TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 28 gennaio 2015

Perché gli Alleati non bombardarono Auschwitz



Nell’estate del ’44 gli Alleati erano pronti a distruggere il Lager nazista,un libro di Umberto Gentiloni spiega perché non se ne fece niente. Anche questo fa parte della storia della Shoah,

Maurizio Molinari

Chi aveva paura di bombardare Auschwitz


A 70 anni dalla liberazione di Auschwitz-Birkenau uno degli interrogativi che restano senza risposta è perché gli Alleati non bombardarono il campo di sterminio nazista cuore della «Soluzione finale», ovvero il genocidio degli ebrei d’Europa. A colmare il vuoto arriva Bombardare Auschwitz, un libro, in uscita da Mondadori (pp. 120, € 17), con cui Umberto Gentiloni Silveri esamina tutte le testimonianze, prove e supposizioni disponibili per arrivare a tratteggiare una possibile spiegazione del «perché si poteva fare» e del «perché non è stato fatto».

Confezionato da uno storico con la passione del reporter, il volume accompagna il lettore attraverso il processo che portò le democrazie occidentali a venire a conoscenza dello sterminio degli ebrei mentre era in corso. A cominciare dalla fuga da Auschwitz, nell’aprile del 1944, di due ebrei slovacchi, Rudolf Vrba e Alfred Wetzler, che consegnano alla Resistenza piantine, resoconti, numeri e notizie talmente dettagliate da costituire una testimonianza diretta, inequivocabile, dello sterminio in corso. Dopo di loro altri seguono, facendo arrivare a Londra e Washington notizie a sufficienti per essere consapevoli del massacro di ebrei da parte della Germania nazista e dei suoi alleati, Italia fascista inclusa.

In questa cornice il libro ricostruisce anche l’atmosfera dentro il Lager, ossia l’attesa con cui i deportati scrutavano il cielo augurandosi un bombardamento alleato che avrebbe potuto distruggere camere a gas, forni crematori, rampe ferroviarie e anche le baracche, ovvero tutti gli ingranaggi della fabbrica della morte. Le testimonianze di Piero Terracina, deportato da Roma, Shlomo Venezia, catturato a Salonicco, e Elie Wiesel, ebreo transilvano e futuro premio Nobel, consentono al lettore di addentrarsi nello stato d’animo di chi viveva dentro Auschwitz, oggetto delle più brutali angherie naziste, maturando la convinzione che poiché la morte era comunque certa, «meglio sarebbe stato morire sotto le bombe alleate anziché nelle camere a gas degli aguzzini».

Anche perché, come Wiesel ricorda, quando alcune bombe americane caddero sul campo - forse per errore, a seguito di un attacco contro vicini impianti industriali tedeschi - gli aguzzini del Lager vennero travolti da una paura tale che, sebbene per poche ore, portò sollievo ai «sommersi» di Auschwitz, come li definiva Primo Levi.



Nell’estate del 1944 i governi alleati sanno oramai dello sterminio degli ebrei, i progressi militari della liberazione dell’Europa rendono l’attacco fattibile e l’accelerazione dell’eliminazione degli ebrei ungheresi pone un senso di urgenza - ricostruisce Gentiloni - creando una situazione nella quale, per la prima volta, si ipotizza il bombardamento del Lager e delle ferrovie che vi fanno arrivare i «trasporti della morte». È la presenza della 15a divisione dell’Aviazione americana del Sud Italia a offrire la possibilità logistica di rotte e rifornimenti per raggiungere un obiettivo non lontano da altri nell’Europa centrorientale.

Le richieste di bombardare Auschwitz sui governi di Washington e Londra diventano pressanti. Il 24 giugno 1944 il War Refugee Board americano invia un telegramma con un’esplicita richiesta per l’Aviazione britannica di bombardare almeno il tratto ferroviario fra Kosice e Presov per ostacolare la deportazione di 400 mila ebrei ungheresi. Il 6 luglio 1944 Chaim Weitzmann, presidente dell’Agenzia ebraica, ripete la richiesta ad Anthony Eden, ministro degli Esteri britannico, che la presenta al premier Winston Churchill, da cui sembra arrivare il via libera. «Richiedete il massimo sforzo alla nostra aviazione, comunicategli che è una mia decisione» fa sapere il premier.

«Sembrerebbe l’inizio della svolta» scrive Gentiloni in uno dei passaggi di maggiore tensione dell’appassionante ricostruzione storica. Per otto giorni il comando della Raf, ovvero gli eroi della battaglia d’Inghilterra, esamina il bombardamento nel comando alleato delle truppe in Europa: gli spazi ci sono, la via è stretta ma percorribile. L’ipotesi è un attacco diurno, affidato probabilmente ai bombardieri Usa in Sud Italia. Ma con il passare dei giorni, delle settimane, non avviene nulla.

A prendere il sopravvento sono i dubbi convergenti del Foreign Office britannico e del Dipartimento di Stato americano: lo stallo non si supera e la finestra si chiude perché la guerra entra nella fase finale che vede la Germania nazista battersi con inattesa caparbietà, dalla controffensiva sulle Ardenne alla V2 su Londra, fino ai tentativi di sviluppare super-armi, spingendo gli Alleati a concentrare ogni sforzo bellico sulla sconfitta finale dell’Asse.

Sul perché l’attacco non avvenne Gentiloni descrive il mosaico di spiegazioni possibili: dalle scelte dei comandi militari all’antisemitismo che circolava nelle grandi democrazie dell’epoca, dallo «scarto fra le informazioni esistenti e la disponibilità a ritenerle attendibili», come osserva lo storico Walter Laqueur, fino ai silenzi dell’Urss di Stalin che aveva le maggiori possibilità logistiche di colpire e disponeva delle più numerose testimonianze sull’Olocausto - per via degli ebrei che fuggivano a piedi verso la Siberia - ma non fece nulla per fermare lo sterminio né per accelerare la liberazione di Auschwitz.

Arrivare all’ultima di pagina di Bombardare Auschwitz significa comprendere la rabbia dei sopravvissuti per il mancato attacco - che Elie Wiesel ha messo nero su bianco in un pannello al secondo piano del Museo della Shoah di Washington - come anche il perché la Seconda guerra mondiale fu una guerra combattuta dagli Alleati per sconfiggere il nazifascismo ma senza avere la priorità di salvare le vite gli ebrei d’Europa.


La Stampa – 23 gennaio 2015