TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 30 settembre 2014

Da vedere: Anime nere



Il regista Francesco Munzi e lo scrittore Gioacchino Criaco parlano di “Anime nere”. Storia di tre fratelli tra faide e rapimenti in una Calabria devastata.

Arianna Finos

Ragazzi di Calabria

Non sono salve le “anime” di Francesco Munzi, l’autore italiano che il direttore Alberto Barbera ha voluto in concorso per primo (il 29) alla Mostra del Cinema di Venezia. L’intento rischioso di "Anime nere", come si intitola il suo film, era di raccontare dall’interno Africo, il “buco nero” della Calabria, terra di ‘ndrangheta, attraverso le storie e i lutti di chi in quelle montagne della Locride è nato e cresciuto. «Sono rimasto folgorato dal romanzo di Gioacchino Criaco, dalla sincerità, dalla visceralità con cui è scritto - spiega Munzi, già regista di Saimir e Il resto della notte – La prospettiva è inedita e interna. Lo scrittore delimita il bene e il male, ma si mette nei panni dei ragazzi di cui parla, nei loro destini anche sbagliati, feroci, sconfitti ».

Il romanzo omonimo da cui è tratto il film si apre con lo sconvolgente racconto in soggettiva di un giovane pastore che col padre scorta sulle montagne uno dei “porci”, cioè uomini e donne rapiti.
«Ho scritto il libro in pochi giorni, di getto. Rubbettino l’ha pubblicato subito, nel 2008», dice Criaco. Dai sequestri degli anni Settanta, all’intreccio delle “anime nere” con la ‘ndragheta, fino agli anni Novanta, quando il business è ormai il narcotraffico, il libro segue i destini di tre amici. Ma, arrivando al cinema, spiega Munzi «quei personaggi, quei territori, quelle atmosfere hanno fatto un salto al giorno d’oggi ».

Anime nere racconta di tre fratelli, figli di pastori, vicini alla ‘ndrangheta, e della loro anima scissa. Il più giovane è un trafficante internazionale di droga, l’altro fa l’imprenditore a Milano grazie ai soldi sporchi del primo. Il più anziano sogna il ritorno a una Calabria preindustriale, «è la figura in cui mi identifico, per il sentimento struggente che coltiva verso la propria terra violata dal male, il marcio portato dai boss», dice Munzi. Sarà proprio il figlio del fratello maggiore, simbolo della generazione perduta, a riaccendere una faida sepolta, la guerra tra clan ma anche quella archetipica tra i fratelli. «I ventenni del libro sono diventati i quarantenni del film, costretti a un confronto che diventa conflitto».



L’altra protagonista del film è Africo. «Tutti, polizia compresa, hanno cercato di dissuadermi: luoghi troppo pericolosi. Io sentivo di dover lavorare sul territorio », dice il regista. Quel territorio descritto con passione da Corrado Stajano nel libro del ’79, e di cui Giorgio Amendola scriveva: «Africo mi ricordava l’Africa, e i racconti di Zanotti Bianco sui viaggi di sei ore in mulattiera per raggiungere il paese, quelli di un esploratore dell’800». Ricorda Criaco: «Nel 2010 Munzi ha dormito a casa mia, mangiato carne di capra. La mattina dopo eravamo già nel cuore dell’Aspromonte. Abbiamo parlato poco. Io e gli altri pescavamo, lui guardava». Munzi: «Alcuni pescavano nelle pozze isolate del fiume usando una biscia: lei addentava le trote, loro gliele sfilavano».

Ci sono due Africo, quella in montagna e quella nuova, sul mare «dove sono nato anch’io - spiega Criaco - Ma come tutti sento il legame millenario, con la montagna. L’alluvione del ‘51 fece pochi morti, ma il paese fu abbandonato. Gli abitanti spostati in baracche di legno e lamiera donate dagli svedesi, piene di quell’amianto portatore di tumori».

Africo nuova arrivò nel 1960. «Il paese vecchio era lontano settanta chilometri, irraggiungibile. Non eravamo più nella montagna, non eravamo pescatori, non eravamo più niente», ricorda Criaco.

Nel film Munzi affianca attori ad abitanti del luogo e dei paesi vicini: «Abbiamo rotto il pregiudizio di Africo come ghetto. Tutti sono stati coinvolti nel progetto. Nessuno ci ha fatto pressioni, né io ho verificato il casellario giudiziario di quelli che recitano nel film. Di questo set ricordo la partecipazione emotiva». Concorda Criaco, «hanno capito la lealtà degli scopi. Non c’erano strumentalizzazioni o stereotipi. È importante ricordarlo, il libro e il film non mitizzano il male, come oggi va di moda. Mostrando la crudezza della realtà fanno capire ai giovani che certe strade portano solo alla distruzione».



A differenza di lavori come Gomorra, il regista romano spiega di «non aver voluto approfondire il lato sociologico. La ‘ndrangheta c’è e fa da sfondo, ma ho tenuto al centro il conflitto tra i fratelli ». Una storia forte, come lo è stata la vita di Gioacchino Criaco. «Da bimbo prima della scuola portavo le bestie al pascolo con mio padre. Ho scoperto i libri, mi sono laureato, sono fuggito per vent’anni. Poi sono tornato e ho scritto, anche per rimorso: sentivo di dover raccontare, senza giustificare, le verità di tanti ragazzi spezzati dal male».

Criaco non ama parlare del fratello minore Pietro, un tempo uno dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia, oggi sottoposto in carcere al regime del 41 bis. Ma dopo il nostro incontro, invia una lettera. Scrive della ruga, il microcosmo della Locride in cui è vissuto, dei bambini nei cortili e delle donne in nero. Scrive di sangue e di vendette. E conclude: «Tanti bimbi della Locride sono diventati uomini in fuga dalle pallottole e dalla galera. Sono stati cattivi, e non m’importa se la colpa della cattiveria appartenesse solo a loro o andasse condivisa con una società cieca e sorda. Io ci sono nato in una ruga, quella gente è la mia gente. Io, all’appuntamento per la nostra intervista, le ho detto che arrivavo dall’Umbria. È vero, ma non vengo da uno dei suoi tanti posti turistici. Ci vado una volta al mese da tanti anni e ci passerò per molti altri ancora. Vado al supercarcere di Spoleto, a trovare mio fratello». 


La repubblica – 15 agosto 2014


lunedì 29 settembre 2014

Mario Tronti. Bilancio di una sconfitta



Tronti non ci ha mai molto convinto né come teorico dell'operaismo né per la sua scelta di militare nel PCI .Tuttavia ci riconosciamo in questa lunga e bella intervista che esamina retrospettivamente un percorso che è stato quello della nostra generazione.

Antonio Gnoli

Mario Tronti 


Sotto la suola delle sue scarpe è ancora riconoscibile il fango della storia. «È tutto ciò che resta. Miscuglio di paglia e sterco con cui ci siamo illusi di erigere cattedrali al sogno operaio ». Ecco un uomo, mi dico, intriso di una coerenza che sfonda in una malinconia senza sbavature. È Mario Tronti, il più illustre tra i teorici dell’operaismo. Ha da poco finito di scrivere un libro su ciò che è stato il suo pensiero, come si è trasformato e ciò che è oggi. Non so chi lo pubblicherà (mi auguro un buon editore). Vi leggo una profonda disperazione. Come un diario di sconfitte scandito sulla lunga agonia del passato che non passa mai del tutto, che non muore definitivamente. Ma che non serve più.

«Sono gli altri che ti tengono in vita», dice ironico. Quando la vita, magari, richiede altre prove, altre scelte. Forse è per questo, si lascia sfuggire, che ha cercato un diversivo nella pratica del Tai Chi: «I gesti di quella tecnica orientale rivelano, nella loro lentezza, un’armonia segreta. Tutto si concentra nel respiro. L’ho praticato per un po’. Con curiosità e attenzione. Ma alla fine mi sentivo inadatto. Fuori posto. L’Oriente esige una mente capace di creare il vuoto. La mia vive di tutto il pieno che ho accumulato nel tempo».

Come è nata la curiosità per il Tai Chi?
«Grazie a mia figlia che ama e pratica la cultura orientale. Avrebbe voluto farsi monaca, poi ha scelto con la stessa profonda coerenza quel mondo che io ho solo sfiorato».

E come ha vissuto quella decisione familiare?
«Con il rispetto che occorre in tutte le cose che ci riguardano e ci toccano da vicino».

C’è un elemento di imprevedibilità nei figli?
«C’è sempre: negli individui, come nella storia».

Si aspettava che la storia — la sua intendo — sarebbe finita così?
«Ci si aspetta sempre il meglio. Poi giungono le verifiche. Sbattere contro i fatti senza l’airbag può far male. Sono stato comunista, marxista, operaista. Qualcosa è caduto. Qualcosa è rimasto. Ho capito e applicato la lezione del realismo politico: non si può prescindere dai fatti».



E i fatti parlano oggi di una grande crisi.
«Grande e lunga. Ci riguarda, a livelli diversi, un po’ tutti. Dura da almeno sette anni e non c’è nessuno in grado di dire come se ne uscirà. Viviamo un tempo senza epoca».

Cosa vuol dire?
«C’è il nostro tempo, manca però l’epoca: quella fase che si solleva e rimane per il futuro. La storia è diventata piccola, prevale la cronaca quotidiana: il chiacchiericcio, il lamento, le banalità».

L’epoca è il tempo accelerato con il pensiero.
«Non solo. È il tempo che fa passi da gigante. Si verifica quando accadono cose che trasformano visibilmente i nostri mondi vitali».

Nostalgia delle rivoluzioni?
«No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni. Ma non solo. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo più nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto».

Quando termina l’esplosione di creatività?
«Negli anni Sessanta».

I suoi anni d’oro.
«Ironie della storia. C’è stato un grande Novecento e un piccolo Novecento fatto di una coscienza che non è più in grado di riflettere su di sé».

È un addio all’idea di progresso?
«Il progressismo è oggi la cosa più lontana da me. Respingo l’idea che quanto avviene di nuovo è sempre meglio e più avanzato di ciò che c’era prima».

Fu una delle fedi incrollabili del marxismo.
«Fu la falsa sicurezza di pensare che la sconfitta fosse solo un episodio. Perché intanto, si pensava, la storia è dalla nostra parte».

E invece?
«Si è visto come è andata, no?».

Si sente sconfitto o fallito?
«Sono uno sconfitto, non un vinto. Le vittorie non sono mai definitive. Però abbiamo perso non una battaglia ma la guerra del ‘900».

E chi ha prevalso?
«Il capitalismo. Ma senza più lotta di classe, senza avversario, ha smarrito la vitalità. È diventato qualcosa di mostruoso».

Si riconosce una certa dose di superbia intellettuale?
«La riconosco, ma non è poi una così brutta cosa. La superbia offre lucidità, distacco, forza di intervento sulle cose. Meglio comunque della rinuncia a capire. In tutto questo gran casino vorrei salvare il punto di vista ».



Il punto di vista?
«Sì, non riesco a mettermi sul piano dell’interesse generale. Sono stato e resto un pensatore di parte».

Quando ha scoperto la sua parte?
«Ero giovanissimo. Alcuni l’attribuiscono al mio operaismo degli anni Sessanta. Vedo in giro anche degli studi che descrivono il mio percorso».

In un libro di Franco Milanesi su di lei — non a caso intitolato Nel Novecento ( ed. Mimesis) — si descrive il suo pensiero. Quando nasce?
«Ancor prima dell’operaismo sono stato comunista. Un padre stalinista, una famiglia allargata, il mondo della buona periferia urbana. Sono le mie radici».

In quale quartiere di Roma è nato?
«Ostiense che era un po’ Testaccio. Ricordo i mercati generali. I cassisti che vi lavoravano. Non era classe operaia, ma popolo. Sono dentro quella storia lì. Poi è arrivata la riflessione intellettuale».

Chi sono stati i referenti? Chi le ha aperto, come si dice, gli occhi?
«Dico spesso: noi siamo una generazione senza maestri ».

Lei è stato, a suo modo, un maestro.
«Trova?».

Operai e capitale , il suo libro più noto, ha avuto un’influenza molto grande. Lo pubblicò Einaudi. Cosa ricorda?
«Fu un caso fortunoso. Non avevo rapporti con la casa editrice torinese. Mi venne in mente di inviare il manoscritto senza immaginare nessuna accoglienza positiva. So che ci fu una grossa discussione e molti dissensi tra cui, fortissimo, quello di Bobbio».

Era prevedibile.
«Assolutamente, viste le posizioni. A quel punto scrissi direttamente a Giulio Einaudi spiegando quale fosse il senso del mio libro».

E lui?
«Lo comprese pienamente. Contro il parere di quasi tutta la redazione si impuntò e il libro venne pubblicato. L’edizione andò rapidamente esaurita. Era il 1966. Avevo 35 anni. Quel testo, poi rivisto con l’aggiunta di un poscritto, ancora oggi gira per il mondo». Ne è soddisfatto?
«È un libro nel quale sono tutt’ora rimasto intrappolato. Per la gente rimango ancora quella roba lì. È difficile far capire che, nel frattempo, sono cambiato. Pensano che sia restato l’operaista di una volta».



Non è così?
«L’operaismo per me ricoprì una stagione brevissima. Poi è iniziata quella, maledetta da tutti, dell’autonomia del politico».

Maledetta perché?
«Mi resi ostile anche alle generazioni post-operaiste ».

Allude al Sessantotto?
«Lì ha inizio il piccolo Novecento. Dove è cominciata la deriva».

Fu un grande equivoco?
«Ammettiamolo: fu un fatto generazionale, antipatriarcale e libertario. Non sono mai stato un libertario».

Dove ha fallito il ‘68?
«C’è stata una doppia strada, entrambe sbagliate. Da un lato si è radicalizzato in modo inutile e perdente giungendo al terrorismo. Per me che sono appassionato del tragico nella storia lì ho visto l’inutilità e l’insensatezza della tragedia».

E dall’altro?
«Alla fine il ‘68 fu il grande ricambio della classe dirigente. La corsa a imbucarsi nell’establishment».

Niente male come ironia della storia.
«Sono i suoi paradossi e le sue imprevedibilità».

E il mito della classe operaia? La “rude razza pagana” come disse e scrisse.
«Non era certo quella che noi pensavamo. Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione. Fu una delle ragioni che mi spinsero a scoprire le virtù del realismo politico».

Fu un addio alle illusioni?
«Vedevamo rosso. Ma non era il rosso dell’alba, bensì quello del tramonto».

Dove si colloca lo “sconfitto” Mario Tronti?
«Sono un uomo fuori da questo tempo. Ho sempre condiviso la tesi del vecchio Hegel che un uomo somiglia più al proprio tempo che al proprio padre. Il mio tempo è stato il mondo di ieri: il Novecento. Che comunque non sarà mai la casa di riposo per anime belle ».

Con quale riverbero affettivo lo ricorda?
«La mia tonalità è oggi quella di una serena disperazione. Forse per questo motivo non vado quasi mai a incontri pubblici. È troppo patetico andare in giro per parlare di quel mondo. E poi, dico la verità, la sua fine non è all’altezza della sua storia. Non c’è niente di tragico ».

Lei è passato dall’operaismo a Machiavelli e Hobbes e ora alla teologia politica, ai profeti, alla figura di Paolo.
«Se me lo avessero pronosticato trent’anni fa non ci avrei creduto. Però, vede, Paolo è stato il grande politico del cristianesimo. Nelle sue Lettere c’è il Che fare? di Lenin. Guardo molto alla dimensione cattolica, al suo aspetto istituzionale. C’è forza e lunga durata».



L’accusano di flirtare un po’ troppo con il pensiero reazionario.
«Dal punto di vista intellettuale trovo molto stimolante l’orizzonte che comprende figure come Taubes, Warburg, Benjamin, Kojève, Rosenzweig. Una costellazione anomala e irriferibile alla tradizione ortodossa. Uomini postumi».

Lo chiamerebbe eclettismo?
«Non lo è. Prendo quello che mi serve. La mia bussola mentale è molto spregiudicata. Mi chiedeva del pensiero reazionario. Ebbene, non rinuncio ai filosofi della restaurazione se mi fanno capire la rivoluzione francese molto più degli illuministi».

Si sente ancora un uomo di sinistra?
«È una bella contraddizione, me ne rendo conto. Ma come potrei essere di sinistra con il pessimismo antropologico che ricavo dal mio realismo? Dichiararsi illuministi, storicisti, positivisti — come fa in qualche modo la sinistra — è illudersi che i problemi che abbiamo di fronte siano semplici».

Dove si collocherebbe oggi?
«Dalla parte sconfitta. In un senso benjaminiano. Ha presente la figura dell’Angelo? Egli guarda indietro con le ali che si impigliano nella tempesta».

È una bella immagine. Fa pensare al Dio terribile e inclemente della Bibbia. Lei in cosa crede o ha creduto?
«A chi divide il mondo fra credenti e non, rispondo che non sono né l’una cosa né l’altra. Sto, per così dire, su di una specie di confine che ha ben descritto Simone Weil: non attraversare, ma non tornare neppure indietro. Al tempo stesso, penso che il “legno storto” dell’umano per sopravvivere abbia bisogno di qualche forma di fede».

E lei l’ha incontrata?
«In un certo senso sono stato credente anch’io. Ho creduto che si poteva abbattere il capitalismo, fare il socialismo e poi il comunismo. Niente di tutto questo aveva la benché minima parvenza scientifica».

Non è rimasto niente di quella fede?
«Sono più cauto. Avverto molto chiaramente il nesso tra realismo e passione. Il realismo da solo è opportunismo, puro adattamento alla realtà. Per correggere questa visione occorre una forma di passione».

Viviamo il tempo delle passioni tristi e spente.
«Tristi, certamente. Ma non spente del tutto. Il guaio è che oggi la storia non si controlla».

Ossia?
«La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente».

Le sue preoccupazioni sembrano quelle di un uomo superato.
«In un certo senso è così. Ma non mi preoccupo. Perché dovrei? Ricordo certi vecchi che in prossimità della morte dicevano: purtroppo me ne devo andare. Mio padre credeva in un mondo migliore. Avrebbe voluto vederlo. Beato lui. Io dico ai giovani: meno male che non ho la vostra età. E sono contento che tra un po’ non vedrò più questo mondo. Questo dico».

Non si aspetta altro?
«Il futuro è tutto catturato nel presente. Non è possibile immaginare niente che non sia la continuazione del nostro oggi. Questo è l’eterno presente di cui si parla. E allora ben lieto di essere superato. Mi consola sapere che chi corre non pensa. Pensa solo chi cammina».


La Repubblica – 28 settembre 2014



Gemma e Yoghi, orsi marsicani doc



Come vivono gli orsi del Parco Nazionale d'Abruzzo. Problemi e prospettive di una specie a rischio

Serena Giannico

Gemma e Yoghi, orsi marsicani doc


Abruzzo. L’orso bruno nativo dell’Abruzzo montano, curioso ma raramente aggressivo, è una specie unica al mondo. Simbolo della biodiversità italiana. Ma c’è chi ne ha paura e vorrebbe non averlo tra i piedi. Come a Scanno, nel cuore del suo habitat. Per le associazioni di tutela bisogna rafforzare le aree protette e assegnare risorse, finora negate. Bracconaggio, errori di caccia, incidenti stadali e veri e propri agguati: sono le principali cause di morte del plantigrade

«Era­vamo nella zona delle betulle, quel giorno, die­tro a un drap­pello di alberi fol­tis­simi. Ad un certo punto, sulla cima più alta, tra il fogliame, è spun­tata lei. Che si è messa a divo­rare le cilie­gie, di cui è ingorda. Che spet­ta­colo». Davide e Giu­seppe Cetrone sono fra­telli, inge­gneri, che vivono tra Scanno e Sul­mona, nell’Aquilano, e pas­sano il pro­prio tempo libero nella natura, con mac­chi­nette foto­gra­fi­che e tele­ca­mere. Uno dei sog­getti più “clic­cati” è Gemma, la mitica, l’orsa delle appa­ri­zioni tra cor­tili, giar­dini e vicoli del borgo di Scanno.

«Non siamo noi a cer­carla – pun­tua­lizza Davide -, è intra­pren­dente. Un tempo – rac­conta – baz­zi­cava soprat­tutto nella zona di Vil­la­lago (Aq) per il miele. Adesso le sue abi­tu­dini sono un po’ cam­biate, pre­fe­ri­sce la vicina Scanno. Ricordo quella volta che ci siamo affac­ciati, per­ché i cani abba­ia­vano, e lei era lì, sotto casa, den­tro un pol­laio di legno e rete che aveva sfran­giato. I cuc­cioli aspet­ta­vano fuori. Ha cat­tu­rato una gal­lina e l’ha por­tata ai pic­coli, è rien­trata e ne ha preso un’altra. Poi ha sen­tito dei rumori: era il con­ta­dino che si avvi­ci­nava. E’ corsa via, verso i boschi, con i cuc­cioli al seguito, con le gal­line in bocca… La vedi, sta per ore nasco­sta, aspet­tando il momento buono per sgu­sciare lon­tano o entrare in azione, o elu­dere, atten­tis­sima, i fore­stali che arri­vano per pro­teg­gerla quando le sue incur­sioni fanno stiz­zire…».

Gemma è uno degli esem­plari di orso bruno mar­si­cano più seguiti, ed è cele­ber­rima. «Le sue visite in paese – con­ti­nua Davide – atti­rano turi­sti. Ci sono i curiosi e ci sono quelli che la temono, pur se non è mai stata aggres­siva: si fa i fatti suoi e basta… Si avven­tura da que­ste parti per­ché, secondo gli esperti, trova facil­mente il cibo e sa come pro­cu­rar­selo: girando tra orti, stalle, piante da frutto».

Pochi mesi fa una peti­zione, con 613 firme sui circa due­mila resi­denti di Scanno, ne ha chie­sto la cat­tura. Dopo la rac­colta firme, in estate, l’orsa è spa­rita e si è temuto il peg­gio, anche per il rin­ve­ni­mento su alcuni rami del radio­col­lare che indos­sava. Poi sono state ritro­vate le sue tracce tra arnie e ter­reni col­ti­vati: sospiro di sol­lievo. Ad immor­ta­larla, in un recen­tis­simo video not­turno, il vete­ri­na­rio Emino Galante che assi­cura: «È inno­cua. Si è tro­vata anche fac­cia a fac­cia con gente e non ha mai mostrato segnali di vio­lenza». Quando una volta l’hanno bec­cata ad assal­tare una por­ci­laia in pros­si­mità del cen­tro abi­tato di Scanno — aveva già sfon­dato una fine­stra e tirato fuori un maia­lino — ha mol­lato la preda ed è fug­gita, senza reagire


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GEMMA, PEP­PINA, YOGHI E GLI ALTRI

Capita che scor­ri­bande e assalti fac­ciano infu­riare taluni, ma Gemma, orsa con­fi­dente, è sotto sor­ve­glianza. Inol­tre i resi­denti dan­neg­giati da lei o dai suoi simili otten­gono sem­pre il rim­borso e l’Ente Parco ha anche distri­buito, con l’aiuto della Fore­stale, recinti elet­trici che emet­tono scosse per difen­dere abi­tanti e pol­lai e non fanno male al plan­ti­grado. Gemma è un esem­plare impor­tante nella popo­la­zione di orsi più a rischio al mondo. È una fem­mina pro­li­fica e per ciò la sua esi­stenza e la sua sal­va­guar­dia sono rite­nute fondamentali.

«Di orso bruno mar­si­cano – spiega Ste­fano Orlan­dini, pre­si­dente della Onlus “Sal­viamo l’orso”, con sede a Mon­te­sil­vano (Pescara) — si con­tano circa 50 esem­plari (l’ultima for­chetta sta­ti­stica dà 47–62). Sono almeno vent’anni che la spe­cie rimane peri­co­lo­sa­mente sull’orlo dell’estinzione ed è allarme, a livello inter­na­zio­nale. In tana tra dicem­bre e gen­naio, – pro­se­gue – le fem­mine met­tono al mondo da uno a tre cuc­cioli che pesano alla nascita da 200 a 500 grammi. L’alto valore nutri­zio­nale del latte materno con­sen­tirà la rapida cre­scita degli orsac­chiotti. Poi­ché resta per un paio d’anni con la prole, con cui passa almeno l’inverno e la pri­ma­vera seguenti, la fem­mina par­to­ri­sce in genere solo ogni 3–4. Tutti que­sti fat­tori, insieme a un’alta mor­ta­lità regi­strata, in una pic­cola popo­la­zione resi­duale, rende il numero delle fem­mine fer­tili un ele­mento chiave per la sua soprav­vi­venza a medio-lungo termine».



UNA SPE­CIE UNICA AL MONDO

Di “Ursus arc­tos mar­si­ca­nus” parlò per la prima volta, nel 1921, Giu­seppe Alto­bello, un natu­ra­li­sta moli­sano. Alcuni ultimi studi mor­fo­lo­gici con­fer­mano che si tratta di una spe­cie unica al mondo, dun­que ancora più pre­ziosa. «L’enorme pres­sione eser­ci­tata dalle atti­vità umane, — fa pre­sente Orlan­dini — unita alla pro­gres­siva ero­sione e fram­men­ta­zione del ter­ri­to­rio (con asfalto, impianti da sci, tagli delle fore­ste e scel­le­rati impianti eolici) hanno con­fi­nato l’habitat di que­sto ani­male quasi esclu­si­va­mente alle mon­ta­gne dell’Appennino Cen­trale (Abruzzo, Lazio e Molise), carat­te­riz­zate da minore disturbo e dalla dispo­ni­bi­lità di risorse ali­men­tari suf­fi­cienti al sostentamento.

La mag­gior parte della popo­la­zione di orso mar­si­cano si con­cen­tra nel Parco Nazio­nale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm), nella cosid­detta “core area”, e nella sua Zpe (Zona di pro­te­zione esterna)». Indi­vi­dui iso­lati, in genere gio­vani maschi, si spo­stano, con una certa fre­quenza verso altre zone verdi d’Abruzzo, quali prima di tutto il Parco Nazio­nale della Majella, la Riserva regio­nale del Monte Gen­zana ed il Parco regio­nale del Sirente-Velino. Ad oggi le uni­che ripro­du­zioni certe avven­gono nel Pnalm. Segna­la­zioni di orso sono arri­vate dal Gran Sasso e dagli Ernici Laziali fino ai Sim­bruini e dal Parco dei Sibil­lini (con­fine Umbria-Marche) a testi­mo­nianza delle nume­rose aree che potrebbe acco­gliere la spe­cie. Ma anche dalla val­lata del San­gro (Ch) – a Piz­zo­fer­rato e nell’Abetina di Rosello – dove, tra gli altri, pare baz­zi­chi Mario: per­ché que­sta è la regione dove quasi tutti gli orsi hanno un nome.



SOS: TRA DISIN­TE­RESSE E SCARSA TUTELA

«La prima minac­cia alla soprav­vi­venza della spe­cie, che rischia di scom­pa­rire, – attacca Orlan­dini – viene dal disin­te­resse e dalla man­canza di azioni inci­sive da parte della Regione Abruzzo e del mini­stero dell’Ambiente che, negli ultimi sei-sette anni, dopo essere stati tra i fir­ma­tari del Patom (Piano d’azione per la tutela dell’orso mar­si­cano) niente hanno fatto per attuare ini­zia­tive e pre­scri­zioni da esso det­tate». Salvo poi alzare la voce e rila­sciare inu­tili dichia­ra­zioni stampa quando ven­gono rin­ve­nute car­casse di ani­mali in putre­fa­zione. «La seconda — rimarca -, in parte legata alla pre­ce­dente, è l’inefficacia dell’azione degli organi del Pnalm a cui va aggiunto il mene­fre­ghi­smo di quasi tutti gli enti locali. Sem­plici ini­zia­tive, che sareb­bero fon­da­men­tali, non ven­gono quasi mai adot­tate: vac­ci­na­zione e rimo­zione del bestiame dome­stico dalle aree di riserva inte­grale, chiu­sura delle strade, sor­ve­glianza più effi­cace, instal­la­zione di cartellonistica».

Tra le prin­ci­pali cause di morte dell’orso mar­si­cano ci sono il brac­co­nag­gio ed “errori” durante le bat­tute di cac­cia. Per que­ste ragioni tra il 1977 e il 1986 ci sono stati 15 orsi uccisi, men­tre tra il 1991 e il 2000 ne sono stati con­tati 19. Poi ecco l’utilizzo dei boc­coni avve­le­nati «per la boni­fica dei pre­da­tori», soprat­tutto nelle aree dei tar­tufi o nelle zone da alle­va­mento. Così l’orso Ber­nardo e la sua fami­glia sono stati ster­mi­nati nel 2007 quando una car­cassa di capra fu imbot­tita di un potente inset­ti­cida e usata come esca. Non man­cano gli inci­denti stra­dali, dopo alcuni inve­sti­menti negli anni ’80 avve­nuti per impatto con il treno. Una fem­mina di orso è stata fal­ciata, dalle auto in corsa, su un ret­ti­li­neo della sta­tale 83 “Mar­si­cana” appena fuori l’abitato di Pescas­se­roli (Aq) nel mag­gio 2011, men­tre altri due esem­plari hanno tro­vato la fine nel 2013 a Tor­nim­parte, sulla A24, e sulla strada tra Anversa e Vil­la­lago, sem­pre in pro­vin­cia dell’Aquila.

E’ stato, infine, accer­tato che almeno l’80% delle pato­lo­gie peri­co­lose per l’orso pro­ven­gono dal bestiame dome­stico o da cani ran­dagi (bru­cel­losi, cimurro, par­vi­rosi ed epa­tite infet­tiva canina, tuber­co­losi bovina). Pro­prio nei giorni scorsi un alle­va­tore di Gioia dei Marsi (Aq) è stato denun­ciato per aver inten­zio­nal­mente libe­rato 27 muc­che in qua­ran­tena per­ché infette da tuber­co­losi bovina.

«Mini­stero e Regioni – evi­den­zia Legam­biente per bocca dei pre­si­denti dei Comi­tati regio­nali di Abruzzo, Lazio e Molise, Giu­seppe Di Marco, Roberto Scac­chi e Marias­sunta Liber­tucci — deb­bono pas­sare dalle parole ai fatti: indi­vi­duare nella tutela dell’orso una prio­rità del Paese, raf­for­zare le aree pro­tette e asse­gnare risorse, finora negate, alla sal­va­guar­dia del plan­ti­grado, sim­bolo della bio­di­ver­sità ita­liana. Biso­gna dare seguito a prov­ve­di­menti legi­sla­tivi e stru­menti da un pezzo indi­vi­duati ma mai ope­ra­tivi». «Dal 2010 – sot­to­li­nea Dona­tella Bian­chi, pre­si­dente Wwf Ita­lia – sono 13 gli orsi mar­si­cani uccisi nel Cen­tro Ita­lia e il risul­tato è che in 4 anni abbiamo perso un quarto degli esem­plari esi­stenti ( in un anno il 10%). Le isti­tu­zioni, finora, si sono dimo­strate inca­paci di inter­ve­nire, con stra­te­gie e com­pe­tenze degne del valore di que­sta spe­cie. È una situa­zione di crisi che richiede prov­ve­di­menti ecce­zio­nali ed urgenti».


Il Manifesto – 21 settembre 2014

Malevich o la libertà assoluta



Nel 1913 rimase folgorato a Mosca dalla mostra di 147 icone antiche private delle ridipinture. Decise così di dipingere un nuovo tipo di icona, radicalmente quadrata, libera dal dovere del contenuto.

Giuseppe Frangi

Malevich

Era nato a Kiev, città appartenente all’allora impero russo, nel 1879, da genitori cattolici polacchi. Si era formato a Mosca come disegnatore tecnico e lavorando per le ferrovie. Nel 1915 si rivelava al mondo con una mostra in una galleria a San Pietroburgo. Città dove sarebbe morto nel 1935, e che nel frattempo aveva cambiato nome in Leningrado. Nel mezzo, anche un periodo di insegnamento a Vitebsk, in Bielorussia, dove aveva preso la cattedra a cui l’aveva chiamato l’ebreo Marc Chagall.

Bastano pochi cenni dalla biografia di Kasimir Malevich per intuire come la mostra che la Tate Gallery gli ha dedicato (Malevich, a cura di Achim Borchardt-Hume, sino al 26 ottobre), sia oltre che l’occasione di esplorare uno dei grandi innovatori del 900, anche un’opportunità per capire quale siano la complessità e le stratificazioni che segnano un territorio e la sua cultura. Quella di Malevich, in un certo senso, è quindi una mostra di inattesa attualità.

Allestita al terzo piano della Tate Modern, l’esposizione non si fa e non ci fa mancare niente: solo il primo dei Quadrati neri, quello del 1915, non ha potuto arrivare da Mosca per la sua fragilità. Per il resto i prestiti sono di qualità eccezionale, grazie alla rete di istituzioni che hanno fatto da promotori della mostra: dallo Stedelijk Museum di Amsterdam, alla Khardzhiev Foundation, sempre olandese, sino alla Costakis Collection di Tessalonica (quella della Tate è la seconda tappa, dopo Amsterdam e prima della conclusione alla Bundeskunsthalle di Bonn).

Black Square (1913)
























«Un artista russo»: non è il sottotitolo della mostra, che ai sottotitoli accalappia-visitatori giustamente non ricorre, ma è il titolo che è stato assegnato alla seconda sala. Siamo intorno 1910 e l’identità di Malevich, per quanto sia artisticamente ancora incerta, intellettualmente e poeticamente è già ben delineata. Ha avuto modo di vedere quel che un grande collezionista come Sergei Shchukin aveva portato da Parigi, in particolare i Picasso e i Matisse della grande accelerazione di inizio secolo, ma non se ne è lasciato contaminare. Malevich da subito marca la sua differenza, a costo di pagare il dazio di qualche ingenuità di troppo e di sperimentare stili espressivi in modo che a volte sembrano un po’ random.

Ma lui è russo (per quanto parli anche polacco), e non ha né l’intenzione né la tentazione di sottrarsi a questo suo destino. Si capisce presto cammin facendo, che il suo è un obiettivo, o meglio una missione, precisa: portare l’antica Russia, rispettandone sono in fondo l’anima, in prima linea sulle frontiere della modernità. Il primo aggancio tra Russia e modernità prende forma non su una tela ma su un palcoscenico nel 1913, quando Malevitch cura, nell’allora San Pietroburgo, costumi e scenografie per Vittoria sul Sole, opera cubo-futurista musicata da Mihhail Matyushin con un testo del poeta Velimir Khlebnikov.

Le scene sono in bianco e nero, e dominate dalla ripetizione di forme quadrate: cinque in fuga, per dare profondità di campo, e uno alle spalle dello spettatore, per dargli la sensazione di essere chiuso nella dimensione intima di un cubo. Il Quadrato nero arriverà due anni dopo, anche se Malevich lo data al 1913. Lo avrebbe “svelato” il 15 dicembre 1915 con un’operazione che ha tutte le caratteristiche di un passaggio storico.

La mostra “Ultima esposizione futurista di quadri 0,10“ si tiene alla Dobychina di San Pietroburgo. Lo zero sta indicare l’anno di inizio di una nuova storia, il 10 il numero di artisti che inizialmente avrebbero dovuto esporre (in realtà furono di più). Il riferimento al futurismo ha qualcosa quasi di canzonatorio: il futuro dell’arte non va nella direzione indicata dall’avanguardia che pur aveva fatto maggiormente breccia nella cultura artistica russa. A documentare quella sala ci resta un’unica, storica fotografia: dei 39 quadri esposti riconoscibili, è nota la sorte di 12. Ben nove di questi sono stati portati in mostra. Ma il cuore della sala è il Quadrato nero su fondo bianco, posizionato con una scelta che più “russa” non si sarebbe potuto, nell’angolo della stanza. Cioè rispettando la tradizione con cui venivano appese le icone nelle case.

Certamente più delle tambureggianti novità che venivano dall’Europa occidentale, Malevich fu interessato da quella mostra evento che si tenne a Mosca nel 1913, quando per la prima volta vennero presentate 147 icone, dal XIV al XVII secolo, liberate dalle ridipinture con cui nel tempo si era tentato di ovviare all’ingiallimento delle tavole. Fu una mostra evento che colpì tutta la nuova generazione di artisti, da Tatlin alla Gontcharova. Ma come ha scritto Tatjana Vlibinkova, «l’interesse più coerente mostrato per l’icona fu quello di Malevitch… Le composizione delle icone, costruite con nitore, facilmente riconducibili a forme geometriche impiegate talvolta in modo diretto, trovarono una prosecuzione nella sua aspirazione a creare una “nuova icona”».

Quando qualche anno dopo iniziò a insegnare a Vitebsk, in classe teneva spesso un’icona. Non c’era un’adesione religiosa, evidentemente. Ma c’era un’adesione a quel principio per cui l’arte si è liberata dal dovere di un’espressività e anche da un contenuto, essendo che il contenuto dell’icona è qualcosa che non appartiene a chi le realizza. «L’arte nuova ha posto in primo piano il principio secondo cui l’arte può ammettere solo se stessa come contenuto. Così in essa troviamo non l’idea di qualche cosa, ma solo l’idea dell’arte stessa», scrive nel testo fondante del Suprematismo.

Supremus N.50
























È un’idea che si radicalizza sino ai quadri bianco su bianco che Malevich ribattezza come “morte della pittura” e confluisce in un percorso pedagogico, negli anni dell’insegnamento a Vitebsk e poi a Leningrado.

Alla mostra londinese questa esperienza viene illustrata in una magnifica sala dove trovano spazio le grandi tavole che spiegavano teorie e percorsi della Nuova arte (UNOVIS, il collettivo che Malevitch aveva messo insieme era l’acronimo di Utverditeli Novogo Iskusstva, cioè Campo della Nuova Arte). Sono frutto di un lavoro collettivo, con scritte a volte anche in tedesco, perché Malevich volle portarli con sé in una missione all’estero nel 1927, a Berlino e in Polonia.

Durò poco quella missione. Perché venne richiamato in Russia e Malevich dovette lasciare quelle tavole a Berlino. Il clima, con la salita al potere di Stalin era cambiato, e l’oscillazione che questa svolta aveva sulla linea dell’arte russa la si può registrare nella grande sala posta come snodo centrale della mostra, dove sono allineati un centinaio di disegni, veri e proprio “pensieri” grafici messi su carta, che coprono tutto l’arco della carriera di Malevich. L’input era quello di tornare alla figurazione. Malevich non se ne sottrae e inizia un percorso per “reinventare la pittura”.

Ancora l’icona funziona da ancoraggio per queste sagome semplificate e rigorosamente frontali che raccontano una Russia profonda e che contrassegnano la fine degli anni 20. Sono volti svuotati di identità, che diventano quasi emblema di quella stagione di totalitarismo cieco. Ma è chiaro che quella non è strada che possa convincere Malevich, tanto più che non lo protegge dalle malversazioni del potere (nel 1930 viene anche arrestato con l’accusa di spionaggio a favore della Germania).

Gli ultimi anni sono gli anni dell’eclissi. Malevich sparisce dalla sfera pubblica e s’abbandona ad una pittura strana, affascinante, forzosamente anacronistica. A chiudere la mostra c’è quel famoso Autoritratto in cui posa con una strana solennità, con il costume di Cristoforo Colombo. È un artista evidentemente rassegnato ad essere quello che non avrebbe dovuto essere; rassegnato a dipingere secondo un’idea per lui certamente fuori tempo massimo: ma per quanto costretto ad essere straniero a se stesso, con questo Autoritratto così scopertamente ingenuo, ci dice una cosa che colpisce e anche commuove.



Che la libertà di un artista vive anche dentro i muri di una costrizione ideologica ed estetica che può sembrare intollerabile. Che la sua coscienza può restare intatta, anche se non ha più spazi per esprimersi, anche se costretta ad una sorta di mutismo. Non a caso nell’angolo, l’Autoritratto, al posto della firma, come tante altre opere di questi anni estremi, ha un piccolo quadrato nero, dipinto come lo dipingerebbe un bambino. È un segno distintivo, che non ha più l’esatta definizione di un tempo. Non ha più quella forza, quella chiarezza, quella baldanza. Ma è lì, anche nel momento dell’impotenza, a suggerire che quella comunque era la strada.

Malevich morì nel 1935. Con lui venne accuratamente sepolta anche la sua opera. Per rivedere in pubblico il Quadrato nero bisognerà addirittura aspettare gli anni 80. Nel frattempo il monocromo aveva conquistato gli artisti di mezzo occidente. Ma a dispetto dell’apparente somiglianza, era tutta un’altra storia. Perché la Russia ha tutta un’altra storia.


Il Manifesto/Alias – 21 settembre 2014


domenica 28 settembre 2014

A proposito del Non-convegno situazionista di Sesta Godano



A proposito del Non-convegno situazionista di Sesta Godano

Punto della situazione n. 1



In occasione dei 20 anni dalla morte di Guy Debord, venerdì 19 settembre si è svolto presso la Sala Consiliare del Comune di Sesta Godano (SP) un incontro situazionista.

Con la presidenza di Roberta Biasotti e la presenza dell’Assessore alla cultura Davide Calabria, sono intervenuti studiosi e attivisti delle avanguardie di varia provenienza che hanno discusso sulle teorie e pratiche situazioniste: Giorgio Amico, Pino Bertelli, Roberto Massari, Sandro Ricaldone, Antonio Saccoccio, Alessandro Scuro. All’ultimo momento non sono potuti intervenire Michele Nobile (che ha inviato un testo che in parte è stato letto) e Donatella Alfonso.

L’incontro, lungi dall’essere un’erudita dissertazione, si è presto trasformato in un vivace dibattito sull’attualità delle teorie debordiane. Bertelli, Saccoccio e Massari, in particolare, hanno sottolineato la necessità di continuare a sviluppare alcune intuizioni di Debord e di altri situazionisti. La spettacolarizzazione del reale e lo «slittamento generalizzato dell’avere nell’apparire» (Tesi 17 de La società dello spettacolo) sono oggi dati di fatto.

Massari, confermando alcune ipotesi di Nobile, ha svolto il proprio intervento su un terreno socio-politico (merce, alienazione, capitale, lavoro). Saccoccio ha insistito sul superamento dell’arte, segnalando che retrocedere su questo punto significherebbe tradire tutta la teoria situazionista. Bertelli ha proiettato il film di Debord La société du spectacle, analizzando le tecniche di détournement impiegate.

Amico ha messo in evidenza l’importanza cruciale della figura di Asger Jorn. Ricaldone ha mostrato come la genesi di alcune teorie situazioniste sia da rintracciarsi nei movimenti d’avanguardia precedenti, soprattutto nel Lettrismo. Ed è proprio sulle figure di Isou e Pomerand che si è soffermato Scuro, avviando così la presentazione del suo libro – Il lettrismo - pubblicato dalle edizioni Massari, poi proseguita con una lettura interpretata in sala.

Alcune Tesi de La società dello spettacolo sono state riproposte per la loro attualità: «Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli…» (Tesi 1); «Lo spettacolo in generale, come inversione concreta della vita, è il movimento autonomo del non-vivente» (T. 2); «Lo spettacolo è il cattivo sogno della so- cietà moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire» (T. 21).

Saccoccio e Bertelli hanno affermato che forse oggi può servire più la visione di Raoul Vaneigem e del suo Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni che quella di Debord. Tra gli intervenuti del non-pubblico presente in sala, va segnalato Stefano Balice che ha sottolineato l’importanza delle teorie e pratiche elaborate da Pinot-Gallizio.

Dibattito acceso, come prevedibile, sulla diffusione delle tecnologie digitali e della rete globale, tra posizioni critiche/negative (Massari e altri) e positive/possibiliste (Bertelli, Balice, Saccoccio). L’argomento non è affatto secondario per lo sviluppo di una critica radicale contemporanea e sarà certamente ripreso nei prossimi incontri.

Menzione speciale va fatta per il tour ciclo-situazionistico di Antonio Marchi che, partito da Trento in bici, ha fatto le seguenti tappe «storiche»: Alba, Cosio, Albisola, Sesta e ritorno a Trento.

Prima di passare a una simpatica cena sociale, Massari ha abbozzato delle «conclusioni» del convegno (in realtà un non-convegno – come preannunciato e in accordo allo spirito situazionista), frutto di due giorni di continue discussioni e inaspettate derive sul territorio spezzino dell’alta Val di Vara. È stato dato appuntamento per il prossimo incontro che, d’accordo con Roberto Peccolo – gallerista-editore di Livorno che ha contribuito, con mostre e convegni, a documentare le vicende del Lettrismo e dell'Internazionale situazionista - si svolgerà a maggio prossimo nella sua galleria. 

Il nuovo evento verrà costituito come Punto della Situazione n. 2. [Si può considerare «Punto della Situazione n. 0» la commemorazione del 50° della fondazione dell’Internazionale situazionista, svoltosi a Cosio d’Arroscia il 14/7/07, su iniziativa del Comune di Cosio e alla presenza, tra gli altri, di Simondo, Amico, Massari, Ricaldone.] 

Il Non-convegno è stato organizzato dal Movimento guevarista por la revolución, Massari Editore, Tracce, Utopia Rossa, Vento Largo, con il patrocinio del Comune di Sesta Godano.   (a.s.)

www.utopiarossa.blogspot.com



Miti allucinogeni. La preziosa leggenda dei poteri forti



Renzi si lamenta di essere sabotato dai “poteri forti”. Ma a chi si riferisce? Ancora una volta torna il complottismo tanto caro alla politica italiana (di destra e di sinistra).

Giorgio Meletti

Miti allucinogeni
Alle prime difficoltà torna tra noi la preziosa leggenda dei poteri forti 


Sono tutti uguali, come i difensori che quando beccano il gol alzano il braccio per chiedere giustizia all'arbitro. Può esserci solo un fallo in attacco o un sia pur millimetrico fuorigioco, all'origine del disastro. Fedele al suo profilo polisportivo, anche Matteo nostro alza da New York il braccio-ne transatlantico per segnalare il fallo più odioso, la zampata dei “poteri forti” in piena area di riforme. Come se finora avesse gestito potere e nomine solo con Don Ciotti.

E COME RENZI tutti gli altri. Quando gli dice bene, i poteri forti non esistono. Quando gli dice male altro che, vivono e lottano contro di noi, potenti e coesi. Nota Diego Della Valle: “Dice che i poteri forti lo bloccano, poi va ad accreditarsi dai poteri forti”. E il povero elettore estraneo alle dietrologie rettiliane deve chiedersi chi diavolo siano questi sfuggenti poteri forti. Li ha visti accusati di essere la vera spinta propulsiva dei trionfi politici dei Silvio Berlusconi, dei Mario Monti, degli Enrico Letta e dei Renzi. Poi di colpo li vede trasformati dal lamento dei declinanti in leopardiane nature matrigne che non rendono poi quel che promisero allor.



FANTASMI della frustrazione, Dei invidiosi di portata diseguale, assisi in un vasto Olimpo dove il direttore di giornale giace con il premier straniero, e l'imprenditore mediocre in cerca di riscatto confindustriale abbracciato il presidente della Bce e gli sussurra la nuova trama per far fuori l'innovatore in eccesso di hybris.

Almeno i poteri forti di una volta erano opachi come Enrico Cuccia, e austeri, eminenze grigie vere e non necessariamente legate alla finanza sonante; trasversali ai partiti quando i partiti non erano trasversali a se stessi. Ma adesso quei poteri forti non ci sono più, e siamo costretti a surrogarli con comparse slavate costrette a mostrarsi, sennò che comparse sarebbero, definitivamente dagospizzate, immerse nei recessi della loro coscienza sporca a caccia di sapida aneddotica per il libro di memorie. Almeno il primo vero teorico dei poteri forti, Pinuccio Tatarella, ministro delle Poste nel primo governo Berlusconi, fece lo sforzo di catalogarli: la Corte Costituzionale, il consiglio superiore della Magistratura, Mediobanca, la Massoneria, l'Opus Dei.



Inneggi pure la curva renziana all’urlo del capo: “Per tornare a fare l'Italia siamo pronti, se servirà, a fare battaglie in Parlamento e a sfidare i poteri forti”. Ma la sfida non ci sarà mai. Volete la prova? Bastino i precedenti. Nel 1992 Massimo D'Alema, lungimirante, teorizzava che i poteri forti si stavano mettendo d'accordo con Gava, Forlani e Andreotti per imbavagliare la democrazia. Il tempo di dirlo e i tre erano in manette o giù di lì, presi per il bavero dal cosiddetto partito delle procure che, nella vulgata degli intelligentoni, era l'architrave dei poteri forti.

E del resto D'Alema, da vero statista, ha fatto molto per tranquillizzare il Paese. Nel 1995 ci assicurò, lui che l'ha sempre saputa lunga, che Berlusconi godeva del pieno appoggio dei poteri forti: “Se avessero voluto toglierlo di mezzo, sarebbe bastato che due-tre banche chiedessero il rientro dai debiti. Quando Berlusconi ha finto di vendere le tv, i poteri forti lo hanno aiutato”. Dopo la vittoria elettorale del Caimano nel 2001, D'Alema fece la capriola: “Berlusconi ha saputo tessere un rapporto con la borghesia italiana, con i poteri forti che gli furono ostili nel '94”. Ecco la prova che ci tranquillizza: i poteri forti sono solo fantasmi à la carte.



IL PIÙ SERIO era Francesco Cossiga. Lui ai poteri forti non solo credeva ma era anche sinceramente affezionato, e ci parlava, come San Francesco con gli uccelli. E così rievocava tutto serio che nel 1998, quando fu fatto fuori Romano Prodi, “consultammo i cosiddetti poteri forti, ricevendone approvazione incondizionata sul nome di D'Alema e utilizzammo l'argomento della fedeltà di D'Alema e dei Ds al Patto Atlantico per superare le difficoltà psicologiche di alcuni alleati”. Ma Cossiga non c'è più, ci toccano le controfigure che giocano a nascondino con i fantasmi della loro depressione. Mario Monti è uno strepitoso alzatore di braccio. Quando diventò premier, novembre 2011, si presentò così al Senato: “Per quanto riguarda l'atteggiamento del governo o dei suoi membri nei confronti di iniziative e complotti dei poteri forti o delle multinazionali o di superpotenze negli Stati Uniti o in Europa, permettetemi di rassicurarvi totalmente”.

Supermario giurava che li aveva fatti incazzare davvero, ed era fiero, tanti nemici tanto onore. Sei mesi dopo già faceva la lagna: “Il mio governo e io abbiamo sicuramente perso in questi ultimi tempi l'appoggio che gli osservatori ci attribuivano, spesso colpevolizzandoci, dei cosiddetti poteri forti perché non incontriamo favori in un grande quotidiano rappresentante e voce di potere forte e in Confindustria”. Seguite la logica frattale del professor Monti: i poteri forti sono il Corriere della Sera, proprio come dicevano i dietrologi che però consideravano proprio lui, l’editorialista principe di via Solferino, la prova della loro teoria.

Eccone un altro, Renato Brunetta: “Berlusconi dava troppo fastidio ai poteri forti nazionali e internazionali”. E quindi i poteri, pur forti, ma soprattutto volubili, hanno impiegato vent’anni a far fuori Berlusconi per sostituirlo con Monti di cui si stancarono pochi mesi dopo, e ci hanno messo Enrico Letta mentre già pensavano a Renzi, infatti puntualmente accusato da D’Alema, l’implacabile, di essere uomo dei poteri forti, che nel frattempo si sono già disamorati del twittatore. Qui l’unica notizia è una classe politica nevrastenica. E tutto perché il direttore del Corriere della Sera ha scritto Massoneria in prima pagina.

il Fatto – 27 settembre 2014


Un monaco amanuense a Palo Alto



A scuola ci hanno insegnato che nonostante le invasioni barbariche la cultura occidentale si mantenne grazie al lavoro di generazioni di monaci amanuensi che chiusi nei loro conventi pazientemente ricopiarono ciò che restava delle grandi opere dell'antichità. In realtà gli amanuensi esistono ancora e proprio nel luogo simbolo della tecnologia informatica.

Un monaco amanuense a Palo Alto

Intervista di Simonetta Fiori


«SONO contento che il mio libro esca in Italia, paese cruciale nella storia della scrittura». Ewan Clayton è uno dei più famosi calligrafi del mondo, una figura senza tempo, capace di viaggiare con disinvoltura tra epoche remote e futuro tecnologico. Forse perché per cinque anni è rimasto chiuso in un monastero, «monaco amanuense del XX secolo» dice lui, per poi trovarsi catapultato nello Xerox Parc a Palo Alto, la famosa divisione di ricerca dove erano stati inventati i computer connessi in rete e le finestre di windows. «Entrambe sono state esperienze religiose», racconta dal suo studio nell’Università del Sunderland, in Gran Bretagna. La sua biografia ci aiuta a capire un’opera affascinante e ambiziosa come The Golden Thread ( ora tradotto con il titolo Il filo d’oro).

È una storia della scrittura che comincia sulle pareti rocciose nell’Alto Egitto e si ferma — al momento — nei laboratori della Silicon Valley. Tremila anni di parole scritte attraverso rotoli di papiro, tavolette di cera, marmi, pergamene, penne d’oca, pennini, penne a sfera, penne a biro, macchine da scrivere e schermi pixelati. La scrittura secondo Clayton è un atto fisico, non solo intellettuale. È il frutto di un movimento, che coinvolge dita, braccio e spalla. Possiede una dimensione artigianale e iconografica, a cui hanno lavorato moltissimi uomini per favorire la trasmissione di conoscenza. E le lettere dell’alfabeto veicolano sì suoni e significati, ma sono anche corpi sensuali, provvisti di “odore”, “consistenza”, “luminosità”, “colore”. Quello del calligrafo inglese è un inno al saper scrivere che oggi si trova davanti a una nuova sfida, forse la più difficile: scriviamo sempre di più, ma in che modo? «Le nuove tecnologie ci permettono di reinventare il nostro rapporto con la parola scritta, ma non sappiamo ancora a quali elementi affidarci. Ho pensato che la prima cosa da fare fosse raccontare in che modo la scrittura è arrivata a essere ciò che è».



Che cosa ha capito dopo aver scritto il libro?

«Oggi abbiamo bisogno di tutte le tecniche, quelle antichissime e le più innovative. Passato e futuro non sono in guerra. Al contrario, dobbiamo coltivare la ricchezza della scrittura nelle sue varie modalità, cartacee e digitali, evitando ogni fondamentalismo. E coloro che ora sono chiamati a intessere il filo d’oro della comunicazione scritta dovranno fare in modo che non si perda il senso di un’orditura secolare».

Sul futuro della scrittura lei appare molto ottimista.

«Sì, perché penso al suo ruolo che è irrinunciabile. Le tecniche vanno e vengono: ciò che oggi ci sembra all’avanguardia domani sarà superato. Ma ciò che non si esaurisce mai è la capacità inventiva dell’essere umano. Le generazioni future non smetteranno mai di provare piacere nello scrivere. E negli artefatti scritti cercheranno sempre la bellezza. In fondo è solo negli ultimi decenni che i giovani hanno sviluppato una loro cultura grafica autonoma».

Questo è vero, però non sappiamo più scrivere a mano. E non riconosciamo la nostra calligrafia.

«È anche questa la ragione per cui ho voluto scrivere questo libro. Credo che oggi la fascinazione digitale produca falsi dilemmi. Tendiamo a enfatizzare i benefici di una tecnica di scrittura a scapito di un’altra, ma se vogliamo insegnare ai ragazzi l’uso del computer non dobbiamo certo smettere di insegnare il corsivo. Chi sa scrivere a mano sarà sempre in vantaggio su chi sa premere dei tasti, sia sul piano della memoria che su quello dell’organizzazione del testo. Lo dicono anche le neuroscienze. Se durante una conferenza lei prende appunti sul taccuino, le sue note mostreranno una costruzione più strutturata rispetto a quelle del “suonatore di pianola”, che richiama i fatti più che i concetti. E chi scrive a mano tende a trattenere di più le informazioni».

Lei perché si è appassionato alla scrittura?

«Da bambino fui ipnotizzato dalla calligrafia di un dottore: pensavo che fosse la cosa più bella che avessi mai visto. Però a 12 anni cominciai a fare confusione tra le lettere. Mi avevano insegnato tre stili diversi in pochi anni e la mia grafia divenne illeggibile. Così fui rimandato in classe con i bambini di otto anni, davvero mortificante. Ma la mia fortuna è stata quella di crescere in un piccolo paese dove aveva vissuto il grande calligrafo Edward Johnson. Mia nonna andava a ballare con la signora Johnson, così mi diedero da leggere la sua biografia, e mia madre mi fece avere una tavola di prove calligrafiche. Rimasi incantato».



Imparò il mestiere di calligrafo, ma poi decise di chiudersi in un convento benedettino.

«A 28 anni mi ammalai di cancro, così pensai a tutte le cose che dovevo fare prima che fosse troppo tardi. La più folle fu senza dubbio quella di farmi monaco, una scelta ostinatamente contraria a quei tempi, l’Inghilterra di Mrs Thatcher. Restai al Worth Abbey per cinque anni. “Brother Ewan”, mi disse una volta il priore, “penso che la vita qui dentro ti stia stretta come una scarpa di un numero più piccolo”. Il giorno dopo fui investito da una macchina e pensai: “Ok, forse hai ragione”. Lasciai il convento. Per fortuna dopo pochi mesi fui chiamato in California come consulente del Palo Alto Research Centre, alla Xerox».

Dal monastero alla Silicon Valley. Come fu il passaggio?

«Fu uno shock, ma neppure tanto. Ebbi un colloquio con John Seelay Brown, direttore della Xerox, e capii subito che aveva gli stessi problemi del priore. I ricercatori si misurano con l’ignoto. Ed è come vivere una vita religiosa, che richiede contemplazione. Soprattutto bisogna convivere con ciò che ancora non si conosce, nella buona e nella cattiva sorte. John mi disse una volta che il suo principale lavoro consisteva nel fare di tutto per non sedersi davanti ai problemi. È questo che porta a nuove rivelazioni e scoperte».

Ha mai conosciuto Steve Jobs?

«No, non l’ho mai incontrato però ho imparato moltissimo da lui. Era un tecnico che aveva capito l’importanza della maestria artigiana. Ha creato oggetti bellissimi e io gli sono profondamente grato perché negli anni dell’università aveva studiato calligrafia. Fin da principio ebbe molto chiaro quanto fosse importante trasferire nel nuovo medium la tradizione della grafica e delle arti tipografiche ».

Ho letto che lei ha aiutato Apple a creare nuovi caratteri.

«No, il mio ruolo alla Xerox era più ampio. L’azienda aveva inventato molta della tecnologia che ha prodotto la rivoluzione digitale: i concetti di window, di desktop e mobile computer, la filosofia del “look and feel” che c’è dietro la Apple. Ma il management non aveva capito le potenzialità di queste invenzioni, lasciando che i loro artefici prendessero il volo. Poi la Xerox decise di puntare sulla gestione dei documenti, senza però sapere cosa fossero. Così fui assunto come calligrafo: dovevo offrire il mio sguardo d’artista a un team di scienziati».

Cosa significa essere alfabetizzati nel XXI secolo?

«Credo che si tratti di un work in progress. Le società evolvono in continuazione e la scrittura è un fenomeno sociale. Ci si chiede di scrivere in modo sempre diverso e noi dobbiamo padroneggiare non solo le diverse forme di scrittura ma anche le istituzioni che ci sollecitano a diversificare l’impiego delle nostre competenze alfabetiche. Emilia Ferreiro, allieva di Piaget, sosteneva la necessità di concepire l’alfabetizzazione come un continuum, un percorso che continua da grandi. Gli ultimi vent’anni ne sono una straordinaria conferma ».

La Repubblica – 27 settembre 2014



Ewan Clayton
Il filo d'oro
Bollati Boringhieri, 2014
euro 25

L'Italia dell'abbandono. Un atlante delle rovine tra memoria e futuro



Occupandoci di Paraloup, la borgata della Valla Stura, recuperata dalla Fondazione Revelli, ci siamo imbattuti in questo libro, edito da Einaudi nel 2012. Un felice incontro.

Giorgio Boatti

Spaesati traghettatori tra rovine e futuro


Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un Paese come l’Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro (pp. 250, € 18), che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c’è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo etc etc…”?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.

Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l’autrice: poiché “la maceria… è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più”, mentre la rovina è il suo contrario: “irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto… incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente “in rovina”) essa dà tuttavia ancora segni di vita”. La rovina è qualcosa di “caduto fuori dal tempo, costretto a cedere a nuove pur precarie funzionalità, a progetti a loro volta mai durevoli”. La rovina, insomma, “è sospesa in una fine, piuttosto che finita”.

Dunque se questa è la rovina, e se costruire è dar vita a qualcosa di nuovo per farvi abitare il futuro, costruire attingendo a rovine è accendere un cortocircuito, evidenziare contraddizioni e implicazioni di un non sopito evolvere.



Del resto ne sa qualcosa questo nostro Bel Paese nel quale, da sempre, sino a poco tempo fa, il nuovo è stato quasi sempre fabbricato attingendo, in qualche misura, alle rovine circostanti. Dando vita a quella metabolizzazione del passato, a volte riuscita, a volte molto meno, da parte del presente. Da qui prendeva e prende vita il non ancora esistente. Il futuro, dunque.

È con questo spirito che, senza enfasi, con applicazione e sabaudo understatement, muove il viaggio di Antonella Tarpino lungo la penisola alla ricerca di luoghi in abbandono. Muove i primi passi dalle baite in rovina dei borghi delle Alpi occidentali da cui presero l’avvio le prime bande partigiane: sono le baite di Paraloup e gli orizzonti delle valli contigue alle quali, dopo la Resistenza, tornò Nuto Revelli per costruire quel monumento alla memoria della vita quotidiana della gente di montagna eretto con Il mondo dei vintipubblicato da Einaudi. Sono gli stessi luoghi dove Olmi e Stajano gireranno Nascita di una formazione partigiana e Paolo Gobetti Prime bande.

Dalle parti di Paraloup ora molti ambienti sono stati recuperati – c’è lo spazio per il museo multimediale, la biblioteca, l’area dell’ospitalità – con interventi dove è esplicita la discontinuità tra il pre-esistente e quanto di nuovo si presenta oggi agli occhi del visitatore che vede all’opera la “supplenza” del moderno – all’insegna della sostenibilità ambientale e della reversibilità – nel sorreggere l’antico in rovina.

Quello che traspare dall’esperienza di Paraloup, luogo che come tante altre località di montagna è stato investito dalla discesa a valle degli abitanti e dal progressivo abbandono, emerge anche dalle altre tappe di questo viaggio condotto attraverso la penisola. Antonella Tarpino pare seguire un crinale non orografico ma storico e culturale, soggettivo e, al tempo stesso, condiviso, lungo quel confine mobile che passa tra rovine e macerie, memoria e abbandono, spaesamento e costruzione di un nuovo accogliere.



Dalle Alpi scende alle grandi cascine della pianura attorno al Po, scenari delle lotte contadine del dopoguerra e, ora, luogo di vita e di lavoro degli immigrati indiani che, utilizzando le più sofisticate tecnologie installate nelle stalle, sostituiscono, nell’accudimento delle mucche, i mungitori e i lavoranti agricoli che facevano da sfondo alla narrazione cinematografica di Novecento, il film di Bertolucci girato proprio in questi luoghi.

Qui ci sono ambienti come il “Calderon” (la Cascina Falchetto del Vho di Piadena) ripresi negli primi anni ‘90 da Giuseppe Morandi, uno dei fondatori della Lega della Cultura di Piadena, nel filmato I Paisan. La vita quotidiana dei contadini, così come si svolgeva nella prima metà del Novecento a “El Calderon”, occupava un posto centrale ne Il paese sbagliato (Einaudi, 1970), il libro costruito da Mario Lodi, allora maestro elementare e animatore della biblioteca di Piadena, assieme ai suoi scolari. Del resto in un’altra cascina vicina al Vho c’è la Drizzona dove Mario Lodi ha poi impiantato la sua “Casa delle arti e del gioco” per continuare con mostre, seminari per insegnanti, visite di scolari, il suo impegno di decenni fa.

Il percorso di Antonella Tarpino prosegue quindi attraverso quella spina dorsale della penisola rappresentata dall’Appennino, fragile e ballerino compagno della vicenda italiana, presenza con cui talvolta è così doloroso, faticoso e tuttavia imprescindibile imparare a convivere. Vi sono dunque, inSpaesati, le pagine dedicate al centro dell’Aquila distrutto dal recente terremoto e l’incontro con i “carriolanti” che, contro l’inazione dello Stato e dei commissari straordinari nominati dal governo Berlusconi, portano via le macerie, come azione emblematica di rivendicazione di un urgente recupero del centro storico della città e della vita comune che vi deve rifiorire.

Irpinia
















Altre tappe, sempre intense, oltre a quella al monumento ai martiri delle Ardeatine posta a conclusione del libro, conducono nell’Irpinia messa in ginocchio dal terremoto del 1980 e rimessa in piedi da una ricostruzione dissennata, priva di saggezza urbanistica e di meditato rispetto delle rovine che costellavano il territorio. Questo, come sanno i lettori dei numerosi libri del paesologo Franco Arminio, ha significato per intere comunità sperimentare uno stare in piedi stralunato, senza baricentro, come se il terremoto si fosse trasferito nell’anima dei sopravvissuti. Il viaggio di Spaesati raggiunge infine la Calabria, quella dei paesi abbandonati, più volte narrata con lucida partecipazione dall’antropologo Vito Teti. Sono le località inerpicate dove di tanto in tanto si sta sperimentando l’accoglienza, quanto mai difficile da radicare davvero, dei profughi sbarcati sulle coste.

Cosa emerge da questo complesso cammino delineato dall’autrice di Spaesati lungo un’Italia disaccostata dai grandi percorsi, trascurata dall’attenzione dei media, in bilico tra silenzio avvolgente e omogeneità che tutto travolge? Affiora – quasi per interstizi e imprevedibili presenze – la forza con cui le rovine si insinuano comunque nel presente. Sono mondi irrimediabilmente trascorsi eppure ancora capaci di accendere emozioni, rievocare vite, testimoniare in modo forte sulla verità e la dignità dell’essere uomini. Se questo accade è perché si è messo all’opera un traghettatore, qualcuno che ha saputo e voluto caricarsi di un significativo frammento del passato, e dei suoi nodi ancora attuali, portandolo nell’oggi, facendogli spazio e difendendolo dal frastuono che tutto tritura e dall’omologazione che tutto cancella.


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