TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 9 gennaio 2015

A volte ritornano. Mario Capanna



Ma guarda chi si rivede? Mario Capanna. Non ci fu mai particolarmente simpatico, a partire soprattutto delle sprangate prese per aver provato ad intervenire criticamente in una delle tante assemblee della Statale. Resta il fatto che è stato uno dei pochi a tirarsi fuori dal letamaio della politica istituzionale e delle sue rendite di posizione. Il che un pochino lo rivaluta ai nostri occhi.


Andrea Senesi

Capanna, 70 anni contestando «Non ho telefonini, faccio olio Battersi? Serve più di allora»

«I vecchi compagni del Movimento studentesco vogliono organizzare una rimpatriata a Milano per festeggiarmi». Magari si ritroveranno davanti alla Statale, per vedere l’effetto che fa dopo tutti questi anni. Sabato, intanto, Mario Capanna di anni ne compirà settanta. È in uscita un libro, («Storie di un impegnato», scritto da Romolo Perrotta) che ne ricorda imprese, gesta, pensiero. 

Lui vive in Umbria, in un casolare sulle colline di Città di Castello. Produce olio e miele. Il vecchio contestatore che tirava uova alle sciure della Scala ha riparato in campagna e non ha il telefonino («Fossi matto, ci tengo al mio equilibrio mentale»). Tutto un po’ scontato, Capanna? «Macché. Io poi sono sempre in giro per la fondazione diritti genetici. Incontro scienziati, tengo convegni, scrivo. Dico sempre una cosa: “Diffida del politico che non ha mai tenuto una vanga in mano”».



Sarà, ma che cosa rimane di quegli anni così «formidabili»? «Siamo stati in piccolo come la Rivoluzione francese. Dopo un po’ è arrivata la Restaurazione. Ma attenzione, dopo la Restaurazione arrivano i moti del ‘48. La politica oggi non esiste più. Tutto è ridotto a finzione e simulazione. E anche la sinistra ha fallito quando è arrivata al governo e s’è scoperta neoliberista». Renzi? «È uno che sta su un cavallo. Non sa da dove è partito né dove vuole andare, l’importante è continuare a galoppare, altrimenti finisce disarcionato». 

I movimenti di massa, giura, torneranno sul palcoscenico della Storia. «Il dieci per cento della popolazione detiene l’ottanta per cento delle ricchezze mondiali. Contestare è un dovere, oggi più di ieri». In Italia no, ma in Spagna e in Grecia qualcosa si muove. «Syriza e Podemos vinceranno le elezioni e il contagio arriverà anche qui». Altre speranze? «Il Papa. Bergoglio su certi temi è molto più avanti della sinistra sedicente tale». Grillo? «Non ho votato per lui, ma alcuni temi sono interessanti. Il problema è superare il personalismo e il settarismo, altrimenti anche loro finiranno dimenticati». 

Le origini modeste, la formazione cristiana, gli studi, l’arrivo a Milano. E da lì l’avventura. L’espulsione dalla Cattolica (era arrivato al collegio Augustinianum su segnalazione del prete del suo paese), il Movimento studentesco, il servizio d’ordine (i famigerati katanga «nascono però per difendersi dai fascisti e dalla polizia»), gli scontri, pure un po’ di carcere. «Ma dal Movimento non è uscito un solo terrorista. I capi partigiani ci mettevano in guardia dalla violenza: “È una brutta bestia, non abbiatene il culto”». Poi la politica, quella istituzionale. Riannodando i fili delle storie escono frammenti di storia. O di una controstoria che vale la pena di raccontare. Capanna da segretario di Democrazia proletaria («Il piccolo partito dalle grandi ragioni») diventa amico e confidente di Yasser Arafat, incontra i nativi americani nelle riserve (e da consigliere regionale li fa arrivare al Pirellone), difende i martiri dell’Ira. 



È stato anche un politico di professione, l’ex leader della Statale. Parlamentare ed europarlamentare.

«Siamo stati delle buone sentinelle del potere, altroché. Penso alle nostre battaglie sulla scala mobile o ai referendum sul nucleare». Il doppio vitalizio? «E allora? È una pensione. E quello da europarlamentare poi non l’ho mai preso, ho dato i soldi a Dp. Questa storia dei privilegi della politica è come la focaccia di Cerbero dell’Eneide. La focaccia di miele e sonnifero data in pasto al mostro per addormentarlo. Cerbero però prima o poi si sveglierà e capirà quali sono i veri privilegi e le reali ingiustizie». 

Il personaggio più amato? «Arafat, senza dubbio. Un gigante. Ma anche Sandro Pertini. C’era la crisi di governo e andai al Quirinale coi capigruppo di Dp. Dopo il colloquio istituzionale il presidente mi rivelò: “Lei mi piace. In fondo è un avanzo di galera come me”». A proposito: Capanna oggi chi vorrebbe sul Colle? «Ferdinando Imposimato. Un uomo di grandissimo spessore e coscienza. Per questo non lo eleggeranno mai».


Il Corriere della Sera - 7 Gennaio 2015