TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 16 gennaio 2015

Per un pugno di western. La Frontiera torna in libreria (e al cinema)



Torna in libreria (e al cinema) il mito del cowboy. Una domanda sorge spontanea: perchè i libri di Louis l'Amour (che a noi sono sempre molto piaciuti) se venduti in edicola sono romanzetti, se pubblicati da un editore “serio” sono letteratura?

Susanna Nirenstein

Per un pugno di western. La Frontiera torna in libreria

Sarà perché gli americani, dopo le "debolezze" obamiane, si preparano a eleggere con tutta probabilità un presidente conservatore più macho e cowboy, o sarà che il western incarna ogni sogno di libertà totale, di avventura selvaggia, spazi infiniti, natura incontaminata, invenzione e rifondazione di una nuova vita, di speranza, di scontro essenziale tra bene e male, dell'uomo che deve vincere da solo la scommessa con la terra e con la morte, perché dà corpo alla possibilità di oltrepassare il confine che è dentro ognuno di noi, perché riempie di ossigeno, comunque sia il far west torna, e torna al galoppo, come un mucchio selvaggio.

Eilf enomeno non riguarda solo gli Stati Uniti da sempre innamorati delle proprie radici, ma l'Occidente intero che in quell'epopea evidentemente in qualche modo si riconosce. Libri, film, fumetti, serie tv, siti web di scrittori e di appassionati: sembra che ognuno si voglia immaginare con la pistola a portata di mano e magari una pepita in tasca, un cavallo sotto il sedere, una prateria solitaria davanti agli occhi, un paesino all'orizzonte con poche baracche, un saloon, un futuro da inventare.



L'ondata monta da tempo, ma certo adesso stupisce la sua consistenza. Innanzitutto il cinema, dove ci aspettano in questi mesi The Salvation del danese Kristian Levrig — il neo colono Mads Mikkelsen insegue gli assassini della famiglia che l'ha appena raggiunto dall'Europa — sardonico e lineare come una superficie affilata, seguito a ruota da The Homesman di Tommy Lee Jones, una storia affine alle atmosfere di Cormac McCarthy (definito dall'attore «il più grande scrittore vivente») che vede un'insegnante (Hilary Swank) portare tre donne traumatizzate dal Nebraska all'Iowa aiutata da uno strano disertore di guerra che prende coscienza di sé durante il viaggio (lo stesso Tommy Lee Jones che nel 2015 riscriverà e dirigerà anche The Cowboys , il remake deell'omonimo western di Mark Rydell interpretato da John Wayne).

Non basta? Allora alle porte c'è Slow West di John MacLean (dove un ragazzino va in cerca dell'amata andando incontro alla Frontiera accompagnato da un misterioso Michael Fassbender) e Tarantino ha già formato il cast per The Hateful Eight (da Kurt Russell a Tim Roth), l'epopea di una diligenza di cowboy che sfida l'inverno del Wyoming per consegnare un delinquente e prendersi la taglia. Il West qui è guerra spietata, si inchina a Ford, John Wayne, Peckinpah, Clint Eastwood e naturalmente Sergio Leone. A farsi strada sono delle figure di donne più volitive e acute, e certamente, come sempre, da Soldato blu in poi (era il 1970), di indiani dai buoni sentimenti.



E poi libri, libri. Partiamo dall'ultimo uscito, forse il più curioso, Per poco non ci lascio le penne ( editore, 66thA2nd), sia perché ha appena vinto il prestigioso premio attribuito dai lettori, il Prix du Livre Inter, sia perché l'ha scritto una donna francese di 44 anni, Céline Minard, che prima si era misurata su romanzi fantascientifici ( Le Dernier Monde , 2007), o sontuose incursioni nella storia remota (come Bastard Battle del 2008 o Olimpia , 2010). E ora eccola là che gioca al Far West, non senza prima aver vissuto da sola per due mesi a 2000 metri, sulle Alpi, in una capanna: unico modo, dice, per prendere i ritmi della natura e immedesimarsi nei personaggi.

I miti sono tutti lì, la famiglia che traversa deserti, fiumi, fango su un carro tirato dai buoi dove la vecchia madre sta morendo, l'indiana superstite da una tribù annientata che tra le montagne cura un uomo bianco ferito e abbandonato con rimedi strani, il barbiere uc- ciso da una banda di pistoleri, un saloon tenuto allegramente da Sally, donna di polso, e le sue ragazze facili, cavalli rubati, venduti, ritrovati, scalpi indiani e no, whisky, bisonti... Tutto, c'è tutto. E corre veloce. Mentre in mezzo si fa strada un'idea nuova, quella di un'interazione continua tra questi pionieri coraggiosi, di un laboratorio a cielo aperto dove la legge del più forte va di pari passo col commercio e lo spirito d'impresa.

Come le è venuto in mente? le chiediamo. «Perché lo conosciamo tutti, ormai è come un luogo condiviso, e io volevo riprendere in mano le sue figure quasi retoriche mettendo a fuoco l'idea di una comunità in fieri». E di un ritorno così massiccio del western cosa pensa? «Corrisponde a un desiderio di libertà sociale. Le nostre società sono così codificate da essere sclerotizzate. Niente nell'Occidente sfugge alla legge, mentre il western è uno spazio senza legge, lo spazio dell'autonomia in senso primario, qualcosa di temibile e eminentemente attraente. La violenza che conosciamo oggi è sorda e insidiosa. Nel West è diretta, radicale, immediata, ogni soluzione è aperta, senza frustrazioni».

Un'evasione dalla prigione interiore, dalla prigione esteriore dunque, anche se tutto quel che è successo laggiù è anche la premessa di quel che siamo oggi. Non si contano gli scrittori che nell'ultimo anno sono arrivati in Italia con le loro sparatorie all'O. K. Corral: Philipp Meyer è andato per la maggiore con Il figlio (Einaudi), John Williams (noto già per Stoner) con Butcher's Crossing (del 2013 però, Fazi), Michael Punke con Revenant ( su cui il regista Inarritu sta girando un film con Leonardo Di Caprio).

Feltrinelli ha pubblicato Il giorno dei colombi di Louise Erdrich (lo stesso titolo del romanzo di frontiera con cui il famoso Larry McMurtry vinse il Pulitzer nel 1985), Mondadori Un milione di modi di morire nel West di Seth McFarlane (da cui è stato tratta una pellicola con Charlize Theron), Einaudi a maggio ha rimandato in libreria la trilogia di Cormac McCarthy.



La Cosmo ha varato invece una collana di romanzi dedicati agli autori che hanno vinto il massimo riconoscimento del genere, lo Spur Award, primo titolo West Texas Kill, di Johnny Boggs, mentre la Meridiano Zero ha iniziato la sua serie pubblicando il celeberrimo Lo Svelto e il Morto di Louis L'Amour, scrittore popolare e prolificissimo con alle spalle più di 100 titoli di ambientazione western (e 120 milioni di copie), da cui sono discese pellicole con attori del calibro (è il caso di dirlo) di John Wayne e Alan Ladd.

In Francia è il regista Bernard Tavernier ad aver lanciato una collezione dedicata al genere, "L'Ouest le vrai" (Actes Sud), convinto che quei romanzi di genere spesso siano stati superiori alle loro trasposizioni cinematografiche: per ora ha scelto i dimenticati, W. R. Burnett, Ernest Haycox, Dorothy Johnson, A. B. Guthrie Jor, certo comunque che i cowboy ci parlino di problemi attuali, «la natura, i rapporti razziali, la legge, l'ordine, la sicurezza, il sogno americano». Troppe cose. È una cascata, una valanga per un parametro che ci rendiamo conto essere diventato eterno. Meglio andare al saloon e schiarirsi le idee con un goccio di whisky.


La Repubblica – 29 dicembre 2014