TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 31 dicembre 2014

Fuochi di fine anno, una tradizione antichissima



Tanti Auguri di un felice anno nuovo a tutti gli amici e le amiche di Vento largo.

Nei Fuochi d'artificio rivive un rito antico. Dai primi falò alla notte di San Silvestro c’è un unico filo conduttore: il desiderio di scacciare la paura della fine e voltare pagina.

Marino Niola

Fuochi


Quando l’anno gira l’angolo, gli uomini giocano col fuoco. Per scacciare la paura della fine e fare luce sul nuovo inizio. Non a caso il Capodanno è il più antico dei rituali umani. Dai falò comunitari dei nostri lontani progenitori ai botti di San Silvestro si snoda un lungo filo che attraversa i millenni.

Ancor prima dell’invenzione della polvere da sparo e dell’arte pirotecnica si usava festeggiare i passaggi tra una stagione e l’altra facendo fuoco e rumore, con tutti i mezzi disponibili. Tamburi, sonagli, pentole, coperchi, martelli tutto ciò che era buono per produrre un frastuono assordante. Che aveva la funzione di spaventare e allontanare le forze del male, oggi diremmo le energie negative. Mentre i roghi purificatori servivano a bruciare i residui dell’anno vecchio, ma anche a illuminare il cammino di quello nuovo. Anche per questo la notte di fine anno tradizionalmente ci si liberava delle robe usate, per alleggerirsi del peso del passato e chiudere il conto con il tempo. Una sorta di bilancio consuntivo prima di voltare pagina. Anno nuovo, vita nuova.

Sono gesti scaramantici e propiziatori che continuiamo a ripetere anche oggi quando accendiamo una girandola, facciamo brillare un bengala, tiriamo un petardo, esplodiamo una castagnola. O incolliamo agli auguri un emoticon pirotecnico che lancia stelline fosforescenti. Per esprimere il calore e il colore degli affetti. Un modo per far divampare la festa, insomma. In fondo quella del fuoco è una passione elementare, un basic instinct che ci portiamo dietro da quando Prometeo rubò la prima scintilla agli dèi e la donò ai mortali, facendone il simbolo stesso dell’umanità e della civiltà. Ecco perché dalla fiamma delle Vestali alle fiaccolate per la pace il passo è meno lungo di quel che sembra.

Con la modernità il potere propiziatorio della luce e del chiasso viene ereditato dai giochi pirotecnici. Che mettono insieme fuoco e rumore in una miscela esplosiva che trasforma il rituale scaccia guai in una forma d’arte. Una poetica notturna che dà al cielo il colore dei nostri desideri e la forma delle nostre speranze.

I primi a sparare botti sono stati i Cinesi che già nell’anno mille, al tempo della dinastia Sung, cominciano a festeggiare le svolte del calendario e i compleanni degli imperatori con lo sfolgorio della polvere nera.

Ma la nuova arte si trasferisce ben presto nella vecchia Europa dove nascono delle vere e proprie scuole di fuochisti. Come quelle gloriose dell’Italia rinascimentale. Grande tecnica artigianale e altrettanto grande teoria. Anche in versione scoppiettante, infatti, il made in Italy è sempre lui. Il senese Vannoccio Biringuccio, autentico genio della metallurgia e maestro di balistica, capo dell’artiglieria apostolica e artefice del mastodontico cannone Liofante, una proboscide di piombo che gitta palle a distanze fino ad allora impensabili, è passato alla storia per avere scritto nel 1540 il trattato “Della Pirotecnia ovvero arte del fuoco”, dove codifica l’abbiccì dell’esplosione gioiosa. E proprio “macchine di gioia” vengono chiamate nei secoli successivi le architetture effimere che servono da supporto ai fuochi d’artificio. Talmente amate da popolo e potenti che a progettarle sono chiamati architetti come Michelangelo Buonarroti, Pietro da Cortona e Gian Lorenzo Bernini.

Ideatore della famosa Girandola, che trasforma Castel Sant’Angelo in una sorta di vulcano balenante e fiammeggiante. Altrettanto spettacolari sono i Vesuvi che Luigi Vanvitelli, l’architetto della settecentesca reggia di Caserta, fa eruttare con tanto di lapilli e nubi ardenti durante le sontuose feste di Carlo III di Borbone. In fondo un’eruzione è un artificio della natura.

Ma il più grande inno all’arte pirotecnica lo mette sullo spartito Georg Friedrich Händel, il fiammeggiante musicista barocco che, nel 1749, viene incaricato da re Giorgio II d’Inghilterra di scrivere le musiche per celebrare la pace di Aquisgrana. Nasce così la stupefacente suite per i “Reali fuochi d’artificio”, un autentico capolavoro della storia della musica. Che è stato eseguito solennemente anche il primo giugno 2002 per festeggiare i cinquant’anni di regno della regina Elisabetta. Nozze d’oro con sound and light show
.
Bruciare il tempo per guadagnare altro tempo. È questo, in sostanza, il senso millenario del nostro capodanno. Perché fuoco e rumore, luce e suono sono i più antichi simboli anti-spread. Ieri come oggi, infatti, servono a far quadrare i conti ed eliminare il debito che la società ha accumulato con se stessa e con gli altri. Insomma è un modo per manifestare la volontà di andare avanti e di superare le crisi. E del resto la parola crisi (dal greco krino) significa proprio differenziare. Svoltare. Dare un taglio al passato. Per andare sparati verso il futuro. Col botto.



La Repubblica – 31 dicembre 2014


La costruzione delle Alpi



Immaginari e scenari del pittoresco alpino. Come si è formata dal Settecento al Novecento l'immagine che noi oggi abbiamo delle Alpi.

La costruzione delle Alpi

Per quanto paradossale possa a prima vista sembrare, le Alpi, così come oggi noi le conosciamo e le percepiamo, non sono sempre esistite. Esse sono state «costruite» attraverso un duplice processo: quello della trasformazione del territorio alpino, della materiale immissione e implementazione, in quel contesto, di progettualità e manufatti umani; e quello della conoscenza scientifica e artistica, della costruzione di un immaginario, di una rappresentazione e messa in scena delle montagne. Entrambi questi aspetti hanno conosciuto e conoscono una storia.

Quest’opera – dedicata in particolare allo spazio alpino occidentale compreso tra Italia, Francia e Svizzera e impreziosita da un ricchissimo apparato iconografico – affronta proprio questo tema: la modificazione dell’ambiente e del paesaggio montano nel periodo compreso tra la seconda metà del Settecento, momento della scoperta delle Alpi da parte delle società urbane europee, e il definitivo fissarsi, attorno ai primi anni del Novecento, di un’idea di montagna legata alla metamorfosi turistica operata dalla Belle Époque.

È in quei 150 anni che si insedia e si struttura quell’immagine del «pittoresco alpino» con cui ancora oggi per tanti versi siamo chiamati a confrontarci. Una storia fisica dunque, ma anche una ricostruzione dei differenti modi di guardare e di concettualizzare la montagna che hanno guidato la mutazione e il progetto dello spazio alpino.

Una storia culturale e delle idee che si colloca a cavallo di molteplici terreni disciplinari: paesaggio e teorie estetiche, turismo e alpinismo, storia dell’architettura e delle infrastrutture, arte e letteratura, storia degli insediamenti, geologia e glaciologia, medicina, storia economica e sociale.

Per seguire meglio questa complessa articolazione, viene proposto una sorta di «percorso di cresta» (tra Piemonte, Valle d’Aosta, regione insubrica dei laghi, Savoia, Delfinato, area lemanica, Vallese, Oberland bernese, Grigioni) che fa intravedere l’esistenza di culture e modi di guardare che travalicano le singole esperienze nazionali, disegnando una prospettiva europea di lunga durata che si riflette nel progetto contemporaneo di una macroregione alpina.

(Dalla quarta di copertina)

Antonio De Rossi
La costruzione delle Alpi
Donzelli, 2014
38 euro

Novecento. Narrare la storia del lavoro operaio



Guido Baglioni racconta partiti e sindacati, imprese e mondo cattolico dagli anni Cinquanta fino a oggi.

Tiziano Treu

Novecento. Narrare la storia del lavoro operaio


Il libro di Guido Baglioni, Un racconto del lavoro salariato, non è consueto, non solo per l'autore. Le riflessioni sui problemi del lavoro attingono alle vaste conoscenze dell'autore, ma sono intrecciate con la trama di un racconto. Il riferimento al lavoro salariato non esclude la considerazione di tutte le forme di lavoro, ma vuole segnalare la particolarità del lavoro operaio. La trama è legata alla biografia e all'esperienza diretta dell'autore.

Il ricordo parte dagli anni Cinquanta in cui Baglioni, giovane studioso e già impegnato nell'esperienza sindacale, comincia a occuparsi del tema lavoro. E arriva a oggi, in cui, anziano sociologo, ricerca le fila di un periodo eccezionale della nostra storia, che segna un netto miglioramento delle condizioni di gran parte del mondo del lavoro, e arriva alla "sorpresa" della crisi, con il blocco della crescita economica e l'aumento drammatico della disoccupazione e della povertà.

Per questo il racconto del lavoro salariato alterna approcci diversi e può suggerire riflessioni utili per lettori curiosi, non necessariamente specialisti. Si trovano analisi puntuali dei principali passaggi del nostro dopoguerra, a cominciare dalla ricostruzione e dalle ideologie che lo hanno accompagnato, e dai protagonisti collettivi, partiti politici, sindacati, imprenditori, ma anche il mondo cattolico.

I primi due capitoli ricostruiscono le vicende dei principali orientamenti politici del primo dopoguerra; il declino dell'ideologia marxista "del riscatto", con le particolarità del nostro partito comunista e della sua base operaia; l'influenza della dottrina sociale della Chiesa sul mondo del lavoro, non solo subordinato ma autonomo (coltivatori diretti e artigiani) di cui l'autore rileva la continuità di ispirazione, pur nella evoluzione dei contenuti sui temi critici del conflitto e della laicità del sindacato; l'evoluzione del movimento socialdemocratico nel "periodo d'oro", dal primo dopoguerra fino agli anni Settanta; l'azione "complessa e imponente" della Dc come partito popolare.



Soprattutto con riferimento a quel periodo l'autore formula un giudizio "impegnativo", ritenendo che per l'azione riformista di questi movimenti l'Italia sia andata configurando come una variante del capitalismo europeo, per il ruolo dello Stato nell'economia, per la costruzione del sistema di welfare e per l'azione riformista del sindacato. Anzi esprimeva tendenze non molto differenti da quelle socialdemocratiche, pur con i limiti di una «socialdemocrazia imperfetta, nella quale l'economia sociale di mercato proviene da culture che non amano (spontaneamente) il mercato, lo accettano come una istituzione non eludibile più di tanto, lo vedono un po' più necessario con la crescita della concorrenza internazionale».

Il capitolo III analizza le diversità e i mutamenti del lavoro nella visione delle scienze sociali. Baglioni ribadisce che il lavoro salariato è stato e resta un tema fondamentale delle scienze sociali, da trattare con metodo analitico empirico, in una logica di autonomia disciplinare, incompatibile con l'approccio delle concezioni ideologiche forti, anche se i sociologi non sono indifferenti rispetto alle vicende del lavoro. Le scienze sociali sconsigliano normalmente risposte antagonistiche, «privilegiano piuttosto soluzioni parziali e ripetibili, con conflitti, con relazioni regolate fra le parti e con scambi all'interno di un rapporto sociale accettato, che può essere migliorato, ma può anche peggiorare».

Le condizioni di salute dei sindacati nei vari Paesi restano diverse. Ma un dato comune, che Baglioni sottolinea giustamente, è che «risulta assai difficile un orientamento sindacale coerente in ordine ai problemi più rilevanti, come quelli della competitività, dell'occupazione, del debito pubblico, anche per i sindacati più forti e più avvezzi a comportamenti riformisti e a proposte ragionevoli (come quelli tedeschi).

Anche i problemi degli imprenditori, le loro visioni del lavoro, e le ideologie manageriali, sono cambiati nel tempo. L'analisi delle vicende e delle teorie dell'industrializzazione conduce l'autore a considerazioni non usuali, su quella che definisce "una strana vicenda". Nella fase del capitalismo in ascesa, fino alla soglia degli anni Ottanta, la legittimazione degli imprenditori era scarsa e le critiche abbondanti. Nei decenni seguenti, crisi compresa, essi sono molto più accettati, non sono vissuti come corresponsabili delle difficoltà attuali, vengono considerati sullo stesso piano di altri gruppi sociali per i costi che essi stessi sopportano.



Il capitolo VI ripercorre le vicende del periodo per alcuni aspetti più propriamente sociologici: dei caratteri del lavoro manuale, della percezione degli operai, della trasformazione del loro stile di vita, anche nel vissuto della comunità di Gardone Val Trompia, assai ben nota per esperienza diretta dell'autore. Originale il capitolo VIII che si occupa delle attività, degli interessi e delle "distrazioni" dei salariati oltre il lavoro.

Le pagine conclusive del volume esprimono bene le criticità e le contraddizioni di questi ultimi anni, che investono «i fondamentali dei sistemi capitalistici e delle nostre credenze». Secondo Baglioni è difficile pensare alla società del benessere senza il fiorire dei mercati, ma la difesa dei mercati non è sufficiente e neppure la loro regolamentazione, se non contempla due dimensioni essenziali per una economia sociale: l'occupazione e le relazioni industriali consensuali e partecipative.

Non manca il richiamo alle grandi risorse del patrimonio storico culturale e naturale che l'Italia può mobilitare per la sua ripresa e per stare al passo con i Paesi europei più avanzati. Ma per questo «dobbiamo diventare più seri, più organizzati, più affidabili, compiere scelte prioritarie e misurare i loro risultati, estendere la coscienza civica, favorire l'emergere di una nuova classe dirigente (non solo politica) meno avida e inconcludente. Per tutto ciò sarebbe necessario l'apporto di energie e volontà, individuali e collettive, private e pubbliche, fervide come negli anni della ricostruzione post bellica».

Il Sole 24 ore – 28 settembre 2014



Guido Baglioni
Un racconto del lavoro salariato
il Mulino, 2014
21,00

Un anarchico di destra. Attualità di Giuseppe Berto



Un anarchico di destra, questo per noi fu Giuseppe Berto, uno dei (pochi) grandi autori della letteratura italiana del secondo dopoguerra, nonostante l'ostracismo di una critica che non gli perdonava di non aver abiurato la giovanile fede fascista e l'isolamento (più voluto per carattere e scelta di vita che subito). A mezzo secolo dalla pubblicazione de Il male oscuro, la Bur ristampa le sue opere. Da leggere o rileggere.

Paolo Di Paolo

L’attualità di Giuseppe Berto
Il contrario di uno scrittore italiano



Non c’è niente che possa fare di lui uno scrittore alla moda. Non ammicca, non lusinga, raramente sorride. Parla di sé sempre sospeso fra orgoglio irritante, spavaldo e impudica autocommiserazione. Non appartiene a bande, «a clan di vario genere»; fa un vanto del proprio anticonformismo, di un carattere «scorbutico» e intransigente. Che c’entra, uno così, con l’Italia che si prepara al 2015?

D’altra parte, Giuseppe Berto è uscito per tempo di scena, nell’autunno del livido 1978, dopo avere pubblicato un romanzo che porta nel titolo la sua ossessione: La gloria. Cercata per via letteraria come un riscatto: «Per farti vedere - lo dice rivolgendosi al padre - che avevi torto», per prendere fiato da un senso di colpa remoto e inarginabile. Quello che fa del suo romanzo più noto, Il male oscuro, uscito giusto mezzo secolo fa, una inquietante «Lettera al padre» di quattrocento pagine, da novello Franz Kafka seduto su un lettino d’analista.

«Immagino la tua fierezza davanti alla lapide dei caduti col nome del primogenito scolpito nel marmo, vedi non è che proprio non lo volessi non mi è capitato ecco tutto» si rivolge ancora il figlio artista al severo padre carabiniere. «Ecco tutto»: sì, sembra una frase qualunque, ma l’intera opera di Berto sta proprio lì, dentro un disarmato, spudorato «ecco tutto».



A cent’anni dalla nascita - Berto era nato a Mogliano Veneto il 27 dicembre del 1914, anno «dei più disgraziati dell’intera storia umana» - tornano in libreria, per Bur Rizzoli, tutti i suoi libri, gli viene dedicato un francobollo e l’associazione che porta il suo nome affida l’archivio alla regione Veneto. Ma fare i conti con Berto significa accettare la sua letteratura ruvida, che non alleggerisce né edulcora, che non assolve, e prova a scrollarsi di dosso ogni retorica, come il soldato di Guerra in camicia nera vorrebbe scrollarsi di dosso i pidocchi.

Nello stesso anno dell’esordio di Calvino, il ’47, Berto pubblica Il cielo è rosso, titolo trovato da Longanesi, che lo lancia come scrittore della provincia italiana dallo sguardo americano, fra Hemingway e Steinbeck: d’altra parte lo aveva scritto in una prigione in Texas, arrestato dalle forze alleate in Africa, dove si era arruolato da giovane fascista. Qualcosa fa pensare anche a Faulkner, nella tragedia di un destino collettivo, in quella fuga - nel romanzo seguente, Le opere di Dio - di un’intera famiglia, che carica su un carro tutti i propri averi, comprese le galline e un maiale, per mettersi in salvo dalla guerra.

Ma quella «perduta gente» non ha meta, e le figure che Berto tratteggia con la sua prosa rapida e nervosa appartengono infine a un sovra-tempo senza calendari. Dove l’innocenza, però, si confonde sempre con la colpa: «Forse non siamo cattivi - disse la madre - Ma non siamo neanche buoni come si dovrebbe. Bisognerebbe capire di più, Rossa».



Bisognerebbe capire di più: questo interessa a Berto, che si rompe la testa pur di comprendere. Comprendere come potesse esaltarlo, ad esempio, lo spettacolo dei proiettili che illuminavano il cielo a giorno, sul fronte africano. O come si possa, a vent’anni, sbagliare per entusiasmo, e poi finire per perdere tutto: «Non possiedo che questa divisa sporca e malandata, due camicie e un solo paio di mutande, colonizzate da un’incredibile quantità di pidocchi». Comprendere, ancora, come si diventa fabbricatori della propria stessa sofferenza, naufragando in un malessere che la mente comunica al corpo fino a invaderlo del tutto.

Così, nel Male oscuro, cerca spietatamente di comprendersi, con una furia e una sincerità disperate, ottenendo un risultato che anticipa esperimenti simili di scrittori come Houellebecq o Knausgard (il recente La morte del padre) e non invecchia al confronto. Nella Gloria, il Giuda traditore e insieme complice di Gesù precorre quello dell’ultimo, bellissimo romanzo di Amos Oz (Giuda, Feltrinelli): «Non vi è un solo colpevole; non c’è nessuno che non sia un esecutore». Vale lo stesso per ogni storia d’amore, fra tenerezza e rabbia, come dimostra nel sorprendente e sensuale La cosa buffa, facendo innamorare e disamorare un alter ego ventenne di una ragazza.



È una martellante scrittura del risentimento, quella di Berto: poco italiana nella sua assenza di pose da commedia, nel suo rifiuto assoluto per ogni indulgenza e auto-indulgenza. Sgradevole perfino, nella sua tensione anti-estetica: il linguaggio può essere ancora un fatto morale prima che estetico? Berto se lo domanda di continuo, sfidando, prima che gli altri, se stesso. E resta solo.

Come lo vede da lontano Montanelli: risucchiato per vivere dal mondo del cinema, Berto restava «il meno adatto - lui così scontroso e impacciato e candido - a muoversi con disinvoltura in quel mondo di dritti, di venditori di fumo, di assegni a vuoto, di cambiali in protesto e di promesse non mantenute. Quando lo vedevo in via Veneto o in Piazza del Popolo imbrancato con certi tipi, pensavo a Fitzgerald e mi si stringeva il cuore».


La Stampa – 30 dicembre 2014


martedì 30 dicembre 2014

Ordine Nuovo, lo spettro nero che torna dagli anni delle stragi



Il passato qualche volta ritorna. Rispunta Ordine Nuovo, l'organizzazione eversiva neofascista coinvolta nelle stragi degli anni Settanta.

Giovanni Bianconi

Lo spettro nero che torna dagli anni delle stragi e l’idea di un altro Italicus



C’è il vecchio fondatore di Ordine nuovo, il novantatreenne che ha addirittura scritto un progetto di Costituzione per l’Italia neofascista; c’è il quasi cinquantenne suo seguace considerato il capo dell’organizzazione, che voleva «destabilizzare il Paese... ma non alla cieca come è stato fatto quarant’anni fa colpendo stazioni, bambini... va fatto mirato, ma va fatto»; e c’è il ragazzo poco più che trentenne, che rivendica la necessità di «colpire metropolitane tipo Bologna, Milano, Roma per incutere terrore nella popolazione... la gente deve essere costretta a chiedere aiuto e quindi, dopo aver attuato azioni violente, ci dev’essere chi si propone per la soluzione del problema». Stragi nere
Attraversa tre generazioni il progetto di rifondare Ordine nuovo, movimento neofascista che più di tutti ha legato il suo nome alla strategia della tensione e alle stragi che hanno insanguinato l’Italia nel passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta.

Una sigla rinata nel 1969 dopo che alcuni fondatori del circolo culturale omonimo, nato nel 1956, avevano deciso di rientrare nel Movimento sociale italiano. Protagonista di una storia nera, schiarita solo in parte dalle indagini — sempre e costantemente depistate dagli apparati dello Stato — e dai processi. Conclusi quasi tutti senza condanne per i colpevoli, ma dopo aver fornito una ricostruzione attendibile da cui emerge la matrice neofascista delle bombe e del progetto «destabilizzante per stabilizzare» che stava dietro gli attentati nelle piazze, nelle banche e sui treni. Dietro i quali in diverse occasioni è comparso il richiamo all’ascia bipenne, simbolo di un gruppo pericoloso e ambiguo, visti i legami con i Servizi segreti italiani e stranieri. 



Il passato di sangue

Dalla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969, 17 morti e 88 feriti) a quella di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, 8 morti e 100 feriti) il coinvolgimento degli ambienti ordinovisti veneti è stato dimostrato o considerato altamente probabile, oltre che in attentati «di contorno» durante quei cinque anni di esplosioni e fibrillazioni politiche. Poi venne l’eccidio sul treno Italicus (4 agosto ‘74, 12 morti e 48 feriti) citato come esempio da Stefano Manni, l’uomo della generazione neofascista di mezzo che prendeva spunti dall’esperienza di quella precedente — impersonata da Rutilio Sermonti, ex repubblichino che partecipò alla fondazione di On — e affidava istruzioni al «giovane» Luca Infantino, rappresentante dell’ultima nidiata. 

«Io credo che sia il caso di... è brutto dirlo... ma credo sia il caso di riprendere la strada dell’Italicus... ma su ampissima scala... questo è un popolo che non merita nulla, l’ultima dimostrazione l’abbiamo data con il non funerale di Priebke...», spiegava Manni nell’ottobre 2013. È un’altra strage rimasta senza colpevoli ufficiali, quella del treno squarciato all’uscita da una galleria dell’Appennino tosco-emiliano. Ci fu una rivendicazione di Ordine nero, gruppo che aveva preso l’eredità di Ordine nuovo dopo il decreto di scioglimento (per ricostruzione del partito fascista, vietata dalla legge) firmato dall’allora ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani. 

Alla sbarra fu portato Mario Tuti — ex ordinovista poi fondatore del Fronte nazionale rivoluzionario e assassino dei due poliziotti che erano andati ad arrestarlo nel gennaio 1975 — che uscì assolto, condannato e poi definitivamente assolto. Anche il nome di Tuti compare nelle carte dell’inchiesta aquilana, quando uno degli inquisiti dice a un altro: «A me interessa selezionare le persone, per questo voglio avere tutto il tempo di andare da Mario (e per gli investigatori è proprio Tuti, ndr ), parlare con lui, valutare chi poter inserire settore per settore... Credo che sia giunto il momento che insomma, gente come noi non se ne stia più con le mani in mano». 



L’omicidio Occorsio

Nei primi anni di carcere (oggi è ancora detenuto, ma in semilibertà) Tuti uccise un «camerata» ritenuto inaffidabile, pericoloso perché avrebbe potuto dire qualcosa sulla strage di Brescia; lo strangolò con la collaborazione di Pierluigi Concutelli, militante di On e killer del pubblico ministero romano Vittorio Occorsio, ucciso la mattina del 10 luglio 1976, appena uscito di casa per andare in ufficio, ultimo giorno prima delle vacanze estive. Grazie alle indagini di quel magistrato, che portò a giudizio numerosi aderenti, Ordine nuovo fu sciolto, e oggi i seguaci di quella tradizione inneggiano su Facebook al suo omicidio. «1-10-100-1000 Occorsio», ha scritto il 26 settembre dello scorso anno Manni. 



Concutelli e gli altri

Concutelli è un nome che collega le cronache legate ai neofascisti di ieri e di oggi anche perché è amico del «camerata» romano Emanuele Macchi di Cellere, già affiliato alle bande armate che volevano tenere alta la tradizione ordinovista, riarrestato qualche giorno fa per l’uccisione del presunto cassiere della banda di Gennaro Mokbel, assassinato il 3 luglio scorso a Roma. Questione di soldi, non di politica, ma sempre alimentata dai reduci di quella storia nera. Insieme a Macchi di Cellere, per l’omicidio di Roma è inquisito Egidio Giuliani, classe 1955, pure lui ex «soldato» della lotta armata di destra; il quale — secondo un rapporto della Squadra mobile della Capitale — era in contatto con Rainaldo Graziani, convolto nella gestione del ristorante e associazione culturale «Corte dei Brut» a Gavirate, in provincia di Varese.

Le cronache di qualche anno fa l’hanno indicato come il reclutatore delle «guardie d’onore» alla tomba di Mussolini, ed è figlio di Clemente Graziani, un altro dei fondatori di Ordine nuovo. In uno dei messaggi telematici intercettati dai carabinieri nell’indagine aquilana, il neoarrestato Infantino aveva diffuso «un’anticipazione» del Manifesto scritto da Graziani senior al tempo del processo istruito da Occorsio, con la precisazione: «Per avere il file contattate me e/o Stefano Manni». 


Il Corriere della Sera | 23 Dicembre 2014  

Inni orfici, una poesia per iniziati



Esce in Francia una edizione curatissima degli Inni orfici, poesie per iniziati che svelano i segreti della tradizione dionisiaca.

Armando Torno 

Inni orfici  


Negli ultimi decenni diversi documenti degli antichi Orfici – movimento religioso che influenzò la filosofia greca sin dalle origini – sono venuti alla luce. Innanzitutto, nel 1962, si scoprì il Papiro di Derveni (città della Grecia, presso Salonicco): prezioso testo in dialetto ionico, con elementi in attico, contenente una cosmogonia che principia da Zeus. Si rivolge ai soli "iniziati".

Sono poi state ritrovate nel 1978 le Tavolette in Osso di Olbia (sita sul Mar Nero), né sono mancate diverse acquisizioni di laminette su cui furono scritte istruzioni religiose utili al defunto per il transito nel l'Ade. Inoltre, nel 2004, lo spagnolo Aberto Bernabé ha dato una nuova edizione dei frammenti e delle testimonianze degli Orfici (Poetae epici Graeci, parte II, fascicolo I, Bibliotheca Teubneriana) che sostituisce quella di Otto Kern, risalente al 1922. Il cantore Orfeo, il mitico fondatore, suscitò dibattiti sin da Platone, filosofo che fece suo il dualismo corpo-anima di questa scuola; Aristotele, invece, nell'opera Sulla filosofia espresse dubbi sulla reale esistenza storica del personaggio.

Tra i documenti tardi dell'orfismo ci sono giunti 87 inni, preceduti da un proemio a Museo. Si tratta, per usare una definizione che prendiamo dall'edizione della Fondazione Lorenzo Valla dell'opera, curata da Gabriella Ricciardelli nel 2000, della più singolare raccolta di preghiere pagane. La loro datazione non trova concordi i filologi, ma è possibile situarla alla fine del II o all'inizio del III secolo della nostra era, in Asia Minore, forse a Pergamo.



Nascerebbe in seno a un gruppo di devoti a Dioniso: i fedeli credono che Orfeo abbia fondato i misteri del dio e preparano un libro a testimonianza. Ogni inno è dedicato a una divinità e le preghiere evocano profumi: il tutto senza sacrifici cruenti, ché il culto dionisiaco-orfico ha orrore del sangue versato. Gli dei moltiplicano i loro nomi, o meglio si assimilano ad altri: Dioniso può essere Eracle e Zeus, a sua volta Eracle è anche il Sole, Artemide diviene Ecate (dea alla quale era consacrata la Sibilla Cumana). Il processo di passaggio da un dio all'altro non esclude ricorsi alla filosofia, che in tal caso è sovente quella della tradizione stoica, altre volte si ricorre al neoplatonismo.

Gli Inni Orfici saranno apprezzati e studiati nel Rinascimento; anzi Marsilio Ficino e non pochi suoi contemporanei credevano fossero opera dello stesso Orfeo. Giovanni Pico della Mirandola in una delle Conclusiones Orphicae scrive: «Nell'ambito della magia spirituale non c'è niente di più efficace degli Inni di Orfeo, se si eseguono con il consenso di una musica adatta, di un'opportuna disposizione dell'animo e delle altre circostanze ben note al saggio». Anche se queste preghiere pagane sono diventate per noi un documento tardo, e non hanno per esempio la medesima valenza dei frammenti tramandatici da Onomacrito di Atene (fine VI secolo a.C.), contemporaneo di Pisistrato, restano utili per chi crede nei valori della tradizione. Non furono scritte da Orfeo ma ne testimoniano il messaggio religioso.



Ora Marie-Christine Fayant (Università di Valenciennes), nella collana dei classici greci delle Belles Lettres, offre una nuova edizione con tutti gli aggiornamenti possibili degli inni in questione: Hymnes Orphiques, con testo critico greco, traduzione francese e un formidabile apparato di note.

Ogni singola composizione è introdotta e dettagliatamente annotata. Chiude il lavoro un vasto saggio sulla teologia presente nei brevi componimenti scritti in esametri, rilevando i punti comuni della cosmogonia degli Inni e delle teogonie orfiche. La studiosa nota tra l'altro: «Sembra probabile che la raccolta sia l'opera di un solo autore» (introduzione, p. XXX). E ancora, richiamandosi alla Ricciarelli, la Fayant sostiene che tali Inni siano stati composti e riuniti per accompagnare i riti religiosi di un'associazione privata (in essi non vi sono allusioni a un culto ufficiale).

Orfici troppo poco per taluni, decisamente poco poetici per altri, questi incantesimi rivelano – al pari degli Inni omerici, di quelli di Callimaco o di Proclo – l'infinito sussurro mistico di un mondo abitato dagli dei. Litanie ferventi – le chiama la Fayant – seppur dotate di un certo formalismo, riflettono una dimensione divina che si apprestava a cedere spazio a un'altra rivelazione. Tra le liberalità religiose e le filosofie del mondo imperiale romano.

Il Sole 24 ore – 28 dicembre 2014






Reportage dal fronte. Kabul addio



Della spedizione militare italiana in Afghanistan si è sempre detto molto poco. Un articolo del Corriere, significativamente titolato “Reportage dal fronte”, documenta in modo chiarissimo il sostanziale fallimento di una guerra costosissima sia in termini economici che umani.

Andrea Nicastro

Reportage dal fronte
Kabul addio
Dopo tredici anni di scontri è tempo di ritiro



Herat. Occhi a mandorla, viso aguzzo da volpe, il colonnello Sultan Ahmad Warasi incarna lo stereotipo dello spione. E’ il responsabile dell’intelligence militare del 207esimo Corpo d’Armata afghano ad Herat. Tentenna solo sui nomi di un paio di governatori-ombra talebani, perché, si scusa, «quelli precedenti li abbiamo eliminati qualche mese fa». Per il resto sfodera solo certezze. «I talebani sono infiltrati ovunque. In città obbediscono a Wali Mahmad spostato dal Mullah Omar da Uruzghan a qui. I finanziamenti vengono da Pakistan, Iran, oppio e hashish. Il loro numero cambia con le stagioni, ma in quest’area si aggira intorno ai diecimila combattenti. Ora che gli italiani hanno smesso di pattugliare e di aiutarci nelle attività ai check point facciamo più fatica a contenerli perché ci mancano armi e attrezzature».

Rincara la dose il tenente colonnello Jamal Abdul Naser Sidiqi: «Un mio soldato è stato ucciso tre giorni fa perché gli si è inceppata l’arma davanti a un talebano. Non abbiamo metal detector per individuare le trappole esplosive né sistemi elettronici che possano bloccare i telecomandi. Il fatto è che i loro attacchi costano meno delle nostre difese. Su noi ufficiali hanno posto addirittura delle taglie: seimila dollari per un colonnello morto, diecimila per un comandante di kandak», battaglione. Come d’abitudine il colonnello batte cassa, ma sono i numeri, in fondo, a dargli ragione.

L’«afghanizzazione» della guerra permette di risparmiare denaro occidentale, ci sono meno occhi elettronici, meno dirigibili, meno droni e meno intercettazioni per captare conversazioni sospette, ma per l’esercito afghano le perdite sono cresciute del 40 per cento rispetto al 2013. «La settimana scorsa sono stati uccisi tre ufficiali afghani fuori servizio — conferma il comandante del contingente italiano generale Maurizio Scardino — le killing mission , gli omicidi mirati, sono un problema reale». Con ancora meno supporto internazionale che accadrà?



Per dei militari, «ritiro» è una parola tabù, assomiglia troppo a «sconfitta». Preferiscono «ripiegamento» e nel caso afghano hanno tecnicamente ragione. Non sono i talebani a cacciare la coalizione Nato, è la politica. Siamo noi tax payer a non essere più disponibili a pagare il conto. Dopo tredici anni di combattimenti, 3.500 morti occidentali in divisa (54 italiani), la coalizione a guida americana ripiegherà entro un anno su Kabul. Il piano è che nel 2017 se ne vada dall’Afghanistan anche l’ultimo occidentale e, nel frattempo, si faccia sostanzialmente solo addestramento.

Con i soldati Nato anche le Ong umanitarie si stanno ritirando. Rapimenti e attacchi suicidi arrivano ovunque, restare è un rischio. La politica ha smesso di fingere che l’intervento internazionale abbia pacificato il Paese. Il conto dei burqa per le strade non è più il termometro sul rispetto dei diritti umani anche perché sono sempre meno i luoghi che gli occidentali, in divisa o meno, riescono ad osservare.

«Le priorità geostrategiche sono cambiate — ammette l’ambasciatore a Kabul Luciano Pezzotti —. Ora abbiamo la Libia e l’Isis di cui preoccuparci. Però sono convinto che l’assistenza a Kabul continuerà. Egitto e Pakistan, ad esempio, hanno forze armate sostenute dagli Stati Uniti, perché non anche l’Afghanistan?». A tredici anni dall’invasione gli Stati Uniti hanno speso, a seconda delle stime, da 700 a 1.500 miliardi di dollari. Tre, quattro miliardi l’anno potrebbero evitare un caos post ritiro stile iracheno. Forse.

L’Italia si sta dimostrando tra gli alleati americani più fedeli. Per tutto il 2015 abbiamo deciso di lasciare più uomini persino dei britannici: 500 di media contro 200, per una spesa complessiva di 160 milioni. I vantaggi dei nuovi ordini sono almeno due. Primo, uscendo poco da Camp Arena si rischiano meno imboscate. Secondo, c’è finalmente acqua calda per tutti perché dove vivevano 4 mila soldati ce ne saranno appena 750, quanto basta, con l’aiuto di 500 spagnoli, per difendersi. 



Gli svantaggi sono invece evidenti nelle battute di chi sa di dover restare fino a ottobre quando è previsto che gli ultimi 70 militari lascino Herat per Kabul. «Finirà come a Saigon, scapperemo dai tetti con i talebani al piano terra». Esagerato, ma non troppo.

«Fino a che rimarranno i Mangusta — dice Agostino Iacicco, capitano pilota dei nostri elicotteri d’attacco — avremo un deterrente importante». Poi bisognerà inventarsi qualcosa. Soprattutto per superare l’estate, la tradizionale stagione dei combattimenti. Spaventa l’idea di lasciare i soldati afghani a guardarci le spalle quando l’ultimo aereo prenderà il volo. Già ora gli italiani girano per la base con la pistola nella fondina. Il timore è di «green-on-blue», verde su blu, cioè che qualche soldato afghano si metta a sparare sui colleghi occidentali come è successo già decine di volte con quasi 150 vittime compreso un generale americano.

E gli afghani? Come si preparano al ritiro Nato? Il mese scorso il vecchio mujaheddin Ismail Khan ha organizzato ad Herat un raduno con un migliaio di ex combattenti. «Dobbiamo organizzarci — li ha arringati —. Senza gli stranieri, l’esercito afghano è inefficiente. I talebani arriveranno per tagliarci la gola. Riprendiamo le armi».


Il Corriere della sera – 28 dicembre 2014


lunedì 29 dicembre 2014

Asor Rosa, Scrittori e popolo cinquant'anni dopo



Come riscrivere Scrittori e Popolo cinquant'anni dopo, in mancanza di una letteratura che guardi ancora al sociale.

Alberto Asor Rosa

Siamo rimasti senza il popolo

Intervista di Raffaelle De Santis


Pochi intellettuali come Alberto Asor Rosa hanno contribuito ad indagare a fondo il rapporto tra società e cultura. Asor Rosa è tra gli studiosi maggiormente animati da passione civile, autore di opere chiave, da Scrittori e popolo, in procinto di una nuova edizione a cinquant’anni dalla prima, alla Storia europea della letteratura italiana. Al ruolo del popolo nella nostra letteratura ha dedicato pagine importanti della sua vasta produzione critica.

Professore, è vero che oggi manca un grande romanzo sociale sul modello di quelli del passato?

«Quel tipo di romanzo nasce quando si ha alle spalle una realtà psicologica e intellettuale in cui la questione sociale ha un rilievo straordinario, che va al di là dei confini della letteratura. È stato così per Verga ma anche più recentemente per i neorealisti. Non è più così oggi».

Fatichiamo a prendere atto della realtà in cui viviamo?

«Dovremmo ragionare sul perché nonostante l’aumento delle diseguaglianze la questione sociale non vive nella coscienza della gente. Anche sui media assistiamo alla stessa disattenzione».

Eppure il bestseller di Thomas Piketty Il capitale nel X-XI secolo ha portato di nuovo alla ribalta il tema delle disuguaglianze sociali.

«Piketty è un fenomeno puramente intellettuale che ha avuto un enorme successo ma non trasforma la teoria in coscienza della prassi. Il tema dell’ingiustizia sociale rimane però assolutamente non popolare. La percezione e la condanna delle disuguaglianze nelle nostre società è stata respinta ai margini, non interessa ».

È una colpa da imputare agli scrittori?

«Il romanziere non può provocare qualcosa che non c’è. Come fa ad occuparsi del conflitto sociale e delle sue prospettive quando questi temi, soprattutto in Italia, non sono centrali, anzi sono marginalizzati? I teorici e gli analisti che se ne occupano si contano sulle dita di una mano e non sfondano il muro dell’indifferenza ».

Manca il coraggio della denuncia?

«Non parlerei di coraggio, perché in passato questa formula è stata spesso usata per chiedere agli scrittori cose sbagliate. In realtà i processi creativi sono più spontanei e naturali che indotti. Altrimenti si rischia di cadere in una posizione ideologica».

Nel suo libro Scrittori e popolo, lei demistificava il populismo di molti nostri letterati.

«Il libro, pubblicato nel 1965, è nato nel clima operaista di quegli anni. Allora denunciavo l’aspetto velleitario e ideologico di una critica sociale che non nasceva da intenti esclusivamente artistici ».

Come cambia oggi la prospettiva? È possibile che tra i nuovi scrittori nessuno abbia una coscienza sociale?

«Nella nuova edizione del libro ci saranno, tra gli altri, Melania Mazzucco, Giorgio Vasta, Nicola Lagioia, Mario Desiati, Valeria Parrella, ma non voglio dire di più. Se oggi gli scrittori non guardano al popolo è comprensibile: perché dovrebbero inventare qualcosa che non c’è?»

Fa anche questo parte del “grande silenzio” di cui parla nel libro intervista con Simonetta Fiori?

«Negli scrittori del neorealismo, in Vasco Pratolini, Carlo Bernari, Elio Vittorini, un’idea di popolo c’era, anche se riduttiva o sopraffatta dall’istanza ideologica. Era sanzionabile l’idea populista, ma questi scrittori contribuivano a far conoscere la realtà, la documentavano. Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri è un grande testo di testimonianza sul mondo operaio. Ragazzi di vita e Una vita violenta di Pasolini hanno un marchio ideologico discutibile ma in quei libri c’è un’impronta reale. Il silenzio attuale di scrittori e intellettuali nasce dalla cecità rispetto alla questione sociale. La gente volta la testa dall’altra parte».

Rimpiange lo scrittore engagé?

«Come abitudine mentale tendo a non rimpiangere niente. Mi sembra una stagione passata, a cui è seguita nella letteratura una ricerca più povera, ristretta alle vicende dell’io, senza aperture al mondo esterno. Ormai i personaggi della narrativa sono fondamentalmente incardinati nella propria vicenda individuale».


La Repubblica – 28 dicembre 2014


Wlodek Goldkorn, Scrittori senza Furore



Nell’era segnata dalla disuguaglianza dei pochi che hanno molto e dei molti che hanno poco dove è finito il grande romanzo sociale? Oggi, nel tempo della morte della speranza, il conflitto rischia di restare racchiuso all’interno dell’individuo.


Wlodek Goldkorn

Scrittori senza Furore


Fuor di dubbio: l’anno che sta finendo è stato l’anno di Thomas Piketty, l’autore del Capitale nel XXI secolo. Pochi contestano ormai la sua tesi per cui le disuguaglianze sociali sono in crescita anziché diminuire. Per costruire la sua teoria l’economista francese ha frequentato non solo le statistiche, ma anche la narrativa. E in base a queste letture dice che la situazione oggi assomiglia a quella descritta nei romanzi di Honoré de Balzac e Jane Austen: società dove aumenta il divario tra chi possiede il capitale e chi invece vive del proprio lavoro.

È stata la rivista americana online Slate ad affrontare polemicamente l’argomento, non per contestare i fatti citati Piketty, ma per mettere in questione un’altra sua tesi, esposta in incontri pubblici: nei romanzi degli ultimi decenni non si parla dei soldi. Se ne parla invece, dicono i critici letterari autori dell’articolo, ma in un’altra maniera.

Rimane tuttavia il problema, sollevato da molti esperti di letteratura e arti (ad esempio da A. O. Scott, sul New York Times) : come mai oggi non si scrivono romanzi sociali, ancorati nella vita quotidiana della gente che lotta per la sopravvivenza? Come mai nessuno scrive un nuovo Germinal sull’esempio di Émile Zola, un nuovo Furore come John Steinbeck, un altro I miserabili come Victor Hugo?

Forse la domanda andrebbe riformulata. Mettiamola così: è possibile oggi scrivere opere simili? Intanto qualcuno ci prova ancora; anche in Italia e basti pensare alla Prato descritta da Edoardo Nesi, alla Piombino versione Silvia Avallone, o al call center secondo Michela Murgia (per non parlare della Dismissione di Ermanno Rea). Ma si tratta di eccezioni e non di letteratura che fa tendenza. E allora, cosa è successo?

Una prima risposta possibile è questa: il romanzo sociale come l’abbiamo conosciuto dall’Ottocento e fino alla prima metà del secolo scorso nasce non dalla constatazione che il mondo del lavoro va male, ma al contrario, dalla protesta perché la modernità non mantiene le proprie promesse. Quali promesse? Semplice, quelle legate all’idea del progresso: eguaglianza (non equità), crescita del benessere, ascesa sociale frutto dell’istruzione, conquista collettiva dei diritti; se non addirittura la Rivoluzione e palingenesi.



Così Zola raccontava le lotte dei lavoratori perché era convinto che la sua parola sarebbe stata d’aiuto nel cambiamento del mondo. E ancora, John Steinbeck, nel Furore , narrava le ingiustizie subite dai contadini del Sud degli States perché era certo dell’intrinseca validità del sogno americano. E lo stesso si può dire di Hugo, monumento vivente alla fede nella rettitudine e bontà insiti nell’ethos repubblicano.

Il romanzo sociale insomma non è stato un piagnisteo ma un risultato del confronto tra il progetto dell’avvenire e la realtà. Quell’avvenire, almeno in Europa occidentale era legato a forme di vita concrete. I lavoratori della stessa fabbrica vivevano nello stesso quartiere, si incontravano negli stessi luoghi di svago (sport compreso) o di agitazione politica. Peraltro, la sinistra (titolare dell’idea del progresso) nel nostro continente è nata ed è vissuta così, legata ai territori degli operai.

Oggi, cosa rimane di tutto questo? Poco o niente. Non solo dal punto di vista sociologico: tra deindustrializzazione e disgregazione di quel che era il mondo del lavoro, ma anche come fede nel mito del progresso. Non c’è bisogno di tirare in ballo Theodor Adorno e Max Horkheimer ( La dialettica dell’illuminismo) o Guenther Anders ( L’uomo è antiquato ) e neanche Zygmunt Bauman con il suo magistrale Olocausto e Modernità, per capire quanto la parola progresso sia un arnese, uno strumento lessicale vuoto di contenuto e fallito.

Il futuro, ci dicono gli intellettuali à la page, è decrescita: felice nel migliore dei casi; e un mondo di moltitudini, che sono il contrario di massa. Moltitudine significa infatti una serie di individui, non un insieme di persone legate dallo stesso vissuto e interesse sociale. E l’istruzione non assicura più un futuro migliore.



E tuttavia, molti scrittori continuano a fare il loro mestiere e a raccontarci la società in cui viviamo; salvo che questa è una società e un mondo impossibili da narrare come un universo coerente, in cui è chiaro il nesso tra causa e effetto. Esempio ne è il newyorchese Paul Auster. Nei suoi romanzi, le cose che accadono ai protagonisti sono frutto del caso, dell’arbitrio del destino.

E allora, forse non rimane che cercare lontane appartenenze, identità mitiche e leggendarie da rivendicare; specie se fanno parte di eventi violenti e spostamenti e migrazioni legati a una storia che rasenta l’Apocalisse, accaduta però davvero. Lo fanno, e da questo punto di vista sono romanzieri contemporanei, gli americani Nicole Krauss ( La storia dell’amore, La Grande Casa) e Jonathan Safran Foer ( Ogni cosa è illuminata), ambedue alla ricerca di un mondo europeo antecedente la Shoah e da cui vengono i loro antenati, profughi.

Del destino dei rifugiati si occupa l’americano di origine etiope Dinaw Menghestu ( Leggere il vento). E in un romanzo di grande attualità, Non dirmi che hai paura , il nostro Giuseppe Catozzella, ha raccontato la storia di una atleta africana annegata nel Canale di Sicilia.

Ma forse è Il Cerchio di Dave Eggers, americano pure lui, 44enne, californiano d’adozione, il romanzo, tra quelli recenti, che più degli altri è ancorato nel vissuto e nei valori della società contemporanea. Eggers ambienta il suo racconto in un campus di una grande azienda, e qui siamo vicini alla fabbrica di Zola. Ma la protagonista è una ragazza sola, che sola rimane; senza alcun orizzonte di azione collettiva e di solidarietà di classe. L’azienda non produce beni materiali. Il suo scopo è mettere in connessione il numero più alto di persone; ma anche renderle trasparenti, indurle a rinunciare a ogni privacy; ciascuno in un futuro distopico (perché dell’avvenire parla Eggers) girerà con una serie di apparecchi addosso, grazie ai quali potrà essere visto e “partecipato” da decine di milioni di altri individui.



Corollario e premessa di tutto questo (come del resto dei libri che raccontano i profughi) è l’empatia. Empatia è la parola chiave oggi. Ciascuno di noi deve provare a entrare nella testa altrui. Siamo tutti separati, ma uniti da un flusso di sentimenti che ci accomunano e che proviamo all’istante. L’azienda chiamata il Cerchio vuole chiudere il cerchio appunto, per creare un mondo di individui empatici: un universo perfetto e armonioso. Ma attenzione, connessione, empatia e trasparenza, escludono il conflitto come categoria: se litighiamo è perché qualcuno nasconde un segreto, perché non siamo capaci di capire l’altro; il contrario di Zola o Steinbeck e delle lotte sociali.

Invenzione futuristica, si dirà e non descrizione di realtà, come ne era capace un Balzac, appunto. Ma ne siamo sicuri? C’è una bellissimo testo di Henry James ( Tre lezioni su Balzac) in cui lo scrittore americano spiega come l’autore francese si inventasse tutto. E proprio grazie alla sua immaginazione riusciva a raccontare la realtà meglio di ogni presunto realista.


La Repubblica – 28 dicembre 2014

La vita plurale di Fernando Pessoa



Esce la biografia dello scrittore portoghese firmata dal poeta spagnolo Ángel Crespo. Ne emerge la figura di un uomo (e di uno scrittore) ben inserito negli ambienti culturali di Lisbona a partire dai circoli esoterici.


Andrea Colombo

Per sempre qualcun altro. Le mille vite di Pessoa


«Prima sorprende. Poi si manda giù». Lo slogan pubblicitario, coniato da Fernando Pessoa per la Coca Cola nel 1925, non ebbe molta fortuna. Preoccupati del fatto che la bevanda potesse avere effetti «stupefacenti» i burocrati del ministero della Sanità portoghese la misero al bando. Per colpa dell’infelice battuta del poeta portoghese la bibita gassata sarà introdotta nel Paese solo negli Anni Settanta del secolo scorso.

Lo slogan sfortunato è solamente una delle tante disavventure (commerciali, politiche, letterarie) che segnarono la sua vita, puntualmente riportati nella monumentale biografia scritta dal poeta spagnolo Ángel Crespo nel 1988 e appena ripubblica da Bietti (La vita plurale di Fernando Pessoa, con molte note che aggiornano il testo a cura di Brunello N. De Cusatis, pp 600, € 26).

Tra i vari aneddoti e vicende che hanno contraddistinto la vita di Pessoa emerge un ritratto di un personaggio lontano da quello che la vulgata in Italia ha voluto far credere: il poeta non era un emarginato, con tendenze omosessuali, costretto a lavorare in oscuri uffici commerciali, un frustrato dalla personalità scissa che nascondeva i suoi scritti in un baule. Al contrario, Pessoa era ben inserito nei circoli culturali di Lisbona e agiva da protagonista nelle polemiche letterarie e politiche del suo tempo.

Inoltre era fidanzato con Ofélia de Queiroz, diresse riviste, pubblicò innumerevoli articoli, poesie, saggi, sia con il suo nome, sia con i celebri eteronomi, il vertiginoso gioco letterario di costruzione di personaggi di fantasia che davano voce ai tanti aspetti di questa complessa e contraddittoria personalità. Certo fu un animo inquieto, divorato dall’alcolismo (morì infatti di cirrosi epatica nel 1935 a 47 anni): ma il suo spirito curioso lo portò ad occuparsi dei più svariati argomenti: dall’esoterismo all’economia, dalla politica alla pubblicità appunto.

Fernando Pessoa nasce a Lisbona nel 1888 ma ben presto si trasferisce in Sud Africa dove, con la madre, trascorre gran parte della gioventù e dell’adolescenza. Cresce quindi nella colonia britannica. Rimarrà sempre legato alla cultura anglosassone. Grazie alle sue conoscenze linguistiche e internazionali intraprende la carriera commerciale: non fu certo un semplice impiegato bensì un imprenditore dalle alterne fortune.



Dopo il Sud Africa

Tornato in Portogallo il giovane Pessoa si getta subito nella mischia dei salotti letterari scossi dall’eco delle avanguardie europee (futurismo in testa) che negli Anni Dieci del ’900 infiammano l’Europa. Crespo lo descrive come un cordiale, seppure eccentrico, giovane scrittore, assiduo frequentatore dei bar del centro di Lisbona. Nel 1912 con una serie di articoli apparsi sulla rivista A Águia abbraccia il saudosismo (da saudade, lo stato d’animo nostalgico tipico dei portoghesi), corrente poetica a cavallo tra tardo romanticismo e simbolismo.



Il secondo Camões

Pessoa sognava un «rinascimento straordinario, un risorgimento stupefacente» che avrebbe rinnovato il Portogallo, in concomitanza con la «prossima apparizione di un supra-Camões». Luis Vaz de Camões era il poeta che, nel XVI secolo, cantò le gesta eroiche di Vasco da Gama: una sua «seconda venuta» aveva per Pessoa il sapore messianico delle grandi opere alchemiche trasfigurate a livello letterario-politico. Il 1915 è l’anno in cui vede la luce la sua rivista, Orpheu. Scrive inoltre una Teoria della repubblica aristocratica: rigetta la democrazia basata su maggioranze «necessariamente ignoranti e incolte» e sposa l’idea tecnocratica dell’«accesso al potere degli uomini più competenti a esercitarlo». E’ «l’oligarchia dei migliori». Nello stesso periodo però scrive: «Non ho principi. Oggi difendo una cosa e domani un’altra. Giocare con le idee e con i sentimenti mi è sempre parso il destino più bello». Così si definisce «creatore di anarchie.

L’intelligenza disintegra e l’analisi intristisce». Non a caso le sue idee politiche mutano in continuazione: negli anni Venti difende la dittatura militare con un pamphlet (che poi rinnegherà), poco dopo si schiera contro il regime fascista nascente di Salazar. Tutti i suoi scritti suscitano un’enorme eco, sulla stampa e nei palazzi del potere, e non solo in Portogallo. Pessoa si diverte infatti a provocare reazioni, e così in varie testate pubblica ora articoli in cui ridicolizza i monarchici, ora interventi in cui se la prende con i tassisti. Sarebbe vano trovare una linea comune nei suoi scritti.



L’occultismo

Persino la sua passione per l’occultismo è attraversata da dubbi e ripensamenti. Oppure, come nella frammentazione della personalità dei suoi eteronimi, anche i misteri del sovrannaturale rientrano nel gioco della sua «vita plurale». Forse deve alla sua lontana origine ebraica l’interesse per la Cabala e l’esoterismo. E così tutte le sue riflessioni su un ipotetico (e molto immaginario) rinascimento portoghese sono intrecciate con elementi alchemici, magici, religiosi, messianici: il risultato è un bizzarro nazionalismo mistico. Il suo esoterismo si sviluppa al di fuori delle conventicole teosofiche o massoniche.

Anche in questo Pessoa si mantiene fedele al suo multiforme individualismo: strutturalmente incapace quindi di prendere parte a un’organizzazione, sia pure eterodossa e iniziatica. Pure nel suo incontro con Aleister Crowley, nume del satanismo moderno, avvenuto nel settembre del 1930, mantiene il suo britannico distacco. Accolse il gran maestro della Golden Dawn, in fuga dai creditori, tra lo spaventato e il divertito.

Pessoa d’altronde include nel suo mondo molteplici credenze: si definisce, di volta in volta, neo pagano, cristiano gnostico, ebreo errante alla perenne ricerca di una verità che non riesce ad afferrare, tanto che fa dire a uno dei suoi eteronimi, l’ingegnere navale Álvaro de Campos: «Non mi si parli di morale! Portatemi via di qui la metafisica! Se avete la verità, tenetevela!». Mentre al filosofo razionalista e classicista António Mora, un’altra creatura prediletta della sua natura «moltiplicata», fa scrivere: «Gli dèi non sono morti: quel che è morto è la visione che abbiamo di loro. Non se ne sono andati: abbiamo smessi di vederli».



Con i grandi

Pessoa muore cieco il 30 novembre 1935. I suoi resti verranno traslati 50 anni dopo nel Cemitério dos Prazeres al Mosteiro dos Jerònimos, la cui chiesa ospita le tombe di Vasco de Gama e del vate Camões. Scrive Crespo: «I resti di Fernando furono deposti in un tumulo, in cui figurano, accanto al suo, i nomi degli eteronimi Caeiro, Reis e Campos, a testimonianza della magica pluralità della sua vita».


La Stampa – 29 dicembre 2014


domenica 28 dicembre 2014

Sei milioni di case vuote, eppure si continua a costruire



In Italia ci sono sei milioni di immobili inutilizzati, eppure si continua a costruire. Nonostante ciò trovare una casa (in vendita o in affitto) per una giovane coppia è quasi impossibile visti i prezzi proibitivi. E' uno dei tanti misteri italiani che ci piacerebbe il “Governo del fare” provasse a sciogliere. 

Domenico Finiguerra

Gli immobili vuoti: tesoro da utilizzare *


In Italia ci sono sei milioni d immobili inutilizzati. La stragrande maggioranza sono case vuote: se ne stimano almeno 2 milioni. Mezzo milione sono i negozi chiusi. E poi capannoni industriali dismessi, ex fabbriche, ex scuole, ex caserme, ospedali non compiuti, ex case cantoniere, stazioni e caselli ferroviari, ex hotel ed ex centri commerciali, ex cascine, ex malghe, ex masserie, chiese e conventi. Addirittura ex paesi interi: www.paesifantasma.it. Ma non abbiamo solo “roba vecchia”. Esiste anche un enorme stock di edifici appena costruiti. Cemento gettato sulla terra per coltivare rendita fondiaria.


Cosa ne facciamo di questo enorme patrimonio? Poco o nulla. Milioni di volumi senza contenuto; milioni di ragazze e di ragazzi senza lavoro o che vagano per il mondo perché questo Paese non è più in grado di dare validi motivi per restare.



Se in cima alla lista delle priorità ci fosse davvero il dramma della disoccupazione giovanile, le risorse (che ci sono… basta chiedere a Franco Bassanini, Presidente della Cassa Depositi e Prestiti) sarebbero orientate soprattutto alla soluzione di questo problema che affligge diverse generazioni di genitori e figli. Una buona pratica, una fortissima leva per la promozione di nuove imprese giovanili, di nuovi spazi di socialità, di welfare, di cultura ed educazione, e che al contempo affronterebbe il degrado ambientale ed urbanistico di molte città, sarebbe proprio il riutilizzo e la sistemazione di questi miliardi di metri cubi lasciati a marcire.

Una rassegna di recuperi virtuosi si trova su www.riusiamolitalia.it , sito parallelo al libro di Giovanni Campagnoli: incubatori e co-working, produzioni teatrali e artistiche, botteghe artigianali, nuovi coltivatori urbani. Migliaia di posti di lavoro creati dove c’era un problema, nuovi servizi alle famiglie dove c’erano sterpaglie, alloggi a canone calmierato dove c’erano alberghi a 5 stelle.

Nei corsi di formazione manageriale e nei convegni dei super esperti di micro e macro economia vi è una slide piuttosto ricorrente: saper trasformare le crisi in opportunità.



E quale occasione migliore per metterla in pratica? Trasformando l’abbandono del calcestruzzo decadente in opportunità di lavoro e di vita di comunità. Ma questo comporta un cambio radicale di paradigma, anche mentale.

E soprattutto l’espulsione dell’avidità e della tendenza ad accumulare ricchezza dai nostri pensieri. Quell’avidità che fa preferire lasciare ricchezza morta in terra, piuttosto che metterla a disposizione della collettività. Ma cambiare si può.

Cominciamo a riascoltare il monologo di Chaplin nel Grande Dittatore. E magari inviamone il link come regalo di Natale, anche a chi alberga nelle stanze dei bottoni…


il Fatto – 22 dicembre 2014

*Nelle foto la maxi cementificazione in corso delle aree ex Italsider a Savona.


Anni Settanta. Lotta armata e uscita dal terrorismo



Anni Settanta. In due libri, a firma di Monica Galfrè e Gabriele Donato, la lotta armata e l’uscita dal terrorismo. Come la guerra allo Stato divenne una «possibilità» e come se ne uscì dopo un decennio di sangue.

Andrea Colombo

Oltre la fine dell’innocenza


Ita­lia, 1969–1972: di armi ne par­lano in molti. Mino­ranze, certo, ma signi­fi­ca­tive e per nulla esi­gue. La que­stione tiene banco nel vasto movi­mento rivo­lu­zio­na­rio che, nato nelle uni­ver­sità del 1968, si è a sor­presa esteso l’anno suc­ces­sivo nelle fab­bri­che. È argo­mento cen­trale nella discus­sione e nella ela­bo­ra­zione dei prin­ci­pali gruppi della sini­stra extra­par­la­men­tare.

Non si tratta di un gene­rico dibat­tito sulla legit­ti­mità o meno dell’uso della vio­lenza. Quella, almeno sulla carta, è rico­no­sciuta da tutti: costi­tui­sce il vero e prin­ci­pale discri­mine con la sini­stra isti­tu­zio­nale. Si tratta invece di un ben più con­creto que­stio­nare sulla neces­sità di un imme­diato ricorso alle armi. Subito, non in un indi­stinto futuro rivoluzionario.

Ita­lia, 1980–1987: quelle armi, a par­tire dai primi ’70, qual­cuno le ha impu­gnate dav­vero. Una mino­ranza anche que­sta, ancor più che nel decen­nio pre­ce­dente, ma non tra­scu­ra­bile. Nep­pure in ter­mini nume­rici: una decina di migliaia di per­sone armate o fian­cheg­gianti, un’area con­ti­gua dop­pia o tri­pla, un bacino di sim­pa­tiz­zanti che Sabino Acqua­viva sti­mava sulle 300mila per­sone. Se il movi­mento rivo­lu­zio­na­rio dei primi ’70 aveva dato vita al con­flitto sociale più aspro e pro­lun­gato in un paese avan­zato nel dopo­guerra, quello armato (che ne costi­tui­sce la coda) ha segnato nella stessa area la prin­ci­pale espe­rienza di lotta armata dopo l’Irlanda del nord, caso molto spe­ci­fico e non comparabile.



I conti con una generazione

Alla fine del 1980 e poi per tutto l’anno suc­ces­sivo i feri­menti, le ucci­sioni si ripe­tono ancora a sca­denza quo­ti­diana, ma è già chiaro che si tratta di una fase ter­mi­nale. La par­tita è chiusa. Si affac­cia così, pur in mesi tra­ver­sati da vio­lenze d’ogni sorta da parte sia delle orga­niz­za­zioni armate che dello Stato, un que­sito fino a pochi mesi prima inim­ma­gi­na­bile: come uscire dall’emergenza. Come chiu­dere il conto con una intera gene­ra­zione poli­tica e con un ciclo che ha visto vio­lare su tutti i fronti le regole fon­danti dello Stato demo­cra­tico. Il tema si impone sem­pre più via via che la scon­fitta dei gruppi armati si pro­fila come totale e irre­ver­si­bile. La discus­sione, sen­tita da tutti come dram­ma­tica e deter­mi­nante, segnerà l’intero decen­nio ’80.

All’inizio e alla fine di quella sto­ria, oggetto ormai di una biblio­gra­fia masto­don­tica, sono dedi­cati due libri arri­vati insieme nelle libre­rie. La lotta è armata. Sini­stra rivo­lu­zio­na­ria e vio­lenza poli­tica in Ita­lia (1969–1972), di Gabriele Donato (Deri­veAp­prodi, pp. 380, euro 23) e La guerra è finita. L’Italia e l’uscita dal ter­ro­ri­smo 1980–1987, di Monica Gal­fré (Laterza, pp. 252, euro 22). Entrambi ottimi. entrambi utili non solo per com­pren­dere la genesi e l’epilogo del feno­meno armato ma anche, forse soprat­tutto, per il qua­dro della sto­ria ita­liana recente che resti­tui­scono.

Donato riporta e ana­lizza il dibat­tito di allora sull’uso imme­diato della armi lavo­rando sui docu­menti e sui testi invece che su una memo­ria­li­stica gio­co­forza infe­dele. Dimo­stra così, tra l’altro, l’inconsistenza della tesi, spesso ela­bo­rata a poste­riori, secondo cui la scelta armata sarebbe dipesa dalla strage di piazza Fon­tana, con annessa «fine dell’innocenza». Il lavoro di Donato dimo­stra invece che quella pos­si­bi­lità ini­zia, sì, a essere con­si­de­rata rea­li­sti­ca­mente alla fine dell’autunno del ’69, ma molto più in con­se­guenza dell’esito dell’autunno caldo che non della strage del 12 dicem­bre.

Nella pri­ma­vera di quello stesso anno, nelle grandi fab­bri­che e soprat­tutto alla Fiat, le lotte ope­raie auto­nome ave­vano messo fuori gioco i sin­da­cati, tagliati fuori da un ciclo con­flit­tuale che non ave­vano pre­vi­sto, voluto e tanto meno gestito. Nel corso dell’autunno, con­tra­ria­mente alle attese della sini­stra rivo­lu­zio­na­ria, i sin­da­cati ave­vano saputo rin­no­varsi pro­fon­da­mente sino a recu­pe­rare e anzi aumen­tare il con­trollo sulla mobi­li­ta­zione ope­raia.

E’ que­sto recu­pero da parte del sin­da­cato, a fronte di un livello altis­simo di forza ope­raia nelle fab­bri­che, che con­vince i gruppi più radi­cali (il Col­let­tivo poli­tico metro­po­li­tano di Milano da cui nasce­ranno le Br, Potere ope­raio, il Gap di Fel­tri­nelli e Lotta con­ti­nua) della neces­sità di spo­stare lo scon­tro sul piano poli­tico, quello della guerra con­tro lo Stato, gra­zie all’azione for­te­mente sog­get­tiva dell’avanguardia armata. e dun­que affi­dan­dosi alle armi, pena una scon­fitta ope­raia di por­tata sto­rica. Le bombe del 12 dicem­bre com­ple­tano l’opera, con­vin­cendo molti, nella sini­stra rivo­lu­zio­na­ria ma anche in quella isti­tu­zio­nale, della pos­si­bi­lità immi­nente di una dra­stica svolta auto­ri­ta­ria.

Secondo alcuni, come Gap e Cpm, la con­trof­fen­siva si svi­lup­perà col golpe, secondo Po, invece, imboc­cherà una via oppo­sta, inglo­bando «i rifor­mi­sti» nelle mag­gio­ranze di governo. Ma il punto di par­tenza, l’obbligo di por­tare il con­flitto armato fuori dalle fab­bri­che è comune. Le ipo­tesi stra­te­gi­che che si svi­lup­pano di qui sono diverse, spesso oppo­ste. Vanno dal par­tito clan­de­stino e del tutto svin­co­lato dalle lotte di massa delle Br a una sorta di dop­pio livello teo­riz­zata da Po fino a una sorta di «inter­nità armata» ai con­flitto sociali su cui punta in alcune fasi Lc.



Fuori dall’emergenza

Donato non fa sconti ai teo­riz­za­tori del con­flitto armato. Ne evi­den­zia i limiti, i mador­nali errori, le pre­sun­zioni, a volte i vaneg­gia­menti. Però non riduce mai quel dibat­tito all’immagine cari­ca­tu­rale e demente che viene da decenni dipinta. Quei temi erano del tutto interni alla logica del movi­mento comu­ni­sta del secolo e si misu­ra­vano, senza riu­scire a risol­verlo, con un dilemma reale. La temuta scon­fitta ope­raia, in effetti, si è poi pun­tual­mente veri­fi­cata. In forme più schiac­cianti di quanto nes­suno potesse allora pre­ve­dere.

Il libro di Monica Gal­fré, altret­tanto denso anche se neces­sa­ria­mente meno spe­ci­fico, tira invece le somme di una fase di gran­dis­sime spe­ranze e poten­zia­lità. Parte dalla sin­go­la­rità di una situa­zione nella quale, all’inizio degli ’80, il mas­simo di repres­sione (con tanto di tor­ture e vio­la­zioni gravi dei diritti costi­tu­zio­nali) si accom­pa­gna ai primi sprazzi di «desi­stenza», alla presa di coscienza di dover pre­sto uscire dall’emergenza.

Pro­se­gue det­ta­gliando una discus­sione a tutto campo quale oggi sarebbe let­te­ral­mente inim­ma­gi­na­bile sulla fun­zione della pena, la riforma car­ce­ra­ria, la neces­sità di coniu­gare le neces­sità della sicu­rezza con quelle dell’umanità, l’urgenza di ripor­tare la magi­stra­tura nei con­fini del pro­prio ruolo, ampia­mente var­cati nel corso dell’emergenza.

È un dibat­tito a cui par­te­ci­pano tutti, par­titi, gior­nali, Chiesa, magi­stra­tura, e in cui le posi­zioni mutano nel tempo, come nel caso del Pci, ini­zial­mente con­tra­rio poi favo­re­vole alla legge sulla dis­so­cia­zione. Il per­corso della legge in que­stione sino alla sof­ferta appro­va­zione (in ver­sione però molto diversa da quella ori­gi­nale) e in gene­rale il per­corso delle aree omo­ge­nee sono la colonna ver­te­brale della nar­ra­zione, ma non la esau­ri­scono affatto. Intorno a quella legge si arti­co­lava una quan­tità di temi molto più ampi gene­rali e profondi.

Non è vero che quella sta­gione è pas­sata senza lasciare trac­cia: il rap­porto con la pena deten­tiva è cam­biato allora, la parola «riso­cia­liz­za­zione» ha smesso di essere un bal­bet­tìo privo di senso e, sia pur per vie tra­verse e ipo­crite. lo Stato ha cer­cato nel decen­nio seguente una via per chiu­dere l’emergenza ma senza doverla rin­ne­gare o anche solo ripensare.

Riper­cor­rendo oggi quelle discus­sioni è dif­fi­cile evi­tare un para­gone scon­for­tante con la mise­ria delle rifles­sioni del pre­sente. Ma forse pro­prio quel dibat­tito, se ci fosse stato il corag­gio di por­tarlo fino sino in fondo invece di affi­darsi all’eterna ipo­cri­sia del potere ita­liano, rap­pre­sentò l’ultima occa­sione per evi­tare la dege­ne­ra­zione in cui, subito dopo, l’Italia post-emergenziale è precipitata.


il manifesto - 20 Dicembre 2014