TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 21 gennaio 2015

Julia Dobrovolskaja, Stalin ci impose la felicità forzosa, da bambina ero costretta a ridere



La guerra civile spagnola, i pettegolezzi su Hemingway, il ritorno da eroina nell’Urss, poi l’arresto e la condanna, fino all’arrivo in Italia. Nella vita della linguista russa, quasi un secolo di storia.


Julia Dobrovolskaja

Stalin ci impose la felicità forzosa, da bambina ero costretta a ridere
Colloquio con Antonio Gnoli


Tornando in treno da Milano verso Roma ripensavo agli occhi di Julia Dobrovolskaja. Per tutto il tempo del nostro incontro - nella piccola casa di 37 metri quadri, non distante da Porta Romana - Julia non si era mai tolta gli occhiali spessi e scuri. Mi veniva in mente un velo nero sul resto del mondo, squarciato da una voce lieve e tagliente. Un confine tra ciò che Julia aveva dentro e quello che c’è fuori.

E ho pensato alla frase con cui ci siamo congedati, quasi ridendo: «Non so se le donano quegli occhiali, cosa nascondono?», le ho domandato. «Certi occhi sono la routine dell’anima, più che lo specchio», mi ha risposto sfiorando lieve il tavolo lindo con la mano. Piccola ed energica, Julia sprizza un senso di esplicita fierezza. Ha appena vinto il Pen Club per la sua attività di traduttrice e le è stato concesso il vitalizio della “Legge Bacchelli” per i suoi meriti culturali.

Nei suoi quasi 98 anni di vita vissuta (è nata a Novgorod nel 1917 alla vigilia della rivoluzione d’ottobre) non c’è nulla di antico. Ha un modo originale di sentirsi superstite. Quello che Julia trasmette è il bisogno di superare anche le prove più terribili senza cedere al timore di non farcela. Le parole esibiscono una tranquilla spregiudicatezza:

«Non mi fraintenda. Le nostre vite non possono fare a meno di una dose di illusione. Vede questo bicchiere d’acqua? Posso pensare che sia vodka. Posso perfino farglielo credere. Ma l’acqua resterà acqua. E non c’è miracolo che possa trasformarla. Ecco. Posso farle credere che la mia vita era vodka. Ma non è vero. Qualche volta è stata vodka. Qualche altra acqua».

Non sempre siamo quello che gli altri pensano di noi.
«Mi hanno spesso attribuito una storia con Ernest Hemingway ma non è vera».



Si racconta che lei fosse il personaggio femminile di Per chi suona la campana.
«La leggenda fu messa in giro dal mio amico Marcello Venturi. Si ostinò a credere che la figura di Maria fossi io. È vero che durante la guerra civile feci da interprete per un generale. Ma quando giunsi in Spagna Hemingway era già partito. La donna di cui si invaghì era Martha Gellhorn. Allora avevo vent’anni: belloccia, con i capelli color del grano e piena di ideali».

Com’era finita nella guerra civile spagnola?
«C’era bisogno di interpreti. Partii nel 1938, insieme a una dozzina di ragazzi. Venivamo tutti dall’università, chi da Leningrado, come me, chi da Mosca. Non conoscevo lo spagnolo. Lo imparai in 40 giorni. Da Parigi arrivai a Port Bou e poi con una corriera giunsi a Barcellona. Ero stanchissima. Ma anche entusiasta. Forgiata dalla fede nell’internazionalismo proletario. Ero lì per una causa giusta. Ci misero in un albergo che prima della guerra era un postribolo. Le pareti affrescate di nudi ammiccanti tremavano sotto il rombo minaccioso degli aerei».

Come si svolgeva la vita in quel momento?
«La città era stata bombardata. Macerie e disperazione ovunque. Per risollevarci il morale una sera ci invitarono al compleanno di Dolores Ibárruri, la “Pasionaria”. Un’oratrice incredibile. Le sue parole ci riempirono di orgoglio. Poi si fece silenzio. Il capo della rappresentanza commerciale, che ci ospitava, chiese a me, la più giovane, di fare il brindisi. Dissi, in uno spagnolo maldestro, qualche frase alla compagna Dolores. Mi si avvicinò – bella e imponente – si tolse il foulard e abbracciandomi me lo legò al collo. In quel momento pensai che avremmo vinto la guerra».

Quanto durò l’illusione?
«Poco. Cominciai a vedere cose che non funzionavano. Soprusi. Violenze. Morte. Compagni che eliminavano compagni. Soprattutto se anarchici o socialisti. Ero stordita e incredula. Non potevo credere che il compagno Stalin fosse all’origine di quelle atrocità. Fu un anno molto difficile quello che trascorsi in Spagna. Perdemmo la guerra, ma se l’avessimo vinta non so cosa ne sarebbe stato di noi».

Cosa glielo fa pensare?
«Basta leggere Orwell. Comprese perfettamente, dopo aver partecipato alle vicende spagnole, cosa sarebbe accaduto se a prevalere fosse stato Stalin».

Lei tornò in Unione Sovietica?
«Tornai da eroina. Sentivo l’ammirazione con cui ci guardavano mentre passeggiavamo sulla Prospettiva Nevskij. Finii l’università. Anche lì il clima era di entusiasmo. Dopotutto avevamo combattuto il male. C’era un solo professore che mi metteva in guardia da tutto questo: Vladimir Propp».



Il grande studioso del folclore?
«Proprio lui. Inviso al regime, l’università lo aveva emarginato spogliandolo delle sue straordinarie competenze. Pochi conoscevano i suoi meravigliosi lavori sulla fiaba. Che, tra l’altro, sarebbero giunti in Occidente solo alla fine degli anni Cinquanta. Insegnò filologia germanica, ma di fatto fu ridotto a lettore di tedesco. Divenni amica di quest’uomo che, con pizzetto e baffi, sembrava un piccolo Don Chisciotte. Prezioso il suo insegnamento. Devo a lui il metodo con cui avrei scritto anni dopo il manuale di italiano per i russi».

In seguito vide più Propp?
«Vladimir ebbe varie vicissitudini. Mi scrisse qualche volta e risposi alle sue lettere. Il tono era sempre di curiosità mista ad affetto. Ma le nostre vite non si incrociarono. Mi trasferii a Mosca. Nel 1942 entrai all’agenzia Tass. Leggevo in cinque lingue i giornali stranieri, selezionando le notizie politiche per i giornalisti. La vita era dura. Ricordo che gli sforzi sovietici si concentravano nella raccolta delle patate. Tutti dovevano partecipare, anche coloro che svolgevano lavoro intellettuale. Gli unici esentati erano i membri della nomenklatura».

Come si svolgeva la vita quotidiana a Mosca?
«C’era la guerra, c’erano state le deportazioni collettive. Un clima di sospetti pesava sulla città. Sapevamo poco o nulla di quello che stava accadendo. Tra le numerose cose che Stalin aveva imposto c’era anche la felicità forzosa. Ricordo che da bambina eravamo costretti a ridere, a mostrare una spensieratezza che nessuno possedeva realmente. Ma così andavano le cose. In un crescendo di fame e di morte. Chi poteva, come me che lavoravo alla Tass, godeva ancora di piccoli privilegi».

Di che natura?
«Avevamo una tessera che ci consentiva di pranzare in un ristorante di via Gorkij. E poi, ogni tanto, ci davano dei buoni per accedere alla sauna pubblica. A quel tempo ero riuscita ad ottenere da una vedova una stanza del suo alloggio. Piccola e spartana, la stanza aveva la finestra che si affacciava sul museo Puskin. Vedevo certe domeniche le fila della gente. Era una consolazione sapere che l’arte aveva ancora un posto nel cuore dei russi. Poi una notte bussarono alla porta».

Chi bussò?
«La polizia segreta. Fui trascinata fuori e sbattuta in una cella di smistamento. La lampada emanava una luce accecante. Una donna in divisa chiese le mie generalità. Dissi che ero cittadina sovietica. Che lavoravo alla Tass. Mi ordinò di togliermi le scarpe. Misurarono la mia altezza. Mi fotografarono. Fu una giornata da incubo. Non sapevo perché ero lì. Fu il mio debutto alla Lubjanka».



Il quartiere generale del Kgb.
«Il luogo degli orrori e degli interrogatori senza ritorno. Quante persone innocenti erano passate di lì? Quante vittime erano state terrorizzate e annullate?».

Di cosa l’accusavano?
«Qui è l’incredibile. Non lo sapevano neanche loro. Ma il codice penale aveva introdotto una legge per cui bastava essere nelle condizioni di poter compiere un crimine per essere accusati di quel crimine. L’istruttoria durò sei mesi. Alla fine l’accusa fu di alto tradimento. Senza altra specifica. La pena era 15 anni in un carcere durissimo».

Che lei scontò?
«Solo in minima parte. Per fortuna. Il mio fidanzato, ma allora solo un innamorato, era tra i dirigenti dell’industria ottica. Con un telefono speciale riuscì a parlare con Berija. Il quale si mostrò tutt’altro che comprensivo. Commentò la perorazione di Alexander Dobrovolsky con una frase di rara ottusità: “Se abbiamo sbagliato qualche volta in passato non vuol dire che accada ancora, il colpevole è sempre colpevole”, disse come se avesse scoperto la verità assoluta».

 Come reagì il suo innamorato?
«Mi propose di sposarlo. Gli dissi: “Sasha, tu non sai in quali pasticci ti stai mettendo. Lascia stare”. Non volevo coinvolgerlo. Alla fine il giudice istruttore, una vera carogna, percepì che dall’alto qualcuno si era interessato a me. Bastò questo perché si creasse un clima meno ostile. Del resto, non sapevano su quali fatti precisi incriminarmi. Venni condannata a 3 anni. Ne scontai solo uno lavorando in una fabbrica metallurgica non distante da Mosca. Poi arrivò nel 1945 l’amnistia. Il sistema di terrore cominciò ad attenuarsi».

Rientrò nella vita normale?
«Più o meno. Anche se quella macchia restava. Anche dopo la morte di Stalin, dopo la nostra riabilitazione, circolava su di noi un senso di non detto, di non dichiarato. Ad ogni modo sposai Sasha e furono 15 anni bellissimi. Poi l’inferno».

Cosa accadde?
«Sasha cominciò a sviluppare una gelosia morbosa. Mi pedinava, mi tormentava, mi sfiniva con i suoi interrogatori. Era diventato un altro uomo. Alla fine divorziammo. Avevo il mio lavoro, di insegnante di italiano e di traduttrice. Furono nove anni intensi. Felici, se si può dire. Segnati anche da un certo benessere. Poi cadde Krusciov. Era il 1965. Cominciò il grande gelo ideologico».

Visti i contatti e il lavoro svolto non aveva una maggiore libertà?
«Ero stata vicina a molti scrittori e artisti. Limitatamente a certe esigenze potevo perfino viaggiare. Ma la stretta ci fu. Il controllo veniva esercitato quotidianamente. Non è vero che eravamo una società immobile. Stavamo velocemente tornando indietro».

Tra gli scrittori italiani chi frequentava?
«Moravia, Parise, Ripellino. Ero diventata molto amica di Paolo Grassi. Ma due persone furono in particolare presenti. Una mi avrebbe deluso molto, l’altra l’avrei rimpianta a lungo».

Chi?
«Renato Guttuso che ogni volta che veniva a Mosca si affidava a me per ogni cosa. Quando finalmente scelsi l’Italia come la mia nuova patria, Renato non volle più vedermi. Non so cosa gli scattò nella testa. Per lui ero una traditrice. Mi cancellò. L’altra persona era Gianni Rodari. Incredibilmente famoso in Unione Sovietica. Tradussi Grammatica della fantasia . Diventammo molto amici. Il governo sovietico invitò Gianni a trascorrere un periodo in Urss. Visitarla con l’impegno che quel soggiorno sarebbe diventato un libro».



Rodari accettò?
«Con entusiasmo. Cercai in tutti i modi di dissuaderlo. Lo implorai – seduti su di una panchina non distante dal Bolshoi – di lasciar perdere. Gli dissi che erano solo menzogne quelle che avrebbe raccolto. Non volle darmi ascolto. Cominciò il suo viaggio nel Caucaso con l’entusiasmo di un bambino che andava alle giostre. Partì d’estate. Tornò nel dicembre del 1979. Mi telefonò. Chiese di vedermi subito. Stavo lavorando a un seminario con un gruppo di giovani traduttori. Arrivò trafelato. Stanco. Irriconoscibile. Non vi racconterò una favola, disse. Ma quello che ho visto e che non mi è piaciuto di questo paese. Parlò ininterrottamente per tre ore».

Che uomo aveva di fronte?
«Una persona sconvolta. Vomitò il disagio e l’angoscia che lo tormentava. Si lamentò per il freddo. Aveva una brutta cera. Tornò in Italia dove sarebbe morto qualche mese dopo».

Lei quando ha deciso di vivere in Italia?
«Nel 1982. Fu la prova generale della propria morte».

In che senso?
«Non portavo nulla con me. Lasciavo a Mosca tutto il mio mondo: i libri, gli amici, la professione, la casa, gli affetti. Era un salto nel buio. Non può immaginare come sia difficile rinascere».

Ce l’ha fatta.
«Posso dire di sì. Questi trent’anni sono stati intensi. Ho scritto molto. Ho insegnato all’Università. Alla Ca’ Foscari. Ho sposato un amico gay, una persona straordinaria e generosa, e sono diventata cittadina italiana. Non ho vissuto da dissidente. Ma con la mia capacità di resistenza passiva sono restata una persona integra. Vorrei avere più forza. Ma l’età avanza. Vorrei avere più fede. Mi fu rubata da uno Stato autoritario. Vorrei avere ancora un futuro. Ma so che ne resta poco. Ma abbastanza per ringraziare le tante persone per bene che mi hanno aiutata».


La Repubblica – 18 gennaio 2015