TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 2 gennaio 2015

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio



Uno studio appena pubblicato da Laterza ricostruisce l'identità della chiesa argentina, dalle complicità con i militari alle aperture della “teologia del popolo”. Ne emerge una immagine complessa e non priva di ambiguità, di cui Jorge Bergoglio è fedele espressione e sintesi.

Alessandro Santagata

La religione dello status quo

Del papa «venuto dalla fine del mondo» fati­chiamo ancora a com­pren­dere a pieno la men­ta­lità. Pro­ba­bil­mente, anche per­ché la sto­ria di quella «peri­fe­ria» la cono­sciamo poco. Abbiamo in mente la figure di Perón; la dram­ma­tica vicenda dei desa­pa­re­ci­dos; l’insurrezione popo­lare del 2001. È meno noto il ruolo che la Chiesa argen­tina ha rico­perto durante il XX secolo. La rico­stru­zione di Loris Zanatta (La nazione cat­to­lica, Laterza, pp. 294, euro 20) ci aiuta a capirne di più. Il dato di par­tenza è che in Argen­tina la fede cat­to­lica ha rap­pre­sen­tato una com­po­nente fon­da­men­tale nella nar­ra­zione nazio­nale.

Da quando negli anni Trenta si era spez­zato il legame tra libe­ra­li­smo e demo­cra­zia, l’idea di tra­sfor­mare la società in una comu­nità coesa e orga­nica ha rap­pre­sen­tato l’obiettivo di tutte le cul­ture poli­ti­che che si con­trap­po­ne­vano ai «nemici» del Ser nacio­nal. Anche tra le forze meno con­no­tate dal punto di vista con­fes­sio­nale, il mito della «nazione cat­to­lica» risul­tava fun­zio­nale a que­sto scopo. Nel 1946 il suc­cesso del pero­ni­smo, un movi­mento laico, ma for­te­mente sin­cre­tico, segnava il trionfo del cor­po­ra­ti­vi­smo coniu­gato con il popu­li­smo sociale. Pro­prio lo scon­tro con l’episcopato ne pro­vo­cava la caduta alla metà del decen­nio successivo.

Nella seconda metà degli anni Ses­santa, durante i quali «tutti erano teo­logi e mili­tanti eccle­siali», il con­flitto si spo­stava invece den­tro la Chiesa, lace­rata dallo scon­tro tra i set­tori con­ser­va­tori e i gruppi guer­ri­glieri (i mon­to­ne­ros, il Movi­mento dei sacer­doti per il Terzo Mondo, e altre for­ma­zioni che si richia­ma­vano alla teo­lo­gia della rivoluzione).



Il soste­gno al Golpe

Di fronte a una società attra­ver­sata dalla con­te­sta­zione stu­den­te­sca e all’instabilità del potere poli­tico, la «nazione cat­to­lica» si con­fi­gu­rava ancora una volta come l’argine di con­ser­va­zione, com­presa quella della Chiesa. Si spiega da que­sto punto di vista il con­tri­buto dato dalla gerar­chia per il ritorno al potere del pero­ni­smo nel 1973. Anche in que­sto caso, il governo, con­si­de­rato dai ver­tici cat­to­lici come un poten­ziale «erede seco­lare» dell’unitarismo reli­gioso, entrerà però rapi­da­mente in con­tra­sto con la Con­fe­renza epi­sco­pale. Nel pieno del revi­val reli­gioso la prio­rità per i vescovi era otte­nere quella pace sociale che Perón si sarebbe mostrato inca­pace di garan­tire. Quando nel 1976 il gene­rale Videla pren­deva il potere con le forze armate e con il soste­gno dei ver­tici della Chiesa – spiega Zanatta – la «nazione cat­to­lica» si appre­stava a vivere una nuova tappa della sua lunga sto­ria: sarà l’ultimo atto.

Le pagine del libro dedi­cate alla car­ne­fi­cina ope­rata dal regime fino ai primi Ottanta atte­stano con dovi­zia di par­ti­co­lari le respon­sa­bi­lità della Chiesa argen­tina. Viene docu­men­tata la spe­ranza che i ver­tici dell’episcopato ripo­ne­vano nel cat­to­lico Videla. E poi la disil­lu­sione davanti alla bru­ta­lità del regime, disil­lu­sione alla quale però non seguirà una scon­fes­sione, nono­stante le vio­lenze con­tro il clero. Di fatto, la frat­tura silen­ziosa tra Santa Sede, Chiesa argen­tina e regime mili­tare ha segnato l’implosione della «nazione cat­to­lica», il cui col­lasso coin­ci­deva con il primo signi­fi­ca­tivo rin­no­va­mento post-conciliare dell’episcopato. Con la con­fe­renza di Pue­bla (1979) Gio­vanni Paolo II fre­nava le teo­lo­gie della libe­ra­zione aprendo uno spa­zio signi­fi­ca­tivo a quella «teo­lo­gia del popolo» che pro­prio in Argen­tina aveva i suoi espo­nenti più illu­stri: Juan Car­los Scan­none e, soprat­tutto, Lucio Gera, di cui Ber­go­glio è stato discepolo.

In sin­tesi, Gera pro­po­neva di sal­vare l’idea di «nazione cat­to­lica» sle­gan­dola dalla poli­tica e indi­riz­zando la Chiesa verso l’accettazione della plu­ra­lità. Della teo­lo­gia della libe­ra­zione voleva man­te­nere i prin­ci­pii sociali, ma li decli­nava in chiave spi­ri­tuale rifiu­tando la con­ta­mi­na­zione con il mar­xi­smo. Basta ripren­dere in mano la prima esor­ta­zione apo­sto­lica di papa Fran­ce­sco, per ritro­vare la mede­sima impo­sta­zione: cen­tra­lità della pietà popo­lare e del popolo come agente di inculturazione.
Sulla «Civiltà Cat­to­lica» Scan­none ha scritto che in Ber­go­glio il con­flitto di classe non viene mai teo­riz­zato, ma sarebbe con­se­quen­ziale al ragio­na­mento com­ples­sivo sulla libe­ra­zione.

Altri inter­preti invece hanno defi­nito quella del papa una «teo­lo­gia popu­li­sta» che pri­vi­le­gia l’unità (l’«incontro») sul con­flitto e richiama gli ele­menti inter­clas­si­sti della dot­trina sociale romana. Quel che è certo è che il pen­siero sociale del papa trova le sue radici nella teo­lo­gia argen­tina e nelle vicende di quel Paese di cui il cat­to­li­ce­simo ha con­di­zio­nato in maniera deci­siva le sorti. Degli anni più bui Ber­go­glio è stato un «com­pri­ma­rio», in qua­lità di pro­vin­ciale della com­pa­gnia di Gesù. Soste­ni­tore della «nazione cat­to­lica», ha cer­cato di con­te­nere le spinte «ete­ro­dosse» all’interno della Com­pa­gnia, non si è schie­rato con­tro il regime, ma ha ope­rato in alcune occa­sioni a soste­gno dei per­se­gui­tati. È ancora aperta la pole­mica sulle sue respon­sa­bi­lità nel caso Jàlics e Yorio: i due gesuiti seque­strati nel 1976 e poi espa­triati (Zanatta non vi entra nel dettaglio).



Il rebus da risolvere

Seguendo la pro­spet­tiva indi­cata dal libro, la «teo­lo­gia del popolo» di papa Fran­ce­sco può essere con­si­de­rata la sin­tesi tra i retaggi del mito della nazione cat­to­lica e il supe­ra­mento della teo­lo­gia della libe­ra­zione, della quale fa suo lo spi­rito popo­lare e pau­pe­ri­sta. Lo scarto rispetto all’impostazione ratzin­ge­riana è netto. Il fatto che die­tro al discorso di Fran­ce­sco ci sia ancora una certa tra­di­zione orga­ni­ci­stica e che i suoi rife­ri­menti teo­lo­gici non siano quelli della teo­lo­gia della libe­ra­zione non rende meno signi­fi­ca­tiva la discon­ti­nuità pasto­rale.

Ecco allora che, se il rebus dei carat­teri del nuovo pon­ti­fi­cato rimane ancora in larga parte da risol­vere, la sto­ria ci viene in aiuto per com­pren­dere meglio que­gli aspetti del discorso papale dif­fi­cili da spie­gare con le cate­go­rie del pen­siero euro­peo, anche di quello cat­to­lico: per esem­pio, la com­pre­senza al suo interno dell’appello alla lotta alle dise­gua­glianze pro­dotte dalla finanza e della cele­bra­zione dell’unità popo­lare e nazio­nale nella devo­zione alla Ver­gine, carat­te­ri­stica del modello cari­sma­tico che fu di Gio­vanni Paolo II. Que­sto modo di rie­la­bo­rare la tra­di­zione teo­lo­gica argen­tina di fronte alle sfide del mondo glo­bale, e dopo il tra­monto delle «nazioni cat­to­li­che», rap­pre­senta, senza dub­bio, uno dei punti di mag­giore inte­resse dell’attuale pontificato.

Il Manifesto – 23 dicembre 2014