TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 25 gennaio 2015

Togliatti, un bilancio



Un percorso di lettura per chiudere l'anno del cinquantesimo anniversario della scomparsa di Palmiro Togliatti, le cui ambiguità hanno profondamente contrassegnato la storia di una sinistra italiana massimalista a parole, riformista nei fatti. Il risultato:l'inconcludenza e l'inconsistenza dell'oggi.

Guido Liguori

L'eredità e l'assenza

Il  2014 è stato soprat­tutto l’«anno ber­lin­gue­riano», per le molte ini­zia­tive che, a trent’anni dalla scom­parsa, hanno chia­mato a riflet­tere in modo final­mente nuovo sulla figura del comu­ni­sta sardo, a lungo appiat­tita sull’immagine falsa del poli­tico mode­rato e ormai «rot­ta­mato» dalla fine della cosid­detta «prima repub­blica». Il 2014 è stato però anche l’anno del cin­quan­te­simo anni­ver­sa­rio della scom­parsa di Pal­miro Togliatti. E, pure in que­sto caso, diverse sono state le ini­zia­tive dedi­cate a uno dei mag­giori espo­nenti sia del comu­ni­smo del Nove­cento, sia della rico­stru­zione della demo­cra­zia del nostro paese.

Nel mese di dicem­bre la Camera dei depu­tati ha ospi­tato la mostra orga­niz­zata dalla Fon­da­zione Isti­tuto Gram­sci su Pal­miro Togliatti un padre della Costi­tu­zione, di cui resta un bel cata­logo con lo stesso titolo (pp. 207, euro 30), che offre molte delle imma­gini e dei testi della mostra riguar­dante gli anni di Togliatti che vanno dal ritorno in Ita­lia nel marzo 1944 al varo di quella Costi­tu­zione che, insieme alla costru­zione del «par­tito nuovo», rap­pre­senta uno dei momenti più alti della sua vicenda politica.



Rivo­lu­zio­na­rio costi­tuente

Alcuni testi togliat­tiani sulla «svolta di Salerno» ven­gono ripro­po­sti ora da un volu­metto curato e intro­dotto da Aldo Ago­sti – uno dei più accre­di­tati stu­diosi di Togliatti – col titolo Il rin­no­va­mento demo­cra­tico del paese (Castel­vec­chi, pp. 134, euro 17,50).

Per com­pren­dere il valore dell’apporto togliat­tiano alla reda­zione della Carta costi­tu­zio­nale è, invece, utile soprat­tutto la let­tura di un libro apparso qual­che mese fa per gli Edi­tori Riu­niti: Togliatti il rivo­lu­zio­na­rio costi­tuente (scritti di Paolo Ciofi, Gianni Fer­rara e Gian­pa­squale San­to­mas­simo, pp. 90, euro 12), nel quale si rico­strui­sce la sua atti­vità durante i lavori per la nuova Costi­tu­zione. Come rela­tore sul tema dei «prin­cipi dei rap­porti economico-sociali», egli pro­pu­gnò il col­le­ga­mento tra diritti e orga­niz­za­zione eco­no­mica. Il suo obiet­tivo era quello di riflet­tere e fare da sponda a «un pro­cesso rivo­lu­zio­na­rio pro­fondo», senza abban­do­nare il ter­reno della lega­lità demo­cra­tica, ma muo­vendo il più pos­si­bile verso «una tra­sfor­ma­zione eco­no­mica socialista».

Togliatti fu tra gli arte­fici della parte più avan­zata della Costi­tu­zione, quella che pone dei limiti al rico­no­sci­mento della pro­prietà pri­vata e si pro­pone la rimo­zione degli osta­coli eco­no­mici e sociali che limi­tano la libertà e l’uguaglianza di cia­scuno. Certo, si trat­tava di una «costi­tu­zione pro­gram­ma­tica» e dun­que la sua rea­liz­za­zione era affi­data alla lotta e allo svi­luppo dei rap­porti di forza. La sto­ria suc­ces­siva, carat­te­riz­zata dalla guerra fredda, ne ha impe­dito la piena attua­zione. Ma essa resta un momento impor­tante della sto­ria del paese e del movi­mento dei lavoratori.



Pen­sare la poli­tica

In merito alla più com­ples­siva azione poli­tica del lea­der comu­ni­sta, a ini­zio anno era già apparsa una sil­loge dell’epistolario 1944 — 1964 a cura di Gian­luca Fiocco e Maria Luisa Righi, inti­to­lata La guerra di posi­zione in Ita­lia (Einaudi, pp. 372, euro 24). Da poco è in libre­ria una nuova e molto più ampia rac­colta anto­lo­gica: La poli­tica nel pen­siero e nell’azione. Scritti e discorsi 1917–1964, a cura di Michele Cili­berto e Giu­seppe Vacca, che fir­mano anche la intro­du­zione gene­rale al volume (Bom­piani, pp. 2330, euro 55).


Gli scritti sono ordi­nati in sezioni tema­ti­che, intro­dotte cia­scuna dal rispet­tivo cura­tore: Pom­peo D’Alessandro su Il fasci­smo in Ita­lia e in Europa, lo stesso Vacca su La demo­cra­zia repub­bli­cana, Giasi per L’eredità di Gram­sci, Bidussa suMomenti della sto­ria d’Italia, Pons per Il Pci e il comu­ni­smo inter­na­zio­nale tra poli­tica e sto­ria e infine Cili­berto per quel che riguarda la sezione L’intelligenza ita­liana (recen­sioni e cor­sivi). Una strut­tu­ra­zione molto attenta, che lascia inten­dere chia­ra­mente la pro­po­sta di una inter­pre­ta­zione di Togliatti.

L’antologia esce nella col­lana Il pen­siero occi­den­tale di Gio­vanni Reale, accanto a testi di Ari­sto­tele e Pla­tone, Kant e Hegel, Hus­serl e Gada­mer, e tanti altri: già que­sto dà il senso, o con­duce a inter­ro­garsi sul senso, della rile­vanza del comu­ni­smo ita­liano, che ha in Gram­sci e Togliatti (e si potrebbe anche aggiun­gere in Enrico Ber­lin­guer) diri­genti poli­tici capaci di un pen­siero non con­tin­gente, che mira a com­pren­dere un’epoca, e che ela­bora e tra­smette una con­ce­zione della poli­tica e del mondo.
La ten­denza dichia­rata dei cura­tori è sepa­rare Togliatti da Gram­sci.

Una «distanza» affer­mata dallo stesso Vacca in un altro suo libro recente, inti­to­lato Togliatti e Gram­sci raf­fronti (Edi­zioni della Nor­male, pp. 270, euro 10). In realtà, fatta salva la ovvia auto­no­mia di Togliatti, che merita di essere stu­diato anche a pre­scin­dere da Gram­sci, mol­tis­simi sono i fili di con­ti­nuità e le con­nes­sioni tra i due pen­sa­tori e diri­genti comu­ni­sti. I motivi di discon­ti­nuità, che pure esi­stono, vanno con­si­de­rati sto­ri­ca­mente come interni a una tra­di­zione politico-culturale abba­stanza uni­ta­ria – quella del comu­ni­smo ita­liano –, che si svi­luppa a fronte di fasi molto dif­fe­renti, con cesure sto­ri­che rile­vanti, soprat­tutto dopo la morte di Gramsci.



Le parole e i testi

Cili­berto e Vacca affer­mano che hanno deciso di esclu­dere l’epistolario, ancora da ordi­nare in modo esau­stivo, e gli scritti par­la­men­tari, in quanto già rac­colti in volume. Ciò var­rebbe però anche per gli scritti su Gram­sci, invece ripro­po­sti mas­sic­cia­mente. Sono scritti già rac­colti e ripub­bli­cati di recente, e forse una diversa sele­zione sarebbe stata pre­fe­ri­bile, allo scopo di inse­rire testi che risul­tano esclusi.

Ciò che resta sot­to­rap­pre­sen­tato (par di capire volu­ta­mente), in que­sta anto­lo­gia, è il Togliatti diri­gente dell’Internazionale, a cui era dedi­cata la gran parte di cin­que degli otto tomi delle Opere avviate negli anni Ses­santa da Erne­sto Ragio­nieri (non «opere com­plete», benin­teso, soprat­tutto per quanto con­cerne gli anni 1944–1964, anche per­ché molte sil­logi tema­ti­che erano allora dispo­ni­bili).

Si avverte la man­canza – in una scelta tanto ampia come quella di Cili­berto e Vacca – di alcuni scritti ad esem­pio pre­senti nella bella anto­lo­gia curata da San­to­mas­simo nel 1974 col titolo di Opere scelte, che pure con­tava oltre un migliaio di pagine in meno rispetto all’attuale: mi rife­ri­sco alla cele­bre let­tera di rispo­sta a Gram­sci del 1926; all’intervento alla Com­mis­sione ita­liana al X Ple­num dell’Internazionale del 1929, in cui Togliatti fece met­tere a ver­bale che il Pci accet­tava la «svolta» per disci­plina (e «stato di neces­sità»), non per con­vin­zione; alla rela­zione al VII Con­gresso del Comin­tern del 1935, che varava la nuova poli­tica dei Fronti popo­lari; ai discorsi pro­nun­ciati da Radio Mosca nel 1941–1943, che anti­ci­pano la svolta di Salerno, nono­stante alcune con­trad­di­zioni dovute al dibat­tito ancora in atto ai ver­tici dell’Urss e dell’Internazionale.

Altre assenze con­cer­nenti gli anni del dopo­guerra sono più com­pren­si­bili, anche se si tratta di arti­coli che avreb­bero arric­chito il volume: è il caso del discorso del 1954 Per un accordo tra comu­ni­sti e cat­to­lici per sal­vare la civiltà umana, che suscitò all’epoca molti echi, anche cri­tici; o del rap­porto al Comi­tato cen­trale del giu­gno 1956; o la pole­mica con Nenni su socia­li­smo e demo­cra­zia di ini­zio anni Ses­santa. In com­penso, molti altri testi impor­tanti ven­gono for­niti al let­tore per la prima volta in un unico volume: oltre alle molte recen­sioni e scritti pole­mici sulla «intel­li­genza ita­liana» e sulla «bat­ta­glia delle idee» dall’Ordine Nuovo agli anni Ses­santa, mol­tis­simi scritti sul fasci­smo degli anni Venti e Trenta, e poi alcuni scritti cul­tu­rali tra i più noti e impor­tanti di Togliatti: dal discorso su Gio­litti agli arti­coli in morte di De Gasperi, dal sag­gio sulla for­ma­zione del gruppo diri­gente del Pci a quello sulle classi popo­lari nel Risor­gi­mento.

L’impressione è, a tratti, di un pri­vi­le­gia­mento di tali scritti di carat­tere cul­tu­rale su quelli diret­ta­mente poli­tici. Il che ovvia­mente non toglie impor­tanza a que­sta bene­me­rita immis­sione di testi togliat­tiani nelle libre­rie, a dispo­si­zione del let­tore di oggi che non voglia cre­dere che la comu­ni­ca­zione debba del tutto sosti­tuire la ela­bo­ra­zione di una cul­tura politica.



Il rap­porto con gli intel­let­tuali

La dimen­sione cul­tu­rale è cen­trale anche in un altro libro fre­sco di stampa, quello di Alber­tina Vit­to­ria su Togliatti e gli intel­let­tuali. La poli­tica cul­tu­rale dei comu­ni­sti ita­liani (1944–1964) (Carocci, pp. 345, euro 36). Il titolo è simile a quello della prima edi­zione (Edi­tori Riu­niti, 1992), ma cam­bia il sot­to­ti­tolo, che allora era Sto­ria dell’Istituto Gram­sci negli anni Cin­quanta e Ses­santa, a indi­care una riscrit­tura del volume intorno a un asse più ampio, che non riguarda più solo l’Istituto Gram­sci, e nean­che Togliatti, ma tutta la poli­tica cul­tu­rale del partito.

Si sus­se­guono nelle pagine ben scritte e docu­men­ta­tis­sime del volume (basato in gran parte su carte d’archivio) gli epi­sodi che hanno fatto la sto­ria del rap­porto tra intel­let­tuali e Par­tito comu­ni­sta nel dopo­guerra, da rivi­ste cele­bri come Rina­scita, Società e Il Poli­tec­nico (ma anche Vie nuove e Il calen­da­rio del popolo) all’«operazione Gram­sci», dalle discus­sioni su Labriola o Metello o «poli­tica e cul­tura» alla fon­da­zione dell’Istituto Gram­sci e della Biblioteca-Istituto e poi casa edi­trice Fel­tri­nelli, dal ter­re­moto del ’56 all’avvio, dato da Togliatti stesso, al rin­no­va­mento della cul­tura poli­tica dei comu­ni­sti ita­liani, con la libe­ra­zione della sto­rio­gra­fia di par­tito dall’agiografia pre­ce­dente e con l’avvio della nuova edi­zione cri­tica deiQua­derni gram­sciani. 

La Com­mis­sione cul­tu­rale del Pci, dun­que, è con Togliatti al cen­tro del libro, che resti­tui­sce – con le tante dif­fe­renze interne al mondo comu­ni­sta – un modo di fare poli­tica attra­verso la cul­tura, e vice­versa, di cui oggi si è persa traccia.


Il Manifesto – 10 gennaio 2014