TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 27 gennaio 2015

Quando i fascisti mandarono nei forni gli ebrei italiani



Come i fascisti repubblichini, quelli tanto cari a Pansa e affini, mandarono ai forni gli ebrei italiani. Una pagina di cui non si parla mai.


Raffaele Liucci

Sostenitori dello sterminio. Italiani brava gente?


Ecco un libro urticante, soprattutto per i nostri connazionali ancora ben disposti a cullarsi nel «mito del bravo italiano». Ma per capire se un popolo è stato davvero più umano di altri, occorre certificarne il comportamento nei momenti decisivi della sua storia. Per far questo, Simon Levis Sullam focalizza la propria attenzione sul biennio 1943-45, crogiolo dell’Italia repubblicana. La sua analisi – tanto rigorosa quanto sobria, malgrado il tema dolorosissimo – s’articola lungo tre assi.

Innanzitutto, il libro offre un diorama capillare delle complicità italiane nello sterminio degli ebrei, attingendo alle ricerche più aggiornate. Benché molti siano tuttora persuasi che il nostro Paese sia rimasto fuori dal cono d’ombra dell’Olocausto, Levis Sullam documenta al di là di ogni ragionevole dubbio il ruolo determinante ricoperto nel genocidio dagli apparati dello Stato: partito fascista, Guardia Nazionale Repubblicana (carabinieri inclusi), forze di polizia, questure, prefetture, Ispettorato generale per la razza. Senza il loro concorso, difficilmente l’«invasore» tedesco avrebbe potuto eliminare 8.869 ebrei residenti in Italia (6.746 dei quali deportati fuori dai nostri confini).

In quest’infamante casellario non mancano neppure i vari «delatori» partoriti dalla società civile, e il clero, che talvolta sostenne e omaggiò i carnefici (con buona pace di quanti oggi strologano sull’«Occidente cristiano e giudaico», come se fosse un’endiadi storicamente fondata).

Lo sguardo di Levis Sullam spazia lungo tutto lo Stivale. Dalla Svizzera «frontiera della speranza» (su cui erano appostate occhiute guardie di confine italiane) alla Firenze della famigerata Banda Carità, sino a Fossoli, il campo di transito verso Auschwitz gestito interamente da nostri connazionali. Ma l’autore torna spesso sulla sua città, Venezia, fra le «capitali» della Rsi.

La sera del 5 dicembre ’43 l’ex Serenissima fu teatro di una delle maggiori «razzie» di ebrei da parte di militi «repubblichini», nelle stesse ore in cui un giovane e promettente pianista italiano, Arturo Benedetti Michelangeli, teneva un concerto alla Fenice (musiche di Scarlatti, Liszt, Brahms – Variazioni sopra un tema di Paganini –, Beethoven – Sonata op. 111 –, Rachmaninov e Weiss).

In secondo luogo, questo libro viviseziona la «zona grigia» degli uomini comuni nell’ingranaggio dello sterminio. Siamo nel cuore di tenebra del 1943-45, dove non spiccano soltanto collaborazionisti ideologicamente temprati, ma emergono anche solerti burocrati, portinai famelici, colleghi rancorosi, gendarmi ingolositi dai beni ebraici confiscati.

Del resto, la delazione è «uno dei fondamenti della guerra civile», perché riguarda «i vicini prossimi, persino intimi». Fu praticata, ahimè, anche da alcune «vittime ebree», divenute a loro volta «esecutori del genocidio», come il triestino Mauro Grini (poi ucciso a San Sabba) e Celeste di Porto, una diciottenne popolana residente nel Ghetto di Roma.



D’altra parte, l’Olocausto fu una catena di montaggio talmente parcellizzata che gli stessi attori non sempre furono consapevoli degli effetti reali (le camere a gas) delle proprie azioni persecutorie. Però l’«agnosticismo» di molti, in buona o cattiva fede, impedì il sedimentarsi di minuscoli granelli di sabbia in grado di inceppare anche il più oliato dei meccanismi.

Infine, terzo punto, il dilemma della rimozione di un passato tanto ingrato e impunito (nessuno sarà mai processato per aver partecipato alla politica antiebraica italiana, dal ’38 in poi). Levis Sullam lamenta la melensa retorica dei «giusti», oggi debordante, come se la storia fosse disseminata di salvatori di ebrei. Ma in realtà costoro furono soltanto una goccia, rispetto al mare magnum dei carnefici.

Come mai questi ultimi caddero nell’oblio? Da un lato, prevalse l’Italia moderata, con la sua memoria indulgente del ventennio e del «buonuomo Mussolini» (secondo il brillante pamphlet di Indro Montanelli uscito nel ’46). Dall’altro, come abbiamo appreso dagli studi di Guri Schwarz, giocò la ritrosia della stessa comunità ebraica a calcare la mano sulle responsabilità nostrane. Forse concorsero, in questa rinuncia, il legittimo desiderio d’integrarsi nuovamente, nonché l’imbarazzo per il genuino fascismo di molti ebrei, prima del voltafaccia del duce.

Fatto sta che ancor oggi il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, nelle sue pubblicazioni ufficiali, loda il diffuso rifiuto sin dal ’38 dell’antisemitismo, «estraneo alle tradizioni italiane», nonché lo «spirito caritatevole» dimostrato verso gli ebrei dopo l’8 settembre ’43.

Accadde invece l’esatto contrario: con le leggi razziali, l’antisemitismo italico – tutt’altro che peregrino – ottenne un formidabile riscontro nella società, mentre dopo l’Armistizio almeno la metà degli arresti di israeliti furono effettuati dai volenterosi carnefici di Mussolini. Alla faccia del «buonuomo»!


Il Sole 24 ore – 25 gennaio 2015




Simon Levis Sullam
I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945
Feltrinelli, 2015
15,00