TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 11 gennaio 2015

Francesco Rosi. Il cinema come impegno civile



Oggi si vota in Liguria per le primarie di un PD che vede uno dei candidati appoggiato apertamente dalla destra dei residui fans dell'ex ministro Scajola (inquisito dall'Antimafia). Frequentazioni disinvolte che vanno oltre la politica per toccare il mondo degli affari (edilizia, porto, rifiuti). Uno scenario palermitano più che genovese. Francesco Rosi, rivisitando il suo capolavoro “Mani sulla città”, ne avrebbe di certo saputo trarre un gran film.Ma nell'epoca di Renzi film così non se ne fanno più. Anche per questo Rosi ci mancherà.

Cristina A Piccino- Giona A Nazzaro

Il cinema come impegno civile

Solo pochi mesi fa era al Cinema Ame­rica, la vec­chia sala romana, occu­pata da un gruppo di ragazzi a par­lare con loro della comune pas­sione, il cinema, e della poli­tica e della vita. Fran­ce­sco Rosi è morto ieri a Roma, nella sua casa di via Gre­go­riana, e con lui se ne va un altro dei regi­sti che incar­na­vano il mito del cinema ita­liano, anche agli occhi del mondo, quella man­ciata di nomi, Fel­lini, Visconti, Rosi, che ogni cinea­sta o cine­filo di qual­siasi paese cita imme­dia­ta­mente se gli si chiede quali sono i suoi rife­ri­menti nel nostro Paese.

Lui, Fran­ce­sco Rosi, era l’emblema del cinema poli­tico, dell’impegno, gene­roso e vee­mente come le sue pro­ver­biali sfu­riate, quel cinema che nell’Italia alle soglie delle grandi tra­sfor­ma­zioni eco­no­mi­che e sociali, ma anche antro­po­lo­gi­che — il suo film d’esordio, La sfida, è del 1958 — rac­chiude già in sè i germi di un para­dosso poli­tico che ne segne­ranno il destino sino al pre­sente. Cor­ru­zione, avi­dità, le colate di cemento che divo­rano i nuovi pae­saggi urbani, e quel sud, messo da parte, che di que­sto diviene quasi un labo­ra­to­rio, a comin­ciare dalla sua Napoli, la città dove Rosi era nato, il 15 novem­bre del 1922, figlio della bor­ghe­sia napo­le­tana — il padre gestiva una com­pa­gnia marit­tima — e che attra­ver­serà in modo obli­quo la sua opera.



Studi di giu­ri­spru­denza, il gio­vane Rosi vanta tra i suoi amici Raf­faele La Capria, Napo­li­tano, Patroni Griffi, Luchino Visconti, e ai libri di legge sem­bra pre­di­li­gere le illu­stra­zioni per bam­bini. Il cinema arriva nella sua vita con il regi­sta di Rocco e i suoi fra­telli che lo chiama come suo assi­stente sul set de La terra trema (1948). Sarà poi sce­neg­gia­tore di Bel­lis­sima (1951) e col­la­bo­ra­tore in Senso (1953).

Qual­che anno dopo Rosi firma il suo primo film da regi­sta, La sfida (da un suo sog­getto e con la sce­neg­gia­tura scritta insieme a Suso Cec­chi D’Amico, aiuto regi­sta era Giu­lio Que­sti), costruito sulla para­bola di un gio­vane napo­le­tano (Jose Sua­rez) distrutto dalla sua brama di soldi. Die­tro si affac­ciano ban­di­ti­smo, ricatto dei con­ta­dini, con­trollo della mala­vita sui mer­cati gene­rali. Il film vince un pre­mio spe­ciale a Vene­zia, la cri­tica lo acco­glie piut­to­sto bene (a parte qual­cuno tra cui Mora­via).

«In quei tempi cre­de­vamo che denun­ciare all’opinione pub­blica certi mali signi­fi­casse in qual­che modo com­bat­terli e forse eli­mi­narli. Il cinema sem­brava l’arma più effi­cace per rag­giun­gere que­sto scopo, e da que­sta con­vin­zione for­te­mente radi­cata sono nati i film più belli di Fran­ce­sco Rosi» scri­veva l’amico Raf­faele La Capria (inFran­ce­sco Rosi, a cura di Seba­stiano Gesù, 1991) che par­te­cipa alla scrit­tura di Le mani sulla città. E da qui, dopo il secondo film, I magliari, tra gli ita­liani emi­grati in Ger­ma­nia, par­tono i capo­la­vori rosiani come Sal­va­tore Giu­liano (1962), Le mani sulla città (1963), Uomini con­tro (1970), Il caso Mat­tei (1972).

E non si tratta sol­tanto di con­fron­tarsi senza cen­sure o auto­cen­sure con i lati oscuri della sto­ria del nostro paese, come il cada­vere del ban­dito Giu­liano, morto ammaz­zato dopo la strage di Por­tella delle Gine­stre, strage mafiosa in un Primo mag­gio di lotta, con­tro i lavo­ra­tori e a favore del lati­fondo che Rosi sma­schera con potenza. «Di sicuro c’è solo che è morto» scri­vono le cro­na­che nel luglio del 1950 su Giu­liano.

Si par­lerà di film-inchiesta, Rosi docu­menta sem­pre in modo assai scru­po­loso le sue ricer­che trat­tando fatti «real­mente acca­duti». Ma que­sto non gli basta: ognuno di que­sti film trova infatti la sua verità in una scelta visiva, e nar­ra­tiva, forte, spiaz­zante, che in quei fram­menti di cro­naca non dive­nuta Sto­ria cerca gli inter­ro­ga­tivi aperti, e i pro­blemi irri­solti. Sarà per que­sto che i film di Rosi sono più che sgra­diti alla cri­tica andreot­tiana, e anzi Le mani sulla città, col suo denu­dare il sacco di Napoli, così simile al sacco di palaz­zi­nari e poli­tici com­piuto ovun­que in Ita­lia, subi­sce gli attac­chi della cen­sura.



E non saranno in molti nell’Italia demo­cri­stiana a vedere la mano dei poteri eco­no­mici nella morte di Enrico Mat­tei, che a capo dell’Agip pensa di rive­dere gli accordi sul petro­lio con la Libia, e difatti il suo aereo pre­ci­pita fuori Milano. Pro­ta­go­ni­sta ne è Volontè icona di altri film del regi­sta, tra cui Cri­sto si è fer­mato a Eboli.

Il cinema di Rosi, fino a un certo punto, è dun­que un cinema che vive nello scon­tro (e nel con­fronto) col pro­prio tempo, e che nel rac­conto cau­stico, nella denun­cia di quei silenzi di stato, fatta a gran voce, senza spa­venti, trova anche l’impeto per met­tersi alla prova, e per inven­tare una forma che sag­gia, a ogni film e al mas­simo, i suoi limiti.  «Fare cinema signi­fica con­trarre un impe­gno morale con se stessi e con lo spet­ta­tore. Gli si deve l’onestà di una ricerca della verità senza com­pro­messi. Più ci si adden­tra nel reale e più si ha la coscienza che il vero e il giu­sto non esi­stono. Quel che conta è la niti­dezza della ricerca» aveva detto Rosi rice­vendo tre anni fa il Leone d’oro alla car­riera alla Mostra di Venezia.

È certo che per diverse gene­ra­zioni è stato un rife­ri­mento, pure se il senso di «cinema poli­tico» è stato decli­nato in modo molto meno netto, e oggi, nell’era social di super­fici lisce il suo signi­fi­cato esige di essere ripen­sato. Que­sto intrec­cio pole­mico neces­sa­rio con la realtà del suo tempo, è forse quello che si perde negli ultimi film del regi­sta. Dopo Tre fra­telli, nel quale com­pare anche il brano Je so pazzo di Pino Daniele in un’allegorica sequenza oni­rica, gli anni Ottanta si rive­le­ranno pro­ble­ma­tici e irri­solti per il regi­sta.

Se Car­men, reca ancora tracce del cinea­sta geniale autore di C’era una volta, uno dei suoi titoli meno cele­brati, il suc­ces­sivo e disa­stroso Cro­naca di una morte annun­ciata insi­nua il sospetto che Rosi si sia perso nei mean­dri delle copro­du­zioni da festi­val, tanto il film è lon­tano dal suo respiro più schietto. Le cose non miglio­rano pur­troppo con Dimen­ti­care Palermo dove il regi­sta tenta di ritro­vare il passo di una volta. È il 1990. Forse non era nem­meno giu­sto chie­dere di più a un cinea­sta che aveva dato tantissimo.

L’ultimo sus­sulto rosiano giunge con Dia­rio napo­le­tano, un ritorno alla sua città e al suo film più pro­ver­biale. Un ten­ta­tivo a cuore aperto di ripren­dere un dia­logo inter­rotto. La tre­gua, pur­troppo ultimo film di Fran­ce­sco Rosi, evi­den­zia solo una con­fe­zione inerte. Un film testa­mento che non rende giu­sti­zia all’opera di Fran­ce­sco Rosi, tra le più ric­che e affa­sci­nanti del cinema mondiale.


Il Manifesto – 11 gennaio 2015