TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 novembre 2014

Ascesa e caduta del latin lover, un archetipo tutto italiano



Escono libri su tutto: in uno si racconta la storia erotica del nostro Paese dagli etruschi ai dongiovanni del ’900. Non se ne sentiva la mancanza. Ma la recensione è simpatica.

Mirella Serri

Ascesa e caduta del latin lover, un archetipo tutto italiano



Lo storico Teopompo di Chio, vissuto nel IV secolo a. C., descrive divertito la mancanza d’inibizioni degli antichi etruschi. Se un visitatore bussava alla porta di un signore in quel momento in dolce compagnia, il servo avvertiva che il padrone stava facendo all’amore e che si sarebbe liberato al più presto. Per entrambi i sessi era poi normale girare senza veli e concedersi en plein air audaci giochi. Oppure abbandonarsi a intrecci sadomaso come quello raffigurato sulla tomba della «flagellazione» della necropoli di Monterozzo, vicino Tarquinia, dove due uomini frustano una donna che li accarezza. Quella popolazione, insomma, non possedeva il nostro comune senso del pudore e in questa disinvolta gestione della privacy maschi e femmine si ponevano sullo stesso piano.

Lo scenario cambia radicalmente a Roma, in età repubblicana. La riservatezza era praticata, eccome. Le performances erotiche non venivano ostentate, però l’autorità di un pubblico personaggio dipendeva anche da queste. Il pater familias, ci spiega Seneca, a cui era concesso diritto di vita e di morte sui propri cari, nel sesso doveva essere attivo e mai passivo, per non smentire il proprio ruolo di dominatore. Guai, dunque, se fosse stato reso noto che le fanciulle o gli schiavi con cui si trastullava (la bisessualità era largamente praticata) per caso avessero provato piacere. «Marito di tutte le mogli e moglie di tutti i mariti»: Giulio Cesare diventò per questi suoi molteplici accoppiamenti l’emblema del vero romano, doppiamente vincitore sia in battaglia che tra le coltri.



Al condottiero va il merito di aver incarnato lo stereotipo, anche in senso letterale, del latin lover. Già, proprio così. Un’arte, questa della seduzione, in cui i maschi italiani, a partire dagli antichi romani, sembrano essere tra i maggiori esperti. Adesso, a spiegarci dove e come nasce il mito dell’amante latino alla maniera di Casanova o del bel tanguero Rodolfo Valentino, è Cinzia Giorgio in Storia erotica d’Italia. Gli amori, gli scandali, il sesso e la vita privata: la storia d’Italia che avreste sempre voluto leggere e nessuno ha mai osato raccontare (Newton Compton editore, pp. 330, € 9,9).

La figura del playboy made in Italy è universalmente conosciuta, afferma la studiosa di Women’s Studies, non solo perché ha origini lontane ma anche perché si è mantenuta in vita a lungo grazie alla persistente disparità tra uomo e donna, sostenuta per secoli dalla Chiesa cattolica e le cui basi furono gettate dai latini. Dopo il celebre ratto delle Sabine, racconta Tito Livio, le matrone rapite a cui fu proposto di tornare a casa si rifiutarono. Le aveva convinte Romolo dicendo che «avrebbero avuto mariti migliori di quelli che avevano lasciato i quali si sarebbero fatti perdonare del ratto con il trasporto della passione».

Livio alimenta così la leggenda che i connazionali fossero gli unici ad esser tanto appassionati e dotati. Quest’aura continua a illuminare il maschio latino (come narra Boccaccio) pure nei secoli bui, quando gli ostacoli alla conquista del gentil sesso diventano quasi insuperabili. Il «Canon Episcopi», vademecum per i vescovi per combattere la stregoneria, diffonde l’idea che nella donna sedotta e abbandonata alberghi il diavolo.



Però il playboy medievale mantiene intatto il suo virile appeal. I muscoli amatori li esibisce con le cortigiane: già numerose presso i romani (divise in categorie, dalla «noctiluca», lucciola notturna, alla «bustuaria» che stazionava nei cimiteri) si dividono in «oneste» - mantenute da più benefattori - e in «prostitute di lume», che si concedono nel retrobottega dei maestri candelieri giusto il tempo di durata di una piccola candela (da cui «reggere il moccolo» ovvero il terzo incomodo in un incontro amoroso).

A queste si aggiungono le belles de jour della Serenissima, descritte dall’Aretino, capaci di intrattenere dotte conversazioni a busto scoperto. La notorietà di un personaggio è supportata dal metro delle sue conquiste: di Raffaello, notevole amatore scomparso a soli 37 anni, Vasari dirà che era stato portato alla tomba dal troppo «coito» e lo stesso eccesso viene evocato per Ludovico Sforza, «il Moro», che ha avuto tanti incontri ravvicinati con «una sua puta molto bella» (la sedicenne Cecilia Gallerani che Leonardo raffigurò ne La Dama con l’Ermellino).

Così, è ancora un altro esempio, la leggenda di Niccolò Paganini, gran seduttore, cresce anche per via delle dicerie sulla notevole estensione delle parti più intime. Mentre il ministro e presidente del Consiglio Francesco Crispi finisce sotto processo per le storie d’amore, Gabriele D’Annunzio, che le sue infinite liaisons non le teneva certo nascoste, scrive il Piacere (al maschile, s’intende).



Per non parlare di Benito Mussolini, gran tombeur e consumatore ogni giorno di rapporti con plurimi «orinatoi di carne» (durata massima 15 minuti). Connotato da un «pragma della banda e del capintesta bassamente erotico, un basso prurito ossia una libido di possesso, di comando, di esibizione, di cibo, di femmine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e di ozi», come Carlo Emilio Gadda descrive l’abbuffata di sesso e di potere che le camicie nere ostentano come medaglie belliche.

Vitaliano Brancati, poi, ne Il bell’Antonio smonta la fama di galletto dell’italiano meridionale e nella trasposizione cinematografica il personaggio è interpretato da Marcello Mastroianni. Il quale impersona sul grande schermo anche uno dei più celebri conquistatori, Marcello Rubini della Dolce vita. Nemmeno in tempi più recenti il latin lover ci abbandona: Gianna Nannini ne canta le brame degli occhi fissi sul «décolleté». Attualmente il mito, complice i cambiamenti della mentalità femminile, ha perso smalto. Il falchetto rapace impersonato da Alberto Sordi ne Il seduttore è un po’ spiumato. Ma non demorde. Madonna scrive sulla sua t-shirt: «Italians do it better». E la leggenda che gli «italiani lo fanno meglio»


La Stampa – 26 novembre 2014



Cinzia Giorgio
Storia erotica d’Italia  
Newton Compton, 2014 
€ 9,9


Enea, mito per tutti i secoli



Ricostruita in un denso e preciso saggio la storia culturale del grande classico della letteratura occidentale. E delle sue molte letture

Alessandro Schiesaro

Enea, mito per tutti i secoli



Sedici ottobre 1944. Londra è in balia di nuovi missili devastanti, l'ultimo colpo per una città che in anni di guerra e di bombardamenti ha già accumulato molte ferite. T. S. Eliot pronuncia la sua prolusione come primo presidente della neonata «Società Virgiliana». Il titolo – «Cos'è un classico?» – ha forma di domanda, ma la risposta non tradisce esitazioni: un classico, il classico, è Virgilio, «il nostro classico, il classico di tutta Europa». Non possono aspirare a quel ruolo i sommi autori delle letterature nazionali; Virgilio sì, perché poeta in una lingua che, morendo, ha irradiato tutta Europa e le ha garantito il contatto con l'eredità dei greci.

Nel nome di Virgilio Eliot traccia un progetto di salvezza culturale del continente che rinascerà dalle macerie, individuando un comune denominatore che trascenda anche Dante o Goethe o Shakespeare. «Dobbiamo ricordarci – afferma – che, come l'Europa è un'unità (e tuttora, pur crescentemente mutilato e deturpato, l'organismo dal quale deve svilupparsi una maggior armonia mondiale), così la letteratura europea è un'unità». È, la sua, l'esaltazione teorica più esplicita della centralità culturale di Virgilio, che risponde a un sentire e un'esigenza reali. Quando, pochi anni dopo, Carlo Dionisotti arriva a Oxford, si concentra sui classici latini, Virgilio in primis, convinto che sia questa la base del dialogo tra l'esule (antifascista) di un paese sconfitto e i suoi colleghi britannici.



Il ruolo principe di Virgilio e soprattutto dell'Eneide è una costante della cultura europea da prima che l'aggettivo abbia un senso. Il suo poema è un classico mentre l'autore ancora lo scrive, poi una presenza immediata e costante sui banchi di scuola e nell'immaginario. In questo libro affascinante, che guida con acutezza il lettore tra una miriade di opere e di autori, Philip Hardie racconta la storia di questa duratura e poliedrica canonizzazione.

L'Eneide, pur così specifica nella sua trama, nella sua tessitura linguistica, nei suoi riferimenti culturali, è celebrata e imitata (anche parodizzata) in letteratura e spesso anche nelle arti figurative per due millenni perché il suo schema narrativo si adatta agevolmente ad altri contesti. È la storia di un esule che fonda un impero, o, meglio, che ritorna col suo popolo ad una terra insieme nuova e antica (i Troiani si volevano discendenti dell'etrusco Dardano), per gettare le basi di un regno la cui grandezza il poema può solo garantire al futuro.

Anche se Enea non vede in prima persona il trionfo di Augusto, la profezia di Virgilio propone un modello attraente per ogni impero che si voglia eterno e invincibile. Quando descrive l'emergere dell'ordine dal caos, il contrasto tra le potenze infernali della discordia e la forza di un principe che si vuole capace di interrompere il ciclo inevitabile del declino umano riportando in terra una nuova Età dell'oro, l'Eneide costruisce un'intelaiatura ideologica pronta a farsi archetipo.

Sarebbe però un errore ricondurre il successo dell'Eneide, anche solo in campo ideologico, esclusivamente alle aspirazioni imperialistiche e panegiristiche di successive generazioni di potenti.



Certo, la prefigurazione di un sovrano che ascende al cielo offre un modello (e quindi anche un antimodello) di molte apoteosi successive: a Milano è dipinta l'apoteosi di Napoleone, sul Campidoglio di Washington quella del repubblicano Washington. Ma la trama del potere che Virgilio costruisce è più complessa e più sottile. Il suo è anche (per molti, oggi: soprattutto) un poema di esilio e di transizione, che all'ombra di un motto perentorio e mille volte sfruttato, la promessa di Giove ai Romani che il loro sarà un «impero senza fine», suggerisce riflessioni meno rassicuranti.

Lo dice senza mezzi termini Agostino, quando la distruzione che Alarico infligge a Roma "eterna" nel 410 revoca in dubbio il valore delle parole di Giove. Anzi, lo fa dire a Virgilio stesso, il quale si assolve da ogni responsabilità osservando che, in fondo, è stato un dio pagano a sbagliare. E lo ripeterà con foga W. H. Auden nel 1959, rimproverando al poeta di immaginare un futuro che non si proietta oltre gli eventi della sua vita: «Neppure il primo dei Romani può imparare/ La sua storia romana al futuro». Per Auden, Alarico ha vendicato Turno, l'eroe latino sulla cui morte per mano di un Enea furente Virgilio sceglie ambiguamente di chiudere il poema. È su Virgilio, sull'Eneide, che si misurano la filosofia e la teleologia della storia.

La critica del dopoguerra ha messo in giusto rilievo molte delle tensioni e delle esitazioni ideologiche che rendono impossibile, o comunque tristemente riduttiva, una lettura dell'Eneide solo in chiave di panegirico (la reazione era dovuta, se solo si pensi allo sfruttamento fascista di Virgilio profeta della Terza Roma). Si erano già segnalate, però, ingegnose operazioni controcorrente.



A inizio Quattrocento Maffeo Vegio, dotto monaco domenicano, compone un tredicesimo libro dell'Eneide che per qualche secolo avrà l'onore di essere stampato in appendice al capolavoro. Vegio regala ai lettori l'happy ending che manifestamente manca nell'originale. Turno viene sepolto con onore, Enea e Lavinia si sposano, assistiamo alla fondazione di Lavinio e all'apoteosi di Enea. Un finale dell'opera, insomma, che riscatta la violenza inscritta nelle omissioni di Virgilio, il quale non esitava a chiudere sull'orrore dell'uccisione di Turno e nulla dice né di Lavinia (un'assenza, un simbolo evanescente) né del destino di Enea.

Nella storia culturale dell'Eneide la dimensione politica assume un ruolo di primo piano che però non è esclusivo. L'Eneide è anche, per esempio, il racconto della tragica intersezione tra Storia e destino personale nell'amore di Didone ed Enea, sviluppato anch'esso sul filo di tensioni irrisolte che affascinano Chaucer e Tasso e Shakespeare. E mentre insiste sulla vittoria dell'ordine e la sconfitta del caos, l'epos celebra il ruolo ineliminabile delle passioni e degli istinti, trasfigurati nei venti che Eolo reprime a stento in una caverna, o nella violenza che anima le furie infernali al servizio dell'implacabile odio di Giunone.

Sul frontespizio dell'Interpretazione dei sogni, datata 1900 con imprecisione tecnica ma suggestivo simbolismo, Freud, fa sue le parole di Giunone: «se non posso piegare gli dei superi, scuoterò l'Acheronte» e schiude le porte a una fase feconda della ricezione del poema, quella che ne rinnova la dimensione "classica" riconoscendone fino in fondo le ansie e le contraddizioni.

Il Sole 24 ore – 16 novembre 2014



Philip Hardie
The Last Trojan Hero. A Cultural History of Virgil's Aeneid
London-New York, 2014
£ 25,00


Le contraddizioni del Pantheon di Renzi




Renzi mette insieme il cattolico Giuseppe Dossetti con il laico Piero Calamandrei, Enrico Berlinguer con John Kennedy. Un minestrone indigesto che dimostra solo una grande confusione di idee.

Massimo Teodori

Le contraddizioni del Pantheon di Renzi


Non entro nel merito della polemica del presidente del Consiglio con i sindacati, né intendo polemizzare con l’identità plurale, la cultura e le radici proposte dallo stesso Matteo Renzi per un Pd in cui «tutti hanno cittadinanza». Vorrei piuttosto discutere «la storia e i valori della sinistra» che, secondo il segretario democratico, sarebbero incarnati da un pantheon che include — sono parole sue — Enrico Berlinguer e Nelson Mandela, Giuseppe Dossetti e Alexander Langer, Giorgio La Pira e John Kennedy, Piero Calamandrei e Gandhi. Più che una visione fondata su culture e tradizioni di pensiero politico della sinistra occidentale, a me pare che questo pot-pourri di busti marmorei sia stato raccolto in qualche mercatino domenicale che contiene di tutto un po’. 

Il pacchetto di mischia renziano, che dovrebbe rispecchiare l’orizzonte politico-culturale del premier, non è riconducibile alla socialdemocrazia continentale del welfare state o al socialismo liberale, e neppure al riformismo democratico sperimentato in varie forme di qua e di là dell’Atlantico. Passando in rassegna quei busti marmorei si ha l’impressione che la vera preferenza di Renzi sia un mix di sinistra cristiano-integralista e italocomunismo perbenista che, tuttavia, fino ad oggi non ha dato grandi prove. L’ambizioso leader avrebbe fatto meglio a lasciar alla ricerca storica le personalità del pantheon piuttosto che sollecitare riflessioni sul loro significato politico-simbolico. 

Enrico Berlinguer è stato l’ultimo comunista che non ha mai voluto prendere atto della catastrofe politica e ideale delle democrazie popolari e si è ostinatamente aggrappato al fumoso cattocomunismo di stampo rodaniano contro la prospettiva socialista e democratica che nello stesso periodo si affermava in Europa con Olof Palme, Willy Brand e François Mitterrand. Dossetti ha rappresentato il Vaticano illiberale dell’articolo 7 di Pio XII, ed ha avversato la laica concezione dello Stato del cattolico liberale Alcide De Gasperi. La Pira ha portato a Firenze una ventata di populismo e terzomondismo che è difficile prendere a modello.Calamandrei ha contrastato a fondo il dossettismo alla Costituente in un’Italia allora funestata dal clericalismo.

Gandhi e Mandela rappresentano belle immagini di realtà esotiche d’altri tempi e altri luoghi, e Langer fa la figura di una umanissima statuina in un presepe che ha bisogno di verde. Infine l’accoppiata di Kennedy con Berlinguer e La Pira è un nonsense riferito a un presidente americano che operò da fermo anticomunista a Cuba e Berlino. 

Certo, non va sovrastimato il significato della trovata renziana, che sembra nascondere più un vuoto di idee che non suggerire una visione e un indirizzo adatti a guidare il futuro d’Italia. È vero che i pantheon non sono carte programmatiche da esaminare con spirito filologico, ma qualcosa deve pur significare in termini di propositi l’elencazione di un insieme di personalità, soprattutto se l’autore è presidente del Consiglio e leader del maggior partito di sinistra alla testa del nostro Paese. 

Non si può ignorare che la celebrazione di determinate personalità implica un simbolismo spesso più eloquente di complessi ragionamenti. Ecco perché sorge il dubbio che a Renzi manchi quella cultura politica che dovrebbe essere necessaria per andare oltre i tweet che evocano l’insalata arcobaleno bianca, rossa e verde in salsa toscana. 


Il Corriere della sera - 29 novembre 2014


sabato 29 novembre 2014

Miró L’uomo che sognava dipingendo mondi



Lavoro come un giardiniere o un vignaiolo. Ogni cosa ha bisogno di tempo. A un certo momento devi sfoltire”. Parlava così di sé Joan Mirò. A noi ha ricordato Francesco Biamonti e la sua scrittura così simile al modo in cui i nostri contadini di Ponente potano gli ulivi. Una ricerca di essenzialità che diventa poesia.

Lea Mattarella

Miró L’uomo che sognava dipingendo mondi


«Mi è difficile parlare della mia pittura – dichiarava Joan Miró – perché essa è sempre nata in uno stato di allucinazione, provocato da uno choc di qualche tipo, oggettivo o soggettivo, del quale non sono affatto responsabile». Se questa è una dichiarazione di poetica ecco che diventa chiara la ragione per cui la mostra aperta a Mantova alle Fruttiere di Palazzo Te fino al 6 aprile curata da Elvira Cámara López, si chiami Miró, l’impulso creativo. Già nel titolo è chiarito proprio l’aspetto irrazionale dell’immaginario dell’artista catalano. Sono i surrealisti con cui entra in contatto molto presto a farlo innamorare del caso, del sogno, dell’assurdo. Così il suo mondo, che inizialmente era dominato da un realismo maniacale seppur bizzarro, si declina sempre più in maniera astratta e semplificata. La sua astrazione, però, ha sempre origine nel mondo che lo circonda.

«L’immobilità mi colpisce – ha affermato – questa bottiglia, questo bicchiere, una grossa pietra su una spiaggia deserta, queste sono cose immobili, ma scatenano un movimento tremendo nel mio animo». E poi ci sono il cielo, le costellazioni, la musica, la poesia, l’architettura, persino i rumori («i cavalli nelle campagne, le ruote di legno di carri che cigolano, il suono di passi, grida nella notte, grilli») che favoriscono la «tensione mentale», così la chiama lui, che lo porta alla creazione. Da tutto questo nasce uno dei racconti per immagini più amati del Novecento, fatto di segni leggeri, forme biomorfe, tracce, elementi fantastici e fiabeschi che alludono anche a un eros incantato e sognante. Un universo danzante in uno spazio che non ha paura del vuoto.



Questa esposizione vuole rivelare alcuni aspetti fondamentali della sua pittura, esplorando la produzione successiva al suo trasferimento a Palma di Maiorca nel 1956 (è qui che morirà nel 1983, era nato a Barcellona novant’anni prima). Non è una retrospettiva, ma un viaggio in cui le soste sono decise dalla vocazione di Miró verso alcuni aspetti del mondo che lo incantano e da cui prendono vita immagini in divenire, forme generative che sembrano esplodere oppure fiorire. Il nero è uno degli aspetti della sua pittura di cui qui si indaga la forza, ma anche la variazione delle sfumature. C’è quello che Miró chiama il “nero avorio”, ma anche “il nero marrone”. Con questo non-colore disegna arabeschi oppure immagina stesure che occupano quasi interamente la tela, da cui si affacciano le sue forme curvilinee, abitate da piccoli cerchi galleggianti.

Nello stesso tempo, l’esposizione indaga la potenza del suo gesto che si impone sulla superficie come una sciabolata ( Senza Titolo, 1968-1972) o come un ghirigoro, un segno che si arrotola ( Senza Titolo, 1967). Oppure sgocciola in piccoli rivoli che sembrano sgorgare da un elemento materico come ad esempio uno spago ( Senza titolo, 1973). Miró comincia molto presto a inserire materie alternative a quelle pittoriche tradizionali all’interno delle sue opere. Chiodi, peli, frammenti di linoleum, oggetti, cartacce, fili, spaghi, piume fanno la loro apparizione fin dalla fine degli anni Venti. Una sezione della mostra è dedicata proprio alla “Sperimentazione con i materiali”: ecco ancora legni, carta vetrata, giornali.



Ogni tipo di supporto viene utilizzato per la sua espressività. E Miró sperimenta anche l’arazzo. Bellissimi i due esempi intitolati La lucertola dalle piume d’oro , colorati e vitali. Lo sgocciolamento libero e audace sulla tela arriva da un’altra sua fascinazione che si declina in senso personale. Si tratta dell’incontro con l’informale americano e con Jackson Pollock. Anche se al movente sempre denso di pathos e carico di energia dell’artista statunitense, contrappone il gioco, l’ironia, un flusso di armonie, di sogni e non di incubi.

Il primo contatto con l’Espressionismo astratto americano è del 1947, anno di un viaggio negli Stati Uniti. L’amore per Pollock lo si vede nella sezione della mostra che esplora il suo modo di trattare i fondi che spesso Miró colora con liquidi di ogni tipo: l’acqua con cui ha pulito i pennelli, il tè, il caffè, succhi di fiore e di foglie. Tutto scola sulla tela dando vita a un mondo vibrante in cui ogni cosa succede davanti a te: scarabocchi, piccole deflagrazioni, l’andamento del colore che sfida le leggi di gravità. Ma non si potrebbe capire Miró senza aver chiara la sua necessità, che nel corso del tempo si fa sempre più prepotente, di semplificare. A indicargli questo cammino è l’arte giapponese.

Viaggia in Oriente nel 1966 e nel 1969, è amico del poeta Shuzo Takiguchi, predilige il gesto, la calligrafia, la sintesi di un tratto che, quasi inconsapevolmente, assume «la forma di una donna o di un uccello». La figura femminile, i frammenti del suo corpo, i volatili, le teste, il cielo stellato sono temi continuamente evocati in ciò che nasce nel suo atelier. La mostra, tra l’altro, ricostruisce i suoi due studi a Palma di Maiorca, lo Studio Sert e il Son Boter, ricoperto di graffiti.



E non bisogna dimenticare che per lui lo spazio in cui creava era assimilabile a un orto: «Qui ci sono i carciofi. Laggiù le patate. Le foglie devono essere tagliate in modo che le verdure possano crescere. A un certo momento devi sfoltire. Lavoro come un giardiniere o un vignaiolo. Ogni cosa ha bisogno di tempo». E ciò che conta in un quadro non è la sua durata «ma se ha piantato semi che daranno vita ad altre cose». Il mondo Miró ne contiene molti altri.


La Repubblica - 26 novembre 2014



Una donna insegue la libertà tra divorzio e legge rabbinica. "Viviane" di Ronit Elkabetz



Israele è una realtà complessa e poco conosciuta. Un film da poco nelle sale mette in luce la contraddizione fra legge rabbinica e condizione femminile. Un tema già trattato dal cinema israeliano in film come Kadosh di Amos Gitai. Da vedere.

Paolo Mereghetti

Una donna insegue la libertà tra divorzio e legge rabbinica



C’è una sola informazione da sapere prima di lasciarsi andare alla visione di Viviane : in Israele non esiste il matrimonio civile, c’è solo quello religioso, e quindi il divorzio (che esiste) può essere ratificato solo da un tribunale rabbinico, che ha bisogno però del pieno consenso del marito. Fatta questa premessa si è pronti per entrare nell’aula di tribunale dove Viviane e Elisha Amsalem stanno discutendo del loro divorzio: o meglio dove Viviane chiede un divorzio che il marito non sembra intenzionato a concedere.

Gli antefatti e le ragioni dei due contendenti li scopriremo scena dopo scena, anzi rinvio dopo rinvio, perché la cosa chiara da subito è che il marito non vuole concedere il divorzio alla moglie, che pure vive ormai fuoricasa, dalla sorella, da tre anni. Niente, Elisha prima diserta le udienze, poi sceglie il silenzio o cerca ogni giustificazione possibile per rifiutare quello che Viviane cerca da diversi anni. E quando anche l’uomo accetta di farsi rappresentare da un avvocato — nel suo caso il fratello rabbino Shimon, mentre la donna ha scelto un avvocato che non mette la kippah (come a sottolineare la sua «laicità») — ed entrano in scena i testimoni chiamati dai due contendenti, lo scontro non diventa meno facile da risolvere, perché il quadro si allarga alla società, all’idea dominante di famiglia e alle sue regole non scritte.

Costruito con ammirevole economia di mezzi, tutto all’interno dell’angusta aula di tribunale con poche scene nell’adiacente sala d’attesa, ritmato dalle scritte in sovrimpressione che scandiscono il passare del tempo («sei mesi più tardi», «tre mesi più tardi», , «due settimane più tardi»… Per arrivare a una conclusione, dopo 115 minuti di proiezione, ci vorranno cinque anni di rinvii), sceneggiato e diretto da Ronit Elkabetz (che interpreta anche la dolente Viviane) insieme al fratello Shlomi, il film è uno dei più forti e commoventi ritratti di tenacia femminile che il cinema abbia offerto negli ultimi anni. E non a caso la critica francese Dominique Martinez ha paragonato alcuni dolenti primi piani della protagonista a quelli di Renée Falconetti nella Giovanna D’Arco di Dreyer. 



Qui non c’è il rischio di una condanna al rogo, come per la Pulzella d’Orléans, ma è pur sempre di una vita che si parla, quella di una donna che ha trovato la forza di ribellarsi a un marito ossessionato dall’ortodossia religiosa e incapace di dimostrare l’affetto che una moglie ha bisogno di sentire. Il tema prende concretezza scena dopo scena, rinvio dopo rinvio, affidato ora a una risposta piccata dell’«egregio rabbino» che presiede il giudizio («lei deve stare al suo posto, donna!»), ora a una testimonianza ottenuta non senza difficoltà da una vicina succube del marito.

A confrontarsi sulla scena sono due idee della dignità umana: quella che rivendica la donna alla ricerca di una vita che non sia fatta solo di dovere e di sottomissione, e quella che difende l’uomo, disposto a vivere con una donna che non lo ama pur di non ammettere il suo fallimento (e tacitare la sua gelosia). Due idee che l’ortodossia religiosa non sembra prendere in considerazione, come si capisce dal comportamento fazioso del terzo incomodo del film, l’«egregio rabbino» che guida il tribunale.

Se lo spettatore finisce per schierarsi con la donna, la messa in scena cerca invece di tenere i due coniugi sullo stesso piano, o comunque di spiegare con equanimità i punti di vista opposti, affidati ora alle parole dei rispettivi legali ora ai silenzi dei due protagonisti. Concedendosi solo qualche significativa scelta di regia, come quelle delle scarpe di Viviane, eleganti e femminili durante il processo, dimesse e «penitenziali» nell’ultima, silenziosa inquadratura. Il perché di questa scelta, lo lasciamo scoprire allo spettatore.


Il Corriere della sera – 26 novembre 2014

venerdì 28 novembre 2014

Simmo 'e Napule paisá!



A Napoli stampate banconote false da 300 euro. Sembra andassero a ruba in Germania. Può sembrare uno scherzo, ma è tutto assolutamente vero.

Pablo

Simmo 'e Napule paisá!


Sgominata una banda di falsari a Napoli. Titolano così i giornali di oggi. 56 arrestati 84 indagati. Una vera e propria organizzazione industriale, con una sofisticata divisione dei compiti: c’erano quelli specializzati nella produzione, gli addetti alla distribuzione e quelli che giravano l’Europa per dare lezioni di contraffazione alle varie criminalità organizzate. Nel corso dell’operazione sono state scoperte una zecca e una stamperia dove venivano stampati anche gratta e vinci e biglietti della lotteria.

E fino a qui niente da dire. Potremmo essere a Milano come a Parigi, a New York come a Mosca. Ma invece siamo a Napoli e allora perché  stupirsi se venivano stampate anche banconote da 300 euro?

Certo, non esistono banconote di quel taglio e dunque il falso è evidente.
Ma i nostri falsari partenopei non si sono preoccupati per così poco.
La gente è credulona, si sa, e i tedeschi più di tutti, così abituati ad accettare tutto quello che abbia anche una minima parvenza di ordine e legalità. E i falsi erano davvero ben fatti, con tutti i timbri e le firme al loro posto.

E allora, giù a stampare banconote da 300 euro.
Non ci crederete, ma è stato un successone.
I tedeschi le hanno accettate senza battere ciglio, dando pure il resto.

Un bell'esempio di creatività italiana, di quelli che piacciono a Renzi che infatti ha detto:

"Non vi faccio il solito discorso per chiedervi di tornare in Italia, ma di andare avanti per cercare di cambiare il mondo. Se facciamo queste cose non saremo un Paese normale, perche' non lo saremo mai, ma l'Italia tornera' ad essere un paese vivo".

Forse non si rivolgeva proprio a loro, ma chissà....
Come è stato giustamente notato non siamo un paese normale e allora ci può anche stare.


Claudio Carrieri, Parole nella terra



Carmen Cona Organizza un doppio evento artistico di

Claudio Carrieri

In via Riborgo 22 Savona
Sabato 29 Novembre dalle ore 16.00



La mostra, allestita presso l’abitazione dell’Artista, è divisa in due parti:



1- PAROLE NELLA TERRA

- La prima parte della mostra, situata soprattutto nel laboratorio per la ceramica, è costituita dall’ installazione, “parole nella terra” che si compone di otto odalische in terracotta semirefrattaria ingobbiate e istoriate, come "rotoli di preghiera", con la trascrizione del Cantico dei Cantici di Salomone. Alcuni dipinti inediti, dislocati in diversi punti della casa, completano questa esperienza “amanuense” dell’Artista:
“Trascrivere il Cantico è stata un’esperienza mistica, un’emozione che spero possa manifestarsi anche a chi “leggerà” queste sculture.
Impalpabile, qui la scrittura incisa nella creta prende corpo, velando, come una pelle tatuata, le cavità delle forme che contiene”. (C. Carrieri)



2- ANTOLOGICA 1976-2014

- La seconda parte della mostra, composta da una rilevante quantità di opere, si svolge occupando i diversi livelli della casa e si propone come una piccola antologica che spazia dalle esperienze con le plastiche combuste, le sculture in fil di ferro degli anni settanta, alle esperienze “Arzocco” degli anni ottanta, alle acquetinte degli anni novanta, fino ai quadri di cronaca, le maioliche, i presepi, i ritratti, i bronzi, ecc.. Oltre ai draghi, alle odalische, le tele di impegno civile … Le opere in mostra sono parte dell’allestimento della casa, ma esclusivamente in questa occasione, alcune di esse sono poste in vendita.

L’Artista sarà a disposizione per raccontare storia e tecniche, ma soprattutto il suo Metodo che, come un invisibile filo rosso, lega esperienze apparentemente lontanissime se non addirittura inconciliabili




DAL 2 AL 18 DICEMBRE LA MOSTRA SI POTRA’ VISITARE SU APPUNTAMENTO TELEFONANDO A: 3289451144 - 3467485715

Guido Araldo, ëȓ servan ‘d Bumbarché

Mombarcaro nella nebbia












Chissà se masche e folletti vivono ancora sulle Langhe o se anche loro, come i contadini diventi operai, sono andati a vivere in città?

Guido Araldo

ëȓ servan ‘d Bumbarché


Un tempo si diceva che i servan fossero gli spiriti dei boschi, sovente dispettosi, qualcosa di simile ai folletti delle tradizioni nordiche. Ai tempi dei romani antichi i servan erano i custodi del “genius loci”…

Mi sia concessa un’annotazione letteraria: probabilmente il nome originario era selvan, da selva, ovvero omino della selva, dei boschi, della foresta, divenuto in seguito servan per un tipico caso di rotacismo, poiché sovente nella parlata corrente la l tende a diventare r. Un tempo si diceva: “avei ‘n servan a-col = aver un servan addosso!”. Frase che lascia supporre una sorta di possessione.

Un tempo si favoleggiava di “grandi ombre minacciose” che comparivano e sparivano nei boschi, all’improvviso, generando un incontrollato terrore in chi aveva la sensazione di scorgerli.

Per la verità, sia i servans che le feye, le scintille dei falò in notti ritenute magiche, denotavano remote reminiscenze dionisiache: di forze della natura misteriose, che non dovevano essere necessariamente malefiche, primordiali, ancestrali.

Le caratteristiche dei servan in Piemonte, nelle Valli Occitane, nel Monregalese e sulle Langhe li rendevano simili ai folletti, con la capacità d’improvvisare dispetti, autentiche birichinate. In un simile conteso, restò famosa la birichinata del servant ‘d Bumbarché!

Un vecchio pastore di Mombarcaro si svegliò un mattino d’inverno e andò come al solito nella stalla dove, però, non ritrovò le sue capre e neppure le pecore.

Questa storia mi fu riferita da mia mamma Olga, nata alla Macula di Mombarcaro l’11 luglio 1914, in seguito confermata da mägna Maria (zia Maria), all’età di cent’anni, quando andavo a trovarla in cima alla collina più alta delle Langhe. Una storia che era stata loro raccontata da mia nonna, nelle sere d’inverno attorno al putagé e, forse, a lei, l’aveva a sua volta narrata sua nonna.

Lunetta
















Fredu d’ra Lünëta (la Lunetta era a quei tempi la principale borgata di Mombarcaro) aveva un bel sctròp ‘d fè (un bel gregge di pecore) che, però, percuoteva sadico, a volte senza una motivazione.

E così, una notte, dal grande bosco d’ra Pallareja, in Val Belbo, venne un servan e all’alba Fredu d’ra Lünëta ebbe una brutta sorpresa, quando andò nella stalla con il sole che si affacciava da dietro al castello di Prunetto. Non c’erano più pecore e capre!

“Oh, povra mi!” disse Fredu e cominciò ad urlare disperato “e-son ruvinâ!”.

Tutta la borgata, all’epoca popolatissima, più di trecento persone, accorse a vedere ciò che era successo e nessuno sospettò che si trattasse di un furto. A quei tempi c’erano sì furti di conigli e galline, ma era inimmaginabile che qualcuno, per quanto malintenzionato, potesse rubare capre e pecore; addirittura un intero gregge!

Non era una faccenda che potesse riguardare i gendarmi, lontani nelle caserme di Monesiglio e Saliceto.

Tutti convennero che si trattava di un maleficio!
Qualcuno parlò di masche, facendo rabbrividire i presenti.
Qualcuno, peggio ancora, ipotizzò la presenza d’er maschon, che aveva ër libr d’ët cumand (il libro del comando), in grado di trasferire cose, besctye e anche uomini da un posto all’altro; facendo venire i granét a molti,
Nessuno aveva la minima idea dove cercare.

Le masche non lasciavano mica impronte nella neve e quella era una fredda, freddissima mattina di gennaio, con tutte le colline, le montagne, la pianura ammantati di neve. E poi, le masche erano in grado di trasformarsi in gatte nere, in capre altrettanto nere, se non addirittura in grosse bisce.

Ad ogni modo tutti si davano un gran daffare a cercare le capre e le pecore del povero Fredu!
Chi giù, verso il Belbo; chi su verso San Bernardo; che in direzione della Cusctalonga; si andò anche ai Ponzi, e fino alle Mimberghe e al Rupözr.
Niente di niente!
U sctrop u-r’era scentâ (il gregge era sparito!).

Poi arrivò trafelato Guscten ‘d San Louis che riferì ansante: “ër fé e-son är Cian du Drâ!” Le pecore si trovavano al Pian del Drago, sul versante opposto di Mombarcaro, a metà collina, giusto sopra la pieve dell’Acquadolce, nel fondovalle della Bormida.

Immediatamente una processione s’incamminò dietro a Fredu che a lunghi passi, quasi correndo, andò riprendersi le sue pecore e le sue capre.

Quante domande!
Chi poteva aver portato quel gregge tanto lontano? E per quale motivo?

Belbo














Al Pian del Drago una sorpresa attendeva Fredu e chi lo seguiva. Una sorpresa invero straordinaria: pecore e capre, strette tra loro, forse per farsi caldo, stavano immobili e non c’era verso di smuoverle. E mizivru, anche! (il verbo mìzri non è traducibile in italiano: il significato più affine corrisponde a un belare collettivo affannoso).
Niente da fare!
Sembravano “masckunâ” (soggette a un sortilegio).

Il sacriscta (il sacrestano) Bertu di Vignòt corse a perdifiato fino alla canonica in cima alla collina, nel punto più alto di tutte le Langhe. Con il fiatone, piegato in due per la milza dolorante, informò il parroco: Don Bertòla.

Il parroco, dopo aver esclamato “Sacramentùne!” non perse tempo: infilata la stola, prelevato l’aspersorio con l’acqua benedetta, scese a lunghi passi, rapidamente, per il sentiero che dalla Villa portava dritto al Pian del Drago, facendo attenzione a non scivolare sul ghiaccio, in molti punti insidioso. Ma aveva gli scarponi con i chiodi nelle suole!

Fu così che capre e pecore, ricevuta la benedizione, si mossero e andarono docili dietro al parroco, che sembrava davvero un buon pastore! Si formò così una straordinaria processione nella quale era coinvolta quasi tutta la gente di Mombarcaro. Nel frattempo erano accorsi curiosi da San Benedetto e da Camerana. Insomma: una processione lunghissima si snodò dal Pian del Drago alle Lunetta: in primis il parroco con a fianco il sacriscta che suonava la campanella, poi le pecore e le capre, quindi la popolazione: sicuramente più di mille devoti che cantavano il Dies Irae.

Una processione memorabile!

In seguito, su consiglio del buon parroco, Fredu d’ra Lünëtta non maltrattò più le sue capre e le sue pecore; anzi, prese a trattarle come ospiti di riguardo; e dal bosco della Pallaréja non venne più il servan!

Un ultima annotazione: che il Cian du Drâ fosse un luogo magico, lo attesta il nome stesso: il Piano del Drago! Molti anni dopo questa storia, questo pianoro simile a un balcone sospeso sulla Valle Bormida, fu oggetto di un fenomeno geologico straordinario, tanto imprevisto quanto violento e misterioso.

In un tranquillo mattino di primavera a Mombarcaro e dintorni, fin giù a Monesiglio, fu udita una violentissima esplosione, che fece tintinnare i vetri delle case, e al Cian du Drâ una gran porzione di terreno si sollevò in alto, per poi ricadere fragorosamente al suolo, lasciando pennacchi e voragini dopo che il fumo si diradò.

Si trattò probabilmente di un’esplosione conseguente a un notevole accumulo di gas nel sottosuolo: un’insolita manifestazione di vulcanesimo minore; qualcosa di simile ai vulcanelli siciliani; fenomeno invero desueto per le Langhe e il Piemonte tutto. Ma non bisogna dimenticare che ad Acqui, quaranta chilometri più a Nord, c’è la “Bollente”, con l’acqua che sgorga in centro città a 90 gradi e non a caso i Romani la chiamavano Aquae Statiellae!

Un testimone oculare, intento alla potatura di una vigna poco distante dal luogo della violenta e terribile esplosione, si spaventò al punto da avere di colpo i capelli bianchi.

Qualcuno accennò ad un deposito di munizioni nascosto dai partigiani Garibaldini che, in attesa del sovietico Bafon con i suoi Cosacchi che si sarebbero dovuti abbeverare in Piazza San Pietro, non era stato consegnato ai Carabinieri.


Ad ogni modo, a mio parere, il nome antico di Piano del Drago non è casuale! Da notare, infine, che questo pianoro si trova esattamente di fronte all’imponente rupe del castello di Prunetto, situata sul lato opposto della Valle Bormida dove la tradizione popolare riferisce di un analogo fenomeno accaduto in un’imprecisata epoca medioevale, imputandolo al diavolo, con relativo sprofondamento di una chiesa e di alcune case. La stessa tradizione, molto diffusa nel paese di Prunetto, ricorda che in determinate ricorrenze si odono ancora suonare le campane del campanile, sprofondato nelle viscere della terra.  


Massimo Gramellini, Fattore umano. L'inglese maccheronico e la rifondazione della sinistra



"Cogli il segno del cambiamento" dice il manifesto. Evidentemente, in attesa di cambiare il mondo, SEL inizia a cambiare la lingua. La cosa non ci stupisce più che tanto. Ricordiamo ancora quando i “comrades” (che “compagni” suona volgare) di SEL ci raccontavano con occhi sognanti che Vendola (anzi, Nichi) era “l'Obama italiano”.  E questi vorrebbero rifondare la sinistra? Imparino prima a parlare alla gente comune.

Massimo Gramellini

Fattore umano


Il progetto intorno al quale Nichi Vendola intende rifondare la sinistra italiana si chiama «Human Factor» e non è una battuta, come sulle prime mi ero augurato, soprattutto per lui. Chi arriccia il naso quando Renzi va da Maria De Filippi ha scelto un nome che strizza l’occhio a un programma televisivo di successo e lascia immaginare selezioni di candidati affidate ai compagni Morgan e Mika (molto più autorevoli degli attuali addetti alla compilazione delle liste elettorali).

Chi combatte gli algidi sacerdoti del capitalismo finanziario ha deciso di ricorrere alla stessa lingua universale e impersonale che quelli usano per tagliare teste e spostare denari. Il classico esempio di un’iniziativa politica che nell’atto stesso della sua nascita riconosce di avere già perduto la partita culturale, scimmiottando l’avversario che vorrebbe sconfiggere. 

I nomi non sono un’etichetta delle cose. Sono le cose. E «fattore umano» è espressione talmente forte. C’era davvero bisogno di tradurla nel latinorum parlato da una società che di quel fattore fa sistematicamente strame? L’inglese va bene per strappare un applauso nei convegni delle élite. Ma per chi ha bisogno di ritrovare consensi nei supermercati sarebbe auspicabile rivolgersi ancora all’italiano, come ha imparato a fare persino Salvini. Se il modello di riferimento restano i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos, il primo passo potrebbe consistere nell’accorgersi che si chiamano Syriza e Podemos, mica Left Coalition e We Can.


La Stampa – 28 novembre 2014


giovedì 27 novembre 2014

Franco Fortini, il lucido cantore del secolo breve



Raccolte in un volume, curato da Luca Lenzini per Mondadori, tutte le poesie dell’intellettuale italiano. Uno straordinario laboratorio di scrittura per comprendere il mondo.

Donatello Santarone

Franco Fortini, il lucido cantore del secolo breve


Il 28 novem­bre di vent’anni fa moriva, all’età di 77 anni, il poeta e critico-saggista Franco For­tini, tra i più impor­tanti intel­let­tuali mar­xi­sti del Nove­cento euro­peo. Delle sue tante atti­vità vanno ricor­date quella di pub­bli­ci­ta­rio nella irri­pe­ti­bile «offi­cina» di Adriano Oli­vetti (dove era com­pa­gno di stanza di un altro poeta, Gio­vanni Giu­dici), di docente negli isti­tuti tec­nici di Milano e pro­vin­cia e nell’università di Siena, e di gior­na­li­sta, in par­ti­co­lare nella veste di col­la­bo­ra­tore assi­duo del mani­fe­sto (i suoi scritti dal 1972 al 1994 sono oggi rac­colti in due volumi pre­fati da Ros­sana Ros­sanda con il titolo Disob­be­dienze e pub­bli­cati dalla mani­fe­sto­li­bri nel nel 1996 e nel 1997).

L’occasione di que­sto ricordo è data oggi dalla pub­bli­ca­zione dell’intera opera poe­tica di Franco For­tini, a cura di Luca Len­zini, che del poeta fio­ren­tino è uno dei più colti e sen­si­bili inter­preti (Franco For­tini, Tutte le poe­sie, Mon­da­dori, pp. 881, euro 22). Si tratta di un libro che docu­menta l’intero per­corso poe­tico di For­tini, dai primi versi degli anni Trenta, vis­suti a Firenze sotto il fasci­smo, alle ultime can­zo­nette del Golfo degli anni Novanta, vis­suti a Milano sotto le «guerre uma­ni­ta­rie» degli Stati Uniti e dell’Europa (scri­vendo pro­fe­ti­ca­mente in una nota che la prima guerra del Golfo del 1991 apriva una «nuova èra nelle rela­zioni internazionali»).

L’AGO DEL MONDO

Il volume pre­senta inol­tre le tra­du­zioni dei suoi poeti più amati, testi­mo­nianza di un cosmo­po­li­ti­smo inter­cul­tu­rale che com­prende, tra le altre, la mera­vi­gliosa ver­sione dall’inglese del poe­metto Lyci­das di John Mil­ton, un mono­logo tra­gico scritto per un amico anne­gato e pieno di allu­sioni alle vicende politico-religiose del tempo. E poi Goe­the, Heine, Eluard, Bre­cht ed altri. La fun­zione poetico-politica di Bre­cht, in particolare,«magico con­giun­gi­mento di avan­guar­dia e di uma­ne­simo», ebbe grande impor­tanza nella poe­sia di For­tini e nella cul­tura ita­liana del dopo­guerra. Come scrive acu­ta­mente Luca Len­zini nella ricca intro­du­zione al volume, «il cri­tico e il poeta si muo­ve­vano in paral­lelo, e il ten­ta­tivo di For­tini di accli­ma­tare Bre­cht in un ter­reno ostile o poco ricet­tivo faceva tutt’uno con la fon­da­zione di un alveo per la rice­zione di se stesso».

La poe­sia – «ago del mondo» — è stata la forma espres­siva attra­verso cui que­sto intel­let­tuale polie­drico ha testi­mo­niato le sue con­trad­di­zioni più pro­fonde e quelle di un’intera epoca sto­rica che ha visto nel Nove­cento l’affermazione e la dif­fu­sione del comu­ni­smo come moto di libe­ra­zione uni­ver­sale, di cui For­tini è stato parte attiva e cri­tica. Que­sta dimen­sione uni­ver­sale, che in For­tini si tra­duce nell’adesione all’internazionalismo di matrice mar­xi­sta, è una delle com­po­nenti fon­da­men­tali per pene­trare e com­pren­dere i versi (e le prose) di un poeta con­sa­pe­vole che «il mondo (…) è e rimane la nostra unica spiegazione».



L’AVVENTURA DELLA SCRITTURA

Com­pren­dere se stessi attra­verso la com­pren­sione del mondo, e non vice­versa, signi­fica fuo­riu­scire, anche in ter­mini poe­tici, dalla sublime reli­gione della poe­sia, che For­tini ere­dita dai poeti «puri» e dagli ari­sto­cra­tici intel­let­tuali fio­ren­tini degli anni Trenta (quelli eso­ne­rati dal ser­vi­zio mili­tare, ricor­derà For­tini, e a cui pru­deva il panno gri­gio­verde) in dire­zione di un oriz­zonte che fu quello di uno dei suoi mae­stri, Gia­como Noventa, che invi­tava i gio­vani scrit­tori ad uscire dal pro­prio ego per andare al di là della poe­sia, per cer­care più in là. Nella sto­ria, nelle forme della pro­du­zione, nei con­flitti sociali. Per poi da que­sti ritor­nare alla poe­sia, alla sua irri­du­ci­bile spe­ci­fi­cità por­ta­trice di un pen­siero che spesso con­fligge con quello della prosa.

In que­sta feconda dia­let­tica, che diviene anche tra­gica neces­sità, risiede la forza erme­neu­tica e la gioia dell’avventura for­male della scrit­tura poe­tica di For­tini. La quale trae le sue radici pro­fonde dagli anni della guerra e della lotta di libe­ra­zione, dai mesi dell’esilio a Zurigo, cro­ce­via degli anti­fa­sci­sti di tutto il mondo, dagli anni della costru­zione di un’Italia demo­cra­tica, in cui For­tini sco­pre la fun­zione tra­sfor­ma­trice del socia­li­smo e la rias­sume in una bel­lis­sima imma­gine di una con­ta­dina che negli anni della libe­ra­zione por­tava al pascolo il bestiame con un fucile sulle spalle. Un’immagine, dirà, che rias­sume il cam­bia­mento rivo­lu­zio­na­rio, che postula l’unità di pas­sato, pre­sente e futuro.

Quando, con gli scon­vol­gi­menti dell’Italia resi­sten­ziale, il gio­vane intel­let­tuale piccolo-borghese sco­pre, come sem­pre egli affer­merà, che ci sono uomini e pen­sieri che prima di allora non ave­vano per te impor­tanza e che ora diven­gono cen­trali. «Gli uomini sono esseri mira­bili», scri­verà in una poe­sia dedi­cata al filo­sofo György Lukács. In que­sta koinè va ricor­data la straor­di­na­ria espe­rienza let­te­ra­ria e civile del Poli­tec­nico di Elio Vit­to­rini, di cui For­tini fu uno dei protagonisti.

Quella di For­tini è una poe­sia che simul­ta­nea­mente vivi­fica una strada di Firenze e un con­ta­dino cubano, una lam­pada dome­stica e un ritratto di Lukács, un ric­cio, una rosa, una magno­lia e i com­bat­tenti nella guerra civile spa­gnola, le Alpi Apuane e i salici della Cina, le descri­zioni di amori e amici e la lunga mar­cia. Una poe­sia dove il sog­getto si com­prende nell’oggetto, il par­ti­co­lare nell’universale, l’individuo nella sto­ria. In que­sta dia­let­tica vive l’ostinata ten­sione dei versi di For­tini. L’orizzonte del «dolo­roso mondo» è vastis­simo. E ognuno dei paesi, dei per­so­naggi, delle vicende nomi­nate assume un signi­fi­cato alle­go­rico e parla a noi. Non si tratta, per­ciò, di una curio­sità eso­tica o eru­dita, ma di una ten­sione verso l’altro che serve a capire meglio chi siamo e come pos­siamo pen­sare e agire.

Del rap­porto con la Cina, una di que­ste fon­da­men­tali alle­go­rie di For­tini, un paese in cui si recherà per la prima volta nel 1955 scri­vendo il primo impor­tante repor­tage ita­liano sulla rivo­lu­zione maoi­sta, Asia Mag­giore, e per tanti anni cono­sciuto anche gra­zie all’opera media­trice di Edoarda Masi, dirà: «è mutato il mio modo di guar­darmi intorno; quella dif­fi­cile ten­sione fra simi­li­tu­dine e diver­sità, fra com­pren­si­bi­lità e incom­pren­si­bi­lità mi si accom­pa­gna ormai in ogni let­tura, anche se lon­ta­nis­sima da quel paese e da quella cul­tura. Non si tratta di leg­gere Petrarca o Machia­velli in chiave “sinica”. Per carità. Ma valu­tare … quali effetti magne­tici si deter­mi­nano, anche a nostra insa­puta, a par­tire da quella massa di pas­sato e di presente».

La dimen­sione inter­cul­tu­rale e inter­na­zio­na­li­sta di For­tini si salda con il suo tenace legame con la tra­di­zione let­te­ra­ria ita­liana, vero e pro­prio ser­ba­toio di reper­tori lin­gui­stici, metrici, tema­tici. Tra gli autori che hanno con­tato nel labo­ra­to­rio poe­tico di For­tini vanno sicu­ra­mente ricor­dati Tasso e Man­zoni, pre­senti in tante forme e in periodi diversi del suo per­corso poe­tico. Dei rotti, sin­ghioz­zanti ma anche squi­si­ta­mente melo­dici ende­ca­sil­labi della Geru­sa­lemme libe­rata di Tasso, For­tini amava l’irrisolta pola­rità tra male e bene, tra orto­dos­sia ed ete­ro­dos­sia, tra dovere e pia­cere in cui vedeva riflessa tanta parte del suo ago­ni­smo poe­tico e ideo­lo­gico. Dal peren­to­rio e austero anda­mento da mar­cetta degli Inni sacri di Man­zoni, pren­deva certe sue iro­ni­che o cupe invet­tive, così come dalla tra­gi­cità della Colonna infame un’idea della sto­ria in cui la pre­senza del male è ine­li­mi­na­bile pena la misti­fi­ca­zione con­so­la­to­ria. Una visione che ben si adatta a com­pren­dere la posi­zione di For­tini nei con­fronti de socia­li­smo nove­cen­te­sco, di cui sono testi­mo­nianza diverse poe­sie da A Boris Paster­nak a Le dif­fi­coltà del colo­ri­fi­cio.

LA STA­TUA DI STALIN

Nono­stante la sua impla­ca­bile cri­tica alle dege­ne­ra­zioni buro­cra­ti­che e auto­ri­ta­rie di tanti di quei regimi, For­tini ha sem­pre luci­da­mente ricor­dato che è con quella sto­ria che noi dob­biamo fare i conti, una sto­ria di cui si sen­tiva comun­que parte e che egli vedeva sem­pre in modo dia­let­tico e con­trad­dit­to­rio. Ne è chiaro indi­zio il sog­getto del docu­men­ta­rio del 1963 La sta­tua di Sta­lin, in cui la sto­ria dell’Unione Sovie­tica viene ricor­data per la mèta che si pro­po­neva la rivo­lu­zione d’ottobre («mutare in libere scelte/quello che ancora ci sem­bra destino») nella costru­zione di un paese che cono­sce una straor­di­na­ria moder­niz­za­zione, che avrà un ruolo deter­mi­nante nella guerra anti­na­zi­sta e insieme che sarà attra­ver­sato dalla vio­lenza del gulag e dall’eliminazione fisica di migliaia di uomini e donne tra le quali non pochi comu­ni­sti bolscevichi.

L’umanità, la dol­cezza, la gene­ro­sità, la neces­sa­ria durezza e insieme la man­canza di sup­po­nenza e arro­ganza: que­ste erano le qua­lità di un poeta e di un cri­tico che acco­glieva i gio­vani nella sua casa mila­nese di via Legnano senza alcuna media­zione di par­tito, di acca­de­mia, di ceto. Un uomo che sapeva donare il pro­prio tempo, un intel­let­tuale che non cono­sceva la sti­ti­chezza della rela­zione (e per que­sto scher­zo­sa­mente era chia­mato «Lat­tes a lunga con­ver­sa­zione», richia­mando quell’originario cognome ebreo che dovette abban­do­nare dopo le leggi raz­ziali del 1938). In una dimen­sione in cui ha gran­dis­sima impor­tanza il valore auten­tico dell’amicizia, il senso fra­terno di stare tra com­pa­gni e di con­di­vi­dere «i destini gene­rali» del nostro tempo.


Il Manifesto – 27 novembre 2014

Pasquale Briscolini, Le parole



Le parole dicono tutto, anche chi siamo. Ma bisogna lasciarle parlare e saperle ascoltare.

Pasquale Briscolini

Le parole


Cominciamo con un tono leggero. Una canzone della nostra grande Mina del 1972 si chiamava: “Parole, parole”; aveva un “parlato” per la voce Alberto Lupo e poi, soprattutto, questo ritornello per Mina:
“Parole, parole, parole
Parole, parole, parole
Parole, parole, parole
Parole, parole,
Parole, parole
Parole soltanto parole
Parole tra noi…”
Insomma, era una bella melodia che ruotava tutta attorno alle “parole”.

Perché “Noi abbiamo la parola”, mi diceva Rosa Calzecchi Onesti in una delle innumerevoli conversazioni avute per tanti anni. Che poi aggiungeva: “è chiaro che anche gli animali hanno un loro linguaggio, ma solo l’uomo ha la parola”.

Quelle con Rosa erano conversazioni libere, così come venivano, ma la maggior parte riguardava il problema educativo, la scuola intesa in senso lato. Oltre a quelle su Pavese, naturalmente.



Ho poi continuato a interessarmi del problema educativo che, come ogni problema serio – ma questo sopra tutti – non si esaurisce mai. O forse dà l’impressione di essersi esaurito solo quando si è superficiali, come sintetizza con efficacia l’episodio del grande filologo Domenico Comparetti, il bisnonno di Don Milani, sulla “presunzione dei laureati”. E’ lo stesso Don Milani a raccontare che il bisnonno aveva chiesto a una ragazza laureata: “ che studi fai?”. E lei: “ho finito”. “Beata te che hai finito. Io no”, le disse Comparetti che a quel tempo aveva ottant’anni e che studiava ancora, cosa che fece fino alla morte avvenuta a novantadue anni.

La cultura di Comparetti era immensa, fu uno dei più grandi umanisti dell’ottocento; filologo, conosceva più di quindici lingue e partiva proprio dallo studio del linguaggio. In famiglia si “spaccavano le parole” anche per passatempo. Da bambini, Lorenzo Milani con il fratello e la sorella si divertivano a ripetere uno scioglilingua ascoltato dalla viva voce del bisnonno: “Alopex-pix-pox-pux-fux”. Era una sequenza che dimostrava il legame etimologico tra una parola greca e una parola tedesca, e che lascia intuire come le parole di lingue diverse si siano influenzate nel corso dei secoli e dei millenni, e come le culture si compenetrino in un continuum che è la vita dell’umanità.

E si capisce anche come ciascuno di noi porti dentro di sé la cultura delle proprie origini, del “mare” nel quale si è trovato a nuotare dopo la nascita e, forse, ancor prima di nascere.

E si capisce anche meglio come Lorenzo Milani, a contatto con la realtà sociale dei poveri, degli ultimi, abbia individuato la vera causa che li schiaccia, li umilia fino a farli sentire “razza inferiore”: l’incapacità di usare con disinvoltura lo strumento della parola.



In una delle lettere dice: “Ciò che manca ai miei è il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude”. E al direttore del «Giornale del Mattino» il 28/03/1956 scrive: "Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai tutte le materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi".

E’ proprio il lavoro sulle parole (e non solo il fatto quantitativo di conoscere tante parole) che costituisce il processo educativo. Così come il “programma” che nasce a Barbiana giorno per giorno dalla lettura del giornale, che costituisce l’innesco a conversazioni e approfondimenti di storia contemporanea, di geografia, di politica, di educazione sociale, di italiano, di scienze e così via. Come racconta uno degli allievi, che ha vissuto con Don Milani l’esperienza fin dall’inizio: “Si leggeva il giornale almeno due ore al giorno, da cima a fondo, sviscerandone le notizie, con l’obbligo di interrompere la lettura qualora si incontrassero parole che non si conoscevano. Le parole erano la base del nostro programma; dovevamo conoscerne il più possibile, usarle, comprenderle, renderle il megafono di un pensiero che cresceva con il nostro vocabolario”.

Le “parole”. Anche Italo Calvino ha scritto il suo ultimo libro - forse il più bello e complesso, interrotto dalla morte prematura – basandolo su sei “parole”: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, consistenza.

Ad esse aveva affidato nientemeno che altrettanti concetti ai quali la letteratura si sarebbe dovuta ispirare per il millennio che sarebbe iniziato da lì a quindici anni.

Calvino era preoccupato e quasi angosciato dalla “caduta di forma” che aveva colto proprio a partire dall’uso della parola: “Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola…”. Anche se poi aveva continuato in quest’analisi per includere oltre al linguaggio anche il mondo delle immagini. E per concludere amaramente: “Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea della letteratura.”.



E’ bello ricordare che anche Pavese ha scritto un articolo sulle parole, e le ha trattate come una cosa viva e delicatissima*:

  • “Tra compagni si è parlato di te e di quel che scrivi, - mi disse l’altro giorno Masino per strada. Quando ci spieghi cos’è un libro e come leggerlo, tu subito metti avanti le parole. Possibile?
  • Pensaci un momento.
Masino ha di bello che capisce un’occhiata. Mi guardò e disse:

  • Già. Ma le parole voglion dire qualche cosa.
  • Figurati. Ed è proprio per questo che bisogna stare attenti a quelle che si scelgono. Secondo che uno scrittore adopera certe parole o certe altre, tu capisci chi è. Prendi i compagni della guerra di Spagna: chi li chiamava rossi, chi lealisti, chi comunisti e sovversivi, chi patrioti. Ognuna di queste parole ti chiariva con chi parlavi, e veniva a significare una cosa diversa. Nelle parole che tu adoperi c’è la tua classe e il tuo lavoro, quello che sai, quello che mangi, le persone che frequenti. C’è tutto nelle parole.
  • Ma in un libro c’è anche una storia, dei personaggi. Noi si diceva che dovresti parlarci di questo. Un operaio come me, se legge un libro, difficilmente sa dire la sua. Le parole le capisco. Ma succedono cose nei libri, che non sempre mi convincono.
  • Se non vanno le cose, non van neanche le parole, credi a me.
  • Ma ci sono dei libri che sembran ben scritti, e poi sotto ti accorgi che l’autore è d’accordo con quelli che ammazzano il popolo. Mica ha il coraggio di dirlo, ma ti pianta su una storia dove tutti di te se ne infischiano. Ti presenta un ambiente che non si sa di dove vengono le cene che mangiano e quel che consumano. Mai che si dica che senza la classe operaia questa gente non avrebbe neanche il bagno. Mai che si sappia che il mondo non finisce con loro.
  • Lo vedi che capisci anche tu? Sta’ tranquillo che quel che manca in questi libri la gente come noi lo sente al volo. E’ come col prossimo: parli un poco e ti accorgi se una persona è dalla tua. Ci sarà chi è più serio e chi ama scherzare, ma quando ti dice come si immagina il mondo senti subito se è un poveretto. E un libro è sempre la descrizione di come uno s’immagina il mondo.


Quest’idea stupì Masino, che non ci aveva ancor pensato. Vidi che mi strizzò l’occhio come si fa quando si gode una cosa.
  • Però non devi credere che basti scrivere del popolo e raccontare come vive, -dissi a Masino. - Molti ne fanno una speculazione. Ormai ciascuno crede di sapere chi è il popolo e, con tanti libri che si son scritti sul popolo, non è difficile imitarli e parlare come loro. Ma è qui che saltan fuori le parole. Mentre l’intreccio e i personaggi di un romanzo può copiarli chiunque e anche aggiungerci, c’è un tono delle parole e del discorso che ti tradisce per quello che sei. Puoi raccontarle come tue le storielle di tutti, ma la voce che adoperi è sempre la stessa. E la voce di chi scrive è lo stile, le parole che sceglie.
  • Ma tu capisci dalla voce chi è sincero?
  • Qui ti voglio, Masino. Qui serve la pratica e averci studiato. Molti credono che perché, bene o male, tutti sanno parlare, tutti possano dare un giudizio su quello che è scritto. Ma ci sono dei libri che, se tu non sai leggerli, se non sai le parole, non puoi dire nemmeno quel che valgano dentro.
  • Sono libri per noi?
  • Sono libri per chi li vuol leggere. Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che son fatti per questo o per quello. Anche un libro che è scritto in cinese, l’hanno fatto per te. Si tratta sempre d’imparare le parole di un altro uomo. Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce. Viene il momento che sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta. Se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o un minorato, ecco che incontri un altr’uomo e ti senti più uomo anche tu. Ma ci vuole fatica, Masino, ci vuole buona volontà. E molta pazienza.
Adesso mi ascoltava testa bassa e compunto.
  • Non credere a chi dice che le parole non contano. Anche l’intreccio e i personaggi sono parole. Qualche volta in un libro i personaggi sono gli alberi, le case, le montagne. E che cosa vuol dire? Vuol dire che quello che conta è quel che questi personaggi son diventati nel racconto, quel che hanno in comune – cioè la parola. Una pianta o una donna in un libro non sono legno né carne, sono le parole che te le mettono davanti.
Masino mi ascoltava e disse a un tratto:
  • Ma dietro a un libro c’è una realtà. C’è una lotta di classe. Ci sono ideologie.
  • Chi lo nega, Masino? Ma tutto nel libro diventa parole. E ti spiego che devi impararle, nient’altro. Quel che vale sarà la giustezza la finezza la profondità di queste parole. Bisogna amarle per capirle. Ed è proprio per questo che un mondo reazionario si tradisce subito con le parole che adopera: tu non sai cosa sia ma le senti ottuse, slabbrate, false. Mentre chi parla all’uomo con fede storica trova una voce fresca e nuova. E’ inevitabile.
Masino non è mai contento. Dopo un poco mi fa:
  • Ma com’è allora che voialtri, che capite queste cose, parlate bene anche dei libri vecchi che hanno già esaurito il loro compito?
Parlava per farmi parlare, è evidente. Ma noi si scherza in questo modo.
  • Le parole, -gli dissi.- Precisamente le parole. Non importa che un compito storico sia tutto esaurito. Quella fede nell’uomo che si è fatta parola, non attende che un lettore per rivivere. E ha di bello che, essendo svanita la realtà che le ha prodotte, le parole veramente danno adesso da sole tutto il senso e la freschezza che contengono. Il più antico dei libri – l’Iliade – si può leggere come un romanzo. Certo è difficile arrivarci.
  • E non c’è differenza tra lui e i moderni? – disse Masino fermandosi. – Tra quelli che si studiano a scuola e i romanzi di Steinbeck?
  • Per chi sa le parole, nessuna.
  • Quest’è bella, – mi disse Masino. – Non avrei mai creduto.
  • Però Steinbeck vale meno, – dissi.”


* Le parole, pubblicato su “L’Unità” di Torino, 8 maggio 1946


Da: Le colline di Pavese, Ottobre 2014