TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 19 gennaio 2015

Joseph Conrad. L'ombra della giovinezza



Se c'è un libro che possa parlare al cuore di chi come noi naviga ormai sempre più sul filo dell'orizzonte questo è Linea d'ombra di Conrad. Un manuale di sopravvivenza da tenere sul comodino e riaprire ogni tanto quando ce ne è bisogno.

Luigi Sampietro

Joseph Conrad. L'ombra della giovinezza  


Ormai sessantenne – nel 1917 –, a trent'anni di distanza dagli avvenimenti in larga parte autobiografici a cui si riferisce, Joseph Conrad pubblica La linea d'ombra, un breve romanzo che ha come sottotitolo: Una confessione. Ambientato nei mari del sud-est asiatico, racconta la storia del suo primo incarico (1888) come capitano di vascello ed è un libro sul quale si è detto e scritto tanto che non è possibile pensarlo se non nel pantheon dei capolavori della letteratura mondiale.

Ma La linea d'ombra è un romanzo sui generis. Esotico sulla carta (geografica), è il resoconto di un viaggio che si svolge in una sorta di immobile presente in cui la linea dell'orizzonte è la breve soglia delle murate della nave o addirittura delle paratie sottocoperta, dove uno dopo l'altro gli uomini dell'equipaggio sono vittime delle febbri tropicali.

E se in una lettera all'amico R. B. Cunnninghame Graham (1897), Conrad definisce l'universo come «una cosa infame», insensibile e indistruttibile, senza cuore e senza occhi, ovvero come un'enorme macchina che ha tragicamente creato se stessa senza alcuna direzione o preveggenza, è significativo che, nell'esprimere questa intuitiva certezza, lo stesso Conrad ne parli come di una verità – una e immortale – che si cela dietro la forza da cui è sprigionato il tutto. Fin qui l'uomo Conrad.

Ma l'artista Conrad è uno scrittore introspettivo, e non è attraverso il ragionamento che perviene alla rappresentazione della realtà. La sostanza della quale, nel dominio della sua immaginazione, non è quasi mai da intendersi come un oggetto a sé stante, bensì come un «oggetto percepito», cioè imbozzolato nelle sensazioni e nelle congetture del soggetto che la osserva.

Il vascello che fa rotta tra Singapore e Bangkok, diretto in Australia, immobile per diciotto giorni in un mare sulla cui superficie non ci sono tracce del passato e non si discerne alcuna topografia, diventa l'asse di un percorso circolare che riporta il protagonista, anche in senso metaforico, al punto d'inizio; ma la cui intelligenza è come se scendesse sul fondo di se stessa, nel buio della propria anima, per risalirvi, battezzata dal terrore e dalla tempesta, per tornare alla vita ritemprata dopo una malattia.



Si tratta, all'inizio del racconto, di un male di vivere molto vicino all'accidia e alla noia: a uno scoramento e a una sorta di inerzia senza motivo, accompagnata dall'illusione di una esistenza lontano da ogni cimento, che domina il protagonista e che è stata altrimenti, e da altri, chiamata senilità.

La via d'uscita, quasi per caso – parola chiave di Conrad –, è legata alla soddisfatta ambizione del protagonista di sentirsi importante a bordo di una nave propria e nell'ambito di una onorevole tradizione marinaresca. E risponde, questa aspirazione, a un richiamo assoluto.

Sicché, così come Conrad fa dire al narratore che «c'è qualcosa di sgradevole nel concetto di ricompensa», è simbolicamente sul mare, al comando di un veliero e non di un banale piroscafo, che, potendo dare prova del proprio coraggio e senso di responsabilità il protagonista obbedisce a un destino per il quale nell'ultimo capitolo chiama, un po' a sorpresa, «gentile ed energica Provvidenza»; ma è soprattutto grazie all'aiuto decisivo di un marinaio che si chiama Ransome ("riscatto") che il giovane capitano riesce a vincere la superstizione che soggioga chi su quella nave bella e "maledetta" aveva già navigato.

Mentre rileggevo La linea d'ombra nell'ottima edizione curata da Simone Barillari, ricca di puntuali note e informazioni che ragguagliano il lettore attraverso l'utilizzo della più recente bibliografia, mi è sembrato di rivedere me stesso quando ho avuto tra le mani questo libro la prima volta e ho confrontato il convincimento che ne devo averne tratto con l'immagine di un Conrad quasi vecchio che si rivede in uno specchio magico nel fiore degli anni.

Ho pensato che non deve essere stata solo la nostalgia a guidarne lo sguardo e la mano. Perché La linea d'ombra non è solo la storia del passaggio dalla giovinezza alla maturità, ma è la sintesi di un messaggio che riguarda tutti, in ogni età e il mare è un luogo in cui, al comando ciascuno del proprio vascello, hanno significato valori e virtù a cui «l'infame macchina dell'universo» si mostra indifferente.

Il Sole 24 ore – 18 gennaio 2015




Joseph Conrad
Linea d'ombra
Feltrinelli, 2014
6,00