TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 21 giugno 2015

I "Mondi paralleli" di Lorenza Rossi. Genova, Ducale 2-22 luglio



Il 2 luglio si inaugura a Palazzo Ducale “Mondi paralleli”, interessante mostra di Lorenza Rossi, sintesi di un lungo lavoro di ricerca espressiva decisamente controcorrente e (cosa rara nel mondo dell'arte) sostanziato da grande ironia. La mostra resterà aperta fino al 22 luglio. Riprendiamo dal catalogo parte del saggio critico di Martina Corgnati.

Giovedì 2 luglio
ore 17.00
Artelier , Palazzo Ducale (Genova)
Inaugurazione mostra personale di ceramica e fotografia

Martina Corgnati

Mondi paralleli

In un testo del 1975, scritto a introduzione di una cartella di litografie di Meret Oppenheim intitolata significativamente Parapapillonneries, André Pieyre de Mandiargues esordiva spiegando che l’artista, capofila del movimento surrealista e fra le più affascinanti e significative protagoniste della creatività al femminile del secolo scorso, amava in modo particolare la natura e gli animali.

Animali, però, piuttosto inusuali e completamente diversi dai soliti cani e gatti, o magari anche uccelli e cavalli e leoncini che tutti più o meno sarebbero disposti ad accarezzare, o almeno a considerare come “belli” in astratto pur non volendo averci specialmente a che fare. No. L’artista invece si interessava soprattutto al mondo degli insetti e dei celenterati, farfalle, ma anche falene e vermi, e api in volo e topi, insomma a tutti quegli assidui frequentatori del ciclo del degrado e del detrito che di solito nella gente suscitano soltanto schifo e ripugnanza. Meret Oppenheim, invece, era calamitata dai bruchi e dalle loro facoltà metamorfiche, dalla loro varietà e singolarità, tanto da parlarne agli amici come del suo “animale totemico”.

Questa poco convenzionale attrazione aveva a che fare non tanto con considerazioni ecologiche, ovviamente, quanto con un antagonismo culturale che riguardava tutto il surrealismo e più di una donna delle avanguardie e neo-avanguardie. Anche Kiki Smith, per citarne una soltanto, si è “abbassata” tanto da considerare l’insieme delle cose che strisciano sulla terra piuttosto di quelle che svettano altezzose con la testa fra le nuvole. È, insomma, l’informe, l’informe di Rosalind Krauss e di Yve-Alain Bois, quello strumento trasversale e trasgressivo la cui fondamentale importanza nella storia del modernismo è rimasta forse un po’ sotterranea nell’esegesi critica ma è comunque innegabile soprattutto per quei soggetti, come le donne artiste, la cui marginalità di partenza diventa vocazione e scelta; e mette in campo, con rinnovata e programmatica energia, le quattro operazioni che i due studiosi ricordati hanno collegato appunto all’informe: l’orizzontalità, il basso materialismo, la pulsazione e l’entropia.



È a questa famiglia di immagini e soprattutto di esigenze ed idee che si vuole qui provare a collegare lo spiritoso lavoro di Lorenza Rossi, la sua inversione radicale dei valori del vedere e del sentire, che non rinnega tuttavia la grazia della boutade e dell’ironia. Ciò che ci suscita veramente disgusto, vermi ed insetti, ma soprattutto piattole e scarafaggi, animali che vivono ed esistono in una condizione sotterranea, vengono invece “riportati alla luce” e resi molto visibili attraverso un’opportuna magnificazione e dislocazione strategica in stanze, situazioni e ambienti.

È il riscatto, in un certo senso, della materia bassa, delle forme più primitive ed infami di creature che, metaforicamente, coincidono con il “rimosso” di un’interiorità troppo impegnata, secondo l’artista, a correre dietro all’ebbrezza di immagini ed esperienze appaganti ma vuote che il mondo contemporaneo continuamente produce.

Non si tratta, però, di animali veri: l’artista savonese si mantiene su un registro leggero ed evita accuratamente la crudeltà delle forme che riguarda invece, per fare solo un esempio, un appassionato di insetti come Jan Fabre. I suoi artropodi appiattiti, ma provvisti di un’inconfondibile silhouette, hanno un corpo di ceramica, quasi una tavoletta prodotta nelle fornaci di Albisola, a pochi chilometri dal luogo dove Lorenza Rossi è nata e vive.

La ceramica, o meglio la terracotta, non è solo un mezzo per fare arte (seppure a tale scopo è stata ampiamente usata, con risultati di straordinario valore e significato estetico, nel Rinascimento come nel moderno) ma è un materiale atavico, antico, quasi primario, prodotto e utilizzato da sempre dagli uomini per dotarsi di strumenti e suppellettili essenziali alla vita del villaggio.

La ceramica è, infatti, base e presupposto di ogni definizione stratigrafica, fondamento culturale e materiale di ogni epoca archeologica; se si scava nella terra, dovunque l’uomo abiti o abbia abitato, si trovano frammenti ceramici, umili e dispersi ma tuttora significativi, rivelatori, sintomatici. Non esiste un altro materiale così versatile e indispensabile, imprescindibile nell’uso e nelle pratiche del vivere associato ma anche adattabile e nobile fondamento di una tecnica artistica che collega virtuosamente volume a superficie, corporeità ad apparenza, forma a colore (...).

Dunque per Lorenza Rossi usare la ceramica e, oltretutto, in una versione particolarmente disadorna, quella di semplici tavolette di terracotta non dipinta e non invetriata, è una scelta strategica ma anche estetica, riguarda le sue radici, il suo genius loci ma anche la sua intenzione espressiva. Si tratta, infatti, per lei, di mettere in gioco la materia, la più materiale delle materie per mettere in scena i più “bassi” degli animali.

Basso materialismo, si è detto, entropia, quindi la tendenza al disordine e alla dispersione dell’energia universale. Cimici e blatte, come si sa, collaborano a tutto questo ma senza nessuna intenzione se non quella primaria-biologica della sopravvivenza della specie. Bene e male subentrano solo dopo, categorie funzionali a un sistema ordinato di gerarchie antropocentriche e comunque sempre rivedibili. Chissà, forse un giorno qualcuno potrebbe scoprire che gli scarafaggi depurano l’ambiente da pericolose, mutagene radiazioni elettromagnetiche, oppure che proprio da loro si può estrarre l’elisir di tutti i mali, il principio attivo che sconfiggerà tumori e sclerosi e terribili malattie.

Ecco che allora il nostro approccio e il nostro giudizio su questi animali cambierebbe immediatamente, per reintegrarli in quel sistema ordinato di principi e valori in base a cui cerchiamo di decifrare almeno un poco del nostro universo e vivere più tranquilli possibile nel nostro tempo, precario come tutti gli altri.

Lorenza Rossi sa benissimo che questo potrebbe accadere in futuro ma non è detto, mentre intanto il nostro disgusto si manifesta veloce e spontaneo, direi irrefrenabile, senza ricorrere a categorie morali o scientifiche e nemmeno a ragionamenti logici e critici. Di fronte all’insetto schifoso c’è subito la ripugnanza, la fobia irrazionale o, talvolta, persino l’attacco di panico. Eliminare, far sparire. Rimuovere, pulire, spazzare. Ripristinare l’ordine conturbato.

Invece no. L’artista vuole far emergere quel disgusto; vuole metterci a contatto con le nostre paure, angosce ed istinti primordiali invitandoci a frequentare almeno le immagini di quegli esseri tanto repellenti, a posare mani e polpastrelli su quelle tavolette che recano impressa la inconfondibile immagine del nemico biologico, anche soltanto per affrontare il tabù a dosaggi omeopatici, tollerabili, veicolati da oggetti persino vagamente buffi ma tuttavia inequivocabilmente portatori dell’impronta dell’odiato artropodo.



Non meno efficaci sono le sue fotografie che documentano sempre un piccolo avvenimento site specific, offrendo quasi la cronaca di un incontro fra i blattodei ceramici e un microluogo, un tombino o una parete scrostata e coperta da graffiti, una strada, una grata, un marciapiede. Molto spesso, in queste circostanze, l’artista si concede anche una speciale indulgenza cromatica, una ricerca di armonie e di affinità che rendono i suoi lavori particolarmente ben integrati e “a casa loro” su quella superficie o comunque in quel contesto.

Innegabile che si tratti, qui, di una sensibilità estetica che reclama i suoi diritti, ma c’è anche, poi, l’attenzione a situazioni e dettagli del nostro paesaggio quotidiano in qualche modo laceri e scrostati, dettagli che hanno perso la loro patina, il loro smalto nuovo e brillante e che si adattano a quei degradati abitatori molto meglio di quel che ci piacerebbe pensare. Si deve solo guardare dove e come solitamente non facciamo per incontrare un mondo diverso, destabilizzante e tuttavia presente, fastidioso ma in un certo senso necessario, perché in natura la decomposizione è essenziale quanto la fotosintesi e bello e brutto sono categorie tragicamente relative e non prive di derive paranoiche molto pericolose quando si irrigidiscono.

A proposito di blatte, come non ricordare Gregor Samsa e il suo perturbante destino ? siamo ben sicuri che l’altro, sì, proprio il più alieno e schifoso degli altri, se ne starà tranquillo per sempre, con obbedienza e rassegnazione, nella nicchia infame che gli abbiamo riservato, nel posto biologicamente e spiritualmente e culturalmente più lontano dalla nostra coscienza di noi stessi ? Siamo ben sicuri che qualcosa della sua natura non possa migrare fino a riguardarci molto da vicino, molto più da vicino di quanto mai avremmo voluto ?


Lorenza Rossi ci scherza sopra e si concede effetti, come si diceva, anche divertenti, apertamente ironici, non privi di leggerezza e di sensibilità; altri ci sono andati giù più pesanti, per così dire, prendendo a schiaffi l’idealismo metafisico e il formalismo classico e neo-classico, da Tiziano a Canova, da Raffaello a David.

(...)