi all’amministrazione di quel milione e cen­to­mila voti che la «Lista Tsi­pras» ha rac­colto, ma imma­gi­nare una sini­stra ben più ampia (per­ché i tempi e i modo della crisi non lasciano spa­zio alle voca­zioni testi­mo­niali), deter­mi­nata a riem­pire quella vora­gine. Ed è vero che chi in quella lista ha cre­duto non può pen­sare che essa costi­tui­sca, di per sé, «il sog­getto», o «la forma» già defi­nita o defi­ni­bile per vie interne, di quella grande spe­ranza.

Ma quel milione e cen­to­mila può essere il punto da cui par­tire. E quella comu­nità che si è mobi­li­tata per rac­co­glierlo, il cata­liz­za­tore di una chi­mica che pro­duca, in iti­nere, pro­cessi di aggre­ga­zione ampi, inclu­sivi, rispet­tosi delle dif­fe­renti iden­tità, e dei rispet­tivi tempi, capace di rimet­tere in gioco «pub­blici» diversi, den­tro e fuori i tra­di­zio­nali stec­cati della sini­stra politica.

Se una lezione ci viene dai fatti, è che nes­suna delle forme poli­ti­che gene­ra­tesi alla sini­stra del Pd può soprav­vi­vere oggi da sola. E nel con­tempo che il pro­cesso di rico­stru­zione di una sini­stra ita­liana non può igno­rarne nes­suna, così come non può igno­rare l’enorme eser­cito degli sco­rag­giati, degli indi­gnati e dei delusi, migrati nelle aree gri­gie dell’astensione, o del voto «gril­lino», o di quello al Pd «a naso turato». È un buon via­tico, per le talpe che hanno voglia di scavare.


Il Manifesto – 22 giugno 2014