TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 20 gennaio 2015

Il viaggio in Siria di Miss Bell



Una studiosa inglese nel 1905 visitò il Medio Oriente tanto da diventarne esperta e lavorare poi per la diplomazia (e i servizi segreti). Una piccola casa editrice pubblica oggi il diario di quel viaggio. Una raffigurazione interessante di un mondo che non c'è più. Ma anche l'Europa e l'America del 1905 sono solo più un ricordo. E allora perchè stupirsi che anche il Medio Oriente sia cambiato?

Lorenzo Cremonesi

C’era una volta un altro Medio Oriente


C’era una volta, in verità non troppi anni fa, un Medio Oriente con pochi confini e spazi immensi da esplorare, abitati da una pletora di minoranze etniche e religiose non per forza sempre in lotta tra loro. Un Medio Oriente dove l’integralismo islamico tutto sommato coesisteva con la grande varietà delle confessioni cristiane, con gli yazidi «adoratori del diavolo», con i drusi delle montagne, con l’isolazionismo autoreferenziale curdo e quello più cosmopolita degli ebrei, con il decadente lassismo emanato da Costantinopoli. Intendiamoci, non che mancassero periodiche ondate di violenza intollerante, non che le popolazioni non temessero i ricorrenti pogrom wahabiti contro le altre religioni, o semplicemente contro i musulmani meno integralisti.

Gli odi tribali, le bande di ladri, gli omicidi impuniti tra le forre rocciose e le dune del deserto erano all’ordine del giorno e costituivano incognite onnipresenti per il viaggiatore straniero. Eppure, a leggere il diario del Viaggio in Siria (edizioni Polaris) compiuto da Gertrude Bell tra i primi di febbraio e metà aprile del 1905, viene una grande nostalgia per quel Medio Oriente non ancora diviso dalle frontiere tracciate da inglesi e francesi con la fine della Prima guerra mondiale.

Soltanto dopo poche pagine, superata la descrizione dei pellegrini russi a Gerusalemme, la discesa per Gerico e la risalita delle colline giordane, ci si rende conto che la narrazione si concentra su quegli stessi luoghi che sono oggi al cuore del regno del terrore imposto dal «Califfato» jihadista assieme alla repressione sanguinaria voluta dalla dittatura di Bashar Assad. È allora che la nostalgia diventa quasi rimpianto per il pur corrotto, farraginoso e nepotista sistema di equilibri e compromessi amministrativi che per cinque secoli garantì la sopravvivenza dell’Impero ottomano.

L’aspetto paradossale sta nel fatto che la Bell diventerà pochi anni dopo uno dei personaggi chiave della politica estera britannica nella regione e di fatto lavorerà proprio per affossarne l’antico ordine.



Ha 37 anni quando comincia il suo viaggio. Come T. E. Lawrence, è affascinata dal Medio Oriente. I due hanno tanto in comune: entrambi laureati a Oxford, archeologi appassionati, grandi viaggiatori, quindi scrittori, diplomatici e spie al servizio di Londra. Sarà lei a spingere con determinata vitalità il Foreign Office a creare gli Stati di Giordania e Iraq. I suoi rapporti personali con i maggiori capi tribali a nord di Damasco sino ad Aleppo e il confine con l’odierna Turchia l’aiuteranno a perorare la causa del dissolvimento dell’Impero, che pure lei stessa aveva difeso solo poco prima.

«Ho vissuto in Siria abbastanza a lungo da capire che il governo turco è ben lontano dall’essere una forma ideale di amministrazione, ma ho anche visto abbastanza delle turbolenze in cui si muove per capirne le difficoltà di gestione», scrive nell’introduzione. Ma mancano dieci anni allo scoppio della Grande guerra, quando Londra vedeva ancora la «Sublime Porta» come garanzia di stabilità e una barriera contro le aspirazioni russe. Sarà poi la scelta di campo filo-tedesca voluta dal Sultano a rivoluzionare l’intera prospettiva.

I suoi suggerimenti pratici per chiunque voglia viaggiare in quelle terre appaiono davvero cancellati dagli avvenimenti degli ultimi anni. Lei parla di un Medio Oriente «tollerante», autentico, pronto ad ascoltare e convivere con la «grande diversità» delle «caste, sette e tribù che hanno frammentato la società di un numero infinito di gruppi».

E soprattutto ben disposto verso lo straniero: «Le sue informazioni saranno ascoltate con interesse, le sue opinioni con attenzione». Con il consiglio per tutti, specie per le viaggiatrici donne, di «portare rispetto alle altrui leggi, così sarà trattato con maggior rispetto se si atterrà rigorosamente alla propria». Non manca il riferimento specifico alla sua esperienza personale: «Nel caso di una donna, questa regola è di primaria importanza, poiché una donna non si può mai camuffare totalmente».

Certo tutto ciò fa a pugni con la vicenda delle donne yazidi e curde ridotte alla condizione di schiave sessuali in agosto e vendute sui mercati di Mosul e Raqqa. Non trova riscontro con le esperienze dei cristiani della piana di Ninive costretti a pagare l’antica tassa islamica, minacciati di morte, oppure fuggiti derubati di tutto nelle regioni curde.

L’ospitalità che lei incontra sul cammino è sempre proverbiale. In suo onore si uccidono i migliori animali per la cena, anche tra le tribù più povere nel deserto presso Palmira o tra le montagne di Jebel Drus. Come donna ha però anche il privilegio di incontrare le mogli, ragazze e figlie dei personaggi che la ospitano nell’intimo della casa, dove uno straniero maschio non potrebbe mai arrivare.



Registra paziente le regole dei matrimoni, il potere delle nuove mogli vergini su quello delle vecchie, che però hanno dato figli al marito. Quasi ovunque incontra fiorenti comunità cristiane. Praticamente in tutte le decine di villaggi e accampamenti minori che trova nelle sue peregrinazioni alla ricerca dei siti archeologici più remoti ha modo di parlare con i cristiani locali. E quasi nessuno le dice di essere perseguitato. Piuttosto sono i continui riferimenti alle faide tra drusi e musulmani a ricordare che comunque la violenza cova anche nella pace apparente del deserto fiorito grazie alle piogge invernali.

A Damasco torna a registrare la profonda frammentazione sociale. In questo caso le sue note sono molto attuali: aiutano a capire lo scontro tra sciiti e sunniti, le radici della guerra civile. «Non esiste una nazione degli arabi; la terra siriana è abitata da razze parlanti l’arabo tutte pronte a saltarsi addosso a vicenda», scrive. Interessante la visita a «Krak dei Cavalieri», il più bel castello crociato nella regione.

Il suo interno era allora interamente abitato da un villaggio. Le immagini e i racconti riferiti alla tappe di Jebel Zawyia, la fascia collinare tra Hama e Aleppo, ci ricordano la bellezza affascinante degli antichi villaggi creati alle origini del cristianesimo. Case spaziose di pietra, basiliche bizantine, teatri, tombe reali e di arcivescovi: le sue foto di un secolo fa riprendono fedelmente le strutture che oggi sono ancora in piedi, ma vengono progressivamente demolite dalla furia cieca della guerra in corso.


Il Corriere della sera – 18 gennaio 2015