TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 12 gennaio 2015

La fine del desiderio



La società consumistica uccide il desiderio perchè annulla l'attesa. Qui e adesso diventa l'imperativo. Il consumatore sostituisce l'uomo desiderante. Tutto perde di significato. 

Carlo Bordoni

Basta attese. Il desiderio è sempre più breve



Desiderare, nell’etimologia latina, significa «avvertire l’assenza delle stelle» e, dunque, sentire la mancanza di qualcosa. Un vuoto interiore che spinge a immaginare la soddisfazione e che, per Marc Augé, è produttore di futuro: l’ homo desiderans è vitale, ha un progetto e vuole realizzarlo. Se il desiderio insoddisfatto del giovane Werther, preso dalla passione per la bella Lotte, si strugge nell’attesa frustrata e può persino uccidere, oggi, lontani dallo spirito romantico di Goethe, siamo noi a uccidere il desiderio, dominando con la razionalità e le leggi di mercato la sua forza dirompente.

Ma così facendo distruggiamo anche il futuro, di cui il desiderio è una forma di costruzione: riducendolo a poca cosa, confondendolo con la semplice «voglia» da soddisfare nell’immediatezza offerta dalla società dei consumi, pronta ad accogliere ogni richiesta o addirittura anticiparla.

Ora i desideri sono brevi, cancellati dal miraggio di una gratificazione perenne. Deformati, manovrati, fatti nascere artificialmente all’ingresso dei centri commerciali e spenti opportunamente al passaggio dalle casse. Per la società della produttività, volta al progresso, vigeva il principio etico segnalato da Max Weber del «rinvio della gratificazione», dell’esaltazione dello spirito di sacrificio e della sopportazione della fatica in vista di un beneficio futuro. La durata era un valore e il rinvio della gratificazione alla base della formazione del desiderio.

Invece nella società consumista si assiste a un rovesciamento dei valori, l’attesa è avvertita come esasperante e insopportabile; il transitorio sostituisce il durevole; indipendentemente dalla crisi economica in atto e dalla capacità di acquisto delle persone. Questo vale per gli oggetti materiali, ma anche per i rapporti umani.

Sentimenti, passioni e amori risentono del desiderio breve, reso ineludibile dall’esigenza di una gratificazione immediata, da ottenere in fretta, magari liberandosi di una relazione per paura di perdere l’occasione di sperimentarne un’altra, più intrigante. Tolto il tempo d’attesa, di corteggiamento, tutto è bruciato nella ricerca di un’opportunità che sta dietro l’angolo e deve essere colta subito. Eliminare l’attesa dal desiderio produce instabilità sociale e pesa sulla durata delle relazioni, rendendole transitorie.

L’abbreviazione del desiderio spegne anche l’immaginazione che l’attesa ha creato. Privato dei sogni e preoccupato solo di ciò che può avere subito, l’ homo consumans , che ha sostituito l’ homo desiderans , vive solo nel presente. Ma la soddisfazione immediata è destinata a essere sterile. Svanisce un attimo dopo aver appagato la voglia. Si traduce in insoddisfazione, poiché la vera soddisfazione non sta nel raggiungimento dell’oggetto del desiderio, ma nel desiderio stesso: in quell’infinito, straziante tempo trascorso nella ricerca della felicità.


Il Corriere della sera – 11 gennaio 2015