TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 17 giugno 2015

Diamante nero. Un romanzo di formazione al femminile, una storia di banlieu.



Vivere da adolescenti in una banlieu parigina. Con un'intervista alla regista Céline Sciamma.

Roberto Nepoti

Le allegre bullette contro il dominio dei maschi cattivi

Nel 2011 uscì un film scritto e diretto da Céline Sciamma, Tomboy , pluripremiata storia di una bambina di dieci anni che si spaccia per maschietto. Con Diamante nero (in originale "Banda di ragazze") la giovane regista francese si offre una variante dello stesso argomento, in modo meno esplicito ma con risultati altrettanto interessanti e con implicazioni, forse, ancor più complesse. Marieme, sedicenne nera della banlieue parigina, va male a scuola, deve far da madre alle sorelle minori e subisce le prepotenze del fratello.

Timida e schiva, la ragazza comincia a trovare una propria identità entrando nella banda di coetanee composta dalla carismatica Lady, da Adiatou e da Fily, angeli in "chiodo" travestiti da teppistelle, bulle sexy debordanti di energia e di vitalità. Marieme capisce che il mondo non è solo roba per i maschi. Cambia pelle (indossa un giubbotto di cuoio, si stira i capelli, da goffa diventa sexy) e nome: si farà chiamare Vic. Respingendo il ruolo che la società maschile, la scuola, le madri e i fratelli maggiori assegna loro, le ragazze trovano nella complicità reciproca momenti di pura gioia: come nella scena in cui tutte assieme cantano Diamonds in the sky di Rihanna.



Però si tratta di momenti fugaci, effimeri prima di tornare alla realtà quotidiana; intorno, pronta a inghiottirle, c'è una palude di spaccio, prostituzione, prevaricazione. Ed ecco le analogie col precedente film di Sciamma. La ricerca del suo posto nel mondo passa, per Vic, anche attraverso un femminismo - come dire? - "travestito" in abiti maschili: Vic esaspera tutti i codici della virilità, si batte con un'altra ragazza, strappandole il reggiseno in segno di umiliazione, porta i capelli corti e si fascia il petto; "femminilizza" il suo ragazzo, Ismael, assumendo un ruolo dominante nel rapporto sessuale.

Più di tanti scritti di sociologia da salotto, il film ci insegna qualcosa sul bullismo femminile: non solo, come è ovvio, mezzo per radicare la propria identità in un gruppo, ma anche per farsi rispettare in una società dove i maschi dettano le regole mostrandosi alla loro altezza. Però un film deve essere un film, non un trattato di sociologia; e questo, per fortuna, Sciamma lo sa bene. Ciò le permette di inscrivere i personaggi in una banlieue emancipata dai criteri del realismo, una città priva di poliziotti, quasi senza adulti o gente dalla pelle bianca.

Sempre lontana dal sociologismo delle periferie, la regista prima ci regala una storia trepidante di vigore e anche di rabbia; poi, però, ha cura di mostrarci come la vita di Vic nella banda di ragazze sia solo una tappa del suo itinerario iniziatico, che il film manda avanti ancora a lungo prima di giungere a un finale "aperto". Diamante nero è (come lo era Tomboy ) un film profondamente politico, oltre a al di sopra di ogni programmatico " messaggio".


La Repubblica – 15 giugno 2015



Cristina Piccino

Quelle quattro ragazze sono come i supereroi

La prima volta è stata Nais­sance des pieu­vres, sen­sua­lità, ribel­lione e sco­perta del corpo di un’adolescenza lesbica in cui si rive­lava il talento di una nuova cinea­sta. Qual­che anno dopo Céline Sciamma torna con Tom­boy, una ragaz­zina che vuole essere un maschio. È un suc­cesso mon­diale, pre­miato ovun­que, parla di gen­der, di fem­mi­nile e di maschile ma lo fa spo­stando il punto di vista delle con­trap­po­si­zioni al desi­de­rio. Bande des fil­les, il suo nuovo film, titolo d’apertura della Quin­zaine des Rea­li­sa­teurs 2014, in Fran­cia subito un caso cri­tico, applau­di­tis­simo e ama­tis­simo, arriva infine in sala anche da noi (domani, gio­vedì 18) gra­zie a Teo­dora film a cui si deve per l’Italia la sco­perta di que­sta splen­dida regi­sta (ave­vano distri­buito anche Tom­boy).

Ancora una sto­ria al fem­mi­nile, una «banda di ragazze» sca­te­nate che con irri­ve­renza e molta ener­gia sfida i codici della ban­lieue dove vive, quelli fisici e prima ancora quelli di un imma­gi­na­rio che ha impri­gio­nato le cité in un genere rigi­da­mente codi­fi­cato tra machi­smo, inte­gra­li­smo, velo, cri­mi­na­lità e repres­sione poli­zie­sca. Ma, appunto, le eti­chette di genere non appar­ten­gono a Sciamma, difatti le rompe anche sta­volta alle­gra­mente e con dol­cezza, dan­zando insieme alle sue magni­fi­che pro­ta­go­ni­ste sulle note di Dia­monds di Rihanna — da cui il titolo ita­liano, Dia­mante nero.

La incon­tro a Roma, un’afosa mat­tina di que­sto ini­zio estate, nel salone con vista sulla città di Villa Medici. Minuta, occhi azzurri, idee chiare, il cinema per lei è uno stru­mento con cui dare corpo e emo­zioni agli indi­vi­dui e alla loro sin­go­la­rità. Ogni film è un mac­china per cam­biare iden­tità, dice. «Il fem­mi­nile è sov­ver­sivo, è una forma di contro-cultura, è un contro-potere per que­sto viene per­ce­pito come una minaccia».

Le ragazze della «Bande des fil­les» vivono tutte nella ban­lieue pari­gina. Ma il tuo film che qui esce col titolo di «Dia­mante nero» come canta Rihanna il loro mito somi­glia più a un romanzo di formazione.
All’inizio avevo in mente due cose: un’eroina ragazza alle prese con dei cam­bia­menti impor­tanti e una sto­ria eterna ma calata nel con­tem­po­ra­neo. Sono i due ele­menti clas­sici del romanzo di for­ma­zione che qui si con­te­stua­lizza in un ambiente, la peri­fe­ria. Marieme, la pro­ta­go­ni­sta, ha qua­lità tipica dell’eroismo solo che nel romanzo di for­ma­zione il per­so­nag­gio col­tiva anche delle amb­zioni dei pro­getti, è legato a una classe. Nel mio film invece l’eroina afferma sé stessa su un rifiuto, sul desi­de­rio di rifiu­tare tutte le iden­tità che la società le pro­pone, che le chiede di essere, e che nel corso della sto­ria attra­versa una dopo l’altra. Il suo movi­mento nar­ra­tivo e esi­sten­ziale è dire no. Credo che que­sta sia una carat­te­ri­stica forte del nostro tempo, la pro­te­sta oggi prende forma soprat­tutto nel rifiuto di qual­cosa. Anche quando si vota se ci pensi si vota sem­pre «con­tro» qual­cosa o qual­cuno, rara­mente «per». Se non si sa cosa dire si sce­glie il rifiuto, resi­stere è diven­tato dire no: non voglio que­sta società, non voglio i modelli che mi impone la poli­tica, è il pen­siero della con­te­sta­zione più dif­fuso. E la peri­fe­ria è il luogo dove que­sto rifiuto si afferma con mag­giore forza.

    Céline Sciamma

Sce­gliere il pae­sag­gio della peri­fe­ria pari­gina può essere però arti­sti­ca­mente molto rischioso. Il cinema della ban­lieue, a parte pochi casi, risponde in Fran­cia a carat­te­ri­sti­che molto nette.
Ma il sen­ti­mento del rifiuto che guida le mia pro­ta­go­ni­ste riguarda anche le mie scelte da regi­sta. Nel film non c’è poli­zia, non si parla di reli­gione, non c’è l’hip hop non ho cer­cato un effetto da rea­li­smo sociale per dire: ’ecco, que­sto è un film poli­tico’. Poli­tico per me signi­fica qualcos’altro, è chi guarda e cosa si guarda, per­ciò non la mac­china da presa a spalla o il gri­gio con cui di solito si impa­sta l’immagine delle peri­fe­rie. I per­so­naggi che rac­conto nascono da un lavoro di scrit­tura e appar­ten­gono a una dimen­sione roman­ze­sca anche se nel lavoro di pre­pa­ra­zione ho incon­trato tre­cento ragazze, mi sono docu­men­tata, ho cono­sciuto un gene­ra­zione e cer­cato delle cor­ri­spon­denze. Con le ragazze natu­ral­mente c’è stata una col­la­bo­ra­zione, a me però inte­res­sava soprat­tutto dare vita a dei per­so­naggi capaci di espri­mere una loro ener­gia e una lin­gua pro­pria. Non avevo in mente, e que­sto sin dall’inizio di fare il ritratto di una ragazza della cité.

In che senso?
Le ragazze del film par­lano molte lin­gue, pos­sono essere bam­bine che sal­tano su un letto o donne mature. Ho cer­cato di rac­con­tarle nelle diverse sfu­ma­ture pos­si­bili tra la libertà e gli arche­tipi. In que­sta oscil­la­zione appare anche la vio­lenza, come viene creata dalla società, da dove arriva, cosa signi­fica appar­te­nere a un gruppo pure nell’illegalità…Ho pro­vato a inter­ro­gare i cli­ché e a inve­stirli emo­ti­va­mente. Insieme al musi­ci­sta (Para One, nome d’arte di Jean-Baptiste de Lau­bier, ndr)abbiamo cer­cato i suoni urbani del pre­sente, quale musica si sente nelle peri­fe­rie senza la dit­ta­tura del folklore.

La nar­ra­zione è scan­dita in capi­toli. Per­ché?
È una scelta che risponde alla stessa esi­genza di uscire fuori dalle con­ven­zioni. Ogni capi­tolo indaga un’ipotesi di vita, un po’ come se fos­simo in un film di supe­re­roi: che potere mi dà un certo costume? In che modo lo uti­liz­zano le ragazze? E i cam­bia­menti di iden­tità diven­tano anche un modo per inda­gare l’impasse del patriar­cato. Quando si parla di «cinema d’autore impe­gnato» si pensa subito a certi film o regi­sti. A me piace l’idea di com­bi­nare Ken Loach e Tim Bur­ton, rifiuto la fron­tiera che divide nel senso comune «impe­gno» e «fan­ta­sia». Vvo­glio invece pen­sare a un film come a un’esperienza sen­suale in cui tutti pos­sono rico­no­scersi, e emo­zio­narsi. L’impegno non esclude i sen­ti­menti e viceversa.

Per que­sto la scelta del luogo in cui girare era fon­da­men­tale. Come ci sei arri­vata?
Durante i sopral­luo­ghi abbiamo visto mol­tis­simi quar­tieri, avevo in mente un posto dove ci fosse un’isola pedo­nale e un oriz­zonte in cui la Torre Eif­fel non appa­risse troppo lon­tana. Le ban­lieue pre­sen­tano un segno gra­fico molto forte per­ché spesso sono nate dalla grandi uto­pie archi­tet­to­ni­che degli anni Ses­santa o Set­tanta. Fil­mare in una ban­lieue signi­fica seguire delle linee di fuga, delle moda­lità di muo­versi, come ci si ritrova, come si sta da soli. Il modo in cui la cité pro­voca delle espe­rienze sen­so­riali con le grida, i gruppi di ragazzi che si fer­mano in certi posti in cui taci­ta­mente cade il silen­zio quando ci si avvi­cina. Lavo­rare lì è dav­vero un’esperienza di fron­tiera. I pro­blemi sono gli stessi che ovun­que con la dif­fe­renza che non sono sot­ter­ra­nei. Si mani­fe­stano a cielo aperto, e per que­sto la ban­lieue è diven­tato un luogo della fin­zione: non siamo in una dimen­sione eso­tica, al con­tra­rio la realtà vi appare con mag­giore evi­denza. Machi­smo, rap­porto tra spa­zio pub­blico e pri­vato, con­trollo reci­proco si ritro­vano infatti in tutta la nostra società. Solo che in una ban­lieue sono «uffi­ciali», e in que­sto senso la ban­lieue è lo spec­chio del nostro mondo.


Il manifesto – 17 giugno 2015