TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 12 gennaio 2015

Nella scuola la nuova solitudine dei ragazzi



Alle giovani generazioni che soffocano per mancanza di occupazione si offre negli Istituti Tecnici lo spettro di un lavoro contrabbandato per studio. E si torna all'Italia che Pasolini definiva «con il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante». Una riflessione sul “nonsenso” di una scuola che ignora i bisogni dei giovani.

Giuseppe Aragno,

Nella scuola la nuova solitudine dei ragazzi



Sul con­fine tem­po­rale che separò l’Italia monar­chica da quella repub­bli­cana, la tra­smis­sione della memo­ria era un tes­suto da filare in rac­conti serali, durante cene di povera gente, ric­che di scambi, opi­nioni e ricordi. Negli anni che segui­rono, la pol­ve­riz­za­zione della fami­glia, l’affermazione del modello ame­ri­cano e una rin­no­vata orga­niz­za­zione capi­ta­li­stica della metro­poli e dei tempi della nostra vita, regalò ai vec­chi il sapore amaro della soli­tu­dine, in un mondo che mette ai mar­gini chi esce fuori dai cir­cuiti della pro­du­zione.

Nella sua ter­ri­bile durezza, il feno­meno con­ser­vava, tut­ta­via, un che di «natu­rale», era un dato fisio­lo­gico dai con­no­tati pato­lo­gici: la vec­chiaia è in qual­che misura sino­nimo di soli­tu­dine, l’età che avanza ci priva a poco a poco dei com­pa­gni e ci lascia sem­pre più soli in una realtà che cam­bia e si fa sem­pre più estranea.

Il punto più basso di que­sta china dispe­rante, però, l’abbiamo toc­cato da qual­che anno, quando, in una società sem­pre più orga­niz­zata in fun­zione delle logi­che del pro­fitto, per le quali più sei debole e meno sei tute­lato, è emersa d’un tratto, pato­lo­gica e deva­stante, una soli­tu­dine nuova e con­tro natura: la soli­tu­dine dei gio­vani, che non sono uguali tra loro, non costi­tui­scono una cate­go­ria sociale, ma si tro­vano in buona parte soli davanti a tempi bui che hanno la tra­gica durezza degli inverni della sto­ria e della civiltà.

I più gio­vani, quelli che meglio cono­sco, gli stu­denti, sono così soli e occu­pano ruoli così irri­le­vanti, che la sedi­cente «Buona Scuola» di Renzi non ha nem­meno un para­grafo dedi­cato a loro. Come se la scuola non li riguar­dasse, Renzi li ha ridotti a spet­ta­tori muti della pan­to­mima che uti­lizza per descri­vere il futuro che li attende. I gio­vani non esi­stono, ma è in nome loro che la riforma dell’ex «rot­ta­ma­tore» dise­gna la scuola su modelli del mer­cato e dei suoi mec­ca­ni­smi: pro­dut­ti­vità, con­cor­renza, com­pe­ti­ti­vità, leggi della domanda e dell’offerta e sfrut­ta­mento della forza lavoro rego­le­ranno, infatti, la vita sco­la­stica, ricor­rendo al peg­gior arma­men­ta­rio ideo­lo­gico liberista.



I gio­vani però non la vogliono la scuola che Renzi pre­para e lot­tano per far sen­tire la loro voce che nes­suno intende ascol­tare. Non la vogliono per­ché hanno letto il pro­getto, ne hanno discusso tra loro e hanno capito che non è una scuola, per­ché non forma più cit­ta­dini con­sa­pe­voli, in grado di ragio­nare con la pro­pria testa e di affron­tare con equi­li­brio la dura com­ples­sità del mondo in cui vivono; è una fab­brica che pro­duce lavo­ra­tori che si pro­pone di farne tec­nici spe­cia­liz­zati e alfieri dell’ammaccato «Made in Italy»; un pia­neta miste­rioso che sospinge il Paese indie­tro, fino a porti neb­biosi che pare­vano esclusi dalle rotte della civiltà: porti in cui scuola e lavoro si incon­tra­vano negli isti­tuti di avvia­mento pro­fes­sio­nale, dove chi non poteva pagarsi l’esame di ammis­sione alla scuola media era costretto a pre­pa­rarsi al lavoro.

E’ amaro, ma vero: alle gio­vani gene­ra­zioni che sof­fo­cano per man­canza di occu­pa­zione, la scuola della repub­blica fa dono dello spet­tro di un lavoro con­trab­ban­dato per stu­dio e for­ma­zione e pensa di tor­nare all’Italia che Paso­lini disprez­zava: quella col «popolo più anal­fa­beta e la bor­ghe­sia più ignorante».

Forte di una ideo­lo­gia che è «verità di fede» — la glo­ba­liz­za­zione è feno­meno irre­ver­si­bile — per pie­gare alle regole del capi­tale i nostri gio­vani, padroni e pro­fes­sori ven­gono fusi in un rap­porto spu­rio, che arti­fici lin­gui­stici defi­ni­scono alter­nanza scuola-lavoro. E’ que­sto ciò che Renzi e il Pd pen­sano di imporre alle scuole secon­da­rie supe­riori, licei com­presi, ricor­rendo a sot­ter­fugi e for­mule obli­que. Un mec­ca­ni­smo sostan­zial­mente rea­zio­na­rio, che asse­gna «qua­lità for­ma­tiva» all’attività lavo­ra­tiva pre­stata in realtà esterne alla scuola e for­ni­sce ai padroni l’opportunità di far conto sul lavoro gra­tuito, uti­liz­zando stu­denti sfrut­tati invece dei lavo­ra­tori.

Due­cento ore all’anno negli ultimi tre anni degli Isti­tuti Tec­nici e Pro­fes­sio­nali, la for­mula dell’«impresa didat­tica» che tra­sforma atti­vità di for­ma­zione a scuola in man­sioni fina­liz­zate alla pro­du­zione di red­dito, quella della «Bot­tega Scuola», che inse­ri­sce stu­denti in ambiti azien­dali di natura arti­gia­nale e, dul­cis in fundo, per gli ultimi due anni di scuola, un sistema di con­ven­zioni che decide le regole d’ingaggio per un «Appren­di­stato spe­ri­men­tale» già rego­lato dalla legge 104 del 2013.



La soli­tu­dine dei gio­vani, in prima linea in una bat­ta­glia dispe­rata per la for­ma­zione, ha i con­torni della tra­ge­dia e l’assenza degli adulti sa di tra­di­mento. Men­tre una gene­ra­zione senza futuro viene tra­sci­nata verso un mondo da incubo, che nega il diritto allo stu­dio e chiude i lavo­ra­tori nello sfrut­ta­mento garan­tito dalla can­cel­la­zione di ogni diritto – ai padroni si con­sente ormai per­sino il licen­zia­mento senza giu­sta causa – gli stu­denti pro­vano a pre­si­diare come pos­sono gli isti­tuti sco­la­stici attac­cati; i gio­vani pro­te­stano, orga­niz­zano cor­tei, ma sono soli, sotto il fuoco di fila della stampa padro­nale, che cri­mi­na­lizza le «okku­pa­zioni»; soli di fronte a un potere che, non avendo rispo­ste cre­di­bili e non potendo fare appello a una auto­re­vo­lezza che non ha, ricorre alla Digos e al Codice Rocco e pre­senta gli stu­denti come sprov­ve­duti in mano alla tep­pa­glia estre­mi­sta, rac­colta nei «collettivi».

Della sen­tenza dell’Unione euro­pea non parla nes­suno; eppure, pro­prio in que­sti giorni, l’Italia di Gel­mini, Pro­fumo, Car­rozza, Gian­nini e Renzi è stata con­dan­nata per aver tenuto 300.000 lavo­ra­tori in con­di­zione di pre­ca­rietà pro­fes­sio­nale ed esi­sten­ziale e aver sot­tratto per anni agli stu­denti il diritto alla con­ti­nuità didat­tica. Di que­sto natu­ral­mente si tace e nes­suno denun­cia le gra­vis­sime vio­la­zioni di quella lega­lità di cui ipo­cri­ta­mente ci si riem­pie la bocca, quando si tratta di cri­mi­na­liz­zare e bloc­care gli stu­denti che lot­tano in nome del diritto allo stu­dio, al lavoro e al futuro.

I geni­tori sem­brano assenti, fre­nati pro­ba­bil­mente da pro­blemi di soprav­vi­venza e dalle paure ali­men­tate da una stampa sem­pre più rea­zio­na­ria; in quanto ai docenti, inti­mo­riti dal clima repres­sivo che si vive nelle scuole e dalle rei­te­rate cam­pa­gne sui “fan­nul­loni”, anche quelli che rico­no­scono le ragioni dei gio­vani, sten­tano a schie­rarsi e li lasciano soli. Di soli­tu­dine, però muore spesso la spe­ranza e lascia spa­zio alla dispe­ra­zione. Invano la sto­ria inse­gna che le grandi tra­ge­die nascono dalla soli­tu­dine dei gio­vani e dalla diser­zione dei vec­chi. E’ sem­pre più raro che qual­cuno si fermi ad ascoltarla.


Il manifesto – 2 dicembre 2014