TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 20 gennaio 2015

PD un partito in vendita



Spiace dirlo, perché il PD rappresenta comunque ancora per tanti la sinistra, ma ormai siamo di fronte ad una questione morale evidentissima nazionale e locale. Dopo Roma e Genova cosa deve ancora succedere perché si capisca che Renzi e i suoi rappresentano di fatto un berlusconismo senza Berlusconi.

Norma Rangeri

Un partito in vendita


Più la spin­gono sotto il tap­peto, più la que­stione immo­rale si mostra nella sua scon­ve­niente veste di pro­ta­go­ni­sta della scena poli­tica. Pro­prio ieri, di fronte a un’aula par­la­men­tare pate­ti­ca­mente vuota, il mini­stro della giu­sti­zia, denun­ciava «la dimen­sione intol­le­ra­bile della cor­ru­zione in Ita­lia». Intol­le­ra­bile spe­cial­mente quando mette radici nel par­tito di cui il mini­stro fa parte, ma così pur­troppo non è.

Lo dimo­strano alcune recenti vicende, due su tutte: il ten­ta­tivo, solo rin­viato, di sal­vare l’evasore Ber­lu­sconi con la legge sulla delega fiscale, e, di que­ste ore, i bro­gli elet­to­rali (con il sospetto di una compra-vendita di voti) nelle ele­zioni pri­ma­rie in Liguria.

Due facce della stessa meda­glia, visto che il fami­ge­rato “patto del Naza­reno” è fon­da­tivo di que­sta nuova sta­gione poli­tica. In piena coe­renza con quel con­flitto di inte­ressi che il Pd non ha mai risolto nel corso degli ultimi vent’anni.

Per que­sto le dimis­sioni di Ser­gio Cof­fe­rati sono un fatto poli­tico di prima gran­dezza, rile­vante e rive­la­tore nello stesso tempo.

Per­ché rile­vante è evi­dente: l’ex segre­ta­rio della Cgil è stato il sim­bolo dell’antiberlusconismo di sini­stra, capace di orga­niz­zare la più grande mani­fe­sta­zione del dopo­guerra in difesa dell’articolo 18, a fianco del mondo del lavoro e in rap­pre­sen­tanza di quelle radici che oggi la lea­der­ship del Pd ha deciso di reci­dere, net­ta­mente e orgo­glio­sa­mente, in pro­fonda sin­to­nia con l’ideologia anti­sin­da­cale del centrodestra.

Insieme a Camusso e Lan­dini, Cof­fe­rati è una ban­diera con­tro il jobs act e la defi­ni­tiva meta­mor­fosi neo­li­be­ri­sta del par­tito ren­ziano (non “di Renzi”, per­ché non gli appartiene).

Ma il “caso Cof­fe­rati” è forse ancor di più rive­la­tore, cioè spec­chio lim­pido, della fisio­no­mia etica del nuovo gruppo diri­gente del Naza­reno. Lui è il primo poli­tico che in modo cla­mo­roso e dram­ma­tico se ne va dal par­tito — del quale è stato uno dei 45 fon­da­tori — denun­ciando la pre­senza di una que­stione morale: «Me ne vado per­ché sono stati can­cel­lati i valori stessi su cui è nato il Pd».

Altro che delu­sione per la scon­fitta subita alle pri­ma­rie (peral­tro da dimo­strare): è un duris­simo attacco al voto di scam­bio («com­prano il voto»), è unj’accuse per la palese offerta e l’altrettanto dichia­rata accet­ta­zione dei voti por­tati alla can­di­data vin­cente, la ren­ziana Raf­faella Paita, da parte dei capi­cor­rente del cen­tro­de­stra ligure e di per­so­naggi fasci­stoidi, è la penosa presa d’atto dell’acquisto dei voti dei poveri immigrati.

Così si svende una sto­ria, si svende un partito. Eppure è ancor più penosa la rea­zione dei ver­tici ren­ziani del Pd, a comin­ciare dai due vice­se­gre­tari del par­tito. Invano Cof­fe­rati li aveva, già da alcune set­ti­mane, avver­titi di quanto stava acca­dendo senza rice­vere nep­pure lo strac­cio di una risposta.



Ora, dopo le dimis­sioni, i due colon­nelli, Ser­rac­chiani e Gue­rini, sono diven­tati par­ti­co­lar­mente pro­di­ghi di dichia­ra­zioni con­tro l’ingrato Cof­fe­rati, accu­sato di «inspie­ga­bili» e «ingiu­sti­fi­cate» dimissioni.

Nem­meno un piz­zico di senso del pudore. Avan­zano cam­mi­nando sulle mace­rie del par­tito — forse per­ché con­vinti delle magni­fi­che e pro­gres­sive sorti elet­to­rali in caso di voto anticipato. E Renzi?

L’immagine più nitida dello spec­chio che l’addio del diri­gente poli­tico riflette è quella del segre­ta­rio. All’ultima dire­zione del par­tito Renzi ha chiuso il “caso” in modo bru­tal­mente pro­vo­ca­to­rio, facendo i com­pli­menti alla vin­ci­trice per la vit­to­ria e rove­sciando sul per­dente la defi­ni­tiva sen­tenza: «Basta, vogliamo vin­cere, la discus­sione è chiusa». Una dimo­stra­zione di arro­ganza, come è ormai con­sue­tu­dine di que­sta nuova lea­der­ship, ma par­ti­co­lar­mente sot­to­li­neata e insi­stita, per­ché sia d’esempio a chi in futuro volesse por­tare all’attenzione del par­tito fasti­diosi pro­blemi etici.

Discu­tere su come si rac­col­gono i con­sensi, su come si finan­zia un par­tito, su quale blocco sociale di rife­ri­mento si sce­glie sono que­stioni poli­ti­che fon­da­men­tali, anche se il per­so­na­li­smo, il lea­de­ri­smo hanno inqui­nato il comune sen­tire della gente di sinistra.

Tut­ta­via è impor­tante discu­terne oggi come è stato cru­ciale per l’allora Pci quando a porre la que­stione nei ter­mini gene­rali che cono­sciamo fu Enrico Ber­lin­guer. E vale qui la pena solo accen­nare alla fred­dezza, e per­sino alla deri­sione, con cui la cor­rente miglio­ri­sta di allora, gui­data dall’ex capo dello stato, Gior­gio Napo­li­tano, accolse la duris­sima cri­tica ber­lin­gue­riana alla dege­ne­ra­zione del sistema dei par­titi, Pci incluso.

Era­vamo negli anni’80 e non a caso la vicenda ope­raia della Fiat, la bat­ta­glia sulla scala mobile e l’esplodere della que­stione morale tene­vano insieme i ragio­na­menti di Ber­lin­guer verso quell’alternativa di sini­stra che, nel momento del cra­xi­smo trion­fante, la pre­ma­tura fine non gli con­sentì di met­tere in atto.

La que­stione immo­rale come “que­stione demo­cra­tica” torna, nel Pd di Renzi, a essere deru­bri­cata come l’espressione del “tafaz­zi­smo” delle mino­ranze che non si ras­se­gnano a spin­gere il carro del vin­ci­tore. Che, tut­ta­via, non sem­bra più tanto trion­fante se si dà retta ai son­daggi che, set­ti­mana dopo set­ti­mana, sgon­fiano la bolla elet­to­rale delle ultime ele­zioni euro­pee di maggio.

In ogni caso se le dimis­sioni di Cof­fe­rati sono rile­vanti e rive­la­trici del muta­mento pro­fondo e irre­ver­si­bile della natura sociale del Pd, la domanda è: fino a quando le oppo­si­zioni interne si accon­ce­ranno al ruolo di inno­cue cas­san­dre, di fiore all’occhiello del segretario?

E, a seguire, adesso può nascere in Ita­lia una forza poli­tica a sini­stra che rac­colga un con­senso signi­fi­ca­tivo, come quello di Syriza?


Il Manifesto – 20 gennaio 2015