TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 2 gennaio 2015

Jorge Luis Borges, Lezioni di Tango



Cinquant'anni fa, in un locale della sua Buenos Aires, Jorge Luis Borges teneva quattro conferenze su Tango. Registrate, quelle conferenze vengono ora presentate al pubblico in un volume. Eccone una anteprima.


Jorge Luis Borges

Lezioni di Tango

Tutto quello che succede in Argentina avviene quasi in segreto, senza arrivare al resto del mondo. Di tutte le trame che iniziano con una pianura perduta nella quale a malapena cresce un poco d'erba, di quello che porta con sé il grande paese che siamo stati e in parte ancora siamo non arriva nulla al resto del mondo a parte due parole, due parole che pronunciate a Edimburgo, Stoccolma, Praga, Tokyo, Samarcanda si dicono quando qualcuno menziona la Repubblica Argentina e che corrispondono a un uomo e a una musica (che è anche un ballo). Quest'uomo è il Gaucho e la musica il Tango.

L'anno è il 1880. Si suppone che allora nasca oscuramente, clandestinamente sarebbe la parola più giusta, il tango. In quanto alla geografia del tango le teorie sono differenti, secondo il quartiere o la nazionalità dell'interlocutore; il lato sud della città vecchia di Montevideo, il nord o il sud di Buenos Aires, Rosario. Ma questo deve importarci poco. Fa lo stesso che sia nato su una sponda o sull'altra del fiume (il Rio de la Plata, ndt). Possiamo optare per Buenos Aires, che è quello che generalmente si accetta, nell'anno 1880. Come era quella Buenos Aires? Mia madre ha compiuto ottantanove anni e qualcosa ricorda di allora, e io ho parlato con molta gente. Tutti mi danno la stessa immagine; la città era divisa in isolati, tutte le case erano basse e avevano lo stesso schema, come quello della casa dove sono nato: due finestre con sbarre di ferro che corrispondevano alla sala, la porta principale con il battente, l'ingresso, due cortili, il primo con un pozzo e una tartaruga nel fondo affinché purificasse l'acqua e il secondo con una vite. Questa era Buenos Aires.




Zone di confine.

Si dice che il tango sia arrabalero (delle periferie, ndt), che nasca nelle suburre, che in quel tempo erano molto vicino al centro. Però la gente di allora mi ha spiegato che la parola arrabalero non ha un significato strettamente topografico, più che di periferie si dovrebbe parlare di zone di confine. Quindi, dove nasce il tango? Negli stessi luoghi dove sarebbe sorto pochi anni dopo il jazz negli Stati Uniti, nelle casas malas ( bordelli, lupanari, bische, ndt ), sparse per tutta la città. Luoghi in cui la gente si riuniva anche solo per giocare a carte, bere un bicchiere di birra ed incontrarsi con gli amici.


Da Buenos Aires a Parigi.

Contrariamente a quanto si dice, il tango non viene imposto alla società dal popolo. Il tango ha queste radici infami, ma poi sono i rampolli delle famiglie bene di Buenos Aires che lo portarono a Parigi e solo quando il ballo fu accolto in Europa tornò per affermarsi. La tristezza del tango, che ha portato la gente ad affermare che è "un pensiero triste che si balla", come se la musica nascesse dal pensiero e non dalle emozioni, corrisponde a un momento successivo, non certamente ai primi tango.

Fino a un certo punto noi ci eravamo messi a capire il passato e il presente degli altri paesi, però non eravamo stati considerati dal resto del mondo e all'improvviso arrivò la notizia che ci commosse a tutti, ossia che il tango si stava ballando a Parigi, e poi a Londra, a Roma, a Vienna, a Berlino fino a San Pietroburgo, per usare la nomenclatura di quegli anni. La cosa ci riempì di gioia. Questo tango, ovviamente, non era lo stesso delle casas malas di Buenos Aires, di Montevideo, di Rosario o de La Plata. È strano che a Parigi, città simbolo di un'intelligenza lucida e licenziosa, il tango diventasse decente, perdesse i passi primitivi e si trasformasse in una sorta di camminata voluttuosa.




Tradimenti e singhiozzi.

I primi tango avevano parole indecenti o senza senso. Solo in un secondo tempo si passa a un tango canzone, dove le parole acquistano importanza e diventano tango malinconici, e qui arriviamo al nome di Carlos Gardel. Perché Gardel, oltre alla sua voce e al suo orecchio musicale, fece qualcosa che era stato già tentato prima e che con lui raggiunse l'apice. La trasformazione della maniera creola di cantare. L'antica maniera creola di cantare consisteva in un contrasto, dato dalla destrezza  - o dalla goffaggine - del cantore, tra le parole, che erano insanguinate, e l'indifferenza del cantore stesso.

Che fece essenzialmente Gardel? Prese i testi del tango e li trasformò in brevi scene drammatiche, nelle quali, per esempio, un uomo abbandonato da una donna si lamenta, o nella quale si parla della decadenza fisica di una donna, un tema già cantato dal poeta latino Orazio.

Gardel prende il tango e lo fa diventare drammatico. Ora, una volta che Gardel compie questa prodezza, si iniziarono a scrivere tango per essere cantati in questa maniera ( come te ne sei andata, ahah, che ti faccia a pezzi un treno ), tango in cui un uomo fa finta di essere contento che la donna lo abbia lasciato e poi alla fine la sua voce si rompe in un singhiozzo.

Tutto questo non aveva nulla a che fare con i vecchi gaglioffi che risolvevano i loro lutti alla maniera creola, senza testimoni e con il coltello. Ricordo la frase di un teppistello la cui amicizia mi imbarazza, come si suol dire, che diceva che l'uomo che pensa per più di cinque minuti di fila a una donna, non è un uomo, è una checca. Studiare il tango non è inutile, significa studiare le diverse vicissitudini dell'anima argentina.


La Repubblica – 14 dicembre 2014