TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 16 gennaio 2015

La sciagurata rispose: Petrarca e la femminista del Settecento che osò difendere Laura.



Risposte a nome di Madonna Laura alle rime di messer Francesco Petrarca in vita della medesima”. Ristampato il poema della letterata settecentesca Pellegra Bongiovanni che osò difendere il punto di vista di Laura, trasformando la donna simbolica del poeta in una donna vera capace di ragione e sentimento. Una protofemminista?

Mario Baudino

E Laura rispose a Petrarca. Con quattro secoli di ritardo


«Voi, ch’ascoltate in rime sparse il suono/ di quei sospiri, ond’io nudriva il core», esordiva Petrarca nell’immortale «romanzo» del suo innamoramento. A distanza di qualche secolo, Laura rispose. E lo fece punto per punto, verso per verso, usando molto spesso le stesse parole e sempre le stesse rime. «Nell’ascoltar di quelle rime il suono,/ Che fuor mandasti dall’acceso core,/... Meco dentro di me così ragiono/ Perché incolpar mi vuoi del tuo dolore?».

Non è che fosse bisbetica, e nemmeno seccata. Però grazie a un raffinato congegno letterario passò da donna angelicata ed eterea, muto e inconsapevole emblema, a donna in carne ed ossa, capace di innamorarsi a sua volta senza tuttavia dimenticare la propria condizione, letteraria e non.



Donna sposata

Laura de Noves era in fin dei conti sposata (con Hugo de Sade, antenato del Divin Marchese), mentre Petrarca era notoriamente celibe. Ma anche Pellegra Bongiovanni, l’autrice settecentesca che le diede voce, aveva un marito, e dunque poteva capire meglio di altri quanto il gioco fosse stato, in origine, fortemente squilibrato.

Il suo canzoniere parallelo, «Riposte a nome di Madonna Laura alle rime di messer Francesco Petrarca in vita della medesima», pubblicato nel 1762, viene ora riproposto (Antenore editore) in un’edizione a cura di Tatiana Crivelli e Roberto Fedi, dopo un lungo oblio.

Pellegra Bongiovanni, nata a Palermo a inizio Settecento e morta a Roma nel 1770, figlia di un pittore, fu un personaggio di grande spicco nella società del suo tempo, soprattutto a Roma dove si trasferì ben presto.



Cancellata dai romantici

Fece parte dell’Accademia dell’Arcadia, fu lodata come pittrice e come musicista, oltre che come scrittrice. La radicale svalutazione dei petrarchisti e degli arcadi ad opera della critica romantica fece sì che ben presto scomparisse dalle storie della letteratura e quindi dal «canone», ridotta a qualche citazione qua e là, piuttosto svagata e blandamente maschilista. Ma Pellegra era una scrittrice vera, una che sapeva benissimo quel che faceva.

Nell’introduzione al suo libro ironizza sui rifacimenti troppo spirituali dell’opera petrarchesca, per esempio la riscrittura del «Canzoniere» e dei «Trionfi» a opera di Stefano Colonna (nel 1552), che fece sì parlare Laura ma le diede «il pregio» di farlo «come una Vergine Claustrale, che tutto rivolge alla divozione».

La tradizione con cui si misura la Bongiovanni è ricca di apologie, imitazioni d’ogni genere, scritture parodiche o burlesche, e anche la pratica di usare le stesse rime è diffusa. Ma le sue «Risposte» partono da un’idea radicalmente nuova: sonetti e ballate vengono riletti come fossero lettere, e dunque si tratta di ricambiare, puntualmente, componimento per componimento, con la tecnica che la poetessa definisce «dello stretto rispondere». A giro di posta.

Questa Laura settecentesca non manca di senso critico. Tutto sommato, l’attenzione del Petrarca la preoccupa. Nella prima risposta, infatti, è garbatamente spaventata dall’idea che si stia inaugurando un intero canzoniere. Se Petrarca annunciandolo scrive di aver finalmente capito «Che quanto piace al mondo, è breve sogno», lei non può che ricordargli più saggiamente, «E Amor conosco, e veggio chiaramente/ Che non è dolce, o solo è dolce in sogno». Un invito alla calma, che non può essere evidentemente raccolto. Al cuore non si comanda, e Laura, poco alla volta, cede. Si lascerà dunque adorare, senza rinunciare però a ricordare al suo poeta quanti privilegi gli siano toccati in sorte.
Sonno e tormento

«Solo e pensoso i più deserti campi/ vo misurando a passi tardi e lenti» piange il Petrarca, perseguitato dai tormenti d’amore. «Almen tu puoi per solitari campi/ Portare umidi gli occhj, e i passi lenti» gli risponde Laura. E dunque beato te, visto che io non posso nemmeno nascondermi: «Mentre eco ti fanno, ed antri, e monti e piagge/ Ai carmi tuoi sparsi di amare tempre;/ Io riso, e non pietà desto in altrui», considerato che il vulgo, che pure prova amore, se la ride beato, e dunque, i miei lamenti, io li devo nascondere.

Laura ora resiste, ora cede: la sua è una strategia amorosa, che pur restando su un piano squisitamente platonico ha le grazie e le malizie del Settecento.

Petrarca è tormentato, non riesce a dormire, le notti sono piene d’angoscia: «Il sonno è ’n bando; e del riposo è nulla» scrive nel sonetto 223. E lei si prende finalmente una piccola rivincita: «Esco dal sonno, e quei che il cor m’inalba,/ Quei, che con gli occhi gli occhi mi trastulla,/ Vien dolce a serenar l’anima mia». Il suo amore, questo la Bongiovanni non lo dice, ma certo lo lascia intendere, è più vero, più autentico, femminile. Del resto, è o non è la figlia di un secolo galante?


La Stampa – 15 gennaio 2015