TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 22 giugno 2015

L'autunno della socialdemocrazia scandinava



Viaggio nei paesi del Grande Nord. Dopo il trionfo di populisti e xenofobi in Danimarca e Finlandia, e prima ancora in Svezia, il modello scandinavo fatto di welfare e solidarietà vacilla ogni giorno di più.

Andrea Tarquini

L'autunno della socialdemocrazia


Hanno festeggiato fino a notte tarda l’altra sera nella splendida Copenaghen: sinistre addio, arriviamo noi. Feste mai chiassose, bandiere nazionali ma senza slogan politically uncorrect : la maestosa capitale prospera e civile d’un impero coloniale svanito si rispetta, omaggio all’“amletico” Palazzo reale di Amalienborg, ai suoi soldati col colbacco stile britannico, così come si rispettano persino i tanti stranieri in strada, lungo la via fino alla Royal Opera House.

Anche ai giovani di destra qui piacciono Osterbro e Norrebro, quartieri arabi sicuri e di tendenza. Eppure la svolta c’è tutta: non è bastato ai progressisti avere una premier brava, risanatrice e riformatrice in economia, con in un più la tolleranza zero verso i migranti: Helle Thorning-Schmidt, “Gucci-Helle” che col selfie con Obama mandò Michelle in crisi di gelosia, “Helle la rossa” che ha risanato conti pubblici e Pil, ha già fatto le sue valigie dall’equivalente danese del number 10 di Downing Street: sarà Lars Lokke Rasmussen, leader liberalconservatore imbarazzante per quanto beve e quanto spende, a sostituirla. Con a fianco il magro, freddo, abilissimo Kristian Thulesen Dahl, leader del Danske Foksparti , i populisti locali, xenofobi ed euroscettici ma a sinistra sui temi sociali.

Non c’è del marcio in Danimarca, non pensate male. Però tra una vittoria populista e l’altra, vacilla tutto il mitico modello nordico, avvertono qui fonti diplomatiche Ue: ha fretta di reinventarsi e cambiare, se non vuol finire come un altro paradiso perduto.



«Stato efficientissimo ma welfare troppo caro, leggi iperprotettive che poi mancano troppo spesso di flessibilità», mi fa notare l’ambasciatore di un paese- chiave della Ue. Il vento di Copenaghen non è fatto isolato, spinge ombre cupe su tutto il Grande Nord, proprio mentre Putin da bullo atomico minaccia di puntare missili sulla Danimarca e sulla Svezia. Ovunque, dalla ricca Stoccolma capitale egemone del Nord e di un paese-primato d’export, eccellenze e disoccupazione quasi zero, fino alla Finlandia, i neopopulisti avanzano.

«Non è davvero una sorpresa che abbiano successo in Danimarca, sono forti da tempo, e a Copenaghen l’establishment ha troppo sottovalutato la paura della gente verso l’ondata di migranti», mi dice Goran Eriksson, editorialista di punta del quotidiano di qualità svedese Svenska Dagbladet
.
«È un trend europeo: noi nordici dobbiamo smetterla di sentirci vaccinati, è dal dal 2010 che crescono gli Sveriges Demokraterna , il nuovo partito di Jimmie Akesson. Sinistre al potere e “borghesi”(destra per bene) hanno concluso un patto per salvare la governabilità. La nuova destra appare unica opposizione, non cessa di crescere nei sondaggi, non mi stupirei di un suo nuovo balzo in avanti alle elezioni del 2018: a quel punto occorrerà rifare i conti».

La Svezia si salva con economia e welfare fortissimi e una Weltanschauung di valori costitutivi profondamente socialdemocratici, gli altri meno, sussurra un’alta fonte tedesca da Stoccolma. E aggiunge: «Si salva anche per la fantasia creativa delle donne in politica, in posti chiave. Dalla ministra del Futuro (unico paese in cui esiste questo incarico, che quasi evoca Harry Potter) Kristina Persson, alla titolare degli Esteri Margot Wallstroem, col suo slogan-chiave: «Siamo la superpotenza con un cuore», cuore anche per i migranti.

Altrove la situazione è più inquietante. «Da quando i “Finlandesi autentici” di Timo Soini sono al potere, il bilinguismo vitale per la prospera e colta minoranza svedese è in pericolo», mi avverte un amico finnico, Christer Bergstroem. E non solo. Dalle elezioni, i Perussuomalaiset sono nel governo col Centro. Hanno in mano Esteri e Affari europei: «Come affidare a Dracula la banca del sangue», affermano intellettuali dell’etnia svedese.

Bilinguismo addio, in Stato e Forze armate, dicono i “Veri finlandesi”. Olli Immonen, loro deputato, ha celebrato l’assassinio dell’ultimo governatore zarista Nikolaj Bobrikov con una ventina di neonazi. Il ministro della Giustizia, Jari Lindstroem, ha proposto di reintrodurre la pena di morte. Un deputato di destra, Olli Sademies, chiede di sterilizzare tutti i migranti africani, i loro seguaci vorrebbero un braccialetto d’identificazione etnica per ogni migrante, mezzaluna per musulmani eccetera, tipo stelle gialle o triangoli rosa nei Lager.

Solo a Stoccolma, la vivacissima, giovanile “Londra del grande Nord”, sono meno nervosi. «Comunque pagina voltata dopo il voto danese», afferma Kjell A. Nordstroem, economista ridella belle e consigliere del governo che ha rilanciato crescita e occupazione col turbo e prodotto un quasi-pieno impiego, tra l’altro con una politica monetaria alla Draghi.



«Per la prima volta in Svezia dire di essere seguaci degli Sveriges Demokraterna è ammesso nei salotti buoni. I silenzi dei partiti tradizionali sull’immigrazione fanno volare i populisti. Liberal conservatori e poi socialisti, aprendo le chiuse della marea umana di nuovi migranti, hanno agito da apprendisti stregoni: viene troppa gente da istruire senza volersi integrare, e un welfare finanziabile ha limiti. In provincia, o dove vecchie aziende hanno chiuso, la gente ha paura. Senza razzismi stile Front National o Lega, teme per il futuro».

Ombre nere sul Grande Nord. «Restiamo ottimisti», risponde Nordstroem, «almeno la Svezia con le sue tradizioni democratiche offre la speranza. Dopo il voto danese, nei nostri talk-show non si parla d’altro che del fallimento della società multiculturale. Ma gli Sveriges Demokraterna hanno ancora macchie di contatti neonazi, cercano disperatamente una nuova verginità. Il paese del ministero del Futuro si riprogetta. Guardando a idee statunitensi, canadesi o israeliane ripensiamo il domani: vengano in tanti, servono per equilibrio demografico e contributi, ma accettino tutti la swedish way of life . Forse ce la faremo. Mettere in discussione il dogma multiculturale ma con porte aperte per chi si integra potrebbe salvare il modello nordico, paradiso non ancora perduto. E così a sua volta la Svezia può salvare il Grande Nord, speratelo voi tutti amici europei».


La Repubblica – 22 giugno 2015