TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 13 gennaio 2015

Riscoprire “l’infanzia del mondo”. Joan Mirò e Raymond Queneau



Attraverso i suoi segni Mirò creò una “scrittura” fatta di simboli e figure ricorrenti. È un linguaggio per tutti, che sostituisce parole usurate. La lingua degli uccelli di cui parlavano gli alchimisti, dei bambini e dei folli.

Tiziana Migliore

Quell’alfabeto che incantò anche Queneau




Il vezzo di considerare l’arte campo dell’ineffabile, dell’emozione soggettiva, dell’abbandono lirico, ha impedito di notare un’operazione unica nel Novecento. Joan Miró ha inventato una lingua per figure. Non una scrittura privata né un repertorio di marche stilistiche, ma un linguaggio per tutti, visibile e dicibile, che recupera le qualità sensibili e affettive del rapporto con le cose.

Riscoprire “l’infanzia del mondo” – il modo cognitivo di sintetizzare e simbolizzare – e retroagire sulle parole, che, usurate, hanno perso energia figurativa e potere di significare. Il rigenerarsi dell’uomo passa attraverso questa invenzione. Inventare alla maniera delle origini: manipolare, sperimentare, cimentarsi con concetti e strumenti.

Raymond Queneau ha chiamato i segni di Miró “miroglifici”. L’alfabeto è tutt’altro che misterioso. Si compone di figure in metamorfosi, secondo un ciclo non biografico, ma biologico: nascita, crescita, assestamento, destino. Cambiano nel tempo, come gli esseri viventi, mantenendo inalterati certi tratti.



Queneau aveva frequentato Miró a Varengeville, in Normandia, dove entrambi si erano rifugiati, nel 1939, per l’avanzata delle truppe tedesche. Ricorda una frase dell’artista, mentre alcuni amici passavano nelle mani della Gestapo: «il coraggio consiste nel restarsene a casa, accanto alla natura che non tiene conto dei nostri disastri».

Se gli altri surrealisti partivano dai resti dei materiali invecchiati e l’insieme di elementi singolarmente realistici negava il realismo in generale (Leroi-Gourhan), Miró apre una strada vergine. “Poeta preistorico” (Queneau), ma anche oulipista, ripensa il nostro dare senso ai segni. Prende a modello gli ecosistemi naturali.

La ricerca di Miró comincia dalla terra. La casa di famiglia di Montroig è il soggetto di tre varianti successive – La fattoria (1921-1922), acquistata da Ernest Hemingway, Terra arata (1923-1924) e Paesaggio catalano ( Il cacciatore) (1923-1924) – che avviano un processo di geometrizzazione e spoliazione. Un iter analogo agli studi di Mondrian sull’albero, con la differenza che qui l’analisi della forma espressiva provoca un cambiamento sul piano del contenuto.



Dal 1940, tramite il disegno, ha inizio un’attività di vaglio e riordino: alcune figure vengono scartate, altre si impongono in modo stabile. Emergono una grammatica del miró – norme di funzionamento – una sintassi – regole di combinazione – e una scrittura, tipografia e calligrafia che insonorizzano il lettering: volume, timbro, ritmo. I miroglifici sono configurazioni primigenie tese fra la terra e il cielo. Tredici in tutto, sette organiche – l’occhio, il cuore, il piede, la mano, il seno, l’organo genitale maschile, l’organo genitale femminile – e quattro cosmiche – il sole, la luna, l’uccello e la stella. Termine “neutro”, né organico né cosmico, è la scala dell’evasione, che collega i due poli; termine “complesso”, organico e cosmico, è la spirale.

Un foglio preparatorio dello spettacolo L’Oiseau ( 1968) fornisce lo schema: un carosello dove ognuno di questi segni è accompagnato dal suo nome e che però, in se, non spiega nulla. Occorre guardare le opere. La serie delle Costellazioni, con astri-radici di patate, è un atlante di combinatorie di elementi. Dal 1937 gli autoritratti sono “panorami” di miroglifici.

Negli anni Settanta il segno diventa gesto e la pittura simula la coltivazione della terra. Duchamp era sicuro che Miró esprimesse una “cosmogonia estranea alla pura astrazione”. Per il suo compleanno, nel 1947, gli regala una cravatta con scena di paesaggio. Dono di scambio. La cravatta, “forma-principio” della Macinatrice di cioccolato (1913) e del Grande Vetro (1915-23), è un glifo duchampiano. Noi siamo pronti a imparare il miró? L’autrice ha scritto Miroglifici pubblicato da et al.


La Repubblica – 26 novembre 2014