TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 24 gennaio 2015

Raymond Chandler e il suo mondo



Esce in America la biografia del maestro dell'hard boiled, dagli inizi agli anni della depressione e dell'alcolismo.

Antonio Monda

Il lungo addio di Chandler al suo Marlowe

The World of Raymond Chandler , uscito in queste settimane in America, è un libro da consigliare non solo agli ammiratori del giallista, ma anche a chiunque abbia in mente di scrivere una biografia di un uomo di lettere. L'autore è l'inglese Barry Day, che in passato ha firmato testi simili su Noel Coward, Oscar Wilde e Dorothy Parker.

Il suo metodo è semplice: costruire una biografia attraverso gli scritti pubblici e privati degli autori, intervallando lettere e appunti personali a brani letterari nei quali si riconoscono i tratti autobiografici. Il risultato è affascinante e rivelatorio: Chandler ne esce come un personaggio umanissimo e pieno di contraddizioni, che nascondeva nelle affermazioni disincantate una profonda malinconia esistenziale, come se le battute fossero un estremo tentativo di alleviare il lancinante dolore di vivere.

«Non c'è nulla da scrivere sulla morte » dichiara in una lettera, prima di affrontare il genere letterario nel quale ha deciso di cimentarsi: «La detective story è una tragedia con lieto fine». Se si mette quest'affermazione a confronto con le storie dei suoi romanzi, risulta evidente quanto si trattasse in realtà di un anelito.

Il libro ripercorre la vita cronologicamente: nativo di Chicago, Chandler si trasferì in Irlanda e poi in Inghilterra, quando il padre, alcoolizzato e violento, abbandonò la famiglia. Rimase a Londra sino ai ventiquattro anni, dove studiò grazie ai soldi di uno zio del tutto anaffettivo. La sua formazione culturale nasce lì, insieme alla mitizzazione per l'America, paese nei confronti del quale sentiva il dolore dell'abbandono.

Al Dulwich College ne studiò a fondo il rapporto con il paese che l'ospitava («Amo ogni cosa che gli americani delle generazioni passate cercavano In Europa»), ma tornò in America appena fu in grado di mantenersi, e decise di stabilirsi in California, dove volle credere che il buon clima potesse alleviare un'angoscia sempre più opprimente: quando si accorse che si trattava di un'illusione, cominciò a prediligere la notte, dove tutto è indistinto tranne la luce artificiale dei neon.

Ed è quello il momento in cui il disincanto lascia il posto al cinismo: Day cita una battuta della Signora nel lago «Tutto è in vendita, in California » - per sostenere che uno degli elementi fondamentali della sua poetica è la riflessione su un mondo in veloce mutazione e a rischio costante di corruzione. «In ogni cosa in California c'è un po' di deserto, come nelle menti delle persone che vivono qui», scrive a un amico, ma poi, sempre nella Signora nel lago, rimpiange il tempo in cui Beverly Hills era un villaggio di campagna e Westwood un insieme di colline spoglie, rinnegando con sarcasmo la celebrazione del mondo notturno urbano: «La gente dormiva nelle verande. Piccoli gruppi che ritenevano di essere intellettuali la chiamavano l'Atene d'America. Non lo era, ma non lo è neanche questa fogna illuminata dal neon».

Fece i lavori più disparati, come l'agricoltore e il ragioniere, ma poi trovò impiego in una compagnia petrolifera, dove la carriera venne frenata dal costante assenteismo e dai tentativi di seduzione delle impiegate. Non c'era nulla che in realtà lo appagasse, e sentiva sempre più di essere un testimone, e non un protagonista di un mondo ostile. E l'amarezza cominciò ad assumere i colori della scorrettezza politica, come nell'incipit di Addio mia amata: «Era uno degli isolati misti in Central Avenue, gli isolati che non sono ancora abitati solo dai negri».



È quello il periodo in cui iniziò a bere, sempre di più, e sempre peggio, trovando l'unica possibile salvezza nell'amore di Cissy, una donna che aveva diciotto anni più di lui. Fu lei ad incoraggiarlo a leggere gli autori americani, che divorò con passione, mentre scopriva che, provenendo dall'Inghilterra, doveva «imparare l'americano, come se fosse una lingua straniera». Fu a causa dell'alcool che perse il lavoro alla compagnia petrolifera, e fu grazie ai suggerimenti di Cissy che si cimentò nella scrittura, mandando il suo primo racconto a The Black Mask.

Sin da quei primi scritti risulta chiaro che a Chandler non interessava tanto il crimine o la detective story quanto la corruzione dello spirito. Day identifica totalmente Chandler con Marlowe, ed è interessante notare che lo scrittore voleva Cary Grant per l'adattamento cinematografico: «Amo le persone con buone maniere, grazia, intuizione sociale e buona educazione». Si trattava di un altro anelito, confermato dalla successiva lettera al produttore del Grande Sonno : «Marlowe è una persona rispettabile, molto più di quanto lo siamo noi due».

Non riusciva ad accettare che avessero scelto Humphrey Bogart, e solo in un secondo momento riconobbe all'attore l'ironia necessaria per il ruolo. Il libro consente di ripercorrere il difficile rapporto con il cinema, dove ebbe il privilegio di lavorare con autori del calibro di Hawks, Wilder e Hitchcock, che definiva «il grasso bastardo ». Vedeva la settima arte con snobismo, ed è celebre il suo scambio epistolare con William Faulkner, un altro grande scrittore che visse infelicemente il soggiorno ad Hollywood. Quando quest'ultimo, chiamato a sceneggiare Il Grande Sonno, gli chiese cosa succedesse in una scena completamente illogica, lui rispose «non ne ho la più pallida idea».

Fu quello il periodo in cui cominciò a scegliere, anche nelle opzioni esistenziali, l'atmosfera e il sentimento sulla logica, mentre l'alcool deteriorò rapidamente la sua salute. L'improvvisa grave malattia di Cissy lo gettò in una stato di angoscia costante, e dopo aver consegnato Il lungo addio confessò: «Ho visto mia moglie morire a poco a poco e ho scritto il mio libro migliore nell'agonia di quella consapevolezza: mi sento vuoto come lo spazio tra le stelle».

La morte della moglie lo buttò in una depressione da cui non si riebbe, e scrisse di vivere «una vita postuma». Dopo un viaggio in Inghilterra, alla ricerca di radici che non erano le sue, tornò in California, dove bevve fino a distruggersi il fegato, confidando alla sua agente di aver vissuto «l'intera vita sul bordo del nulla». Quando capì che era arrivato alla fine chiese che l'ultimo romanzo, rimasto incompiuto, venisse intitolato Forse sognare : si trattava di quello che Amleto sperava che si avverasse con il sonno, o con la morte. Ma non fu accontentato, e gli editori preferirono un impersonale Playback..


La Repubblica – 10 gennaio 2015