TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 ottobre 2014

Castoriadis, il ribelle



Filosofo radicale, psicanalista, economista: una biografia in Francia rivaluta un pensatore influente e misconosciuto.

Massimiliano Panarari

Castoriadis, il ribelle che ispirò i liberali francesi



Cornélius Castoriadis, chi era costui? A riscoprire una delle più interessanti (e misconosciute) figure di intellettuale del secondo Novecento (anche se lui per primo rigettava l’etichetta di intellò) ci pensa la sua prima biografia appena uscita in Francia. E anche il fatto che sia stato necessario attendere tanto tempo, persino nel Paese dove l’originale (e per certi tratti visionario) filosofo dell’«immaginario sociale» e del «fare pensante» ha vissuto e scritto, prima dell’uscita di un volume che ne ricostruisse integralmente esistenza e pensiero molto ci dice della sua «irregolarità».

A colmare tale lacuna, e a raccontare quanto, al di là delle apparenze, questo eccentrico pensatore di origini greche sia stato importante per la scena culturale transalpina, ci pensa nel suo Castoriadis. Une vie (La Découverte, pp. 532, euro 24) lo storico delle idee François Dosse.

Castoriadis (1922-1997) fu filosofo e psicanalista (disciplina che esercitò anche professionalmente), lavorò come economista al segretariato internazionale dell’Ocse ed ebbe (alla fine) riconoscimenti accademici rilevanti (negli anni Ottanta divenne directeur d’études all’École des Hautes Études di Parigi), ricevendo gli apprezzamenti di protagonisti importanti del mondo scena culturale come Edgar Morin (che lo definiva un «titano dello spirito») e Pierre Vidal-Naquet (che lo considerava un «genio»).

Ma rimase sempre marginale perché troppo «fuori dalle righe»: quindi una sorta di eminenza grigia (o, meglio, rossissima) della sinistra eterodossa, la cui influenza fu sotterranea e carsica, e assai meno evidente di quella dei filosofi-star della French Theory (da Foucault a Derrida, passando per Lacan). E che, però, si rivelò durevole e, soprattutto, trasversale, arrivando a toccare intellettuali politicamente molto distanti dalla matrice delle sue concezioni. Che era quella del socialismo di sinistra novecentesco e del filone dell’autogestione e delle repubbliche dei consigli, ovvero quel peculiare intreccio di marxismo libertario e anarchismo che aveva messo al centro della propria teoria e (difficoltosissima) prassi una certa nozione di autonomia, nella quale il pensiero di Castoriadis troverà il proprio fulcro.



Ed era precisamente quella che gli attirò appunto l’interesse, a partire dagli anni Ottanta, della pattuglia di intellettuali liberali (e social-liberali) che avrebbero riorientato la battaglia delle idee in Francia, da François Furet a Pierre Nora, da Bernard Manin a Marcel Gauchet, da Jacques Julliard a Luc Ferry e Alain Renaut. E, in primis, del filosofo politico Claude Lefort che ebbe nel corso degli anni una «conversione» liberaleggiante e con cui Castoriadis aveva condiviso una giovanile militanza trotzkista e fondato, nel 1947, la rivista Socialisme ou barbarie, alla quale questo libro attribuisce una rilevanza addirittura superiore, nella preparazione del clima intellettuale del Sessantotto, a quella del situazionismo.

Il testo di Dosse si incarica innanzitutto di ricostruire le ragioni di questo mancato riconoscimento pubblico in seno a una nazione che ai suoi intellettuali «impegnati» ha sempre eretto monumenti (trasformandoli pure in merce di esportazione). E di svelare il «mistero» di un pensatore che, pur essendosi collocato su prospettive politiche assai lontane, entrò tuttavia in sintonia profonda e venne riconosciuto come riferimento a cui guardare proprio dagli artefici della revanche del liberalismo.

La ragione – secondo lo studioso – consiste nella ricollocazione al centro del dibattito (e delle discipline) di quella filosofia politica (seppur, in qualche modo, rivisitata e contaminata) che il «Sessantotto pensiero» e il post-strutturalismo avevano emarginato. Nonché, la critica serrata e intransigente (da sinistra) di Castoriadis al socialismo reale e al totalitarismo comunista, che si affiancò a quella dei nouveaux philosophes e della deuxième gauche e circolò moltissimo tra gli esponenti della rinnovata cultura politica liberale, cementando, a suo modo, una «comunità di pensiero».

D’altronde, la stessa idea di rivoluzione, così centrale nelle sue teorizzazioni, nulla ha a che fare con la violenza politica, ma costituisce l’accelerazione di quel progetto di «auto-trasformazione esplicita» delle istituzioni da parte della società (e, dunque, in nome dell’autonomia) che, a ben guardare e mutatis mutandis, non poteva dispiacere al gruppo di intellettuali che avrebbe contribuito all’affermazione del neoliberalismo in Francia.

Sliding doors, per così dire. Ben differenti da quelle, molto solide e tanto tipiche di un certo gusto architettonico, dell’appartamento di Castoriadis a rue de l’Alboni, nel XVI arrondissement della capitale, che, a inizio anni Settanta, Bernardo Bertolucci trasformò in set ambientandovi il suo celeberrimo Ultimo tango a Parigi.


La Stampa – 31 ottobre 2014

Marco Revelli, Modernità. L’eguaglianza non è più la virtù



Una riflessione di Marco Revelli che va al cuore del pensiero neoliberista, prima berlusconiano e oggi renziano.

Marco Revelli

Modernità. L’eguaglianza non è più la virtù



L’opzione disegualitaria (o, più apertamente, anti-egualitaria) è stata – e in buona misura continua ad essere, anche se più mascherata – parte integrante della dogmatica neoclassica che ha offerto il proprio hardware teorico all’ideologia neoliberista fin dall’origine della sua lotta per l’egemonia, alla fine degli anni Settanta e per tutto il corso degli anni Ottanta del secolo scorso.

L’idea che “un eccesso di uguaglianza faccia male all’economia” – o, più esplicitamente che “una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita” –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione. Ha motivato la rivoluzione fiscale, che ha drasticamente abbattuto le progressività delle aliquote e frenato le politiche redistributive negli Stati Uniti e in Gran Bretagna; e ha generato le dure conditionalities dei Programmi di aggiustamento strutturale (Structural Adjustment Programs) del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, fortemente incentrate sulle priorità del taglio della spesa sociale, sulla rimozione del controllo dei prezzi e la riduzione dei sussidi statali, sulla focalizzazione della produzione sulle esportazioni, sulle privatizzazioni e sul perfezionamento dei diritti del capitale d’investimento estero rispetto alle leggi nazionali.

Oltre, naturalmente, ad aver permeato gli insegnamenti economici impartiti da un numero crescente di cattedre delle più accreditate università, nelle business school, nei think tank e nelle pubblicazioni di un gran numero di fondazioni.

“L’eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l’eguaglianza, in qualche misura, il valore sociale prevalente – l’“idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili –, si registrava, esplicitamente, un punto di rottura.

Una sorta di rovesciamento, che anche là dove l’eguaglianza non veniva identificata come un ostacolo al “progresso economico”, la si retrocedeva comunque da valore finale a funzione strumentale. O la si poneva non più come presupposto ma, tutt’al più, come conseguenza dello sviluppo, da perseguire con altri mezzi, compreso quello di un’iniziale opzione disegualitaria.

Lo scenario nel quale quella “rottura” si è prodotta era – lo ricordiamo – segnato da una crisi profonda del modello che aveva caratterizzato la parte centrale del secolo, in particolare il trentennio 1945-1975, definito da Eric Hobsbawm come “l’età dell’oro” del suo “secolo breve ” e che i francesi chiamano le “trenta gloriose”.



Da un lato la stagflazione – l’intreccio paralizzante di un elevato processo di inflazione e di una altrettanto grave stagnazione – si presentava come un male economico refrattario alle tradizionali politiche anticicliche e offriva l’immagine di un punto di arresto o comunque di un tetto raggiunto dallo sviluppo difficilmente superabile con i mezzi tradizionali.

Dall’altro lato, la cosiddetta “crisi fiscale dello Stato” – caratterizzata da un emergente debito pubblico pur in presenza di una pressione fiscale ai propri massimi – limitava i margini d’intervento delle autorità politiche e delle agenzie pubbliche, lasciando intravvedere nell’insostenibile carico fiscale il principale ostacolo alla ripresa della crescita nei paesi a capitalismo maturo.

Per parte sua, la globalizzazione incipiente lasciava intravvedere la possibilità di un’espansione esogena della domanda, grazie all’ampliamento e all’integrazione dei mercati su scala planetaria. Non stupisce che in un simile contesto si sia strutturato, e sia diventato rapidamente egemone, un paradigma socio-economico orientato alla rottura di tutti i precedenti compromessi sociali – quelli che, fino ad allora, avevano contribuito a formare l’idea prevalente di “società giusta” e che ora apparivano responsabili dell’insopportabile overload delle finanze pubbliche – e basato su una rinnovata centralità del mercato e sulla prospettiva di uno sviluppo trainato prioritariamente dall’offerta (supply-side) – in contrapposizione alle teorie keynesiane che si focalizzavano sulla domanda aggregata (demand-side) – nonché sull’effetto incentivo di una minore tassazione per la formazione di capitali disponibili all’investimento pubblico.

Un paradigma, possiamo aggiungere, nel quale i grandi temi che avevano segnato il lungo ciclo precedente – la questione della piena occupazione, da un lato, e quella della povertà, dell’altro – finivano per assumere una posizione secondaria (così è per le politiche di contrasto alla povertà, ridimensionate con l’argomento dell’“azzardo morale”) o addirittura alternativa (un certo tasso di disoccupazione poteva essere considerato funzionale all’abbassamento del costo del lavoro). Un paradigma, appunto, nel quale l’ineguaglianza cessava di essere considerata un vizio per trasformarsi, entro certi limiti, in risorsa.


il Fatto – 30 ottobre 2014

A cento anni dalla Grande guerra il governo riabiliti i militari fucilati. E furono migliaia.



Cento anni dalla prima guerra mondiale. Per tanti una grande guerra patriottica, per noi un criminale e inutile massacro che generò il fascismo. Molti lo pensavano anche allora. “Criminali, signori ufficiali, che la guerra l'avete voluta”: cantavano così i soldati nelle trincee. I comandi risposero con le fucilazioni. Migliaia dopo il crollo del fronte russo e la rivoluzione d'ottobre per paura che il contagio antimilitarista si allargasse. Una pagina che ci si ostina a celare. E l'attuale ministro della guerra, la “democratica” Pinotti spesso ripresa circondata da generali, non fa ben sperare.

Paolo Rumiz

L’ultima ferita della Grande guerra. “L’Italia riabiliti i militari fucilati”


Reintegro a pieno titolo dei fucilati del ‘15-’18 nella memoria nazionale. Vittime come gli altri. Soldati che hanno sofferto come gli altri. Manca questo riconoscimento perché possa dirsi completa in Europa la partecipazione dell’Italia alle onoranze ai Caduti della Grande guerra. I principali Paesi belligeranti — Francia, Germania, Inghilterra — ci hanno pensato da tempo, con atti politici, interventi presidenziali, monumenti, e l’aggiornamento delle liste dei Caduti. Quasi ovunque i condannati sono stati tolti dal ghetto della vergogna e della rimozione. Manca il nostro Paese, quello che ha fatto più largo uso della giustizia sommaria: 750 fucilati con processo, 200 colpiti da decimazione per estrazione a sorte, e un numero incalcolabile di soldati uccisi per le vie brevi dai loro ufficiali o dai carabinieri per codardia, ribellione o episodi di pazzia.

«Se non ora, quando?», si chiede il sostituto procuratore di Padova Sergio Dini, ex magistrato militare, che ha già chiamato in causa il ministro della difesa Pinotti. «Assistendo a luglio al concerto di Redipuglia, dove il maestro Muti ha radunato orchestrali di tutti i Paesi belligeranti, il presidente Napolitano ha fatto un passo importante di riconciliazione con l’ex nemico. Ora manca solo la riconciliazione con noi stessi, l’abbraccio ai ragazzi della mala morte. Le Forze armate dovrebbero capirlo, a meno che non vogliano negare che quelle esecuzioni — dal loro punto di vista — siano servite a qualcosa. Se i fucilati ebbero una funzione, essa sia riconosciuta. Non farlo sarebbe accanimento. Anche perché si fucilarono solo soldati semplici, povera gente. Vogliamo portarci dietro ancora questo anacronismo di classe?».



E dire che l’Italia è stata uno dei primi Paesi a porre il problema con film ( Uomini contro , di Francesco Rosi), con libri e ricerche storiografiche. Ed è stato anche il primo in Europa a erigere un monumento ai fucilati. È accaduto diciotto anni fa a Cercivento, sui monti della Carnia, sul luogo di una delle più ingiuste esecuzioni, il pra dai fusilâz, un prato che per decenni i valligiani rifiutarono di falciare in segno di protesta.

Una memoria tenace, passata di bocca in bocca, che ha dato vita a un corpus di memoria orale ancora vivissimo e al quale nel ‘96 il sindaco Edimiro Della Pietra, mettendosi contro le autorità militari e rischiando una denuncia di apologia di reato, ha voluto dar forma di monumento.  

Quella di Cercivento è una storia che riassume le altre. È il giugno del ‘16. Gli austriaci stanno sfondando su Vicenza con la Strafexpedition. Nella zona del Monte Coglians c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali «forestieri» per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati e dei tanti di essi che hanno lavorato da emigranti in terra d’Austria. Hanno una perfetta conoscenza del terreno, ma gli alti comandi non si fidano a sfruttarla e insistono a ordinare azioni suicide.

Quando viene deciso un attacco alle rocce della cima Cellon in pieno giorno e senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggeriscono di compiere l’assalto col favore della notte. È quanto basta perché il comandante, un napoletano di nome Armando Ciofi, coperto dal tenente generale Michele Salazar, comandante della 26ª divisione, gridi alla «rivolta in faccia al nemico» e ordini la corte marziale.



Il processo si svolge di notte, in una cornice lugubre, nella chiesa che il prete di Cercivento, terrorizzato, è obbligato a desacralizzare. Sul processo incombono le circolari Cadorna, che chiedono «severa repressione», diffidano da sentenze che si discostino «dalle richieste dell’accusa» e ricordano il «sacro potere » degli ufficiali di passare subito per le armi «recalcitranti e vigliacchi». Gli accusati sono decine, e ciascuno ha nove minuti per l’autodifesa.

Un’ora prima dell’alba, la sentenza. Quattro condanne alla fucilazione. Tutti carnici: Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro, emigrante in Germania che ha scelto di rientrare «per servire la patria». Mentre lo portano via grida: «Ecco il ringraziamento per quanto abbiamo fatto». Il prete, don Zuliani, confessa i morituri. È sconvolto, propone inutilmente di sostituirsi ai soldati davanti al plotone. Dopo, non vorrà più rientrare nella chiesa «maledetta » e diverrà balbuziente a vita. La prima scarica uccide tre condannati, solo Matiz è ferito e si contorce urlando. Lo rimettono sulla sedia. Nuova scarica e non basta ancora. Perché sia finita ci vogliono tre colpi di pistola alla testa.

La gente assiste senza parole. Solo un vecchio grida: «Vigliacchi di italiani, siete venuti a portare guerra! Con gli austriaci abbiamo sempre mangiato, e voi venite ad ammazzarci i figli!». L’ufficiale risponde secco: «Vecchio taci, che ce n’è anche per te». L’intero reparto sarà trasferito per punizione sull’altopiano di Asiago e lassù, un po’ di tempo dopo, il comandante Ciofi sarà fatto secco in zona non battuta da fuoco nemico, quasi certamente per vendetta.

Settant’anni dopo, il nipote di Gaetano Ortis, un militare di carriera, chiederà la revisione del processo, ma il tribunale militare di sorveglianza di Roma risponderà con una beffa che resterà nella storia: la domanda non può essere accettata «perché non presentata dall’interessato».  

Pure Caporetto sarà pagata da soldati semplici. L’allora vescovo di Treviso, Longhin: «Se i tedeschi saranno come questi nostri sciagurati italiani, cosa ci resterà? Qui si fucila senza pietà. Preghiamo». E intanto nessuno toccherà i veri responsabili della disfatta, i generali Capello o Badoglio. Il secondo sarà addirittura promosso. Diversa la sorte di Andrea Graziani, noto per avere fucilato uno che l’aveva guardato con la cicca in bocca. A guerra finita sarà trovato morto lungo la ferrovia dopo il passaggio del suo treno. Ma molto più a lungo si trascinerà nella memoria nazionale il senso di un’irrisolta ingiustizia.


La Repubblica – 31 ottobre 2014

mercoledì 29 ottobre 2014

A tavola nell'Italia di Mussolini e dell'Impero



La passione per la gastronomia non è cosa di oggi. Negli anni Trenta, Paolo Monelli scrive "Il ghiottone errante", racconto del nostro Paese attraverso i suoi piatti e i suoi vini. Un manuale umoristico per buongustai che trasforma il cibo in cultura.

Benedetta Diamanti

Quella strana coppia in viaggio per l’Italia


Anni ‘30, la costru­zione dell’Italia unita del cibo è in pieno fer­mento. Il viag­gio, la sco­perta di un bel Paese inso­lito e fuori dal comune è diven­tato il gioco pre­fe­rito di gior­na­li­sti e scrit­tori. Nel 1935 esce Il ghiot­tone errante, viag­gio gastro­no­mico attra­verso l’Italia, illu­strato da Giu­seppe Novello, pie­tra miliare del rac­conto di viag­gio alla ricerca del cibo genuino. L’autore è Paolo Monelli, gior­na­li­sta col mono­colo, galan­tuomo d’altri tempi, irri­du­ci­bile buon­gu­staio. Il volume esce per Tre­ves e rac­co­glie gli arti­coli usciti per la Gaz­zetta del Popolo l’anno pre­ce­dente, la strut­tura del libro risente molto dell’origine gior­na­li­stica, ogni arti­colo infatti diventa un capi­tolo, nella tipica strut­tura a bloc­chi del rac­conto di viag­gio anni ’30. Pro­prio que­sta strut­tura però rende il testo par­ti­co­lar­mente adatto alla con­sul­ta­zione attra­verso seg­menti di inte­resse, quasi come fosse una guida.

I pro­ta­go­ni­sti del viag­gio sono l’autore e il fido com­pa­gno Novello, amici fin dai tempi della guerra. Entrambi alpini come Don Chi­sciotte e San­cho Panza del cibo non potreb­bero essere più diversi. Monelli è un grande inten­di­tore di vini, un buon­gu­staio, curioso e appas­sio­nato, che ama sco­prire sem­pre nuovi piatti, Novello invece è aste­mio, sopraf­fino inten­di­tore di cque mine­rali, che si com­muove solo davanti ai dolci sici­liani. Novello è quindi l’antieroe gastro­no­mico di un viag­gio che fin dall’esordio viene pre­sen­tato come un’impresa bel­lica, una guerra da vin­cere, in cui l’unico com­bat­tente ed eroe è Monelli, abban­do­nato dal debole com­pa­gno. La cop­pia comica torna nelle illu­stra­zioni e prende vita: tanto l’artista è stra­lu­nato e spae­sato, quanto Monelli è deciso e riso­luto, l’espressione arci­gna, sem­pre al lavoro, sem­pre alla ricerca dell’aggettivo perfetto.

Il punto di vista del viag­gia­tore nar­ra­tore è estre­ma­mente sog­get­tivo, tutto viene fil­trato non solo attra­verso gli occhi, ma anche attra­verso l’olfatto, e soprat­tutto il gusto. Nel Ghiot­tone il mondo si osserva sub spe­cie culi­nae. Monelli ci rac­conta una realtà tra­sfi­gu­rante, vivace e can­giante, fluida, in con­ti­nuo movi­mento e meta­mor­fosi. Dal cibo tutto nasce e al cibo tutto torna. Il pae­sag­gio diventa cibo, il cibo diventa per­sona, la natura si fa ingre­diente. Pre­po­tente e per­si­stente la focac­cia della Maremma è com­po­sta da «farina di sco­glio, impa­stata con il sal­ma­stro di cento lagune, con l’asfalto di cento auto­strade, con l’alito della ban­chi­glia polare densa di foche».

Nel viag­gio biso­gna stare leg­geri, abban­do­nare il super­fluo, sto­ria, arte, monu­menti ven­gono tra­la­sciati, a meno che non abbiano diretta atti­nenza con qual­che pre­li­ba­tezza. Anche le guide riman­gono a casa, solo i sacri testi del ghiot­tone entrano in vali­gia: Oste­ria di Hans Barth e la Guida gastro­no­mica d’Italia del Tou­ring.

Il tono del rac­conto è umo­ri­stico: l’ironia, le esa­ge­ra­zioni iper­bo­li­che, l’enfasi legata alla fatica della mis­sione da com­piere, sono gli ingre­dienti del rac­conto, esal­tati dalle illu­stra­zioni di Novello, effi­caci e diver­tenti, taglienti al punto giu­sto, la satira bona­ria di un aste­mio sto­ma­cuzzo nei con­fronti di tutti i ghiot­toni d’Italia.



Il rac­conto pro­cede dina­mico, in una con­ti­nua com­bi­na­zione di stili e lin­guaggi, con una com­mi­stione costante di regi­stri, alto e basso si mesco­lano, cita­zioni colte e lin­gue anti­che sono a ser­vi­zio del cibo, in un’ottica spic­ca­ta­mente cor­po­rea e mate­rica. Un’attenzione mania­cale per la parola, per il suo valore fonico, spinge l’autore a una ricerca a volte esa­spe­rata, a un con­ti­nuo lavoro di cesello.

Que­sto viag­gio umo­ri­stico ha però una mis­sione nobile: far cono­scere le innu­me­re­voli spe­cia­lità ita­liane e i vini degni di essere bevuti. Il ghiot­tone errante nasce dall’idea, già dif­fusa dalla Guida gastro­no­mica del Tou­ring del 1931, che il cibo sia rap­pre­sen­ta­tivo di un luogo tanto quanto i suoi monu­menti, per que­sto vale la pena met­tersi in viag­gio per sco­prirlo e farlo cono­scere; parte inte­grante e fon­dante della cul­tura e della tra­di­zione, il cibo costrui­sce iden­tità. Secoli di fram­men­ta­zione geo­po­li­tica hanno fatto sì che l’Italia si con­fi­gu­rasse come un paese diver­si­fi­cato in quanto a cul­tura, tra­di­zioni, cor­renti arti­sti­che, lin­gua e natu­ral­mente anche gastro­no­mia. Il com­pito di Monelli è dar conto di que­sta diver­sità che spesso si mani­fe­sta anche nel rag­gio di pochi chilometri.

Monelli capi­sce, in anti­cipo sui tempi, il valore cul­tu­rale del cibo e del vino e il suo legame indis­so­lu­bile con la terra che lo pro­duce: cono­scendo un piatto o un vino è anche pos­si­bile cono­scere qual­cosa di pro­fondo sul popolo che gli ha dato vita: «Tutto som­mato, que­sta cucina si capi­sce che è quella che ci vuole per creare quella bel­lezza molle a un tempo e mae­stosa che brilla nel san­gue lom­bardo. Gli uberi for­maggi e il deli­cato burro si alleano con le sapide carni, col riso caro ai medici, a dare ai lom­bardi tena­cia al lavoro e viva­cità agli sva­ghi romorosi”.

Ogni regione ha una sua carat­te­ri­stica indole e quindi un cibo che le asso­mi­glia, ogni piatto tipico è espres­sione di una tra­di­zione, di una sto­ria e di una spe­ci­fica geo­gra­fia, per­ché è frutto di un ambiente con deter­mi­nate carat­te­ri­sti­che mor­fo­lo­gi­che. Pro­prio per que­sta sua sen­si­bi­lità e per una pas­sione per­so­nale per la lin­gui­stica, Monelli rispetta anche la lin­gua del cibo, il dia­letto. Inse­rire frasi, nomi, sonetti dia­let­tali rien­tra nell’operazione di valo­riz­za­zione del patri­mo­nio culi­na­rio ita­liano fatto di cento e cento spe­cia­lità a cui Morelli decide di dare pari voce.

E que­sta atten­zione nell’indagine gastro­no­mica insieme alla libertà di con­fronto col cibo e col suo farsi cul­tura, sono gli ele­menti che ren­dono Il Ghiot­tone errante un testo ancora attuale, che vale la pena di essere letto.


Il Manifesto – 10 ottobre 2014

Tutta la verità sul caso Piegari profeta gramsciano umiliato dal Pci



Dopo Mistero napoletano Ermanno Rea racconta in un libro la miseria del PCI staliniano a Napoli. L'ambiente dove si formò Giorgio Napolitano.

Corrado Stajano

Tutta la verità sul caso Piegari profeta gramsciano umiliato dal Pci



Nel suo gran libro, Mistero napoletano , Ermanno Rea l’aveva lasciata volutamente nella penna, almeno in parte, la tragica storia di Guido Piegari, uomo di genio, vittima dello stalinismo del Pci degli anni Cinquanta. Ai tempi di quel romanzo-verità pubblicato nel 1995, vincitore l’anno seguente del Premio Viareggio, allora sotto la guida di Cesare Garboli, Piegari era ancora vivo: morì nel 2007 e fu l’umana pietà, il rispetto del dolore, a trattenere lo scrittore dal raccontare compiutamente la vita di quell’uomo di alta qualità intellettuale umiliato e offeso, espulso dal Pci di Togliatti pressato da Giorgio Amendola.

Piegari aveva creato a Napoli il gruppo Gramsci che di potere ne possedeva poco, ma di idee molte, dissonanti da quelle del partito e le discuteva nell’affollata aula IV della facoltà di Lettere dell’Università. Davano noia, o meglio erano considerate eversive, pericolose, frazioniste perché contestavano la linea amendoliana di stampo salveminiano che puntava soprattutto sull’alleanza con le forze locali. Piegari e il suo gruppo, nemici di ogni compromissione, nella patria di tutti i trasformismi, erano invece fedeli alla lezione di Gramsci: la Questione meridionale è questione nazionale fondata sulla saldatura tra la classe operaia del Nord e i contadini e i sottoproletari del Sud. Fuori da quei principi si favoriva soltanto la disunità d’Italia.

Com’è rispuntato nella mente e nel cuore di Ermanno Rea il fantasma di Guido Piegari? È stata la scoperta di un quaderno nero, con gli angoli e il dorso di tela rosso fiamma — cinese? — ritrovato nella libreria di casa, pieno di appunti scritti al tempo del suo famoso romanzo, a risvegliare passioni e anche tormenti. E ne è nato un nuovo libro, una lucertola che riannoda la sua coda spezzata: Il caso Piegari. Attualità di una vecchia sconfitta (Feltrinelli). Il libro può anche esser letto come una lezione in quella famosa aula IV: l’attualità cui accenna il sottotitolo è acclarata in questo mezzo secolo e più trascorso da allora, dal localismo compromissorio stalinista al migliorismo, alla compiaciuta attenzione alle pratiche craxiane, alle larghe intese del berlusconismo di oggi. Non fu una sconfitta, si può dire, quella del profetico gruppo Gramsci.

Chi era Guido Piegari? Laureato in Medicina, biologo, stimato scienziato dell’oncologia, uditore dell’Istituto di studi storici del Croce che ammirava molto la sua intelligenza, marxista ventenne alla ricerca di una nuova visione della Storia, tra l’Europa delle rivoluzioni ottocentesche e del Romanticismo e il Risorgimento italiano. Il fascino del personaggio, la sua capacità di proselitismo erano riconosciuti nell’appassionata Napoli del secondo dopoguerra, avida di saperi, di voglia di capire e di discutere, in misura persino maggiore alla naturale vocazione al ragionamento dei napoletani.

Il lunedì sera, in quegli anni, era sommo il fervore nel seguire all’Università le varie relazioni: tra le tante, la Rivoluzione del 1799, l’Unità politica, l’Italia del primo Novecento. I temi si incastravano l’uno nell’altro, ma era il presente, sempre, a far da protagonista — la contemporaneità — anche se gli argomenti parevano lontani. L’autoritarismo, l’ansia di libertà, i sistemi usati dallo stalinismo affioravano di continuo nell’evocare il passato. In quegli anni cupi della Guerra fredda i nodi col Pci vennero rapidamente al pettine. Con brutalità. Non fu neppure concessa una libera discussione coi dissenzienti.



Rea racconta quel che allora accadde. Piegari non fu solo espulso dal partito — evento che tacque nel Mistero napoletano — fu insultato, ferito a morte. Commenta ora lo scrittore: «L’eretico va delegittimato, calunniato, vilipeso. Soprattutto va dichiarato pazzo. Piegari è pazzo, dissero infatti gli agit prop della potente macchina da guerra ortodossa. E tanto dissero finché il povero Piegari sentì effettivamente vacillare il proprio equilibrio, scoprendo gli incubi della mania di persecuzione».

C’è un’altra storia dolorante nel libro di Rea che provoca accoramento in chi legge. Quella di Gerardo Marotta, il presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici che fu al fianco di Guido Piegari. Ermanno Rea descrive in belle pagine il volto scavato, l’aria affranta, la grande malinconia dell’amico. Avvocato amministrativista di grande talento e successo, finita l’avventura del Gruppo Gramsci, ha dedicato la vita a creare una biblioteca famosa in tutto il mondo di trecentomila volumi, una sorta di ponte culturale con il mai dimenticato Gruppo Gramsci. Si è svenato negli anni, l’avvocato Marotta, a comprar libri (dieci miliardi di lire, secondo i più illustri biblioteconomi). Carlo Azeglio Ciampi, colto presidente del Consiglio, destinò finanziamenti notevoli e necessari all’Istituto, il governo Berlusconi li bloccò del tutto. I libri, che nel Palazzo Serra di Cassano davano lustro e vanto a Napoli e all’intero Paese, sono ora ammucchiati in un capannone di periferia.

È «una tragedia antropologica» quella che si consuma sotto i nostri occhi, scrive Ermanno Rea. Una vergogna nazionale, un simbolo dell’irrilevanza della cultura, della memoria, della Storia spazzato via da una furia iconoclasta.


Il Corriere della Sera – 26 ottobre 2014

Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici



Per i vertici dell’intelligence americana ogni mezzo era lecito per contrastare Mosca. Nel dopoguerra gli USA arruolarono centinaia di ex nazisti per utilizzarli nella lotta al comunismo.


Massimo Gaggi

Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici


Quando nel 1960 agenti israeliani catturarono in Argentina Adolf Eichmann, il regista della «soluzione finale» studiata dai nazisti per gli ebrei, il suo assistente Otto von Bolschwing, reclutato già da anni dai servizi segreti americani che ben sapevano del suo passato nelle SS, andò a chiedere protezione, temendo di essere anche lui scoperto e processato. La Cia, che a suo tempo lo aveva assunto in Europa come spia impegnata a contrastare la diffusione del comunismo e l’influenza del blocco sovietico, e che nel 1954 lo aveva addirittura fatto trasferire a New York con tutta la famiglia come segno di riconoscenza per la sua fedeltà, lo coprì in tutti i modi possibili.

Benché responsabile di crimini di guerra e autore anche di scritti politici nazisti e manuali su come terrorizzare gli ebrei, l’ex braccio destro di Eichmann non fu mai chiamato in causa nel processo e visse da uomo libero per altri 20 anni. Fino a quando la magistratura scoprì le sue malefatte e lo processò. Nel 1981 von Bolschwing dovette rinunciare alla cittadinanza Usa, ma non scontò grandi pene, dato che morì pochi mesi dopo.

Il suo non è stato un caso isolato: per decenni si è parlato di criminali nazisti usati dagli Stati Uniti come spie contro i russi. Nel 1980 l’Fbi arrivò a rifiutarsi di fornire al ministero della Giustizia informazioni su 16 nazisti che vivevano negli Usa: tutti informatori della polizia federale. Quindici anni dopo un avvocato che lavorava per la Cia fece pressioni sui procuratori federali perché smettessero di perseguire un nazista implicato nel massacro di decine di migliaia di ebrei.

Ma è solo ora, con la desecretazione di molti documenti ormai vecchi di più di 50 anni, che il New York Times è riuscito a ricostruire quasi per intero il ricorso dell’intelligence a un esercito di personaggi che avevano combattuto per il Terzo Reich. Una contabilità impressionante: nel Dopoguerra l’America reclutò quasi mille nazisti, utilizzandoli nella battaglia contro il comunismo e contro l’Urss. Un confronto che allora l’America temeva di perdere.

Per questo due arcigni combattenti - il capo dell’Fbi Edgar Hoover e quello della Cia, Allen Dulles - decisero di accantonare ogni remora morale: era più importante disporre di agenti capaci e determinati da usare contro Mosca che punire questi nazisti per i crimini contro gli ebrei commessi qualche decennio prima.



Un’altra storia imbarazzante per l’intelligence Usa, anche se stavolta si tratta di vicende ormai remote: nessuno dei criminali nazisti protetti dai servizi segreti di Washington è ancora in vita. Una brutta pagina della storia americana le cui ragioni vanno ricercate nell’angoscia e nella paranoia degli anni della Guerra fredda. Hoover in persona approvò il reclutamento di informatori con un passato nelle SS sostenendo che la meticolosità e l’anticomunismo viscerale di questi «nazisti moderati» erano armi preziose per disporre della quali l’America poteva fare qualche sacrificio sul piano etico.

Un ragionamento cinico che, a parte ogni considerazione giuridica e morale, risultò poco fondato anche sul piano pratico: ben pochi dei mille nazisti reclutati si rivelarono agenti efficaci e fedeli. I documenti ora pubblicati rivelano che molti di loro erano degli inetti, inguaribili bugiardi o, peggio, agenti doppi al servizio anche del Cremlino.

L’imbarazzo della Cia è tutto nell’ostinato rifiuto di commentare il caso: difficile giustificare il tentativo di sottrarre ai tribunali i responsabili di crimini orrendi. Il New York Times racconta che nel 1994, quando il ministero della Giustizia si preparava a processare Aleksandras Lileikis, un capo della Gestapo responsabile del massacro di 60 mila ebrei lituani, la Cia cercò di difendere la sua ormai ex spia reclutata nel 1952 con uno stipendio di 1.700 dollari l’anno più due cartoni di sigarette al mese. I giudici tennero duro e alla fine si giunse ad un compromesso: la magistratura avrebbe rinunciato a condannare Lileikis solo se nel processo fossero venute fuori questioni tali da mettere in pericolo la sicurezza nazionale Usa. Non successe e il criminale nazista finì in galera.


Il Corriere della Sera - 28 ottobre 2014  

martedì 28 ottobre 2014

Speranza contro arroganza



Che la situazione sia chiara è evidente. Definire questo governo e questo PD di “sinistra” non è più, nemmeno con le migliori intenzioni, possibile. Che poi dalla manifestazione di Roma possa sortire qualcosa di buono, nell'assoluta mancanza di un interlocutore politico, è da vedere.

Alfonso Gianni

Speranza contro arroganza

La set­ti­mana appena pas­sata, dal 18 al 25 otto­bre, ha segnato un pas­sag­gio deter­mi­nante per la deli­nea­zione del nuovo qua­dro poli­tico e sociale matu­rato nel nostro paese. Ciò che è più impor­tante è che que­sto non è acca­duto nei palazzi isti­tu­zio­nali, ma nelle piazze o in con­ve­gni pub­blici. Milano, 18 otto­bre: la mani­fe­sta­zione «Stop immi­gra­zione» orga­niz­zata dalla Lega Nord con signi­fi­ca­tive ade­sioni extra­lom­barde delle più vivaci orga­niz­za­zioni neo­fa­sci­ste.

Firenze, 24–26: la Leo­polda 5, tre giorni di conven­tion orga­niz­zata da Mat­teo Renzi e pro­fu­ma­ta­mente finan­ziata dal peg­gio del capi­ta­li­smo nostrano e non solo. Roma 25 otto­bre: piazza San Gio­vanni, la più grande mani­fe­sta­zione di popolo da almeno dieci anni a que­sta parte (biso­gna risa­lire a quella con­tro la guerra del 15 feb­braio del 2003 per avere un para­gone quan­ti­ta­tivo all’altezza) finan­ziata dai lavo­ra­tori stessi tra­mite le iscri­zioni al sin­da­cato, pre­ce­duta dallo scio­pero dei sin­da­cati di base del giorno prima. Men­tre la meno recente per­for­mance gril­lina del Circo Mas­simo — non pro­pria­mente un suc­ces­sone — sem­bra già sco­lo­rire nei ricordi.

Ognuno di que­sti tre appun­ta­menti ha avuto un segno e un signi­fi­cato pre­ciso dif­fi­cil­mente equi­vo­ca­bili, con i quali biso­gna fare i conti.

Milano: la piazza del ran­core (per rubare un titolo azzec­cato di un libro di Aldo Bonomi). Un ran­core dif­fuso, non più sordo, ma espli­cito che si sfoga con­tro il facile capo espia­to­rio dell’immigrato secondo un rito che risale — direbbe Renè Girard — agli albori dell’umanità e che sem­pre si ripete e si rin­nova. Che prende di mira il potere costi­tuito non solo in Ita­lia, ma in Europa, con la stessa con­fu­sione men­tale e falsa coscienza di sé della rivolta con­tro le plu­to­cra­zie ebraico-massoniche di un secolo fa. Alcune decine di migliaia sul sagrato di piazza Duomo — non saranno stati cen­tou­no­mila come ha detto Sal­vini — sono comun­que una dimo­stra­zione di forza da non sottovalutare.

Ho letto che il para­gone con il fasci­smo è errato, che nep­pure il lepe­ni­smo, cui Sal­vini espli­ci­ta­mente si ispira, potrebbe essere defi­nito tale. Cer­ta­mente Marine le Pen è più accorta e «moderna» del padre. Ovvia­mente nes­sun feno­meno poli­tico sociale si ripete esat­ta­mente; nep­pure la meta­fora mar­xiana della rei­te­ra­zione in farsa è una legge scien­ti­fica. Ma qui siamo di fronte a un fatto nuovo: la deli­nea­zione di un popolo di destra, non sem­pli­ce­mente l’accozzaglia di resi­dui del pas­sato, che sce­glie la sponda della rea­zione pura per con­durre la sua bat­ta­glia alla glo­ba­liz­za­zione e alla crisi. È diverso dal fasci­smo nascente della fine degli anni dieci del secolo scorso? Certo, infatti è peg­gio. Basta con­fron­tare i pro­clami san­se­pol­cri­sti di allora con le parole d’ordine udite nel corso della mani­fe­sta­zione e dal palco milanesi.

Firenze: la con­ven­tion della sup­po­nenza. Dicono 19mila pas­saggi in tre giorni. Non è una cifra da impres­sio­nare nes­suno, in sé e per sé. Si sono incon­trate le nuove éli­tes del paese con un largo con­torno di aspi­ranti tali e di imman­ca­bili ado­ra­tori. Renzi ha addi­rit­tura pre­sen­tato l’incontro come la con­tro­ma­ni­fe­sta­zione rispetto a Roma. Incauto? No, pro­vo­ca­to­rio, ma sin­cero. In effetti la Leo­polda è stata la con­tro­parte della mani­fe­sta­zione romana. Si sono udite cose che ancora dal sen non eran sfug­gite. 

Non solo l’articolo 18 sarebbe morto e sepolto, ma per­fino il diritto di scio­pero pur nelle sue forme già imbri­gliate. I Serra, che nulla cono­scono della vita e del lavoro, si sono eretti a nuovi inter­preti del mondo. Ex sin­da­ca­li­sti pen­titi — almeno alcuni di que­sti con un po’ di ver­go­gna — ed ex rap­pre­sen­tanti della «sini­stra radi­cale», sono pas­sati sor­ri­denti sotto le for­che cau­dine dei nuovi vin­ci­tori. Le tar­dive dichia­ra­zioni di rispetto di Renzi verso la mani­fe­sta­zione romana, sono solo il pro­dromo per dichia­rarne l’ininfluenza verso un qua­dro e un sistema poli­tico da tempo e oggi ancor più imper­mea­bi­liz­zato alla pres­sione popo­lare.

Per Renzi non conta nulla che la stra­grande mag­gio­ranza di quelli che sfi­la­vano in piazza fos­sero elet­tori e per­sino mili­tanti del suo par­tito, poi­ché que­sto non esi­ste più e la Leo­polda ha bol­li­nato la sua spa­ri­zione. Il tent party (il par­tito tenda), come ha detto Nadia Urbi­nati, o come pre­fe­ri­rei il catch all party (par­tito piglia­tutto) — ma non il «par­tito della nazione» dato che siamo di fronte ad una arti­co­la­zione della gover­nance euro­pea — è un non par­tito: tende ad assor­bire la tota­lità non a rap­pre­sen­tare una parte in un indi­stinto che favo­ri­sce, anzi si basa, sul lea­de­ri­smo e la non par­te­ci­pa­zione, sulle cor­date e sulle nic­chie di pic­coli poteri fun­zio­nali alla tenuta del qua­dro, su un sistema auto­re­fe­ren­ziale insen­si­bile ai movi­menti sociali por­ta­tori di pro­po­ste. Il popu­li­smo dall’alto non ammette repli­che dal basso.

Roma: la piazza della lotta e della spe­ranza. Un milione e forse più con­tro la poli­tica di que­sto governo. Di tutte le gene­ra­zioni, con una for­tis­sima pre­senza gio­va­nile. La pla­stica con­fu­ta­zione della pro­pa­ganda ren­ziana secondo cui chi difende l’articolo 18 spe­gne il futuro dei gio­vani e del solito gioco di con­trap­po­si­zione vecchi-giovani, inside-outside nel mer­cato del lavoro, cioè della reto­rica domi­nante anche prima dell’avvento dell’era ber­lu­sco­niana e che ha por­tato alla demo­li­zione del diritto del e al lavoro. Per piazza San Gio­vanni il nuovo re è nudo.

Il popolo della sini­stra si è ritro­vato. Ed è alla ricerca di una sini­stra di popolo che ancora non c’è, né si intra­vede, mal­grado alcuni gene­rosi ten­ta­tivi in corso (come quello de L’Altra Europa per Tsi­pras). La mera­vi­gliosa gior­nata di Roma non è quindi una vit­to­ria né sta­bile né tan­to­meno defi­ni­tiva. Molto dipen­derà dalle dimen­sioni che assu­merà l’annunciato scio­pero gene­rale. Pro­prio per­ché sono lustri che non se ne vede uno e nel frat­tempo è mutata la com­po­si­zione del lavoro, la scom­messa è grande. Ser­virà intel­li­genza e capa­cità inno­va­tiva nei con­te­nuti e nelle forme per con­vin­cere in periodo di reces­sione a per­dere una gior­nata di retribuzione.

Ma un nuovo cam­mino è comin­ciato. Se non altro i con­torni delle forze in campo si sono venuti deli­neando, sul piano sociale e su quello poli­tico. Una destra aggres­siva e peri­co­losa, per­ché dotata di radi­ca­mento popo­lare; una elite di governo neo­to­ta­li­ta­ria, che nega la demo­cra­zia dalle sue più pro­fonde fon­da­menta; un popolo di sini­stra che non ama le divi­sioni ma soprat­tutto le false nar­ra­zioni. Il pano­rama è più chiaro. Ognuno può e deve scegliere.


Il Manifesto – 28 ottobre 2014

Van Gogh, Lettere al fratello Theo



Il carteggio di Van Gogh con il fratello Theo ne rivela la profonda cultura e il rapporto costante tra scrittura e rappresentazione pittorica.

Franco Marcoaldi

Le confessioni sulla sua pittura al fratello Theo


Quasi 900 sono le lettere che Van Gogh ci ha lasciato: più o meno la stessa quantità di quadri e disegni, ricorda Stéphane Guégan nel saggio per il catalogo della mostra di Milano. È la dimostrazione plastica del rimbalzo continuo tra l’attività del pennello e la riflessione affidata alla penna; un’osmosi felicissima e irripetibile tra colori, segni e parole. Molte sono rivolte al fratello Theo, tra cui quella celeberrima del 19 giugno 1789, nella quale Vincent dà una definizione di arte a cui resterà per sempre legato: un inesausto corpo a corpo tra l’uomo e la natura, con l’artista impegnato a svelarne l’arcano.

Se nella mostra milanese si dà così ampio spazio alle lettere non è soltanto per via della coincidenza numerica tra missive e quadri, ma perché mai o quasi mai il carteggio di un pittore risuona altrettanto potente, completo, profondo. Basta leggere l’edizione antologica curata da Cynthia Saltzman (Einaudi). Vi si incontra un artista immenso che riflette con ardore e acume sul proprio lavoro, accompagnando le lettere con schizzi coevi; un uomo sfortunato che si dibatte nei mille problemi quotidiani di un’esistenza drammatica; uno scrittore suo malgrado, che scrive magnificamente ed è capace di squarci metafisici sorprendenti. Van Gogh è convinto della necessità di ragionare sulla pittura a partire dalle parole.



Uomo colto – che maneggia la Bibbia come Shakespeare – Vincent si sofferma sovente sulla necessità di imparare a leggere per imparare a vedere, e viceversa. A fronte dell’intuizione baudelairiana che vuole la pittura moderna quale ininterrotta rêverie, Van Gogh, scrive ancora Guégan, «inverte, a modo suo e a proprio uso e consumo, il vecchio principio oraziano dell’ ut pictura poësis e si chiede come impadronirsi della superiorità del poeta, che consiste nella folgorazione delle immagini e nella loro capacità di illuminare istantaneamente lo spirito».

Questo è il corno alto, sublime della questione. Poi c’è il pittore terragno, che ama alla follia Millet, gli zoccoli ai piedi e la terra che sta sotto. E che quando raffigura i mangiatori di patate, vuole restituire l’idea «di come questa gente (…) avesse zappato la terra con quelle stesse mani poggiate nel piatto. Il quadro evoca quindi il lavoro manuale e l’idea che questi contadini si siano guadagnati onestamente il proprio cibo». Per ottenere tale risultato è necessario individuare con il massimo scrupolo il colore preciso della terra e dei volti di chi la lavora.



Ed ecco Van Gogh che cerca la “nota” giusta e domanda a Theo con fare imperioso: «lo sai cos’è un ton entier e cos’è un ton rompu? Certamente sei in grado di vederlo in un quadro, ma saresti ugualmente in grado di spiegare cosa vedi? ». Aggiungendo: «Le leggi dei colori sono indicibilmente belle proprio perché non lasciano alcuno spazio al caso». Così come non crediamo più ai miracoli, né a un Dio «capriccioso e dispotico che salta di palo in frasca», allo stesso modo in arte «bisognerebbe non dico abbandonare le vecchie idee del genio innato, ispirazione eccetera, ma analizzarle per bene, verificarle e cambiarle notevolmente ».

Basterebbe questo breve passo a smontare il cliché del Van Gogh tutto follia e sregolatezza. La pittura è studio, applicazione, ricerca. È fatica, come fanno fatica i contadini quando lavorano i campi.


La Repubblica – 18 ottobre 2014


Pellegrino Artusi e il ricettario che ha fatto l’Italia.



Scapolo, banchiere, Artusi pubblica nel 1891 «La scienza in cucina e l'arte di mangiare bene», un libro divenuto mitico che si propone di unificare la lingua del paese.prima puntata di una breve storia della gastronomia in Italia.

Benedetta Diamanti

Il ricettario che ha fatto l’Italia



Il Nove­cento è il secolo in cui la cul­tura gastro­no­mica ita­liana vive la sua fase di mag­giore con­sa­pe­vo­lezza e atti­vità. Si risco­prono e inven­tano tra­di­zioni, nasce il con­cetto di cucina regio­nale, si asse­gnano appar­te­nenze gastro­no­mi­che, si costrui­sce un lin­guag­gio spe­ci­fico, nascono le spe­cia­lità e i pro­dotti tipici. Pel­le­grino Artusi è il padre di que­sta rivo­lu­zione: ban­chiere sca­polo ori­gi­na­rio di For­lim­po­poli, natu­ra­liz­zato fio­ren­tino, pub­blica a sue spese La scienza in cucina e l’arte di man­giar bene e lo vende per posta. Il 1891 cele­bra lla prima edi­zione del ricet­ta­rio più noto d’Italia che si pro­pone di uni­fi­care il Paese anche in cucina.

Dedi­cato ai suoi gatti, è frutto dello stu­dio di anti­chi ricet­tari, di spe­ri­men­ta­zioni culi­na­rie, ma anche di nume­rosi viaggi in treno alla sco­perta delle tra­di­zioni locali. Artusi va fin dove si estende la rete fer­ro­via­ria, l’Italia che rap­pre­senta è par­ziale e for­te­mente tosca­niz­zata, tutto il Sud e buona parte del cen­tro sono esclusi. Di anno in anno amplia il reper­to­rio con le ricette inviate dalle let­trici, e cura le rie­di­zioni fino al 1911, anno della sua morte.

Secondo Piero Cam­po­resi la Scienza in cucina è riu­scita meglio dei Pro­messi sposi a uni­fi­care la lin­gua e la cul­tura ita­liana. Dedi­cato alle mas­saie bor­ghesi, il libro pro­pone una cucina che fil­tra tra­di­zione e inno­va­zione attra­verso un gusto medio che Artusi con­tri­bui­sce a creare in maniera deci­siva. Se molte regioni riman­gono escluse, tut­ta­via con Artusi ini­zia quel pro­cesso di uni­fi­ca­zione e valo­riz­za­zione della cucina ita­liana che passa attra­verso il rico­no­sci­mento delle pecu­lia­rità locali: sono le diver­sità a costi­tuire la ric­chezza uni­ta­ria. Pro­prio que­sto aspetto soprav­vive e carat­te­riz­zerà poi il Novecento.

Il seme get­tato da Artusi incon­tra tra gli anni Venti e Trenta una nuova spinta pro­pul­siva: il dif­fon­dersi del viag­gio e della let­te­ra­tura ode­po­rica. Gior­na­li­sti e scrit­tori par­tono alla sco­perta di un’Italia inso­lita, attratti da iti­ne­rari poco bat­tuti, lon­tano dalle città, alla ricerca delle tra­di­zioni. Nascono così nume­rosi sot­to­ge­neri della let­te­ra­tura di viag­gio, tra cui pro­prio il viag­gio gastro­no­mico, molto pro­li­fico negli anni Trenta. Se da que­gli anni è pos­si­bile vedere un incre­mento del repor­tage culi­na­rio è anche gra­zie all’uscita e alla dif­fu­sione di due testi sin­go­lari, che fanno da apri­pi­sta, ispi­ra­zione e stru­mento utile di viag­gio: Oste­ria di Hans Barth (1909) e la Guida Gastro­no­mica d’Italia del Tou­ring Club Italiano(1931).



Hans Barth è tede­sco, ma vive a Roma ed è cor­ri­spon­dente del Ber­li­ner Tage­blatt; parla l’italiano, cono­sce il latino e ama la civiltà clas­sica. Ma ama anche il vino e il cibo, così decide di par­tire alla volta delle mag­giori città ita­liane alla sco­perta delle can­tine migliori, per farne una guida per i suoi con­na­zio­nali, che esce nel 1908 e l’anno suc­ces­sivo viene tra­dotta in ita­liano col titolo di Oste­ria, Guida spi­ri­tuale delle oste­rie ita­liane da Verona a Capri. Il viag­gio di Barth non è tanto inno­va­tivo dal punto di vista delle mete toc­cate, che rispec­chiano sostan­zial­mente quelle del Gran Tour, ma nella moda­lità del viag­gio, libera e not­turna, svin­co­lata dalle pre­scri­zioni della guida Bae­dec­ker.

Il vero motore del viag­gio è l’atavica sete del viag­gia­tore. Barth abban­dona impo­ma­tati hotel per le oste­rie, ter­mine che indica per lui i luo­ghi più dispa­rati, basta che si beva: entriamo in bir­re­rie, caf­fet­te­rie, can­tine, bot­ti­glie­rie, fia­schet­te­rie e così via. Il cibo ha un ruolo secon­da­rio, di accom­pa­gna­mento. Dato che spesso nei locali si serve solo da bere, tro­viamo indi­cate anche bot­te­ghe di piz­zi­ca­gnoli e salu­mai dove poter acqui­stare quel poco che basta a far scor­rere meglio il vino.

La qua­lità dei vini, il loro legame col ter­ri­to­rio non inte­ressa, si cerca la quan­tità, l’economicità, l’ebbrezza, non solo del vino, ma del luogo, dell’atmosfera, della sto­ria, dei seni delle ostesse, degli odori degli ambienti, dello scam­bio con gli avven­tori abitudinari.



Il secondo testo a dare un’impronta deci­siva allo svi­luppo del viag­gio gastro­no­mico è la Guida gastro­no­mica d’Italia del TCI del 1931. Que­sta guida nasce da un’operazione inno­va­tiva e lun­gi­mi­rante, che colma una grande lacuna nel mer­cato in espan­sione del turi­smo e delle guide, stru­menti pra­tici che devono rispon­dere a tutti i pos­si­bili biso­gni del viag­gia­tore.

Se il patri­mo­nio cul­tu­rale, la rete stra­dale, i mer­cati, le oste­rie, gli alber­ghi erano stati cen­siti dal TCI in appo­site guide, man­cava ancora un cen­si­mento uffi­ciale dei cibi ita­liani, uno stru­mento per orien­tarsi e che mostrasse un’identità gastro­no­mica unita, utile sia ai viag­gia­tori nostrani che ai viag­gia­tori stra­nieri. Solo un’associazione con una forte iden­tità nazio­nale, un radi­ca­mento sul ter­ri­to­rio e una visione geo­gra­fica come il Tou­ring poteva com­piere un’impresa del genere. La trat­ta­zione avviene per regione, poi per pro­vin­cia, segna­lando anche sin­gole loca­lità che si distin­guono per un pro­dotto spe­ci­fico. Non tutte le regioni sono sullo stesso piano, Basi­li­cata e Sar­de­gna per esem­pio sono affron­tate sommariamente.

Pellegrino Artusi

























È evi­dente quanto sia forte il mes­sag­gio poli­tico e ideo­lo­gico che porta la Guida Gastro­nomica: le mol­te­plici realtà e spe­cia­lità pro­po­ste non vanno inter­pre­tate come prova di mille iden­tità ali­men­tari diverse, bensì come testi­mo­nianza di unità.

La Guida con­tri­bui­sce all’invenzione delle «cucine regio­nali» ita­liane, dimen­sione che non dà una cor­retta inter­pre­ta­zione sto­rica e cul­tu­rale della realtà, in cui sarebbe più giu­sto par­lare di cucine «locali» e «cit­ta­dine», unite in una rete, a for­mare una varie­gata cucina «nazio­nale»; tut­ta­via la dimen­sione regio­nale sem­pli­fica la gestione e la comu­ni­ca­zione delle infor­ma­zioni. L’unificazione gastro­no­mica è ormai com­piuta, la strada è aperta a grandi viag­gia­tori golosi, come Paolo Monelli e Mario Sol­dati , che con la loro penna con­tri­bui­ranno a for­mare l’identità ita­liana in cucina.


Il Manifesto – 17 ottobre 2014

lunedì 27 ottobre 2014

Un nuovo libro sul Finalese


In uscita in libreria l'ultimo libro di Giuseppe Testa, caro amico di Vento largo, che da anni porta avanti una ricerca attenta e approfondita sulla storia e la cultura del Finalese. Ricordiamo, fra i tanti suoi contributi, "Le strade di ieri", uno studio esaustivo sulla storia delle vie di comunicazione dal neolitico al XIX secolo. 

Van Gogh e i fiori. La bellezza come terapia del dolore



In margine alla mostra di Milano. Una riflessione sull'importanza dei fiori nella pittura di Van Gogh.

Francesca Bonazzoli 

In quella gioia per i fiori la sensibilità verso gli ultimi 

Sono stati i fiori i prodotti della terra più amati da Van Gogh. Monet con le ninfee aveva semplicemente ingaggiato un ossessivo corpo a corpo con la luce; Van Gogh, invece, dipingeva ogni tipo di fiore perché quell’esercizio gli procurava gioia. «Sto dipingendo con l’entusiasmo di un marsigliese nel mangiare la bouillabaisse, e non ti sorprenderebbe se ti dicessi che sto dedicandomi ad alcuni girasoli. Se riesco a portare avanti questa idea si tratterà di una dozzina di dipinti. L’intero lavoro sarà una sinfonia di giallo e blu», scriveva al fratello Theo nel 1887, mentre si impegnava nella prima delle due serie dedicate ai girasoli terminate con il più audace di tutti gli accostamenti: il giallo dei petali su fondo giallo. L’apoteosi della gioia, motivo decorativo pensato per la stanza preparata ad Arles per l’amico Gauguin.

Ma c’erano altre due ragioni per cui Van Gogh dipingeva tanti fiori. La prima va ricercata nel fatto che erano, da secoli, il soggetto umile dell’arte — tema minore rispetto alla pittura di figura, religiosa o eroica — quasi un passatempo per dilettanti, accusa da cui si era dovuto a suo tempo difendere anche Caravaggio. Questa semplicità piaceva a Van Gogh che, per la sua sensibilità verso gli ultimi, aveva trascorso la prima parte della vita fra i minatori del Borinage condividendone gli stenti.



Sempre a corto di soldi e dipendente economicamente dagli aiuti del fratello, i fiori erano inoltre un soggetto cui poter attingere senza affrontare la spesa per i modelli che van Gogh faticava a trovare fra i conoscenti. «Mi sono mancati i soldi per pagare dei modelli, altrimenti mi sarei dedicato completamente alla pittura di figura, ma ho fatto una serie di studi sui colori dipingendo semplici fiori, papaveri rossi, fiordalisi, myosotis; rose bianche e rosa, crisantemi gialli» racconta l’artista.

La seconda ragione era il fascino esercitato su di lui dalle stampe giapponesi, molto ben conosciute da Van Gogh che aveva fatto per un periodo il commesso presso il più grande mercante d’arte del tempo, Goupil. In quelle stampe c’erano fiori dappertutto che diventavano protagonisti, come mai si era visto prima nella pittura occidentale, e come Van Gogh ha rifatto, per esempio, nel suo splendido ramo di mandorlo fiorito che occupa l’intera tela come un arabesco: petali perlacei che si stagliano in un cielo turchese dipinti in occasione di un altro motivo di gioia: la nascita del nipote.

Anche gli iris del Paul Getty Museum, con gli steli sinuosi in primo piano mossi dal vento, sono un’idea mutuata dagli artisti del Sol Levante che non amavano, come succedeva invece nella pittura occidentale, ritrarre il vaso di fiori recisi apparecchiato in una tavola elegante. La natura aveva una sua propria bellezza, assoluta, senza dover diventare, come nelle nostre nature morte barocche, una decorazione di lusso.



E infine non bisogna dimenticare le volte in cui Van Gogh ha usato i fiori per riempire lo sfondo dei ritratti: da quello di Madame Augustine Roulin a quello di suo marito, il postino Joseph Roulin. Solo Matisse, dopo di lui, sarà altrettanto audace. I fiori furono dunque una terapia della gioia, un alleggerimento per la mente, una liberazione del talento e della creatività, una fuga dalle ossessioni negative, dopo il periodo scuro in cui Van Gogh aveva tentato di mettere la pittura al servizio della sua missione umanitaria, celebrando la fatica di contadini e minatori con i toni bruni della scuola olandese di Rembrandt e Hals. La scoperta del colore avvenne proprio grazie all’esercizio sui fiori, ricercando le contrapposizioni del blu con l’arancione, del rosso con il verde, del giallo con il violetto. Chissà se Allen Ginsberg conosceva questa storia quando nel 1965 coniò il termine «flower power».

Il Corriere della sera – 18 ottobre 2014


Legione straniera, l’epopea degli eroi dannati



Per noi la Legione è Gary Cooper in Beau Geste, film del '39 che ancora girava nelle sale parrocchiali dei primi anni '50. E anche un'estate passata sulla spiaggia di Calvi vicino al campo di addestramento del 2° Reggimento Paracadutisti.

Mario Baudino

Legione straniera, l’epopea degli eroi dannati


C’è il contabile fiammingo che si arruola dopo essere stato abbandonato dalla moglie, fuggita col figlio piccolo. E c’è il tenente che vent’anni dopo cade al suo fianco in una scaramuccia coi Tuareg. Ma quando i compagni raccolgono i loro resti, trovano nel portafoglio del più anziano la foto di una bellissima sposa; e in quello del tenente l’immagine della stessa donna, invecchiata. Erano padre e figlio, non l’avevano mai saputo perché nella Legione straniera nessuno parla, o parlava, del proprio passato.

Ora è un corpo d’élite come tanti. E si aggrappa al mito, a quasi due secoli di avventura che hanno nutrito cinema, romanzo, memorialistica e pubblicità. Un libro di Gianni Oliva (Fra i dannati della terra, Mondadori) ricostruisce questa epopea di sangue, di eroismi, di sbandati, di sconfitti e di eroi per caso legati da un vincolo potentissimo, insomma l’essenza misteriosa del soldato. È una storia poco nota, con una presenza italiana che culmina, si fa per dire, con Giuseppe Bottai, l’ex ministro fascista dell’educazione che nel ’44 si arruola, soldato semplice: e alla fine della guerra farà il presentatarm a De Gaulle.

Uno dei primi legionari fu però Carlo Pisacane, il martire risorgimentale finito sui banchi della scuola dell’obbligo grazie a una poesia di Luigi Mercantini («Eran trecento, eran giovani e forti / e sono morti»). La sua è una grande storia romantica: ufficiale dell’esercito borbonico, di alto lignaggio e di grande avvenire, fugge non per politica ma per amore, portando con sé l’amatissima Enrichetta Di Lorenzo, moglie però di un cugino. L’esilio è esaltante e durissimo, fra arresti e persecuzioni. Per di più non ci sono soldi. Così, per mantenere Enrichetta e il figlio, Carlo Pisacane si arruola, nel 1847; per lui è una scuola di guerriglia, in attesa delle battaglie italiane.



In quel momento la Legione ha già un passato interessante: per esempio ha concluso la lunga e difficile campagna per il controllo dell’Algeria, lo scopo del resto per cui era stata creata da Luigi Filippo d’Orléans, il re liberale del 1830. Aveva infatti ereditato dal regime assolutista un problema politico ed economico: l’invasione dell’Algeria, ultima e impopolare decisione del predecessore Carlo X. Il corpo di spedizione non riusciva però a domare la guerriglia, era arenato. E il nuovo sovrano, anziché ritirarlo, creò un reparto di volontari stranieri da spedire in Nord Africa, a vedersela con l’inferno.

Il successo fu sbalorditivo: i candidati arrivavano da ogni parte, sempre più numerosi. Si chiedeva loro, in cambio di una nuova identità e di una protezione assoluta, un’età tra i 18 ai 40 anni, un fisico robusto e una ferma di almeno tre anni. Nient’altro. Nell’Europa della restaurazione e dei moti liberali, ufficiali napoleonici, carbonari e rivoluzionari videro nella Legione non un semplice esercito, ma la Francia liberale, quella da cui tutto poteva ripartire. La feroce repressione in Africa non li turbava: era considerata una «missione civilizzatrice».

Il più noto tra i primi legionari è Raffaele Poerio, aristocratico calabrese antiborbonico che diventerà colonnello, per tornare in Italia dopo 17 anni, nel ’48, ancora a combattere. Fra le assolate colline Africa, fino almeno a questa data (dopo la quale per i liberali c’è un posto sicuro: il Piemonte) non saranno pochi i legionari imprevedibili. Per esempio l’ingegnere veneziano Francesco Zola. Protagonista di un brutto scandalo - ad Algeri rubò un abito per donarlo alla donna amata - venne rispedito a Parigi. Fu un dono anche quello, ma alla letteratura: l’ingegnere mise su famiglia, ed ebbe un figlio a nome Émile.


La Stampa – 26 ottobre 2014

sabato 25 ottobre 2014

Un deserto a sinistra di Matteo



Una analisi interessante.

Giovanni De Luna

Un deserto a sinistra di Matteo



Il conflitto tra il governo e la Cgil spalanca intere praterie a sinistra del Pd. E’ la conseguenza della scelta di Renzi di puntare sul partito pigliatutto, spostandosi verso il centro, inglobando gli uomini di Alfano ed esercitando una fortissima attrazione verso Forza Italia.

Di fatto, il partito a vocazione maggioritaria tende a svuotare di senso il bipolarismo su cui si è fondata la Seconda Repubblica, dilatando gli spazi del «grande centro», ma favorendo anche una radicalizzazione delle ali estreme del sistema politico.

A destra questo è puntualmente avvenuto con il ritorno in campo della Lega; un sussulto difficile da prevedere dopo gli scandali che avevano segnato il tramonto di Bossi. Il partito di Matteo Salvini sembra in grado di intercettare i consensi dei transfughi del centrodestra berlusconiano (e di una composita galassia di ex fascisti) rilanciando l’immagine conflittuale della Lega degli esordi (quando legò le sue fortune alla lotta contro i meridionali, contro il fisco, contro il centralismo statale) nel contesto di una crisi economica che, rispetto agli Anni 80 del tumultuoso successo del movimento di Bossi, ha accentuato in maniera dirompente le tensioni e lo scontro sociale.

A sinistra non è successo niente di tutto questo. Nel 1994 Rifondazione comunista rappresentava circa il 10% dell’elettorato. Da allora in poi, mentre gli uomini dell’ex Pci intraprendevano la loro lunga marcia verso il centro, scandita dalle sigle Pds, Ds, Pd, quel 10% è andato sgretolandosi fino a configurarsi oggi come una costellazione di piccoli partiti rinchiusi nel ghetto di un’opposizione impotente. E’ il prezzo pagato a una sorta di coazione a ripetere che ha sempre portato a raccogliere le bandiere lasciate cadere dagli altri senza mai trovarne di diverse e spesso mutuando dagli altri le derive personalistiche, la frammentazione in correnti, un modo narcisistico e autoriferito di far politica. Per anni è sembrato che il problema fosse quello di trovare una leadership autorevole.

Le esperienze in questo senso, da Bertinotti a Vendola, sono sempre naufragate; il loro tentativo non è andato oltre la soglia di una «narrazione» seduttiva, ma incapace di incidere sulla realtà. C’è stata poi la stagione disastrosa dei leader chiesti in prestito alla magistratura: il flirt con Di Pietro, l’abbraccio a De Magistris, gli entusiasmi per Ingroia. Ora tocca a Landini, alla Fiom e al sindacato con un trasporto che ricorda quello per Cofferati e per i tre milioni di manifestanti che affollarono Piazza San Giovanni.

Ma ha un senso guardare alla magistratura e al sindacato come ad ambiti in cui si forma oggi una leadership politica? Il sindacato degli Anni 70 fu quello che allargò la sua sfera di intervento dalla tutela del salario alla contrattazione complessiva di tutte le condizioni del lavoro, estendendo il suo raggio d’azione fino a interagire con il governo sulla scuola, la sanità, i trasporti, la casa. In quegli stessi anni la magistratura, finalmente, spezzò la continuità che aveva legato i suoi apparati ai codici del fascismo, aprendosi all’applicazione della Costituzione e ampliando gli spazi della nostra democrazia. 

Quel sindacato fu sconfitto nel 1985, con il referendum sulla scala mobile, perdendo da allora in poi rappresentanza e rappresentatività; e la magistratura in questi anni è stata chiamata ad esercitare un ruolo di supplenza nei confronti di una classe politica inadeguata, fino ad assumere un ruolo improprio, con uno straripamento che ha funzionato come un vero e proprio boomerang per la sua credibilità.

In questa coazione a ripetere è come se la fine del Novecento abbia provocato un lutto mai elaborato. Il Pd ha semplicemente rimosso quel passato. L’altra sinistra in quel passato è rimasta invischiata, limitandosi a contemplare attonita le macerie dei pilastri (Stato, Partito, Lavoro, tutti con la maiuscola) su cui si era fondata la sua tradizione novecentesca e incapace di trovare alternative alla dissoluzione di quella forma partito. 

Così, in attesa che si sviluppino le potenzialità intraviste nell’esperienza della lista Tsipras, si prospetta l’eventualità del vecchio gioco delle scissioni e delle fusioni, in un orizzonte che oggi guarda a Civati, domani a Bersani e poi ancora, forse a D’Alema. Non un presagio rassicurante per il futuro.


La Stampa – 25 ottobre 2014

I servizi inglesi spiavano Eric Hobsbawm



Hobsbwam fa notizia, ma negli anni della guerra fredda furono milioni gli abitanti dell'Occidente tenuti sotto controllo perchè comunisti. E l'Italia non fa eccezione. Da noi, oltre agli organi dello Stato si diedero da fare anche organizzazioni private, emanazione della Chiesa e della Confindustria. Altro che Don Camillo, bonario e dal cuore grande. I parroci schedavano tutti e senza letterina del reverendo rassicurante sul comportamento (morale e politico)dell'interessato e della famiglia non si entrava da nessuna parte.

Enrico Franceschini

“Una spia comunista” Così gli 007 inglesi pedinarono per decenni lo storico Hobsbawm


Gli mettevano i microfoni al telefono e nello studio. Gli leggevano la posta, che allora non era elettronica, ma di carta. Lo pedinavano per scoprire chi incontrava. Per decenni l’-Mi5, il controspionaggio del Regno Unito, spiò ossessivamente Eric Hobsbawm, forse il più noto storico britannico e un marxista convinto. Convinti che fosse o potesse essere al servizio di Mosca, i servizi segreti di Sua Maestà frugarono in ogni ripostiglio della sua vita privata, ma non trovarono mai prove che passasse informazioni all’Urss o tramasse per conto dell’internazionale comunista.

Il “secolo breve”, titolo del famoso saggio di Hobsbawm sul Novecento, dovette sembrare molto più lungo agli 007 inglesi che cercavano di incastrarlo: una caccia meticolosa ma, oltre che infruttuosa, maledettamente noiosa. Gli unici “segreti” che vennero alla luce furono le difficoltà matrimoniali con la prima moglie, che non lo riteneva un compagno (in senso ideologico) abbastanza «fervente», e l’ospitalità data per una notte a un misterioso personaggio «dal naso adunco e in apparenza ebreo», annotò la spia di turno sul taccuino con spirito d’osservazione antisemita, rivelatosi in seguito un parente del tutto innocuo, lo “zio Harry”, che quella sera si era fermato da lui perché aveva bevuto un po’ troppo.

Ha dunque più i tratti della commedia che del thriller la montagna di rivelazioni ottenute dal Guardian e da altri quotidiani londinesi sull’attività di spionaggio ai danni dell’eminente storico scomparso nel 2012. Commedia sì, ma tuttavia degli orrori, rivelando a che punto arrivassero le paranoie occidentali al tempo della guerra fredda, uno specchio fedele — fortunatamente senza arrivare ai campi di prigionia del Gulag — di quello che sentiva e faceva sul versante opposto la superpotenza rossa.

I documenti, otto cartelle piene zeppe di rapporti “top secret”, non soltanto su Hobswam ma pure su altri scrittori, artisti e intellettuali di sinistra dell’epoca, come Iris Murdoch, Christopher Hill e Mary Warnock, sono stati resi noti dai National Archives quasi senza censure: solo qualche riga è oscurata qui e là e un’unica cartella su di lui è stata “temporaneamente” trattenuta per motivi non meglio specificati.

Il professore era diventato un numero per il controspionaggio: 211764. Gli agenti erano riusciti a nascondere cimici nei suoi telefoni e nelle sue stanze, gli aprivano tutta la corrispondenza privata (confiscando fino a 10 lettere al giorno e fotocopiandole prima di riconsegnargliele), seguivano i suoi movimenti.

Nato in Egitto e fuggito in Inghilterra dalla Germania nazista nel 1933 per non diventare vittima dell’Olocausto, Hobsbawm era iscritto al Cpgb, il partito comunista britannico, un’adesione che non rinnegò mai, fino alla morte, anche dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Era la sua militanza comunista a suscitare sospetti nell’Mi5, eppure l’unica scoperta “storica” dello spionaggio nei suoi confronti è che contestò così duramente la leadership del Cpgb da rischiare di essere espulso.

A cominciare dal 1956, quando il controspionaggio venne a sapere che il professore, insieme alla scrittrice (in seguito premio Nobel per la letteratura) Doris Lessing, scrisse una lettera attaccando i leader del partito comunista britannico per il loro «acritico sostegno alle azioni sovietiche in Ungheria», ovvero alla sanguinosa invasione di Budapest che aprì la prima crepa nel fronte comunista in Europa. Quel sostegno, affermò Hobsbawm in un’assemblea del partito a King street, vicino a Covent Garden, era «il culmine di anni di distorsione di fatti», secondo quanto riferisce la registrazione del controspionaggio.

Le intercettazioni confermarono che Hobsbawm era amico di Alan Nunn May, un fisico britannico che aveva confessato di avere fatto la spia per la Russia, condannato per questo e rilasciato nel 1952. Ma tra lo storico e il fisico non saltarono mai fuori accordi per arruolare anche Hobsbawm al servizio di Mosca; né la Russia dimostrò mai alcun interesse a Hobsbawm. Insomma, l’Mi5 fece tanta fatica per niente. Due anni prima di morire, consapevole che esisteva un dossier su di lui negli archivi di stato, il professore chiese di poterlo vedere. Glielo negarono. Diventa di dominio pubblico soltanto ora, che il “secolo breve” è finito da un pezzo.


La Repubblica – 25 ottobre 2014