TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 26 giugno 2015

Carlos Gardel,la voce del tango



Il 24 giugno 1935 il celebre cantante argentino moriva in un incidente aereo. Idolatrato nel suo paese, è ancora oggetto di un vero e proprio culto laico. Artista complesso, attento all’immagine, interprete capace di rivoluzionare il genere e di affermarsi anche nel mondo.

Dimitri Papanikas

Carlos Gardel, voce e tango

Dal gene­rale San Mar­tín, mitico liber­ta­dor lati­noa­me­ri­cano, a Mara­dona e Messi, pas­sando per Evita, Perón, Che Gue­vara, il pugile Mon­zón e il pilota auto­mo­bi­li­stico Fan­gio… da poco più di due secoli, data della sua indi­pen­denza dalla vec­chia «Madre Patria», l’Argentina ha sem­pre mostrato una par­ti­co­lare pre­di­spo­si­zione a creare miti fon­da­tivi e auto­le­git­ti­manti. Un paese che in appena cento anni giunse a decu­pli­care la sua popo­la­zione, gra­zie a un’inedita «allu­vione migra­to­ria», ancora oggi vive con una certa osses­sione l’ansia di pro­iet­tarsi sulla scena inter­na­zio­nale gra­zie ad alcuni dei suoi miti più cele­bri.

Tra que­sti, Car­los Gar­del con­ti­nua a essere il più uni­ver­sal­mente amato, coc­co­lato e ido­la­trato. In Argen­tina e Uru­guay gli si tri­buta un vero e pro­prio culto laico che fini­sce per coin­ci­dere con quello della Patria stessa. Dal set­tem­bre 2003 la sua voce rien­tra uffi­cial­mente nel Pro­gramma «Memo­ria del Mondo» dell’Unesco, accanto al docu­mento ori­gi­nale della Dichia­ra­zione dei diritti dell’uomo e del cit­ta­dino, all’eredità docu­men­tale dello schia­vi­smo nei Caraibi, all’Archivio dei Diritti umani sulla dit­ta­tura mili­tare cilena del 1973–1989, al nega­tivo ori­gi­nale del film di Luis Buñuel Los olvi­da­dos, alle illu­stra­zioni dei gesuiti in America.

«Ogni giorno che passa… canta sem­pre meglio», con­ti­nuano a dire di lui gli ammi­ra­tori di tutto il mondo, nono­stante siano tra­scorsi ormai ottant’anni dalla sua tra­gica fine, il 24 giu­gno 1935, nella ter­ri­bile col­li­sione tra due veli­voli nell’aeroporto di Medel­lín, in Colom­bia. Eppure, nono­stante le decine di bio­gra­fie pub­bli­cate, Gar­del con­ti­nua a rap­pre­sen­tare un miste­rioso e affa­sci­nante rom­pi­capo. La sua vita è cir­con­data in gran parte da leg­genda.

Quanti anni aveva al momento della morte? Era nato nel 1890 a Tolosa, in Fran­cia, o nel 1887 a Tacua­rembó, in Uru­guay? Che rela­zioni aveva con le donne? Per non par­lare delle cause dell’incidente aereo. È stato scritto di tutto. Una disputa di Gar­del con il pilota per riva­lità amo­rose; una rou­lette russa tra i piloti, un atten­tato della mafia, fino ad arri­vare a un pos­si­bile rego­la­mento di conti con­clu­sosi con una spa­ra­to­ria a bordo dell’aereo per que­stioni di droga.

Gar­del viveva a Bue­nos Aires, nell’Abasto, quar­tiere che pro­prio per que­sto è oggi mecca di migliaia di pel­le­grini pro­ve­nienti da tutto il mondo. L’area prende il nome dal più cele­bre mer­cato cit­ta­dino, pur­troppo non soprav­vis­suto alle nuove esi­genze dell’economia e tra­sfor­mato da qual­che anno in un cen­tro com­mer­ciale tra i più grandi della città, l’Abasto Shop­ping. Sulla parete della sta­zione metro­po­li­tana del quar­tiere, chia­mata pro­prio «Car­los Gar­del», si trova una parete di maio­lica colo­rata dedi­cata all’illustre «moro­cho del Aba­sto» deco­rata nel famoso stile del file­teado por­teño con la scritta «Eterno nell’anima e nel tempo».

Con la sua regi­stra­zione del tango Mi noche tri­ste, di Con­tursi e Castriota, nel novem­bre del 1917, nasce il tango-canzone moderno. Vale a dire quel tango sen­ti­men­tale che secondo Bor­ges, pro­prio per colpa di Gar­del, aveva cor­rotto il vec­chio genere ori­gi­na­rio. Un tango fatto di sto­rie melo­dram­ma­ti­che di mala­vita, accol­tel­la­menti, tra­di­menti, sfide per l’onore per­duto e la dignità, che lascia­rono irri­me­dia­bil­mente il posto a versi e musi­che «pia­gnu­co­loni», che pri­va­rono i suoi vec­chi pro­ta­go­ni­sti, quei com­pa­dri­tos tanto amati da Bor­ges, della virtù virile del corag­gio e della vana­glo­ria, intro­du­cendo sen­ti­menti d’amore e di dolore, accenti di per­dono e nostal­gia «Nei loro cuori comin­cia a farsi strada la pietà. E la pietà non è solo cosa da donne; è cosa di cri­stiani!» chio­sava l’illustre scrit­tore argen­tino.



Al tempo stesso con Gar­del nasce il moderno can­tante di tango. Gra­zie alle sue straor­di­na­rie capa­cità inter­pre­ta­tive, unite a un sor­riso sedut­tore, all’eleganza e a una spic­cata sim­pa­tia ottenne un suc­cesso senza pre­ce­denti nella sto­ria della can­zone in lin­gua spa­gnola. Durante la sua car­riera fre­quentò senza troppi pro­blemi tanto gli amici del caffè quanto uomini illu­stri di ogni dove, riu­scendo sem­pre a ral­le­grare gli incon­tri gra­zie soprat­tutto ad una natu­rale abi­lità nel rac­con­tare aned­doti diver­tenti e, all’occasione, esi­ben­dosi in un reper­to­rio vario di can­zo­nette napo­le­tane, fado, shimmy e brani d’operetta.

Un uomo che comin­ciò la sua car­riera can­tando in duo con un vec­chio amico e che nel corso del Nove­cento fu chia­mato alter­na­ti­va­mente «il mago», «il frin­guello», «il mae­stro», «l’inossidabile», «l’imbattibile», «la Voce», «l’unico», «il re» o, più con­fi­den­zial­mente, «il bru­netto dell’Abasto». Il viso sem­pre ben truc­cato per occul­tare un’età che nes­suno seppe mai attri­buir­gli con cer­tezza, mascara sugli occhi e due cica­trici die­tro le orec­chie a perenne monito di alcuni inter­venti di chi­rur­gia este­tica, testi­mo­nia­vano un culto osses­sivo per l’immagine sca­tu­rito intorno ai trent’anni, nel ren­dersi conto che essere alto un metro e set­tanta e pesare cen­to­venti chili era troppo per chi come lui nutriva tanta ambi­zione. Se lun­ghe ses­sioni in pale­stra gli con­sen­ti­rono di per­dere una qua­ran­tina di chili, il pro­blema dell’altezza fu pre­sto risolto gra­zie ad una serie di scarpe su misura, dotate di zeppe invi­si­bili per far­gli gua­da­gnare all’occorrenza qual­che impor­tante cen­ti­me­tro in più.

Dopo un esor­dio nel 1912 come inter­prete di can­zoni del fol­clore, ben pre­sto Gar­del maturò la con­sa­pe­vo­lezza che le can­zoni di cam­pa­gna non erano più adatte ai nuovi abi­tanti di Bue­nos Aires. L’immigrazione di massa aveva cam­biato la natura stessa della città, la sua strut­tura, le sue neces­sità e al tempo stesso gli stili di vita, le mode e i con­sumi dei suoi abi­tanti. Per que­ste ragioni nel 1925, liqui­dato il pro­prio socio José Raz­zano, decise di intra­pren­dere la sua strada in soli­ta­rio. All’epoca non poteva ancora imma­gi­nare che stava get­tando le basi del suo suc­cesso planetario.

Gar­del si con­vertì così in un arti­sta com­plesso, ori­gi­nale, spesso impre­ve­di­bile, che sapeva alter­nare tan­ghi cari­chi di forte con­te­nuto sociale (Pan, Acqua­forte, Al mundo le falta un tor­nillo, Al pie de la santa cruz) ad altri più com­pia­centi, adatti all’assidua fre­quen­ta­zione dei salotti alto­lo­cati. Cat­to­lici o laici, rea­zio­nari o pro­gres­si­sti, c’era sem­pre spa­zio per tutti nella sua agenda. Un certo oppor­tu­ni­smo poli­tico unito ad ampie dosi di savoir faire e a uno straor­di­na­rio fiuto per gli affari fecero il resto.

La coe­renza intel­let­tuale non sem­brò mai pre­oc­cu­parlo ecces­si­va­mente, come testi­mo­niato da gran parte delle sue scelte musi­cali. Dal vals A Mitre, dedi­cato all’omonimo pre­si­dente libe­rale argen­tino, pas­sando per la Milonga del Nove­cien­tos, con i cele­bri versi di Homero Manzi in onore dello sto­rico lea­der dei radi­cali Lean­dro Alem, fino ad arri­vare a Viva la patria!, can­tato per cele­brare il golpe mili­tare del gene­rale Uri­buru del 6 set­tem­bre 1930, primo di una lunga serie di tra­gici pro­nun­cia­menti delle forze armate nella vita nazio­nale.



Dopo uno sfor­tu­nato debutto spa­gnolo del 1924, al seguito della com­pa­gnia tea­trale Rivera-De Rosas con l’opera di Flo­ren­cio Sán­chez Bar­ranca abajo, Gar­del tornò in Europa una seconda volta, tre anni dopo, nel 1927. Fu la sua defi­ni­tiva con­sa­cra­zione. Accla­mato dai più impor­tanti tea­tri di Madrid, Bar­cel­lona, Bil­bao, San Seba­stian e San­tan­der decise di ten­tare la sorte a Parigi. Una vera scom­messa con­si­de­rando che fino ad allora i suoi con­certi erano stati con­ce­piti esclu­si­va­mente per un pub­blico ispa­nico. Come avreb­bero rea­gito i fran­cesi a un tango i cui testi non avreb­bero capito facil­mente? Gar­del giunse nella Ville Lumière il 10 set­tem­bre 1928, per debut­tarvi il 2 otto­bre 1928, al caba­ret Flo­rida di Place Pigalle. Un suc­cesso durato quat­tro mesi gli valse un nuovo con­tratto in una sala degli Champs-Élysées e, infine, la notte del 5 feb­braio 1929, il debutto nel pre­sti­gioso Tea­tro Ópera.

Poi fu la volta del cinema, gra­zie a un impor­tante con­tratto con gli studi fran­cesi di Join­ville, per la rea­liz­za­zione, nel 1932, di Luces de Bue­nos Aires, Espé­rame, La casa es seria e Melo­dia de arra­bal. Si trat­tava di sto­rie di amori con­tra­stati, tra­di­menti e peri­pe­zie sen­ti­men­tali, di poca fan­ta­sia ma di grande suc­cesso. A par­tire dal 1930, i pro­dut­tori deci­sero di affian­car­gli Alfredo Le Pera, un uomo che di lì a breve sarebbe diven­tato il suo più inse­pa­ra­bile col­la­bo­ra­tore, coau­tore di tutti i tan­ghi scritti a par­tire da allora. Tra que­sti i cele­bri Mi Bue­nos Aires que­rido, Por una cabeza, El día que me quie­ras, Cue­sta abajo, Sole­dad e Sus ojos se cerraron.

L’idea era quella di creare una sorta di nuovo Rodolfo Valen­tino in chiave ispa­nica, che sapesse amma­liare col suo fascino da latin lover e che in più can­tasse tango. Gar­del era la per­sona giu­sta. La prima neces­sità fu quella di abban­do­nare ogni rife­ri­mento al lun­fardo, la lin­gua par­lata negli angi­porti del Rio de la Plata da migliaia di immi­grati pro­ve­nienti da tutto il mondo, per ren­dere i testi più facil­mente com­pren­si­bili senza però per­dere le colo­rite sfu­ma­ture locali. L’invenzione di que­sto nuovo tipo di lin­guag­gio si deve pro­prio ad Alfredo Le Pera. Il loro fu un for­tu­nato soda­li­zio che durò fine alla fine. Peri­rono entrambi nell’incidente aereo di Medel­lín.



Il 27 dicem­bre del 1933 Gar­del giun­geva a New York per dare ini­zio a un periodo tra i più pro­li­fici della sua vita, pur­troppo l’ultimo. Un con­tratto con la NBC gli valse il com­penso record, per un arti­sta stra­niero, di 1.400 dol­lari men­sili. I mesi tra­scorsi in Fran­cia lo ave­vano tra­sfor­mato in un abile impren­di­tore. 25 mila dol­lari oltre al 25% degli incassi. Que­ste, nel 1934, le con­di­zioni det­tate alla Para­mount per la par­te­ci­pa­zione come pro­ta­go­ni­sta a Cue­sta abajo e a El tango en Broad­way. Poi arri­va­rono El día que me quie­ras e Tango bar (1935). Di una fugace appa­ri­zione nel musi­cal The big broa­d­cast (1936), inter­pre­tato da alcuni dei più noti arti­sti della Para­mount, da Bing Cro­sby a Wendy Bar­rie, con Gar­del in veste di unico can­tante di lin­gua spa­gnola, si sono pur­troppo perse le tracce: le scene in cui com­pa­riva furono eli­mi­nate in seguito alla sua tra­gica morte.

Da tempo la Para­mount, attra­verso una serie di pel­li­cole a bud­get con­te­nuto da rea­liz­zarsi negli studi new­yor­chesi di Long Island, testava le stelle di Broad­way per poi even­tual­mente chia­marle a Hol­ly­wood e inse­rirle nel cir­cuito prin­ci­pale. In par­ti­co­lare, gra­zie ad accordi com­mer­ciali con case di pro­du­zione secon­da­rie inte­res­sate ai mer­cati esteri, il colosso sta­tu­ni­tense affit­tava a terzi i pro­pri studi cine­ma­to­gra­fici, impe­gnan­dosi anche, in cam­bio di parte dei pro­venti, nella distri­bu­zione di que­ste opere mar­gi­nali.

Gar­del rag­giunse un tale suc­cesso presso il pub­blico lati­noa­me­ri­cano resi­dente negli Stati uniti che la Para­mount gli offrì ben due­mila dol­lari a set­ti­mana per esi­birsi nel suo prin­ci­pale tea­tro di Broad­way. Egli rilan­ciò chie­den­done sei­mila, soste­nendo che a New York vi sareb­bero stati almeno mezzo milione di ispa­nici dispo­sti a pagare un dol­laro cia­scuno al mese per sen­tirlo can­tare. Ottenne il com­penso, anche se a causa della pre­ma­tura morte non avrà il tempo di goder­selo.

Con lui scom­pare una forma di can­tare tango che dif­fi­cil­mente potrà tor­nare. Con la morte di Gar­del la cele­bre musica rio­pla­tense cam­biava d’abito, per rina­scere, come un’araba fenice. Il tango entrava per sem­pre nella sto­ria.


Il Manifesto – 24 giugno 2015