TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 7 gennaio 2015

Giovanni Scoto Eriugena, poeta del vino



Man mano che progrediscono le ricerche, sempre meno il Medioevo appare quella cupa epoca buia di cui ci hanno parlato a scuola. Le poesie di Giovanni Scoto Eriugena testimoniano di come già nel IX secolo le dispute teologiche sapessero talvolta colorarsi di ironia.

Maria Bettetini

Scoto Eriugena. Giovanni, poeta del vino 


«Qui giace Incmaro, ladro terribilmente avaro: / questo solo fece di nobile, il fatto che morì». Lo sberleffo di un giullare di corte? Uno stornello studentesco? No, un epitaffio anticipatorio di un grande pensatore del IX secolo, scritto contro l'arcivescovo di Reims ancora allegramente in vita (per questo "anticipatorio").

La ragione del contendere è un argomento che tuttora danna filosofi e teologi e tuttora divide i credenti, il tema della predestinazione e del libero arbitrio. Giovanni l'Irlandese, quindi Scoto o Eriugena, scrisse diversi componimenti poetici, alcuni in latino, altri in greco. Quasi tutti di occasione, trattano di argomenti ardui, come la discesa agli Inferi di Cristo, o la sua resurrezione, ma anche di amenità quotidiane, dall'importanza del vino in ordine alla socializzazione alle ruggini personali, per esempio quella contro Incmaro.

La traduzione e la cura di Filippo Colnago, autore anche di un volume sul tema, permette un accesso facilitato a testi comunque complessi, sia per gli intrecci argomentativi che per l'alternanza di espressioni latine e vocaboli greci. Un unicum nella letteratura, come decisamente particolare è l'autore, che grazie a queste poesie sembra più vicino all'umanità, meno perso tra le altezze delle quattro nature, o dei testi dionisiani. Giovanni è un monaco nato in Irlanda, allora denominata Scotia maior per differenza con la Scotia minor, l'attuale Scozia.

Sappiamo molto poco della sua vita, collocata indicativamente tra l'810 e l'877. Sappiamo che si definì l'Eriugena, nato (dal greco gen) in Irlanda (Eriu), ma non sappiamo dove acquisì lo stupefacente bagaglio di erudizione e di conoscenza del latino e del greco: forse in una scuola monastica irlandese, forse solo in terra francese, dove comunque giunse poco prima dell'850. Andò dapprima a Laon, cittadina in Piccardia, che radunava già numerosi studiosi irlandesi. Qui proseguì la sua formazione, per poi essere chiamato a corte e subito coinvolto nella disputa sulla predestinazione proprio da colui che sbeffeggerà nel distico citato prima, Incmaro.

Il dissapore successivo è dovuto alla presa di distanza di Incmaro rispetto alla tesi di Giovanni, che riteneva fonte dell'errore eretico solo l'ignoranza delle artes, in particolare della dialettica, e la poca o nulla conoscenza della lingua greca. Uno schiaffo ai chierici, forse più attenti alla politica che intenti allo studio.



Non si deve però pensare che Giovanni rappresenti una luce isolata in un contesto di abbrutimento. Da qualche decennio, infatti, gli interventi di Carlo Magno prima e poi di suo figlio Ludovico il Pio avevano garantito una vivace ripresa degli studi, con particolare attenzione alle arti liberali. Già la cultura tardo antica, con Agostino, Boezio, Cassiodoro, Marziano Capella (con le Nozze di Filologia e Mercurio, di grande fortuna medievale), aveva definito le artes gradini verso la sapienza, anche la sapienza teologica, ove non fosse direttamente infusa da Dio, come di solito non era. Per i carolingi si trattò dunque di riconnettere tra loro cammini noti, attraverso l'istituzione di scuole (monastiche e cattedrali, dove potevano accedere anche laici) e la schola per eccellenza, quella palatina.

L'aspetto interessante di questa era poi il fatto di essere una scuola sì di corte, ma non "di palazzo", perché la corte carolingia non si tratteneva a lungo nella stessa città. Quali che fossero i motivi politici di tale vagabondare, e ce ne furono tanti, dal punto di vista culturale non si può che prendere atto delle origini lontane dei programmi di scambio e incontro come il nostro Erasmus. Carlo Magno raccolse intorno a sé i migliori tra ispanici, franchi, germanici, italiani.

Suo nipote Carlo il Calvo, decisamente più colto del nonno geniale ma analfabeta, proseguì nel reclutamento. Fu proprio il re che affidò a Giovanni l'Irlandese la traduzione delle opere dello pseudo-Dionigi Areopagita, con un'apertura mentale tutta da invidiare rispetto ai particolarismi attuali. Il re era infatti insoddisfatto della traduzione dell'abate Ilduino, come risulta anche da uno dei carmi.

Dallo studio dell'opera dionisiana, ancora oggi anonima ma datata con abbastanza sicurezza nel V secolo, Giovanni Eriugena trae una lettura cristiana, poetica e grandiosa allo stesso tempo, del neoplatonismo. Da lì, e da altre letture dei Padri della Chiesa orientale, la struttura eriugeniana della natura, quadruplice nel suo creare ed essere creata, ferma nella sua razionalità e dunque nella capacità di essere compresa dalla ragione.



Da poco è uscita per la Fondazione Lorenzo Valla la traduzione del terzo libro delle Nature dell'universo, dedicato al manifestarsi di Dio nella creazione dal nulla, dove il creato è tutto "teofania". Ma torniamo alle poesie. Certo non scorrono come i versi della Commedia, spesso l'afflato dedicatorio ne oscura la perizia metrica. Sono comunque carmi scritti tra l'865 e l'870, quando si poteva ancora raccogliere l'eredità tardoantica e, paradossalmente, chi la raccoglieva erano proprio stati periferici rispetto alla centralità di Roma.

Come si diceva, alcune poesie introducono lavori di Eriugena, molte invece trattano temi filosofici e teologici: spesso scritte in occasione di speciali festività, sempre dedicate al re Carlo il Calvo, festeggiato anche in occasione della vittoria contro il fratellastro Ludovico il Germanico. Organizzate in base ai manoscritti che le tramandano e non in base al contenuto, di venticinque si è certi della paternità, mentre per altre sedici ci si attesta sulla forte probabilità.

Con il re è lodata anche la regina Ermentrude, come nel carme 4, rimangono poi alcune composizioni di carattere personale, in cui non si cela il focoso carattere dell'irlandese Giovanni: Incmaro, come sappiamo, non gli era simpatico, ma nemmeno nascondeva la profonda avversione per religioni diverse dalla propria, e addirittura per un maestro arrogante. Solo lodi invece per Bacco, purtroppo così difficile da reperire in Irlanda.

Il Sole 24 ore – 4 gennaio 2015


Giovanni Eriugena
Carmi, a cura di Filippo Colnago
Jaca Book, 2014
€ 28,00

Giovanni Eriugena
Sulle nature dell'universo, vol. III
Fondazione Lorenzo Valla, - Mondadori, 2014
€ 30,00

Filippo Colnago
Poesia e teologia in Giovanni Scoto Eriugena,
Herder Editrice, 2014
€ 48,00