TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 14 gennaio 2015

Il sogno infranto di Anita Ekberg



L'attrice svedese emblema di un'epoca del cinema italiano ormai scomparsa come la società che rappresentava..

Andrea Penna

Il sogno infranto di Anita Ekberg

Pio­vono come fiori, uno dopo l’altro,bellissimi alcuni, di pla­stica altri: ultima diva; musa di Fel­lini; sim­bolo della «Dolce vita». Ripe­tuti come una poe­sia impa­rata da bam­bini, quasi per auto­ma­ti­smo, gli appel­la­tivi si intrec­ciano in que­sti giorni uno dopo l’altro per ricor­dare Anita Ekberg. In fondo era ine­vi­ta­bile per un’attrice che è stata parte inte­grante del sogno ita­liano dell’epoca del boom: pro­ta­go­ni­sta forse di una vicenda cine­ma­to­gra­fica non di primo piano, Anita Ekberg era stata tra­sfor­mata dall’incontro con Fel­lini non solo in una stella ma in un sim­bolo, in una icona, ido­la­trata, repli­cata, evo­cata, copiata innu­me­re­voli volte, ovun­que nel mondo.

Nata a Malmö in Sve­zia nel 1931, venne lan­ciata gio­va­nis­sima dal con­corso di Miss Sve­zia e approdò subito a Hol­ly­wood, girando alcuni film con la cop­pia Jerry Lewis e Dean Mar­tin, fra cui Arti­sti e modelle, e Hol­ly­wood o morte!, per cui ottenne anche un ‘gol­den globe’ come gio­vane emergente.



Senza l’Italia la sua car­riera ame­ri­cana sarebbe forse con­ti­nuata con alterne for­tune, magari più a lungo e con mag­giori van­taggi mone­tari, ma senza approdi al pan­theon delle stelle. Col­pi­sce che a poche set­ti­mane di distanza sia scom­parsa anche Virna Lisi, attrice ita­liana di bel­lezza cano­nica e altera, che invece della sua rinun­cia a Hol­ly­wood aveva saputo fare una sorta di per­so­nale meda­glia.

Quando approda in Ita­lia Anita Ekberg era sol­tanto una «mag­gio­rata» di Hol­ly­wood, una delle varie nuove Mari­lyn Mon­roe. Sono gli anni della Hol­ly­wood sul Tevere, e l’attrice sve­dese si ritrova sul set di Guerra e Pace di King Vidor; tor­nerà in Ita­lia pochi anni dopo, per inter­pre­tare un «peplum», Nel segno di Roma, girato da Guido Bri­gnone con Miche­lan­gelo Anto­nioni.

Un titolo fatale: nel 1960 La dolce vita di Fel­lini cam­bia tutto, Anita diventa una stella di fama inter­na­zio­nale, il film e le sue foto fanno il giro del mondo, e Anita diventa l’emblema di un epoca oggi tra­mon­tata, ma ancora invo­cata per qual­che sua impos­si­bile, impro­po­ni­bile resurrezione.

Forse la nostal­gia che accom­pa­gna la sua morte è anche dovuta alla defi­ni­tiva spa­ri­zione dell’ultima pro­ta­go­ni­sta di un pas­sato che adesso gli ita­liani fareb­bero bene a con­si­de­rare tale. Dopo la Dolce vita la car­riera di Anita Ekberg non va nella dire­zione spe­rata. Gira ancora alcuni film di poco suc­cesso in Usa, men­tre nel 1962 Fel­lini ancora gioca con la sua figura di bel­lezza can­dida e pro­cace, per creare l’indimenticabile, smi­su­rata osses­sione di Pep­pino de Filippo in Le ten­ta­zioni del dot­tor Anto­nio, epi­so­dio di Boc­cac­cio Set­tanta.



Anita, Ani­tona, incarna con gene­ro­sità il sogno di quella bel­lezza nor­dica, di cui favo­leg­giano play boy di Forte dei Marmi e i bagnini di Rimini, che trionfa negli sket­ches dei comici, a par­tire da Totò e Pep­pino e schiude un’alternativa di sesso libero e facile ai maschi dell’Italia demo­cri­stiana. Una figura che si inne­sta alla per­fe­zione, con una sen­sua­lità esplo­siva fra la bel­lezza intan­gi­bile e serena di Ingrid Berg­man e le algide donne sve­desi, troppo cere­brali e inquie­tanti, di Ing­mar Berg­man. Non a caso fu sopran­no­mi­nata ‘ghiac­cio bollente’.

Negli anni ses­santa Anita Ekberg trova ancora qual­che buon ruolo, come la bislacca Baro­nessa Cor­neanu in Scusi lei è favo­re­vole o con­tra­rio di Alberto Sordi (1966), ma il tempo passa e le mode cam­biano, la forma fisica non regge gli eccessi, spe­cie alco­lici, e quando tor­nerà a lavo­rare con Fel­lini nei Clown e nell’Inter­vi­sta si trat­terà di parti di secondo piano, quelle che ormai il cinema riserva a una vec­chia glo­ria in declino.

Un tra­monto tri­ste in cui però si intra­vede la fie­rezza di una donna real­mente eman­ci­pata, che ha sba­gliato molto nella car­riera e negli amori fra flirt, mariti mane­schi e rifiuti cla­mo­rosi, come la Bond Girl in Licenza di ucci­dere lasciata a Ursula Andress. Anita Ekberg forse ha dato al cinema e all’Italia forse più di quel che non abbia rice­vuto e ha affron­tato una vec­chiaia dif­fi­cile, con grinta, com­bat­tendo anche con la soli­tu­dine che spesso tocca alle donne troppo libere. Nes­suno però dopo di lei potrà bagnarsi nella Fon­tana di Trevi senza coprirsi di ridicolo.


Il Manifesto – 13 gennaio 2014