TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 15 gennaio 2015

La vera storia di Caterina prostituta e santa

 

Chi era Caterina Vannini, la mistica del Seicento amica di Federico Borromeo, che alcuni studiosi associano ai soggetti femminili di Caravaggio? Un articolo di Adriano Sofri cerca di tracciarne un profilo.

Adriano Sofri

La vera storia di Caterina prostituta e santa


La venerabile Caterina Vannini, la “santa” della contrada senese della Tartuca, fu suora delle Convertite, dopo esser stata meretrice a Roma. Il suo nome va insieme a quello di Federico Borromeo, con cui ebbe un febbrile carteggio. Il cardinale ne scrisse la “Vita”, pubblicata nel 1618 (lei era morta il 30 luglio del 1606).

Descrisse le sue fattezze: «Ella per donna fu di statura grande; e svelta della persona; di membri dilicati, e di color bianco e vivace. Il viso non era grande, e il sembiante fu giovenile ancora nell’età matura; la fronte monda, e i capelli perfettamente negri; le ciglia e gli occhi parimenti neri...

Il naso non fu proffilato, ma leggiermente depresso. Ebbe piccola bocca; né le labbra erano sottili, né molto rubiconde. Nelle guance appariva sempre alquanto di rossore; ed alcuni nei sparsi nel viso…». Correggendo il testo per la ristampa, Federico decise di cassare le righe sul “sembiante”, preoccupato di averla ritratta troppo “secondo il senso”.



La famosa predilezione del Borromeo per le monache, e più particolare per Caterina senese, appartiene a un tempo di superstizioni, feticismi e morbosità. Le quali, come avvertì Manzoni, non possono per intero giustificarsi con l’epoca, e agli stessi protagonisti apparvero non di rado compromettenti.

Federico si preoccupava che le sue lettere cadessero sotto occhi estranei. Quelle di Caterina lasciano intuire perché i processi di beatificazione di ambedue, il gran cardinale e la sua “piccinina”, si siano insabbiati. Federico aveva saputo di lei nel 1601, mentre era in viaggio e in pericolo di vita, dal pittore Francesco Vanni, e ritenne di doverle la guarigione. L’avrebbe incontrata solo due volte, nel 1604 e nel 1605.

Tolta la vita matura, di Caterina si sa pochissimo. La si volle poi, infondatamente, di nobili natali, di gran bellezza – che poté esser vero – e di una carriera brillante di cortigiana, intrapresa undicenne, fino al bando di Gregorio XIII che volle sbarazzare Roma dalle meretrici alla vigilia del giubileo del 1575. In realtà la data di nascita che il Borromeo accoglie, il 1562, va retrocessa al 1558, sicché alla vicenda romana sarebbe arrivata quindicenne. Il successo mondano non dovette essere smagliante, e almeno non ce n’è traccia.

Ho trovato a Roma due verbali del marzo 1574, in cui gli indagati sono il «Magnificus Dominus Fortunatus de Flaminiis», e suo figlio. A domanda, il primo risponde: «Sì che alli giorni passati ci è stata una certa Caterina Senese /…/ po esser stata con me da un mese et mezzo in circa in due mesi/…/ Io li ho dato licentia / l’ho mandata via/ perché non mi piaceva il suo vivere et perché anchora è una poltrona / puttana/ che si faceva chiavare da questo et da quello /…/ Io non ho voluto mai cognoscer carnalmente la detta Cat. a nemmeno la ho mai ricercata che dovessi dormire con me nemmeno ho mai auto fantasia di farli tal cosa che si lei vuol dire tal cosa se ne mente per la gola come puttana poltrona che lei è … et mi meraviglio che io son vecchio di 68 anni et mi confesso et comunico ogni settimana… et si dice che io l’habbia date le bastonate dice mille bugie …. Io non ho fatto tal cosa quale voi me dite di haverli stracciata la cinta et di volerla sforzare…».

Che cosa dica il figlio potete immaginarlo: «La è una puttana che faceva venire li bertoni / puttanieri/ per farsi chiavare in casa… Signorno che io non ho mai chiavato detta Cat. a…». Che la Caterina denunciante sia la Nostra, è impossibile dire.



Tornata a Siena, Caterina si impone una vita di penitente ed è accolta fra le Convertite. Finché l’avvento di Federico – è storpia, digiuna, non si lava «i piedi mai, né altra parte del corpo», si flagella… – inaugura una corrispondenza tipica e sconvolgente. È il gioco delle parti fra l’uomo dotto, committente di confessioni intime e reportage soprannaturali, e la (santa) donna dedita a un’effusione amorosa. Lui esige che lei «dica tutto». In cambio delle porzioni di aldilà che lei concede alla sua “curiosità”, le distanze di sicurezza si bruciano. «Quando io vi scrivo non posso trovare la via di fenire; sì bene non fenisco mai e mai fenisco perché Iddio è senza mai fine, e così ha da esser el mio amarvi…».

I lettori, maschi finora, hanno trovato le lettere miserelle, o peggio. Hanno ragione quanto alle “visioni”. Hanno torto quanto alla passione: «Perché il grande Iddio mi conosce furicosa hami troncato l’ali»; «Sono come lo sparviere che vive di cori / cuori/»; «Quel che scrivo mi esce dalle viscere del core». La scrittura bruciante di lei fa da materia grezza per quella spenta di lui, che tuttavia raschia e custodisce la polvere assorbente delle sue lettere. Lei ama, lui prende appunti.

Il 24 ottobre Dario Pappalardo ha presentato qui un quadro che Mina Gregori ritiene l’originale Maddalena in estasi del Caravaggio. Confermandone l’opinione, Bert Treffers (nell’intervista uscita su Repubblica uscita il 2 dicembre) ha collegato la versione ritrovata alla Vannini. La connessione era già stata segnalata con forza da Maurizio Calvesi.

I portamenti e le visioni di Caterina avrebbero fornito, per il tramite di Federico Borromeo, un modello alla pittura di Caravaggio. In particolare, alla Madonna della Morte della Vergine ( oggi al Louvre), fin nel dettaglio più “scandaloso”, il ventre enfiato, che riprodurrebbe l’idropisia della Vannini. Anche la Maddalena seduta vi richiamerebbe l’abitudine di Caterina a star «su una bassa e piccola seggiola».

Ma un’altra Maddalena di Caravaggio, quella della Galleria Doria Pamphili, era già seduta su una seggiola bassa, ed era stata dipinta almeno cinque o sei anni prima che il Borromeo sentisse parlare di lei.



Al di là delle date, è difficile riscontrare nelle fattezze delle rosse Maddalene caravaggesche, fedeli a se stesse, un rimando a Caterina. Calvesi ipotizza che Caravaggio l’avesse “conosciuta” attraverso il ritratto che ne fece nel 1606 il Vanni, su commissione del Borromeo: lo stesso Vanni peraltro dipinge la sua Maddalena secondo tradizione, capelli d’oro e veste rossa.

Il Borromeo teneva bensì a farsi descrivere nei dettagli dalle sue monache quello che vedevano (lui le chiama estasi, io li chiamo sogni, lui visioni, io pensieri, diceva Caterina). A una di loro manderà un ritratto della Maddalena, «fu fatto dalla serva di Dio /Caterina Vannini/ con occasione di una visione che ella ebbe o vero a lei parve di vedere».

Ma la Maddalena descritta nelle “visioni” di Caterina è bionda, vestita di verde, o con un manto turchino… Treffers propone ora di traslocare il richiamo alla Vannini morente di idropisia dalla Vergine alla Maddalena in estasi ritrovata. «Sulla Vergine non sono sicuro… Ma nella Maddalena la pancia gonfia appare di un naturalismo spietato, quasi crudele».

In Calvesi la pancia gonfia (che aveva fatto pensare al modello di un’annegata, o all’allusione alla maternità) è attribuita alla Vergine morente, nella Maddalena diventerebbe l’attributo di un’estasi. Occorre affidarsi a chi ha visto il quadro, dato che la fotografia non dirime i dubbi sul ventre enfiato. Che Caravaggio si ispirasse a lei, e anche solo ne fosse informato, sembra azzardato e oltretutto gratuito.

Intanto la Controriforma impone che alle monache sia proibito ricevere e inviare lettere, e Federico esclama: «Benedetti quei chiostri nei cui parlatori i ragni possono stendere tranquillamente le loro tele fra le grate!». Caterina gli aveva scritto: «Aspetto in breve di rivederla a questa gratina che ogni ora mi par millanni».
 

La Repubblica – 14 gennaio 2015