TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 3 gennaio 2015

Bertolt Brecht, poesie per ribaltare il mondo



In un secolo lacerato dalla crisi e dai conflitti, lo scrittore tedesco torna in un’antologia con la forza e l’attualità dei suoi versi politici. 


Luigi Forte

Bertolt Brecht, poesie per ribaltare il mondo


Pubblicare, come fa Einaudi in questo inizio del 2015, una scelta di Poesie politiche di Bertolt Brecht (curata da Enrico Ganni con una bella prefazione di Alberto Asor Rosa, pp. 303, Є 12) può sembrare oggigiorno piuttosto azzardato. E non certo perché lo scrittore bavarese, come sostenne lo svizzero Max Frisch, è diventato un classico fino a perdere la sua efficacia. Ma perché lo zelo e il rigore pedagogico che nel dopoguerra gli attirarono i rimproveri di Adorno, per non aver salvaguardato l’autonomia dell’arte inquinandola con la politica, possono aver reso obsoleti molti di questi testi. Anche se in realtà Brecht sa sempre sottrarsi all’angustia ideologica o al dogmatismo con una piroetta irriverente o una buona dose di ironia.


Del resto basta sfogliare quest’antologia per convincersi che la lezione morale, lo slancio polemico, la coscienza politica di uno scrittore che ha combattuto con fermezza l’arroganza e la violenza del potere possono aiutarci a riflettere sia sulle incongruenze del presente sia sul passato come prefigurazione delle nostre insolute contraddizioni. Sembra un paradosso, se si pensa alla distanza abissale tra l’epoca di Brecht e la nostra.

La sua vita fu un’odissea fra i disastri del Novecento: due guerre mondiali, il nazismo, l’esilio, la divisione della Germania e il suo ritorno a Berlino Est, nel cosiddetto socialismo reale che egli guardò sempre con sospetto, dopo un soggiorno americano non certo esaltante da cui aveva tratto la convinzione che democrazia e capitalismo erano difficilmente conciliabili.




Potenziale rivoluzionario


Nei tardi Anni Venti i suoi testi teatrali furoreggiavano in Germania, accompagnati dalle musiche di Kurt Weill, e la sua poesia tradiva la voce ribelle e anarchica del figlio della borghesia che rifiutava la propria classe consapevole che il mondo doveva essere ribaltato. «Se chi è in basso non pensa / alla bassezza», scriveva nelle Poesie di Svendborg del 1936, «mai / potrà venire in alto».

Il bardo si era inventato un personaggio cinico, disincantato, un outsider corazzato contro ogni vacuo ottimismo e pronto a sublimare la precarietà con l’atteggiamento un po’ altezzoso del saggio che dispensa insegnamenti a futura memoria. Ma l’icona stilizzata del giovane scrittore nella lirica Del povero B.B., che con il sigaro in bocca acceso fino alla fine dei tempi osserva una modernità agonizzante, diventa ben presto l’immagine del potenziale rivoluzionario, il tribuno che nell’isolamento dell’esilio lancia appelli vibranti per smascherare le menzogne dell’imbianchino Hitler, com’egli lo chiama.

Nei tempi bui in cui «discorrere d’alberi è quasi un delitto, / perché su troppe stragi comporta silenzio», come si legge nella notissima poesia Ai posteri, il suo talento poetico si converte in pedagogia politica e la parola si solleva in uno spazio in cui sono coinvolte musica e gestualità, in ritmi irregolari e sincopati. 




Contro tutti i prepotenti 


La scelta proposta da quest’antologia che in cinque sezioni diverse accorpa testi su destini proletari, lotta di classe, capitalismo, guerra e nazismo, con una breve galleria di ritratti di amici e colleghi, sembra suggerire l’idea che la forza e l’attualità di Brecht, ancora oggi, si nutra di ciò che Adorno gli rimproverava: l’aver sacrificato l’autonomia dell’arte. Non per metterla banalmente al servizio della politica, ma perché inscindibile dalle vicende umane, dalle grandi catastrofi del Novecento.

Non sempre il poeta ha potuto evitare nelle sue invettive dall’esilio toni piattamente didascalici, così come negli anni del socialismo l’enfasi e l’apologia superano talvolta il livello di guardia. 
Ma il punto di vista di fondo di cui parla Asor Rosa nella prefazione, ricordando la marcata presenza di Brecht nella cultura italiana, resta inalterato. Ed è ciò che ancora oggi può offrire stimoli a un lettore alle prese con una profonda crisi economica e morale in un mondo lacerato da miseria, guerre e terrorismo.

Brecht parla infatti di solidarietà tra diseredati, di lotta contro le disuguaglianze, di disoccupazione, di prepotenza dei potenti e dei politici. «Quelli che portano all’abisso la nazione /», si legge nel Breviario tedesco, «affermano che governare è troppo difficile / per l’uomo qualsiasi». Si lancia contro gli opportunisti pronti a ignorare ogni infamia pur di trarre vantaggi, contro illusioni e fallaci consolazioni nella poesia Contro la seduzione.

Coglie le frodi e gli inganni della grande finanza, mette al bando lo sfruttamento, ma soprattutto esorta a trasformare il mondo con l’ottimismo della volontà.
«Chi è vivo non dica: mai!»
«Elogio della dialettica» è il suo grande slogan poetico. «Chi è ancora vivo, non dica: mai!».

E l’arte dell’impazienza diventa il suo credo di fronte a ogni ideologia. Incalza anche il socialismo con il pessimismo della ragione di chi sa che il potere azzera spesso ogni istanza di giustizia. Quest’antologia è un livre de chevet per chi sogna una vera democrazia, è un sillabario dell’emancipazione e del riscatto. Ci insegna a credere, come ha fatto Brecht per tutta la vita, alla mutabilità delle cose, anche se la realtà, di questi tempi, ci racconta una storia diversa.


La Stampa – 2 gennaio 2015