TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 25 giugno 2015

Antenati di 3.000 anni fa. Le statue stele della Lunigiana



Riapre a Pontremoli il Museo delle Statue Stele Lunigianesi, una vicenda culturale affascinante

Vanni Santoni

Antenati di 3.000 anni fa: l’anello tra uomo e divino



Se oggi, al solo nominare la Lunigiana, l’immaginazione subito corre ai volti enigmatici delle Statue Stele, assurte ormai a simbolo di questa terra, è frutto del lavoro di due generazioni di archeologi che hanno riportato alla luce e ricollocato al centro dell’immaginario locale tali opere. Emerse dal sottosuolo come segnacoli di un passato tanto remoto quanto ancora capace di emozionare, le Statue Stele sono legate al territorio della Lunigiana anche nella storia dei loro ritrovamenti: la maggior parte sono state infatti scoperte lavorando i campi; alcune erano finite incassate in mura di cinta o addirittura a far da fastigio a una fontana; il ritrovamento forse più importante, quello di Groppoli, è avvenuto nel corso dello scavo di una trincea da parte dell’Enel.

Se un tempo (le più antiche risalgono all’Età del Rame, dalla metà del IV alla fine del III millennio a.C., le più recenti alla piena Età del Ferro, tra il VII e il VI secolo a.C.) le Statue Stele punteggiavano l’intero bacino del fiume Magra, tra gli Appennini, le Apuane e il mar Tirreno, oggi ne sono sopravvissute solo ottantadue.



Molte di quelle giunte fino a noi furono probabilmente sepolte perché lasciassero il passo ai nuovi dei, romani o cristiani a seconda dell’epoca, e il fatto che siano state deliberatamente frante depone in favore di tale ipotesi; ma in alcuni casi pare che la ragione della sepoltura fosse opposta: un ultimo gesto di devozione, volto proprio a risparmiare loro la furia iconoclasta dei seguaci dei nuovi culti.

E tuttavia quelle lunari effigi non erano propriamente dei. Erano uomini — definiti dal pugnale — e donne — definite dai seni in rilievo — e ancora bambini, più piccoli e asessuati: se la loro funzione esatta costituisce tuttora un mistero per gli archeologi, si è arrivati a stabilire, anche grazie al confronto con ritrovamenti analoghi effettuati altrove in Italia ed Europa, che rappresentassero antenati mitici della comunità, a cui ci si rivolgeva in quanto tramite con il divino, o ai quali si riservava devozione essendo coloro da cui si era ricevuta la terra.

Oggi, la più rilevante collezione di Statue Stele — quaranta, quasi la metà del totale finora scoperto — trova una nuova e più grandiosa collocazione: il Castello del Piagnaro di Pontremoli presenterà infatti sabato 27 giugno il nuovo allestimento del Museo delle Statue Stele Lunigianesi. Firmato da Canali e associati, studio di architettura famoso per aver progettato musei come la Pilotta a Parma, l’ex Ospedale di Siena o il Museo del Duomo di Milano, il nuovo allestimento riposiziona le Statue Stele in un contesto di massima suggestione, capace di suggerire di nuovo, dopo millenni, tale ponte tra l’umano e il trascendente.

Angelo Ghiretti, direttore del museo, esprime soddisfazione per il completamento di un percorso partito nel 2009, che ha incluso anche il restauro dello stesso castello, la cui storia in epoca contemporanea è sempre stata legata alle Statue Stele, dato che il primo restauro, nel 1975, trovò finanziamento proprio in virtù della destinazione a museo.

«Già Tiziano Mannoni, uno dei pionieri dello studio e dell’ostensione delle Statue Stele — racconta Ghiretti —, aveva notato l’effetto ipnotico che si innescava nei visitatori quando giungevano al loro cospetto. L’idea è stata di valorizzare ancor più questo fascino arcano, tramite un allestimento di grande impatto, che prevede una certa separazione tra spazi espositivi e apparati di divulgazione, e un più largo uso di strumenti multimediali».



Il risultato è quello di un vero e proprio nuovo museo, dato che lo spazio espositivo è raddoppiato e l’organizzazione delle opere interamente ripensata, sfruttando anche il piano terra, in particolare una manica del castello rimasta integra dal XV secolo, e cercando una maggior interazione tra le opere e l’architettura medievale che le ospita.

«L’idea alla base del nostro lavoro — spiega l’architetto Guido Canali, ideatore del nuovo allestimento — è semplice: puntare alla massima valorizzazione delle opere, tentando quando possibile un’ambientazione che evochi l’impressione originaria. Ma, si badi bene, non mi riferisco alla riproduzione artificiale di un contesto: si tratta piuttosto di porre le opere in ambiti nuovi, fornendo informazioni implicite sulla situazione precedente: se al Museo del Duomo di Milano le statue un tempo murate sui fianchi della cattedrale sono ora sospese nel vuoto, qui a Pontremoli abbiamo scelto di montare le Statue Stele su supporti sottili, in modo da non nascondere neanche un centimetro quadro della pietra scolpita — peraltro con strumenti primitivi, che rendono i risultati ancor più sorprendenti — da questi artisti di tremila anni fa: neanche la parte che originariamente stava conficcata nella terra».


Il Corriere della sera – 21 giugno 2015