TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 26 gennaio 2015

Ricordare la Shoah, ma non dimenticare le radici di un popolo



Giornata della memoria: come evitare di ricordare la shoah, dimenticando gli ebrei.

Roberto Della Rocca*

Ricordare la Shoah, ma non dimenticare le radici di un popolo



Mentre il calendario delle manifestazioni a ogni edizione si fa più affollato gli interrogativi si moltiplicano. A quindici anni dall’istituzione del Giorno della Memoria dobbiamo riflettere sugli effetti che questa iniziativa ha messo in moto e contribuire ad evitare che questa occasione si consolidi, specialmente per i più giovani, in un rito vuoto, retorico e noioso. La ricorrenza del 27 gennaio è riuscita a diffondere nella nostra società una sensibilità e una consapevolezza in precedenza sconosciute e coinvolgendo, in modo particolare le giovani generazioni, anche grazie al meritorio lavoro delle scuole e degli insegnanti. Eppure è forte la sensazione che il cammino da compiere sia ancora lungo e complesso.

Uno degli aspetti più inquietanti di questa celebrazione è l’immagine dell’ebreo che ne scaturisce: un’immagine di vittima, facente parte di un passato, un’immagine che non include quegli aspetti vitali e normali, ovvero relativi ad una vita comune scandita dalla quotidianità. Questa immagine dell’ebreo, del tutto parziale e per questo deviante, lontano dalla realtà odierna, non aiuta a comprendere la ricchezza e la complessità della storia e dell’identità ebraica.

Una certa celebrazione mistica del popolo ebraico, come vittima della Shoah, procede spesso, in modo parallelo, a un misconoscimento dell’ebreo come attore e protagonista nella storia contemporanea. A una sovraesposizione dei cadaveri disincarnati degli ebrei fa spesso da pendant il tentativo di oscuramento del popolo ebraico nella sua specificità.

Una pericolosa degenerazione che contagia anche alcuni stessi ebrei che, sentendosi oggetto di attenzione per un giorno all’anno, privilegiano un vettore identitario, quello della religione della Shoah, che seppur drammatico costituisce un impegno meno oneroso rispetto a una militanza ebraica proattiva e autoreggente. In questo senso la celebrazione della Shoah rischia di trasformarsi, anche per gli stessi ebrei, in una sorta di scorciatoia identitaria. È paradossalmente più facile sentirsi ebrei per via di un nonno deportato ad Auschwitz che assumersi l’impegno di una ricerca costante delle proprie radici attraverso lo studio e la pratica in un vissuto quotidiano.

Questa immagine dell’ebreo diventa pericolosa quando essa viene utilizzata per dimostrare altre tesi e non tanto, quindi, quando viene presa, magari temporaneamente, come punto di partenza per porre domande e capire di più. Questa immagine diventa un elemento fondante, semplice e alla portata di tutti, destinata ad altri scopi, strumentalizzata per sostenere quelle tesi negazioniste e antisemite, e, in alcuni casi, contro la legittimità dello Stato di Israele.

L’immagine della vittima nazista viene infatti accorpata e identificata all’immagine della vittima «israeliana» per una strana proprietà transitiva, da cui ne consegue che «gli israeliani si comportano come dei nazisti nei confronti dei propri fratelli palestinesi». Congetture e sillogismi che in alcuni casi si moltiplicano al fine di alleggerire i sensi di colpa per un passato con cui si continua a non voler fare i conti. Come fronteggiare queste degenerazioni?

Di fronte all’indifferenza, di fronte a questa immagine dell’ebreo e alle congetture ideologiche che da essa scaturiscono, credo sia necessario interrogarci sull’efficacia, ma anche sulle finalità della didattica della Shoah: cosa significa e che cosa comporta trasmettere la Shoah? Quali risultati vogliamo raggiungere? Basta informare? E che cosa vogliamo che si generi da questa giornata: solidarietà, commozione, responsabilità, consapevolezza o impegno etico e politico?

Possiamo dire con certezza che l’informazione sulla Shoah non manchi, anzi: esistono ormai valanghe di libri, filmati, trasmissioni televisive, incontri, convegni e visite ad Auschwitz. Il problema e la domanda diventano allora come questa informazione venga trasmessa e in che modo possa suscitare interesse, sensibilizzare e riguardare chi ascolta, educare, affinché questa informazione sia un’occasione per costruire una coscienza etica attiva e quotidiana.

Quale ruolo deve avere la Memoria? Come può essere educativa? Qual è il nostro dovere di fronte a queste constatazioni e domande? Come anche ci insegnano fiumi di letteratura ebraica, per essere educativa una memoria deve svolgersi al presente e deve quindi poter rispondere alle domande del singolo e del gruppo nella sua contingenza.

Se una politica educativa basata su un’informazione pura o basata sulla semplice commozione non hanno saputo sensibilizzare l’altro, è perché forse non abbiamo ancora fatto lo sforzo di porre questa storia in un contesto presente, più ampio e comune, partendo dalle idee, dalle immagini, dai racconti di chi ci ascolta e dall’attualità, per poterle tessere insieme e trasformarle in maniera duratura e significativa.

* Rabbino, Direttore del Dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane


Il Corriere della sera – 25 gennaio 2015